Scorro rapidamente i miei post, che ultimamente esprimono quasi sempre un solo concetto: la preoccupazione per ciò che è diventato questo paese e chi lo abita. Razzismo, protofascismo e fascismo vero, sguaiatezza, violenza, vittimismo, spregio delle regole, vigliaccheria. E’ solo un campionario veloce, non sono un sociologo.
Mi viene da fare una riflessione: questa gente, a parte il saldo demografico e quello migratorio, è più o meno la stessa che abitava questi lidi vent’anni fa e prima ancora. Non che ci sia da essere orgogliosi dell’Italia di allora, tra Dc e anni di piombo, craxismo e rampantismo, ma insomma, almeno quel paese lì non dava l’idea della deriva inarrestabile.
E allora che è successo? Cioè, vent’anni fa la maggior parte di noi c’era già: perché il clima era diverso?
La riflessione è questa: mi sa che ognuno di noi ha un’idea non proprio esattissima del comportamento del prossimo, e neanche di quello proprio; siamo portati a pensare che se uno è un tipo a posto farà sempre e solo cose giuste, mentre se è un fetente la sua vita sarà fetenzìa, senza eccezioni e senza riscatto. E invece mi sa tanto che non è così: ognuno di noi, giusto o fetuso, è capace di una gamma vastissima di azioni, e prima o poi finisce per compierle tutte; alzi la mano chi non ha mai fatto qualcosa di cui si vergogna dal profondo di se stesso, o la carogna che non ha mai compiuto una buona azione disinteressatamente. il problema, che rende giusto o fetuso un paese intero, è la frequenza con cui le azioni dell’uno o dell’altro tipo vengono compiute; frequenza che dipende, più che da improbabili predisposizioni genetiche – tipo i romeni per intenderci, che per alcuni nostri acutissimi connazionali avrebbero “lo stupro nel DNA” – dalle condizioni al contorno: ambiente, stimoli esterni, situazione sociale. Vent’anni fa avevamo delle inibizioni che rendevano impossibile il dilagare di certi atteggiamenti oggi diventati normali, perché attorno ad essi c’era riprovazione sociale; magari ipocrita, perché dare fuoco a un campo Rom sarebbe piaciuto a tanti anche allora, ma pareva un’enormità, e probabilmente gli stessi che si sorprendevano a desiderare di farlo si angosciavano all’idea di queste pulsioni insane, e cercavano di correggersi, o almeno si autocensuravano. Da vent’anni a questa parte, invece, c’è chi incoraggia e coltiva questa forma di follia primordiale e presociale, per cui un sacco di gente si sente legittimata e sdoganata, finalmente libera di sbraitare, ululare e menare le mani alla luce del sole, tanto non si paga pedaggio e anzi, è gratificante come esperienza catartica di branco. E’ chiaro che c’è chi di queste cose ha un orrore naturale e quindi si oppone, e qualcun altro che invece a istinto sarebbe portato a giustificare, se non addirittura a dare man forte, ma è abbastanza razionale da continuare a censurarsi, oggi come faceva vent’anni fa; ma la legge impietosa dei grandi numeri vince, perché siamo parecchi milioni di persone, e quelli che si lasciano andare non sono più “casi isolati”, “mele marce”, “pochi devianti”, secondo gli eufemismi tanto cari alla nostra nomenclatura politica: sono gruppo, branco, massa, valanga che si autoalimenta, perché tante più persone romperanno gli argini quanti più saranno quelli che l’avranno prima di loro, facendo sentire legittimati gli epigoni. Siccome tutti ragioniamo più che altro su noi stessi, questi ragionamenti tendiamo a snobbarli; qualcuno più furbo e infinitamente più cinico si mobilita e mobilita i mezzi di comunicazione per battere la grancassa sul pericolo, sulla paura, sulla sindrome dell’assedio: sa, questo qualcuno, che dalla platea immensa che si beve il messaggio qualche centinaio di cerebrolesi che si alzerà e comincerà a menare le mani si trova; che diverse migliaia applauidiranno; che parecchi milioni faranno finta di niente, e comunque gli daranno il voto; che con quel voto potrà perpetuare il sultanato che è riuscito ad instaurare, come giustamente l’ha definito Sartori.
Chi credete che sia, questo qualcuno?
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
mercoledì 22 aprile 2009
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