Non riesco a non pensare male. E’ vero, lo vado sempre ripetendo, che ogni popolo ha i governanti che si merita, ma non è che questa considerazione elementare possa poi diventare un lavacro per la rivergination della banda di criminali che si è impadronita di questo paese tra il plauso delle folle.
Dall’Aquila devastata la televisione di stato e quell’altra, più onesta perché dichiaratamente proprietà di una parte, ci inondano di lacrime e tragedie, ma non di informazione.
Siamo chiamati a celebrare l’ascensione di Silvio nell’empireo degli eroi cavallereschi, il pio guerriero che si spende, si offre tutti i giorni alla sofferenza, tocca corpi offesi, si commuove, piange e alla fine assume su di sé l’impegno davanti al cielo - nessuno sarà lasciato solo!
Sullo schermo, quando non c’è Lui in persona ad occuparlo, si susseguono siparietti edificanti con il carabiniere eroico che non ha mollato la sua postazione al 112 mentre gli ballava la scrivania – per non lasciare sole le persone che chiamavano -, con il medico che invece di mettersi in salvo è rimasto ad assistere i suoi pazienti, e poi non può mancare la pasionaria, una ragazza bella che con voce accorata e gli occhi gonfi lancia l’anatema – mai più! – diretto ai politici, è chiaro, ma che non tocca Lui: Lui è al di là e al di sopra, Lui dispensa indulgenze e all’occorrenza assolve, nella sua bontà infinita – ho visto, ho verificato, non c’è dolo, gli edifici sono costruiti con le tecnologie di altre epoche - Presidente perito edile?!?!?
E intanto il reality prosegue: la signora anziana che gli si attacca al collo – Silvio salvami, solo tu puoi! - e lui, generoso, buon padre di famiglia, ascolta, promette, infonde fiducia, rassicura; e poi macerie e lacrime, insistite, e ancora urla, e lacrime ancora. Stai lì, in attesa di avere uno straccio di notizia, ma niente: ormai il format del reality si è mangiato anche lo spazio dell’informazione, il massimo che puoi sperare è un rigurgito di reviviscenza di Bruno Vespa, che si riscopre aquilano e fa il diavolo a quattro per inchiodare alle proprie responsabilità il Monte Paschi di Siena (!), che in quanto banca senese ha il dovere di finanziare il restauro della chiesa di San Bernardino, che proprio da Siena veniva.
Ci prova Santoro a raccontare qualcosa del dietro le quinte, con domande manco troppo sovversive, tipo – ma come mai se erano quattro mesi che le scosse si susseguivano nessuno ha predisposto un’esercitazione di evacuazione, nessuno ha verificato la stabilità degli edifici pubblici, e nella piazza indicata per eventuali evacuazioni di massa c’erano le bancarelle del mercato di Pasqua? E naturalmente viene giù il firmamento – tradimento! Si calunniano i valorosi volontari, gli abnegati militari, gli indefessi operatori della Protezione Civile! – e anche il terremoto diventa occasione per dare l’assalto all’ultimo spazio non ancora lottizzato dell’informazione televisiva, uno spazio che potrà anche non piacere, ma che di questi tempi faremmo bene a tenerci stretto, che l’offerta non è poi così ampia.
Del resto, non è che Cicchitto e compagnia siano i soli a sciacalleggiare sulle macerie: delle performance dell’esimio nano alfa abbiamo già detto, ma vediamo anche un compuntissimo Tremonti che invita a devolvere il cinque per mille ai terremotati, e così fa bella figura e risparmia pure, tanto i fondi li toglie al volontariato, mica al ponte sullo stretto di Sua Maestà. E tutto con sottofondo di lacrime e canti funebri, che anche difendersi da questa rapina diventa un’impresa improba, con l’accusa incombente di togliere il pane di bocca ai terremotati.
Già, “il pane di bocca”: locuzione che insieme a tante altre - su tutte “la povera gente” è tornata in auge dal cassetto pieno di naftalina in cui era finita per tanti anni. E pensiamo anche alle operazioni esibite con gran frastuono di grancassa da questo governo: il grembiulino a scuola, il cinque in condotta – Libro Cuore! – il permesso di ampliare la casetta in barba a tutte le norme, comprese quelle antisismiche, per “fare spazio al figlio che si sposa”, come se i nostri pargoli allevati a playstation e reality fossero disponibili a condividere con chicchessia una stanza che non sia quella della bonazza del Grande Fratello.
Torna l’immagine di un Italia arcaica, quella della “povera gente”, appunto, che non è fatta di cittadini portatori di diritti, ma di masse bisognose di protezione, di soggetti passivi dello stare al mondo, che da soli mai e poi mai saprebbero districarsi nelle insidie di questa Italia divenuta così infida, con tutti questi rumeni pronti a rapinare e stuprare, e questi giovani senza valori, ubriachi drogati e violenti, che da un momento all’altro possono spiaccicarti sull’asfalto con i loro macchinoni. Masse deboli, bisognose di guida, ricche solo di buon cuore ma indifese, e “….meno male che Silvio c’è…” cantavano estasiati e grati durante le ultime elezioni.
Un’Italia vecchia e spaventata dalla portata della sfida della globalizzazione è stata rassicurata e coccolata dal Grande Imbonitore, che la culla nel sogno che il tempo non sia passato, e che si sia sempre quella nazione povera ma in fondo felice del secondo dopoguerra, una nazione che non è mai esistita, se non nei ricordi di chi allora era giovane e proietta oggi in quel ritratto idilliaco e falso la nostalgia per la sua passata gioventù.
L’Italia di oggi si vede così, e sarebbe da ridere se non fosse una tragedia.
Siamo “povera gente”, gli stranieri “ci tolgono il pane di bocca”, la gioventù “è priva di valori”, e poi “tutta questa delinquenza”, “non si può stare tranquilli neppure in casa propria”, e aggiungetene pure quante ve ne vengono in mente, perché potete stare sicuri che in questo paese qualcuno quelle cose le dice, anche le più improbabili. Le dice e ci vuole credere.
E’ il complesso di inferiorità atavico di cui ha sempre sofferto questo paese che nei secoli è stato di servi e di sudditi, furbi magari, ma di cittadini mai. Paese che ormai è pure vecchio, con la natalità più bassa d’Europa e la vita media più lunga, e allora come sperare in un sussulto di orgoglio, di entusiasmo, in un moto risoluto di riappropriazione dei propri diritti, se l’anagrafe certifica che siamo decrepiti? No, un popolo così ha bisogno di un padrone protettore, uno che sia come loro e però più furbo, più svelto, con la battuta più pronta, uno che sia capace di vendersi bene a qualsiasi prezzo e a qualsiasi offerente: ieri all’amico Bush e oggi a Mister Obaaaaamaaaaaa… e sempre a Putin, uno insomma capace di fare il guitto tra i potenti della terra, che con la simpatia e un paio di sviolinate qualcosa a casa vedrai che alla fine ce lo porta, vedrai…
La pensano così. Non ridete, è un dramma, e ancora più lo sarà il risveglio da questo sogno tragico. E sì, perché come ha scritto qualche giorno fa l’amico Giulio (http://azionecatodica.blogspot.com/2009/04/banale-5.html) , in Italia ci sono almeno sei milioni di coglioni. Io, che non sono così ottimista, sarei pronto a certificare che ce ne sono molti, molti di più.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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