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venerdì 2 ottobre 2009

Re Carlo tornava dalla guerra...


Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor;

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il cimiero
d'identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor

vi ricorda nessuno?
Ma andiamo avanti:

"se ansia di gloria e sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave"

così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

"De' cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò

ma più dell'onor poté il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò

codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

lasciamo da parte la maestà, che in queste lande piuttosto bisogna parlare di satrapi (e in effetti non vedo nessuno della statura Carlo Martello). Il canovaccio, comunque, resta valido: un signore potente, una signora piacente.

"Se voi non foste il mio sovrano"
Carlo si sfila il pesante spadone
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore"
Carlo si toglie l'intero gabbione
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore"

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì

anche qui… a Carlo non serviva il viagra e men che mai le punture sul pisello… Vabbè, possiamo sempre pensare che la sua prestanza fosse dovuta alle arti oscure di qualche negromante.

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

"Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor"

"E' mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

Anche adesso Carlo fa un figura leggermente migliore rispetto a Silvio: lui, almeno, non lo sapeva davvero che la signora era ben che avvezza a un certo tipo di concessioni.
Il seguito dell’avventura, però, annulla ogni distanza. Di secoli e di stile.

anche sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"

Il re tira sul prezzo...

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Alla fine – incredibile! – si dà alla fuga senza pagare, come un cialtrone qualsiasi. Come Silvio, che promette alla D’Addario di interessarsi della sua concessione edilizia e di candidarla alle europee, e alla fine la lascia con niente in mano.

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor.

L’armatura di Carlo alla fine risplenderà comunque: è stato un puttaniere vigliacco, ma un grande re. Secondo certa dottrina gesuitica va assolto, ha fatto bene il suo mestiere. Ma Silvio? Che ne sarà del povero Silvio al cospetto della Storia, quando di lui resterà soltanto il ciarpame? Unica consolazione: non ha la statura perché la sua memoria possa durare mille anni. Presto la sua triste era uscirà anche dai libri di scuola, e finalmente – se non noi – i posteri almeno potranno dimenticarlo.
Comunque, la canzone è bellissima: è di De André, non so se semplicemente ispirata dalla poetica dello chansonnier francese George Brassens, o addirittura scritta da lui e poi tradotta in italiano da Fabrizio. La mia cultura musicale, ahimè, lascia molto a desiderare. Chi la volesse ascoltare può cliccare qui sotto:

giovedì 1 ottobre 2009

Facciamoci scudo


Lo scudo fiscale che consente di riportare in Italia i capitali guadagnati criminosamente ed esportati illegalmente al prezzo misero del 5% e con la copertura dell’anonimato è una presa per il culo alla nazione. Chi ha misure simili (si fa per dire) impone tassazioni superiori al 50% (fino al 100% della Francia) e la pubblica notorietà degli evasori.
Sacrosanta la protesta delle opposizioni? Forse. Diciamo sacrosanta quella di chi a votare contro lo scudo fiscale ci è andato. Strumentale quella di quei partiti (PD e UDC) che hanno fatto mancare il 25% dei loro onorevoli al momento di votare gli emendamenti cruciali, salvando un decreto che poteva essere messo sotto (la maggioranza, alla fine, è stata di una cinquantina di voti, per cui chi non c’era ha davvero fatto la differenza).
Questa è la notizia.
Ne seguono una domanda e una constatazione. La constatazione è che questa notizia non è esistita sui maggiori quotidiani: l’ho pescata sul Manifesto e su qualche giornale di destra che l’ha giustamente usata per coprire di fango la sinistra. La domanda è: come sarà mai possibile liberare questo paese, se il 25% dell'opposizione (e parecchi cronisti parlamentari degli stessi giornali che il nano alfa definisce "farabutti") è a libro paga del capo della maggioranza?

martedì 15 settembre 2009

Chi va a casa di chi

Questo avvenimento dice tutto sulla carità pelosa di quanti hanno voluto dare alla guerra in Iraq la patina nobile dell’abbattimento del tiranno. La gratitudine di quel popolo per il nostro intervento non richiesto si può misurare dai festeggiamenti che riservano a uno che il nostro commander in chief lo prese a scarpate.
Si è trattato di una guerra di invasione che ha fatto centinaia di migliaia di morti iracheni (quanti, precisamente, non lo sapremo mai), ha reso quel paese un campo di battaglia tra opposte fazioni estremiste, ha prodotto tortura e dolore, ha distrutto i reperti della civiltà più antica di cui si abbia memoria storica e ci ha attirato addosso l’odio furibondo di qualche miliardo di esseri umani che hanno idee parecchio diverse dalle nostre su come (loro) dovrebbero condurre le proprie vite e i propri affari di governo, e non gradiscono che si sia noi a pretendere non solo di dirgli cosa è bene, ma addirittura di imporglielo.
Questo odio ha permesso a personaggi sinistri e macabri di affermarsi un po’ ovunque nel mondo islamico, per lo stesso meccanismo che ha portato qui da noi alle vittorie elettorali di Bush: se l’Altro (loro per noi, noi per loro) è cattivo, allora dobbiamo farci guidare da uno più cattivo di lui. Eventualmente dando un’aggiustatina ai risultati elettorali, se non sono proprio favorevoli. Ahmadinejad? E perché, Bush che fece con Gore? Solo che il primo è un tiranno, del secondo dire questo pare non sia lecito. Mah.
Adesso che la balla dell’esportazione della democrazia non è più spendibile, dato che l’unica cosa che abbiamo esportato è stata la vergogna delle torture e un numero di morti ammazzati infinitamente superiore anche agli stupefacenti record di Saddam; adesso che nessuno può più permettersi di raccontare cazzate su cosa siamo veramente andati a fare laggiù - tutti e non solo gli americani, perché Nassirya non è solo il posto del martirio di quei poverini che ci hanno lasciato le penne, è soprattutto il suolo sotto cui stanno gli idrocarburi acquistati dall’ENI; adesso che delle famose (ma soprattutto fumose) armi di distruzione di massa non è stato trovato nemmeno un flacone di virus del raffreddore; adesso che tutto questo è acquisito, lo sappiamo, è alle spalle, non resta più nessuna scusa a chi si ostina a difendere questa follia. Mi disturba parecchio vedere che in realtà questa gente non ne ha nessun bisogno: candidi, ammettono che sì, probabilmente andare laggiù è stato un errore, ma mica perché era sbagliato in linea di principio; no, anzi, l’idea era giusta ma il problema sono loro, gli iracheni e gli arabi in generale, animali ottusi e riottosi come muli recalcitranti che non hanno saputo apprezzare nulla delle meraviglie che gli avevamo graziosamente recato in dono. Perle ai porci, questa gente meglio lasciarla a casa sua e farli scannare tra loro, e anzi chiudiamoci pure noi dentro casa nostra e se provano ad avvicinarsi lasciamoli affondare in mare, o diamoli in pasto a Gheddafi, che è come loro e sa come trattarli. Salvo però andarci, noi da loro, a prenderci il petrolio. Con quattro soldi quando va bene, con la forza quando conviene.

lunedì 7 settembre 2009

Sindrome cinese



In Cina volevano chiudere internet prima delle Olimpiadi e anche adesso provano a mettere il guinzaglio ai navigatori. Con qualche successo, se è vero che tempo fa pure Yahoo alla fine cedette e fornì alle ruvide autorità cinesi nomi e cognomi di blogger e altri pericolosi controrivoluzionari, che pagarono molto cara la licenza di critica al regime che si erano autoattribuiti. Anche Ahmadinejad non scherza, con risultati però meno spettacolari: le immagini della repressione post truffa elettorale degli Ayatollah hanno fatto il giro del mondo, evidentemente i mullah non sono smanati come i capitalisti di stato mandarini, a imbrigliare le rotte dei naviganti telematici. Di quello che combina Gheddafi non so i particolari, ma viste le affinità esibite e riesibite con il nostro nano alfa – a cui ormai è rimasto solo il libico a cui dare pacche sulle spalle – immagino che non disdegni neppure lui l’arma sempre seducente della censura.
Il Berlusca sta compiendo la sua parabola: ha iniziato riversandoci addosso un fiume di parole che ha rincoglionito l’ottanta percento degli italiani, poi è passato alle urla per impedire che si sentisse anche la voce degli altri e adesso, finalmente, arriva alla pratica che più di tutte rivela il suo concetto del mondo: il manganello. Finora mediatico, almeno per quanto ne so io, ma non mi stupirei se si venisse a sapere che qualcuno ha assaggiato anche quello vero, e non per semplice esagerazione di qualche sodale troppo zelante.
Come i capitalisti di stato cinesi, Silvio nostro ha potere assoluto su tutti gli affari che si trattano e si concludono in questo paese: che si tratti di televisioni o di assicurazioni, di banche o di palazzine, lo zampino suo possiamo star sicuri che lo troviamo sempre ben intinto nel sugo. Una volta disse che il conflitto di interessi non esisteva, perché lui sarebbe uscito dall’aula ogni volta che si fosse votato su temi che lo riguardavano. L’avesse fatto davvero, farlo presidente del consiglio si sarebbe rivelata l’arma migliore per togliercelo dalle scatole: non avrebbe potuto decidere nemmeno quali merendine mettere nel cestino dei bambini. Purtroppo non l’ha fatto, mica è scemo. E, sempre in omaggio alla tradizione mandarina, adesso si è messo a menare legnate contro quel minimo di stampa semilibera che abbiamo ancora in questo paese. Denuncia gente che gli fa delle domande, ne vuole portare in tribunale altra per fargli rimangiare di aver detto che non gli si rizza, quando il primo a dirlo fu Bossi - “Silvio ha la sua età…” - seguito a ruota proprio da Feltri – “dopo l’operazione che ha subito… basterebbe che esibisse il certificato medico…”.
Rispetto all’universo totalitario cinese tutto questo manca di Pathos, sa più di commedia all’italiana che di dittatura, ma conviene non fare troppo affidamento su queste considerazioni: se gli riesce di fare in modo che i quotidiani (e soprattutto i TG) italiani non possano più riportare i titoli di quelli stranieri da lui ritenuti offensivi, l’isolamento del paese è bello che compiuto. Che io o voi siamo capaci di navigare in rete e di leggere le notizie in inglese dove ci pare, a lui non gliene frega quasi niente: quanti siamo noi? In Italia a saper usare un PC è ancora una minoranza di persone drammaticamente esigua, mai ingigantita da quelle “tre i” (inglese, internet, impresa) che rappresentarono, a suo tempo, il suo slogan ultratruffaldino. E in questa minoranza sono ancora meno quelli che masticano uno straccio di lingua, che d’altra parte ai più non servirebbe, perché i giochi in rete e i siti porno si trovano abbondantemente anche in italiano.
La strategia cinese, pure all’amatriciana come la sanno cucinare lui e l’impareggiabile Ghedini, in un paese di semianalfabeti del tutto disinteressati alla tutela dei propri spazi informativi può riuscire ancora meglio che in Cina. Poi, a quel punto, sarebbe inevitabile per il nostro cercare di chiudere la bocca anche alle pulci come me e come voi: spingersi sempre un pochino più in là, non accontentarsi mai, è nella natura del soggetto, e non ci si può illudere che non ci proverebbe. Probabilmente con effetti tragicomici, ma volete scommettere che, magari anche solo per educarne cento al prezzo di una vittima sola, riuscirebbe comunque a far male a qualcuno?

venerdì 4 settembre 2009

Ho perso le parole


Da bambino ero un asso con la penna, o almeno così mi hanno fatto sempre credere i miei insegnanti. Il daimon comunque non ce l’avevo, altrimenti adesso starei scrivendo altro che questi velleitari post destinati più che altro all’onanismo telematico. Com’è come non è, però, le parole le sapevo trovare, e mettevo giù tanti bei temini che invariabilmente mi guadagnavano l’agognato riconoscimento di “bambino molto maturo rispetto alla sua età”. Che, a ripensarci oggi, in fondo voleva dire nient’altro che “saccente”. Per fortuna, più che essere farina del mio sacco, quella roba derivava per un buon novanta percento dal saccheggio, ancorché del tutto inconsapevole, del giornale del nonno, con assunzione piuttosto acritica di giudizi di opinionisti di altri tempi e relativo moralismo.
Passando oltre la feroce autocritica del blogger da cucciolo, mi preme dire che questo fatto di saper trovare le parole mi ha accompagnato sempre: magari ciò che scrivo non sarà piacevolissimo da leggere, ma è preciso.
Ma… Eh, sì, adesso devo dire “ma”.
Da un po’ di tempo io le parole non le trovo più. Non mi vengono, punto e basta. Né quelle ispirate per uno degli infiniti incipit al mio romanzo che un giorno o l’altro sfonderà trionfalmente il muro di pagina dieci, né quelle – che dovrebbero, per l’appunto, almeno essere precise – per esprimere non dico il mio sentire, ma neppure il mio pensiero, durante questo periodo buio della storia di noi bipedi.
Ma come si fa a trovare le parole per penetrare la corazza di gente che se gli parli del razzismo che ormai imperversa, dell’omofobia, del conformismo abietto che tutti ormai sembrano praticare, ti guarda come fossi scemo e ti risponde “embè?”.
E fosse solo questo: ribattono pure colpo su colpo con argomenti che sembrano surreali, e che però per loro devono essere verità lapalissiane, data la tracotanza con cui pretendono di imporli. Gli immigrati? Ok a ributtarli in mare, che da noi vengono a rubare e stuprare; gli omosessuali? I froci, vorrai dire… Ah, vabbè…; e la corruzione… sì sì, però quando c’era Craxi i soldi giravano e la gente era felice, guarda che hanno combinato con Mani Pulite. E via sragionando. Con la sicumera di chi sa di essere maggioranza, e da questo trae legittimazione: siamo in tanti, siamo nel giusto, sei tu quello sbagliato. Non c’è contatto emotivo, quello che dico io non li tocca neppure e quello che dicono loro a me fa l’effetto di una salva di randellate, mi offende, mi indigna, mi provoca una rabbia che mi obnubila la mente e mi fa perdere il lume della ragione.
Le parole servono per comunicare, ma per fare questo bisogna volerlo in due. Loro non l’hanno voluto mai. Io non lo voglio più.
Per questo, di fronte a questo, mi sento sopraffatto e la voglia di confrontarmi non mi sostiene più.
Non so quando è successo, ma alla fine è andata così: ho perso le parole.

lunedì 17 agosto 2009

Un pessimo Paragone

In questa giornata torrida di un mese torrido di un’estate torrida, con Roma deserta e desolata sotto il sole che scioglie l’asfalto e il Gattopuzzo a tirare con i denti fino all’agognata partenza per le ferie, bisogna darsi un compito facile, altrimenti anche scrivere diventa una tortura. Insomma, il classico tiro a segno sulla croce rossa, che è sleale ma oggi è l’unica cosa che mi riesce di fare.
Meno male che c’è la razza padana, che in questi casi si presta davvero a meraviglia alla bisogna.
Dunque, Libero , degno giornale di cotanto popolo, pubblica un articolo a firma Gianluigi Paragone che non si può leggere in chiaro (sembra incredibile, ma evidentemente c’è qualcuno disposto a pagare per leggere questi qui) e che reca il titolo "Ridicola sinistra se ora gioca con la gru". Chi fosse interessato, comunque, lo può trovare nella rassegna stampa on line del Senato.
Il sofisticato ragionamento di questo raffinato intellettuale si articola secondo il seguente iter logico: atteso che i lavoratori della INSSE hanno vinto la loro battaglia a difesa del posto di lavoro issandosi su un gru e restandoci finché qualcuno non si è fatto carico del loro problema; dato che costoro hanno già trovato imitatori nei vigilantes che si sono accampati sul Colosseo e in un altro combattivo gruppuscolo di operai di una fabbrica laziale che sta chiudendo i battenti; accertato che la crisi è tutt’altro che finita e in autunno saranno migliaia le imprese che non riapriranno; date tutte queste premesse, ci aspetta verosimilmente un allarmante proliferare di queste iniziative pericolose per chi le mette in atto e socialmente dirompenti, perché sarà impossibile confezionare salvagente per tutti. E male fa il sindacato a rallegrarsi della vittoria di questi moderni stiliti, che rappresenta invece uno scavalcamento del sindacalismo.
Tutto questo può essere anche vero e anzi probabilmente lo è, ma le argomentazioni “ancillari” a questo filone argomentativo principale riescono contemporaneamente a far ridere per la pochezza e a far incazzare per la malefede. Unico dato positivo: adesso sappiamo che anche l’ottimismo d’ordinanza del valoroso manipolo dei giornali governativi registra qualche defezione, se un pasdaran come Paragone – già vice direttore di Libero, se non ricordo male, e ora ahimè del TG1, coi soldi nostri - si lascia sfuggire che “Centinaia e centinaia di lavoratori si ritroveranno a casa, alcuni scoperti dagli ammortizzatori […]”, alla faccia degli editti comunicativi del Berlusca che ancora va apparecchiando a chi ci vuole credere la frottola - di indubbio impatto mediatico, nel paese dei proclami - che “nessuno sarà lasciato indietro”.
Il nostro bravo opinionista si lascia andare ad una autentica intemerata: “Mi viene davvero difficile pensare che il sindacato […] possa davvero esultare per questa ‘nuova protesta di lotta non violenta’. Non violenta un corno! Mettere a repentaglio la vita è un gioco al ribasso. Aggiungo, squallido. […] Questo è un ricatto.” Il perché? Ma è ovvio: “Se un imprenditore chiude non lo fa mai a cuor leggero. Dobbiamo uscire dallo schema culturale cui ci spingono i sindacati e certe penne pseudo-riformiste (complice il balbettamento della
Confindustria) per cui i lavoratori sono sempre eroi mentre gli imprenditori, egoisti e carogne. […] A nessuno fa piacere mettere la gente per strada. […] chi chiuderà non lo farà comunque a cuor leggero
”.
Insomma, indulgenza per gli imprenditori, che hanno un cuore anche loro. Io personalmente non ho motivo di dubitarne, ma fa un po’ strano sentire parole così toccanti, al limite dell’intenerimento, dalle stesse bocche che pochi giorni fa hanno vomitato contumelie in grande copia sulle donne tutte, che invece un cuore non ce l’hanno e quando ricorrono all’aborto lo fanno con evidente compiacimento, tanto che ora addirittura vogliono rendere più dilettevole la pratica risolvendola con una caramella chimica che le sottrarrà, fellone, anche al giusto – benché minimo – castigo che è il ferro del chirurgo, unico residuo dei rischi mortali del tempo che fu. C’entra come i cavoli a merenda? Mica tanto: la lista dei condannati e degli assolti la dice tutta sulla scala dei valori di questa gente, su chi siano secondo loro i buoni e i cattivi, i soggetti da tutelare e quelli da mettere sotto schiaffo.
Ma il meglio arriva quando Paragone chiama in causa la cultura, anzi: nientemeno che la letteratura, benché di stampo scientifico-filosofico. E’ un’esposizione non meno che azzardata, dato il rapporto non proprio amichevole che notoriamente intercorre tra il popolo padano e tutto ciò che l’ingegno umano ha affidato alla carta stampata: “Secondo una certa letteratura l’imprenditore pensa solo al suo portafoglio, a danno dei lavoratori. Questa letteratura si incastra con il pensiero diffuso a sinistra[…]”.
Questa “certa letteratura” tanto cara alla sinistra, come la chiama nella foga della pugna il generoso e temerario Paragone, sta scritta nelle primissime pagine di tutti i libri di economia, da quelli dei ragionieri fino ai trattati dei premi Nobel. E c'è chi ne fa il motore stesso dell'economia, in particolare quelle teorie e quei sistemi di pensiero che hanno sempre rivendicato il diritto dell’imprenditore, per non dire il dovere, a perseguire il massimo profitto, e nient’altro che quello; o, se non lo hanno rivendicato, lo hanno comunque sempre accettato come dato di fatto, come premessa alla base di qualsiasi teoria: l’imprenditore ha un capitale e vuole accrescerlo. Punto.
Questo prima dell’avvento del pensiero di Paragone, ovviamente.
La teoria economica, così rudemente sconfessata, torna però buona e utile qualche riga dopo: “[…] non è esponendo il proprio corpo a un pericolo che si terranno in vita aziende decotte. Le aziende nascono e muoiono in virtù di diversi fattori, il più importante dei quali è l’incontro tra domanda e offerta[…]”. Meno male, almeno una delle leggi fondamentali l’abbiamo salvata.
Ma il sollievo dura poco, pochissimo, che ci aspetta la filippica finale: “Certo, è difficile da accettare in un Paese che generò l’equivoco già dall’articolo uno della Costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Un equivoco dogmatico che ha attrezzato una sociologia del lavoro, un diritto del lavoro una politica del lavoro, insomma un armamentario ideologico base di tanti equivoci nella dialettica tra industriali e lavoratori. L’icona del lavoratore che si immola su una torre o una gru o sul tetto rischia di essere l’ultimo abbaglio di una sinistra e di un sindacato in profonda crisi di identità. Esattamente come era stata la battaglia sui precari, dei quali il simbolo fu l’operatore del call center. Non c’era dibattito — ricorderete - in cui non usciva fuori il telefonista come caso emblematico del precariato. I dati elettorali e la segmentazione avrebbero dimostrato che per i giovani non esisteva nessun dramma precariato; avevano capito le opportunità di una equilibrata flessibilità[…]”.
Dice che l’antiberlusconismo non paga, che con gli avversari bisogna dialogare fino a trovare un punto d’intesa. Ma con uno così, uno che ad un certo punto dice pure chiaro e tondo che le proteste degli operai sono destinate a diventare più che altro un problema di ordine pubblico; con uno come questo, e soprattutto con quelli per cui lui scrive, mi sapete dire che cosa potrò mai avere a che spartire, a parte la disgrazia di essere nati sullo stesso suolo?

mercoledì 29 luglio 2009

La scuola nuova

Ormai è sicuro: il prossimo ministro dell’Istruzione sarà Fiorello, con Max Giusti e Teo Teocoli come sottosegretari. Il primo con delega alle aree rurali, il secondo al gergo da curva sud, assurto agli onori di lingua nazionale grazie all’efficace pressing di politici di nuova leva come il già candidato sindaco a Firenze Giovanni Galli e di sempreverdi come l’onorevole Matteo Salvini. Quest’ultimo vorrebbe peraltro ampliare lo spettro delle nuove materie di insegnamento, inserendo nei programmi obbligatori del ministero i coretti da stadio e gli sfottò tra tifosi, espressione genuina delle nuove forme di comunicazione ampiamente sperimentate dai giovani e ingiustamente trascurate da una scuola paludata e troppo attaccata al proprio vuoto ritualismo linguistico.
La svolta si deve a Roberto Calderoli, che invocando l’esame in dialetto locale per gli aspiranti professori in trasferta ha sollevato – probabilmente senza volerlo – un caso ben più grande di lui (alcuni commentatori hanno notato che non ci vuole molto, a onor del vero).
Una volta accettato il principio, infatti, non c’è voluto molto per trarne le conseguenze: se un professore di Barletta che vuole insegnare a Belluno deve saper parlare il dialetto di quella zona, quanti dialetti dovrebbe saper parlare un dirigente scolastico regionale? E soprattutto, quanti ne dovrà parlare il ministro?
La logica ferrea che - come è giusto - governa implacabilmente le scelte delle nostre istituzioni non ha lasciato scampo: gli unici candidati veramente autorevoli per un incarico di questa delicatezza sono gli imitatori. E neanche tutti: a fronte dell’evidente improvvisa carenza di personale dirigenziale scolastico seguita all’adozione dei nuovi criteri di selezione, hanno provato in molti ad avanzare la propria candidatura, ovviamente subito respinta dalle inflessibili commissioni selezionatrici. Tra le vittime più illustri Fabio Fazio, che proditoriamente si era proposto come viceministro in virtù dei suoi lontani esordi nel mondo dello spettacolo e di una datatissima imitazione di mike Bongiorno; al popolare presentatore è stato fatto osservare che competenze di quel genere potevano al massimo tornargli utili per candidarsi a preside del liceo italo-americano, incarico per il quale erano però scaduti i termini di presentazione della domanda; avendo contestualmente ricevuto notifica della chiusura di Rai Tre per inosservanza linguistica (pare che in molti dei suoi personaggi di punta si sia riscontrata una eccessiva inclinazione alla calata vetero-sovietica, benché latente e non rilevabile a orecchio nudo), Fazio risulta ad oggi disoccupato. Stessa sorte per Neri Marcorè e Corrado Guzzanti, nonostante l’indiscutibile talento.
Non mancano, comunque, le sorprese e i ritorni: tra i nuovi provveditori agli studi troviamo il mitico Bagaglino al completo, da Gianfranco d’Angelo a Martufello passando per Aída Yéspica (che non parla dialetti ma ha un body language giudicato transanazionale quanto l’esperanto: per unanime decisione del consiglio dei ministri, sovrintenderà all’insegnamento nelle scuole tecniche professionali a prevalente presenza maschile, come quella per tornitore in fabbrichètta); una menzione speciale per Leo Gullotta, comunista e gay, e quindi candidato di bandiera in nome del pluralismo e della tolleranza. Nei ranghi più bassi della gerarchia spopolano applauditissime compagnie di giro, che mai avrebbero immaginato una simile – meritatissima, aggiungiamo noi - opportunità di diversificazione del loro core business: approdano alla dirigenza scolastica nei più prestigiosi licei della penisola mostri sacri del poliglottismo italico come Max Tortora, ma anche artisti della comunicazione dal talento cristallino come I Fichi d’India, che non parlano alcun dialetto ma hanno la rara abilità di infiltrare i loro motti di spirito nel linguaggio giovanile di tutte le regioni della penisola, raggiungendo l’obiettivo della parlata dialettale mediante il percorso inverso: sono i dialetti e i gerghi di branco a conformarsi alla loro lingua.
E mentre, in nome della meritocrazia, la discussione istituzionale verte ora sulla composizione delle commissioni e sui criteri di selezione da adottare in futuro (Salsomaggiore? Sanremo?), duole rilevare che c’è almeno un’ombra a oscurare la nitidezza cristallina di questo attesissimo provvedimento: è ancora incerto il ruolo di Pippo Franco. Impossibile nominarlo ministro, come il curriculum avrebbe voluto, per oggettiva scarsa capacità di calarsi in dialetti diversi dal suo, è però vero che l’uomo è uno dei padri nobili del filone culturale d’appartenenza dei neodirigenti scolastici; sembra quindi poco equo il proposito del presidente del consiglio, che intenderebbe affidargli una cabina di regia, manco fosse un Miccichè qualsiasi.
Sarebbe ancora lungo l’elenco dei candidati e dei prescelti, ma lo spazio tiranno ci impedisce di dare a tutti loro il giusto lustro; in chiusura, però, ci sia consentito di rendere il dovuto omaggio a quei grandi personaggi che purtroppo non sono più tra noi, e che una concezione elitaria e snobistica della cultura ha sempre escluso dai ruoli di responsabilità a cui avrebbero avuto pieno titolo di accedere: non facciamo nomi, tanto l’elenco sarebbe lungo, ma una riflessione è d’obbligo: che meravigliosi ministri sarebbero stati un Alighiero Noschese, un Gigi Sabani, ma anche l’indimenticato Franco Lechner, il grande Bombolo: l’onesto faticatore dello spettacolo Calderoli continua indefessamente ad imitarli, ma si sa che far ridere è sempre stato più difficile che far piangere. Che a sua volta è più difficile del far incazzare. Che è l’unica cosa che lui sa fare.

giovedì 16 luglio 2009

Se quindici anni vi sembrano troppi (e diciannove allora?)


C’è stata la condanna a 15 anni per il barista e il figlio che qualche mese fa ammazzarono a sprangate un ragazzino di colore di 19 anni che aveva rubato loro un pacco di biscotti. Il Corriere.it dà la notizia e permette ai lettori di commentarla, con i risultati che seguono. Ci sono per fortuna anche moltissime opinioni di segno contrario a quelle del campione che riporto, ma una buona metà, forse appena qualcosa di meno, sono su questo tono. Raggelanti.

Ma come si fa....
16.07|17:42
m.clyde
...ad esultare per una sentenza di condanna di questo genere? Ma come si fa a tirare in ballo il razzismo? Ma come si fa a giustificare la teppaglia che mina il nostro vivere civile, per il quale abbiamo faticato per generazioni? Io sinceramente non capisco. Qualcuno mi aggredisce, viola la mia proprietà, io reagisco per difendere il mio lavoro..... e il mascalzone sono io? E in più sono pure razzista? La realtà dei fatti è differente, c'è stato un furto, c'è stata una reazione, una violenta colluttazione e un disgraziato ci ha rimesso la vita. Punto. Nero o bianco o giallo, non cambia le cose. Se quel ragazzo non fosse entrato a rubare nel negozio, i due negozianti non lo avrebbero mica aggredito!! Se il gruppetto di sbandati (e c'erano anche bianchi, mi pare) non avesse accettato la rissa, non sarebbe morto nessuno. La morte è stata casuale: una bastonata che colpisce un punto vitale. Capita nelle risse. Per questo la gente civile tende ad evitare. Ma naturalmente i mascalzoni se ne approfittano. Ti aggrediscono, ti intimoriscono e fanno i loro comodi. Come cittadini, non lo dovremmo accettare. Chi si difende (salvi i casi di sproporzione tra i mezzi impiegati e non è questo il caso) dovrebbe comunque avere ragione ed il diritto alle attenuanti. A meno che non si voglia accettare la regola che se si viene aggrediti non ci si possa difendere, pena l'essere considerati colpevoli! E' una cosa pericolosa per tutti, bianchi e neri, donne e uomini. Vuol dire lasciare campo libero alla legge del più forte. Pensiamoci....

Solo una domanda...
16.07|17:40
Warin_viggosen
Alla luce dei numerosissimi casi d'immigrati messi in libertà subito dopo aver commesso ogni genere di reato, dal furto all'omicidio, passando anche per lo stupro e lo spaccio, e sempre a danno d'Italiani, siamo certi che se il ladruncolo fosse stato italiano ed i due assassini stranieri (cinesi, arabi, africani, albanesi... ) la sentenza sarebbe stata la stessa? ...La sensazione è che la magistratura infligga le pene con 2 pesi e 2 misure, a seconda dell'appartenenza etnica dei delinquenti e delle vittime: possibile che ogni volta che il carnefice è straniero e la vittima italiana, il criminale non paghi o paghi pochissimo, mentre a parti invertite, il criminale paghi col massimo della pena? ...Se la Giustizia è uguale per tutti, perché questa forma di vera e propria DISCRIMINAZIONE RAZZIALE a danno esclusivo degli italiani?

il problema non è l'episodio in sè, giustamente e severamente punito, ma il clima che si respira. Molti extracomunitari nelle grandi città sono arroganti e prepotenti, chiusi nei loro ghetti di giorno, allo sbando la notte, e gli abitanti non li reggono più, sono stufi dei loro soprusi e della loro maleducazione. Credo inoltre di aver letto che l'ambulante avesse avuto altre rapine e avesse temuto che il ragazzo stesse fuggendo con la cassa e non con un pacco di biscotti. Per inciso i biscotti, uno, pochi o un pacco si dovrebbero pagare, sempre, almeno io faccio così e cosi insegno ai figli. Sarà pur vero che gli immigrati disonesti sono pochi, ma allora mi spiegate perchè nelle carceri il loro rapporto sta dieci a uno nei confronti degli italiani? La pazienza non può stare da una parte sola, gli extracomunitari integrati spieghino ai loro connazionali quali sono le regole del vivere civile in Italia, o temo che la situazione degenererà investendo anche gli onesti.
assurdo....

16.07|17:11 madmax2
criminali rumeni che investono vecchiette x la strada o che violentano nei parchi liberi subito e due signori che si difendono da un furto 15 anni.....siamo al ridicolo davvero
girare alle 5 è pericoloso

16.07|17:11
ambroeus
Che ci sia stato un abuso di violenza è scontato ma che tutti i giorni i nergozianti siano nel mirino di tutta questa gentaglia che pretende di venire in italia e fare i propri comodi è altrattanto vero - i veri razzisti siete voi che continuate a difendere chi per primo non rispetta le regole -
Omicidio Volontario Aggravato: non sono d'accordo

16.07|17:11
degrisy
Ma come si fa a dire che padre e figlio abbiano commesso un omicidio VOLONTARIO? Non e' accettabile!!! A questo punto perche' non considerarla pure associazione a delinquere (erano in due, ma la moglie non e' intervenuta solo perche' stava dormendo). Questi sono i magistrati italiani. Vergogna!
concordo con francescadaoui

16.07|17:11
rasiera
Anche questo avvenimento dimostra una cosa, non possono esistere società multietniche pacifiche. Non lo era la Jugoslavia, non lo sono gli Usa, dove andrà sempre peggio, non lo è la Francia, dove ieri sono scoppiati nuovi disordini nelle banlieus e non lo sarà mai nessuna nazione europea, sicché stop immigrazione, salviamo il nostro futuro.

martedì 14 luglio 2009

mercoledì 8 luglio 2009

La tragedia di un uomo ridicolo

Un ritorno trionfale dopo una brevissima eclissi, un consenso oceanico, un paese innamorato di lui, una luna di miele come nessun capo di governo ha mai avuto: che poteva sperare di meglio? Quello che non è riuscito a noi “poveri comunisti”, come ci ha definito, è riuscito però a lui medesimo: farsi lo sgambetto sulla strada che porta al Colle.
Ci credeva davvero, stavolta. Conoscendo il soggetto ci crede ancora, ma ormai si mette male. Non tanto per puttanopoli in sé, che l’italiano medio un presidente puttaniere lo apprezzerebbe parecchio; più che altro, è l’immagine internazionale che si sta sciogliendo come un murale fatto coi pastelli quando piove. E lui urla al vento la sua disperazione, è il megacomplotto dei poteri forti del mondo contro uno del popolo che si è fatto da sé: Murdoch, Obama, la Merkel, il Financial Times, The Guardian, Zapatero, la Spectre, il dottor Destino e Superpippo, tutti contro Silvio.
Però, purtroppo, se uno vuole fare lo statista non è che può prescindere proprio del tutto dal contesto internazionale in cui è collocato il suo paese. La tentazione dell’autarchia è forte, e quasi incoraggiata da un popolo che non si è mai distinto per eccesso di internazionalismo; la via di fuga da questo lato, però, forse è troppo pericolosa anche per uno rotto a tutti i colpi di mano come lui: uscire dall’euro e dall’Europa, ridurre definitivamente il paese in miseria e tagliarlo fuori dai sentieri maestri della Storia per i prossimi cinquanta anni. Ai contemporanei riusciresti pure a darla a bere, perché degli italiani non c’è da fidarsi troppo e sarebbero disposti a seguirti anche in questa follia, come già settanta e passi anni fa osannarono le invettive del Duce contro la perfida Albione. Ma i posteri? E’ così che vuoi essere ricordato, Silvio? No, tu vuoi il tuo mezzobusto nella galleria dei padri della patria, e meno male, alla fine sarà la tua megalomania la nostra unica speranza di salvezza. Anche se non sono del tutto sicuro che non vada a finire male, magari non per tua esplicita iniziativa, ma perché qualcuno ti farà il regalo di pregarci gentilmente di accomodarci fuori. Ma se nessuno ti farà la grazia, il tuo destino è segnato: all’apice del successo e contemporaneamente al tramonto, pugnalato da te stesso, impotente e accidioso di fronte allo specchio che restituisce l’immagine del puttaniere, e non dello Statista. Eppure ho fatto quindici anni di storia italiana, eppure mi amano a milioni…
Deve essere brutto davvero: passi una vita a cercare di evadere da te stesso – brutto, piccolo e cafone -, sali sulla scala del potere arrampicandoti su sacchi di soldi impilati, non potendo svettare per evidente carenza di phisique du role riesci ad abbassare il livello di un popolo intero pur di emergere un pochino al di sopra (quel tanto che ti permettono i rialzi delle scarpe), solo per accorgerti che nemmeno così potrai essere universalmente amato. Ah, fossi nato cinquant’anni prima! Ma oggi no, isolare tutto il paese, ma proprio tutto, al tempo di internet… non è fattibile. Non si può fare in Iran, figurati qui. Chi guarda fuori è minoranza vessata, irrisa, sbeffeggiata, silenziata perfino, ma c’è. E ti restituisce impietosa l’immagine ridicola che vede negli occhi di chi ti osserva da fuori i confini. Non puoi isolare l’Italia come vorresti, tuo malgrado siamo nel mondo e non possiamo chiuderlo fuori. E nel mondo il tuo canto ipnotico risuona per la cacofonia che è e non incanta nessuno: quelli hanno orecchio e cultura musicale molto superiore a quella degli italioti. E così, Silvio, non ti resta che guardarti allo specchio: c’eri quasi riuscito, ma ciò che davvero sei ti ha impedito di spiccare il volo. Forse, chissà, il tuo inconscio ha voluto impedirtelo. Forse c’è in te una parte più onesta di quanto tu stesso mai avresti voluto, ed è stato questo improvvido grillo parlante che, non potendo ricondurti alla ragione, pur di fermarti ti ha spinto al passo falso. Non hai saputo contenerti, non hai saputo usare discrezione, solo quella è la differenza tra te e puttanieri sublimi come Mitterand, come JFK, che forse ne hanno fatte di peggio delle tue, ma avevano classe da vendere. E (last but not least) le donne non le pagavano ed erano pure statisti veri. Peccato, Silvio: ad un passo dalla vetta, hai perso la maschera ed è apparso il volto del satiro. Poi magari in vetta qualcuno ti ci porterà lo stesso, ma non sarà la stessa cosa. Nella Storia ormai ci sei, ma non so se puoi esserne davvero felice. Il controllo spasmodico che eserciti oggi sulla parola detta e scritta, quello stesso controllo che già mostra di soffrire la distanza di quegli organi internazionali a cui non puoi mettere la sordina, come potrà mai reggere al tempo? Cosa si penserà di te, quando non sarai più qui? Il tuo incubo è un libro dalle pagine tutte bianche, in attesa della penna che lo vergherà con la tua storia che ormai in gran parte è già scritta e ti condanna. E non ti rimane più molto spazio per cambiarla, il tuo tempo è già molto in là, quello che sei non potrai esserlo ancora molto a lungo. Erano altre le cose che avresti voluto scrivessero di te, ma ormai è troppo tardi per cambiare il corso di quelle penne future. Tu provi ad eternare il tuo controllo proiettandolo disperatamente nel futuro attraverso una cultura di massa imbarbarita, ma un giorno verrà qualcuno che finalmente si sentirà libero, e parlerà! Pensa, Silvio: che si dirà di te, tra cinquant’anni?

martedì 7 luglio 2009

Preti che hanno ancora qualcosa da insegnare

Signori, chapeau!

Don Paolo Farinella, prete e biblista della diocesi di Genova, ha scritto al Cardinal Bagnasco (suo vescovo, oltre che presidente della Conferenza Episcopale Italiana). La lettera mi è giunta da Cristiana, ma circola in rete da parecchi giorni. Parla di Puttanopoli e molto altro. E mostra come anche nella Chiesa italiana qualcuno con la schiena veramente diritta c'è ancora. E anch'io, agnostico e razionalista lontano mille miglia dal Cattolicesimo, mi sento in dovere di rendergli omaggio.



Lettera al Cardinal Bagnasco
di don PAOLO FARINELLA



Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di “frequentare minorenni”, dichiara che deve essere trattato “come un malato”, lo descrive come il “drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio”. Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la “verità” che è la nuda “realtà”. Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi “principi non negoziabili” e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono “per tutti”, cioè per nessuno.

Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi.

Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi “parlate per tutti”? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.

I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra a stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con “modelli televisivi” ignobili, rissosi e immorali.

Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa?

Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita “dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale”? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché “anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa”. Voi onorate un vitello d’oro.

Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da “mammona iniquitatis”, si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che – è il caso di dirlo – è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: “troncare, sopire … sopire, troncare”.

Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una “bagatella” per il cui perdono bastano “cinque Pater, Ave e Gloria”? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: “Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix” (La Stampa, 8-5-2009).

Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).

Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei “per interessi superiori”, lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.

Lei ha parlato di “emergenza educativa” che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei “modelli negativi della tv”. Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del “velinismo” o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.

Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: “Non licet”? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro “tacere” porta fortuna.

In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete

Per chi volesse sapere qualcosa di più su don Farinella (a me sconosciuto fino a pochi minuti fa): http://it.wordpress.com/tag/don-paolo-farinella/

lunedì 6 luglio 2009

Sulla cattiveria

Cattivo! – ti dicevano da piccolo, quando ne combinavi una un po’ peggiore del tollerabile. Ma te lo dicevano pure gli amichetti e le amichette, se esageravi in esuberanza e facevi male a qualcuno, o eri prepotente. Il sottinteso era che essere cattivi è qualcosa di sbagliato, di ripugnante, e bisognerebbe invece sforzarsi di essere buoni.
Non so se tra i pargoli d’oggidì è ancora in voga l’uso di questo aggettivo in chiave di riprovazione; certamente non lo è tra gli adulti, che anzi sembrano apprezzare (ma questo da sempre, per la verità) una certa esibizione di cattiveria per i motivi più svariati: molti ritengono che sia un pregio per i militari, che se cattivi sarebbero più determinati nel combattere il nemico, così come per gli sportivi. Ci sono poi i cantori della natura ferina dell’essere umano, che apprezzano la cattiveria in quanto istinto primordiale e naturale, contrapposto all’essere buoni che sarebbe – secondo loro – una finzione indotta da incrostazioni culturali deteriori (ci metterei molta destra estrema in questa autogiustificazione della violenza). E ci sono quelli che sono cattivi e basta, che non stanno nemmeno a prendersi il disturbo di rivendicarne il diritto e anzi se ne stanno belli coperti, che gli fa più comodo se nessuno se ne accorge, che sono cattivi.
Tutta questa gente, dagli ideologi della cattiveria ai cattivi nella vita quotidiana, c’è sempre stata. Però erano pochi, e se pure erano tanti avevano comunque paura a venire allo scoperto, perché certi della condanna, magari ipocrita ma pur sempre stigmatizzante, della società. Oggi invece assistiamo all’esibizione truculenta e soddisfatta della cattiveria e soprattutto dei cattivi, in un moto catartico collettivo che finalmente li legittima e li libera dalle pastoie scomodissime della buona educazione, della moralità, del patto implicito di civile convivenza tra esseri umani. Che li libera anche dalla legge, che si torce e si deforma per poter assimilare, includere e infine giustificare gli atti di chi alla liturgia della Giustizia preferisce il rito orgiastico dell’ordalia.
Ieri a Roma un rifugiato politico congolese che si guadagna da vivere mettendo la pubblicità nelle cassette postali dei palazzi è stato aggredito nell’androne di un condominio da un tipo che poi, inseguendolo, ha trovato pure due altri complici spontanei, che si sono volentieri aggregati al tentativo di linciaggio improvvisato probabilmente senza neppure sapere perché quell’altro stava inseguendo quella persona. Gli è bastato il colore della pelle per decidere chi aveva ragione e chi torto.
Ma episodi così ormai succedono tutti i giorni e non lo riporterei, se non fosse per la frase surreale che gli hanno urlato nelle orecchie mentre lo pestavano: “Noi facciamo la volontà del Governo italiano”.
Difficile dargli torto: pochi mesi fa il Ministro dell’Interno ha esortato con un certo compiacimento ad “essere “cattivi” nei confronti degli immigrati, per scoraggiarli dal venire da noi. E, coerentemente, ha intrapreso la politica dei “respingimenti” (gente ributtata a morire in mezzo al deserto o, quando va bene, nelle carceri libiche) e ha predisposto un “pacchetto sicurezza” di chiaro stampo razzista, con tanto di ricorso a ronde parafasciste di cittadini “volonterosi” che non si fa fatica a immaginare violenti e, appunto, “cattivi”.
Chi vive in una grande città non può fare a meno di notare l’incremento esponenziale di gente che vive in strada: la voglia di pogrom è rivolta soprattutto ai Rom, Sinti o Kokaranè che dir si voglia, ma ci sono anche tanti altri disgraziati, spesso italiani messi pure peggio dei Rom. Marco Lodoli, nella cronaca di Roma di Repubblica di ieri, osservava come a questi poveracci abbiano tolto pure la possibilità di ripararsi nei corridoi sotterranei della stazione Termini, “bonificati” – è il termine usato per l’operazione – dalla loro presenza manco fossero ratti.
E pure qui: si è sgolato, il sindaco Alemanno, a condannare episodi di violenza razzista come quello descritto prima, ma come si fa a credere a uno che stigmatizza il razzismo con una celtica al collo? E infatti i suoi veri sentimenti sono sotto gli occhi di tutti, scritti nelle facce e sui corpi dei poveracci che vediamo trascinarsi per i marciapiedi. Spesso vittime di violenze che nemmeno denunciano, così che l’impressionante emergere di episodi di razzismo e di gratuita cattiveria è solo la parte visibile di una realtà dalle dimensioni molto, molto maggiori.
Quello che fa veramente rabbia è la vigliaccheria: ci hanno incitato alla cattiveria, ma al coraggio no, e infatti le vittime sono sempre quelli che non si possono difendere: stranieri già terrorizzati dalle forze dell’ordine – e che molto difficilmente, quindi, le chiamerebbero in soccorso – aggrediti in branco; ragazzini vessati per mesi da gang di compagni di scuola perché “sei un frocio”, chiaramente sempre dieci contro uno; gente che vive in strada, affamata e debilitata, picchiata e data alle fiamme da ragazzotti annoiati ipernutriti e tendenti all’obesità.
Se proprio volete essere cattivi, perché invece di prendervela con chi non si può difendere non andate a dimostrare la vostra esuberanza virile a qualcuno di quei ragazzoni africani formato armadio che spesso si incrociano per le nostre strade? Uno contro uno, però. E senza armi.

giovedì 2 luglio 2009

Quando le stelle si spengono


Insomma, fateci capire: lo stile fresco della Serracchiani andava bene finché era artificiale, e non va più bene quando se ne esce con un apprezzamento veramente naive sulla simpatia di Franceschini?
Per chi si fosse perso l’antefatto: Curzio Maltese ha intervistato la Debora facendole delle domande vere, cosa sempre più rara in questo paese; le ha anche chiesto se per caso il tanto invocato coraggio non manchi a lei per prima, che non ha osato lanciare la sfida per la segreteria, preferendo invece appoggiare la corsa del segretario attuale. Lei ha risposto a tutto, in modo convincente o no dipende dai gusti di chi legge, e ha aggiunto alle ragioni “ortodosse” del suo appoggio a Franceschini il fatto che è simpatico, mentre Bersani puzza di apparato come il suo sponsor D’Alema. Ne è nato un fuoco di fila di reazioni scandalizzate, solidarietà al Baffo, richiami alla serietà, rampogne all’ingenuità.
In questa storiella io ci leggo questo: la Serracchiani sta emergendo non grazie al sostegno del partito, ma anzi a dispetto dei notabili. Non può lanciare alcuna sfida perché la sindrome dei giochetti di palazzo non affligge solo i vecchi e i big del partito ma pure i giovani, che invece di andarsi a cercare il consenso sul territorio preferiscono posizionarsi nell’area d’influenza di questo o di quell’altro capobastone, e quindi non l’appoggerebbero. Insomma, questa ragazza si è cacciata in un vicolo cieco: non ha baciato l’anello di nessuno e la sta pagando con l’isolamento. Prova ad uscirne lasciando segnali a chi vuole intendere: dice senza peli sulla lingua da che parte stanno, secondo lei, le responsabilità della disfatta, e chiama in causa l’eterno aspirante Andreotti col baffo, il reuccio dell’inciucio, mai diventato imperatore e però signore di diverse centinaia di migliaia di tessere. Come dire: io mi espongo, vi dico da che parte sto, vediamo se qualcuno vuole combattere questa battaglia. La risposta è desolante: un linciaggio politico.
L’intera classe dirigente del PD si è chiusa come un sol uomo non appena è stato toccato uno dei suoi mammasantissima, difeso anche da gente che volentieri se lo impalerebbe davanti all’uscio di casa come trofeo: il Baffo è cosa loro, guai se a cucinarselo ci prova una parvenu.
Io il PD non lo voto e quindi il mio interesse è relativo, ma se Franceschini non vince nettamente il congresso il destino di questo partito è segnato: la Serracchiani e le altre poche meteore che sono sfilate in un momento di provvidenziale eclissi delle stelle fisse di quel cielo plumbeo scompariranno sotto l’orizzonte, nella stessa notte che sei anni fa inghiottì Cofferati (che pure proprio estraneo all’apparato non era). Alla Debora sono saltati alla gola in cinquanta per farle fare la figura della cretina: se si impugna come una clava l’unica battuta poco felice di un’intervista - per il resto ineccepibile - vuol dire che quella persona la si stava aspettando al varco.
la Serracchiani, insomma, invece di essere apprezzata per i consensi che ha raccolto, si è fatta un sacco di nemici tra chi da quel successo si sente minacciato. Ma come fa una a diventare leader se non c’è un gruppo disposto a riconoscerla come tale? Ha detto una cazzata? Forse. Ma se ci fosse stata la volontà di farla crescere e affidarle delle repsonsabilità, quella cazzata non sarebbe diventata il fulcro di tutte le reazioni alla sua intervista. Anzi, presto sarebbe stata dimenticata e lei portata in gloria. Del resto, basta guardare come fanno dall’altra parte: il Berlusca e la sua compagnia di saltimbanchi sono cazzari seriali, ma c'è un plotone intero di colonnelli che stanno lì ad affannarsi per coprire, minimizzare, smussare, insabbiare; mica per sputtanarli. Ma le stelle del cielo del PD persistono imperturbabili nella loro orbita fissa, e dal vuoto che avvolge i loro moti siderali scrutano la Terra lontana. Non si lasceranno staccare, da quel cielo, come dalla carta azzurra che fa da sfondo ai presepi: il destino che gli è toccato in sorte se lo vivranno fino in fondo, fino all'ultima scintilla del loro lunghissimo, malinconico tramonto. Dopo il quale resterà soltanto il buio.

domenica 28 giugno 2009

Registi de firm de paura


Ve lo ricordate il mitico Corrado Guzzanti in non so più quale delle tante trasmissioni esilaranti degli anni ’80 – ’90? Quando faceva , appunto, il regista di film “ de paura”. La realtà l’ha superato da parecchi anni, con tutta una classe politica a lucrare sull’uomo nero: che ruba, stupra, ammazza, rapina, ci rovina il sonno ed è pure brutto, tutto sporco e sporca pure le nostre linde (?) città. Bisogna averne paura? Sììììììì!!!!! E chi ci proteggerà? Le rondeeeeeeee!!!!!!!!!
Però mica di tutto tocca aver paura: state a sentire come si incazza l’onorevole ministro Tremonti – regista “de paura” ben più in gamba di Guzzanti - se qualcuno pubblica un bollettino in cui ci sono scritte nero su bianco le cifre della crisi: “Quando c'è una crisi, proprio perchè c'è una crisi, il messaggio deve essere anche di fiducia - ha proseguito Tremonti - Durante la grande Depressione, il grande presidente Roosevelt, al Caminetto, diceva agli americani per radio: uscite di casa, verniciate il vostro garage, andate al cinema, mangiate una bistecca, l'unica cosa di cui dovete avere paura, è la paura stessa. Ecco questo è il senso politico del messaggio che ha dato il presidente Berlusconi e che cerco di dare anch'io. Non è rimuovere la crisi ma, proprio perché c'è la crisi, basta dirlo tutti i giorni, in tutti i modi sulla televisione, in modo ossessivo”.
Capito? Questi sì che sono politici: d’altronde, ce l’hanno detto fino a farcele quadrate, in campagna elettorale, che loro sono qui per occuparsi dei “problemi veri” degli italiani; i problemi veri essendo, pare di evincere, la pericolosissima vicinanza di stranieri i cui crimini sono enfatizzati oltre ogni decenza, manco fossero calati i barbari;e non essendo, invece, l’asfissia di qualche milione di persone che non sa più dove sbattere la testa, avendo perso pure il precariato.
Complimenti, popolo italiano: tu ancora la difendi e la voti, questa gente.

giovedì 25 giugno 2009

Incazzatura in salsa leghista


Quando la Lega nacque ero giovanissimo e talmente pieno di ideali da provare ripugnanza genuina per tutto quel loro parlare di schei. Adesso provo ripugnanza lo stesso, ma lo so che quello strano sono io, in un paese che agli ideali ha abdicato in modo clamoroso e totale da parecchi decenni. Certo, quando uno si accorge di essere preso per il culo, magari un’alzatina di testa la fa, però.
Il mio datore di lavoro ha il pregio di compilare buste paga riepilogative annuali, cosa che non tutti fanno. Questo mi dà modo di vedere con molta facilità quanto guadagno, anno per anno, senza l’inquinamento che nella denuncia dei redditi può essere dato da entrate di altro genere rispetto al lavoro dipendente. L’esito del confronto è stato questo: nel 2008 ho guadagnato circa 1.500 euro più del 2007 al lordo, e 300 euro di meno al netto. Ma l’inarrivabile nano non doveva abbassare le tasse?
Dice che è l’eredità che gli ha lasciato Prodi. E il tempo per rifarla, la disciplina fiscale, non ce l’ha avuto?
Ma la mia incazzatura è un’altra: da Prodi il balzello lo avevo accettato perché la coppia più odiata dagli italiani (Padoa Schioppa e Visco) gli evasori aveva cominciato a stanarli sul serio, e quindi potevo davvero pensare che i miei soldi sarebbero serviti a pagare salari di solidarietà o asili nido; adesso, invece, so che l’evasione è ripartita alla grande, che le tasse in Italia le paghiamo per il 78% noi dipendenti e però all’asilo nido ci va il figlio del gioielliere e la casa popolare se la becca un tizio che va in giro in Porche (li hanno beccati di recente).
A questo punto mi incazzo anch’io per la vile pecunia: ma per quale cazzo di motivo io devo pagare i servizi a gente che guadagna dieci volte quello che guadagno io?
Invidia di classe – adesso hanno inventato questo termine con cui bollare la rabbia di quelli come me. No cari i miei berluscones, non è invidia, perché mi fate un sincero schifo dal punto di vista estetico, prima ancora che morale, con la vostra ignoranza crassa, i capelli unti e il sorriso untuoso. Al posto vostro io mi sparerei ogni mattina in bocca invece di farmi la barba o di mettermi il rossetto, figuriamoci se posso invidiarvi. Il termine giusto è odio: odio di classe, quello di Marx. Perché più passa il tempo più mi convinco che quel signore con la barba aveva davvero capito tutto, tranne la coglionaggine del popolo sovrano; che infatti ha giubilato lui e vota per voi, dimmi se ti pare normale…

Macelleria autarchica



... Anzi, visto che una non gli basta se ne sta facendo un'altra in casa.

Sarò fazioso, ma se non ci fosse stato Bush oggi non avremmo neppure questo macellaio.

lunedì 22 giugno 2009

O' Scarrafone

Sarebbe carino fondarlo davvero, su Facebook, il gruppo “Che altro deve fare Berlusconi per farti cambiare idea, trombarsi tua nonna?”, invocato da Giulio (azionecatodica.blogspot.com).
Però sono pigro, e invece di fondare il gruppo preferisco limitarmi a postare qualcuna delle considerazioni che l’ipotetico titolo mi ispira.
Intanto, quella che molti di noi hanno coltivato per tanti anni in illustre compagnia – Montanelli, tanto per dirne uno - era con tutta evidenza un’illusione: noi pensavamo che alla fine la forza dei fatti avrebbe costretto tutti ad ammettere l’abbaglio collettivo, ma non era vero: non ci sono fatti che possano far cambiare idea agli italiani su questo personaggio.
Uno si interroga (io non più, la risposta me la sono data e un po' più sotto la condivido con voi): ma che deve dire e fare la sinistra per fare breccia nel cuore degli italiani, o almeno nel loro portafoglio? E giù a tentare di tutto: dalla radicalizzazione verso le estreme – la logica essendo che si prevale marcando fortemente la propria diversità – allo snaturamento - vincerò se sposerò le sue stesse tesi (questa non l’ho mai capita, ma io sono vetero e non particolarmente intelligente, e non faccio testo).
La storia dice che di questo tutto non ha funzionato niente, mentre invece a lui è riuscita qualsiasi cosa, alla faccia della coerenza: prima si è presentato come alfiere del liberismo e Grande Innovatore, poi è arrivato a gettare la maschera chiarendo con i fatti, se non con le parole, che lui è il rappresentante più che altro di se stesso, e infine è diventato strenuo difensore del ruolo dello Stato e Grande Protettore degli italiani aggrediti da orde di uomini neri vomitati dal mare e da torvi profittatori finanziari; in tandem con ranocchietto Tremonti bercia tutti i giorni contro la sregolatezza che ha generato la crisi, come se le anime nere della finanza internazionale non fossero i suoi amichetti e tutti quelli come lui, che negli anni belli della finanza d’assalto hanno fatto soldi a camionate. Riuscire a dare all’avversario prima del comunista e poi del bieco finanziere affamatore di popoli è un capolavoro ineguagliato e ineguagliabile: è come se il tuo partner prima ti cornificasse per insoddisfazione sessuale e poi riuscisse a ottenere una sentenza di divorzio per il tuo priapismo (o la ninfomania, a seconda del genere: decidete voi).
Di fronte a virtuosismi di questo livello, ma che potrà mai fare non dico la nostra sgangheratissima sinistra, ma anche una compagine politica degna di questo nome?
La verità è che il discorso andrebbe rovesciato: chiedersi affannosamente, come a sinistra si fa da anni, “che cosa devo dire o fare per avere il consenso degli italiani”, presuppone che gli italiani abbiano in testa un’idea, e che se uno la indovina a quel punto gli resta solo da gridarla a squarciagola, per orribile che sia l’idea, per salire nella considerazione generale; invece gli italiani l’idea non ce l’hanno e non ce l’hanno avuta mai, nemmeno quando qualche milione di loro votava per il PCI (e infatti quelli adesso votano per la Lega, che proprio marxista a occhio non mi pare): gli italiani l’idea, quale che sia, l’aspettano da Berlusconi, così come tutti noi pendiamo spesso dalle labbra dell’amata o dell’amato. E, come a tutti e a tutte nella vita almeno una volta è capitato, ci sono delle carogne infami a cui si perdona tutto: infedeltà, bugie, umiliazioni, addirittura violenze; gli amici stanno là a dirti “ma non vedi?” e tu no, non vedi perché non vuoi vedere, e più grossa te la fa più grossa la dovrai ingoiare, lo sai: stai lì, tremante e speranzoso nella bugia che ti salverà dal dover ammettere che quello o quella che tu vuoi vedere come un angelo è un essere immondo, uno schifo, la quintessenza di tutto ciò che è ripugnante. E si sta approfittando di te. Così quando la panzana arriva, salvifica e tonificante, te la bevi come fossi un assetato finalmente ristorato con purissima acqua di fonte, dopo aver traversato il deserto. E’ un gioco, lo sappiamo, che può durare all’infinito: più ci si umilia, più grossa diventa la fetta di vita che dovremmo rinnegare ammettendo l’abbaglio e più duro il colpo che dovremmo infliggere all’immagine che abbiamo di noi stessi, con conseguenze devastanti per l’autostima. Meglio, quindi, continuare a subire, ingoiare rospi e mentire a se stessi.
Qui non servono le famigerate analisi politiche della fase o le complesse elaborazioni intellettuali sui mutamenti del tessuto sociale: serve Donna Letizia, o magari una intelligente come Natalia Aspesi, qualcuno che sia in grado di sbrogliare una aggrovigliatissima matassa di amorosi sensi, altro che Letta o Bersani o D’Alema.
Perché la domanda vera è: “che cosa si può fare per rimettere davanti agli occhi di un popolo sdilinquito oltre ogni decenza l’immagine dello scarrafone, che è bello sempre a mamma sua (la fu Rosa) ma scarrafone dovrebbe pur sempre rimanere?". Se finalmente la quinta colonna berlusconiana a sinistra, i paladini del “no all’antiberlusconismo”, della “legittimazione dell’avversario” (ma legittimazione di che? Di ciò che è incostituzionale e illegale?) si togliessero dagli zebedei, forse una speranza di far vedere lo scarrafone dietro al velo ci sarebbe; così, invece, viene da rispolverare il grido di dolore di Nanni Moretti di qualche anno fa: con questa gente non vinceremo mai! Loro sono fra quelli che, ogni volta che la cortina fumogena minaccia di dissolversi, si mettono tra gli occhi e il velo, a proteggere l’illusione che mimetizza l’orrendo insetto.
Poi, certo, dopo aver disvelato il bacarozzo, bisognerebbe porsi anche la domanda “come posso fare, adesso, perché questa gente si innamori di me?” o, addirittura, la domanda vera che dovrebbe porsi una sinistra: “come fare perché questa, che adesso è un’accozzaglia, diventi popolo di cittadini che non si innamorano di nessuno e maturino invece delle idee proprie, pretendendo dai politici che si impegnino a metterle in pratica e mandandoli a casa se non lo fanno?” Ma qui, mi rendo conto, stiamo davvero riavviandoci sulla strada tra le nuvole che conduce al regno di Utopia.

giovedì 18 giugno 2009

W la Squola


Nostalgia di una scuola che fu (e che sarà) - Foto M.S. Gelmini

Torna il Gattopuzzo… Eh sì, un’assenza (ingiustificata) di oltre due settimane non me l’ero concessa mai, sono contrito…
Ma sopravvoliamo, diceva Corrado Guzzanti, che è meglio, e pensiamo piuttosto a chi bastonare oggi: perché – capite – due settimane senza scrivere sono pure due settimane senza prendere nessuno a pesci in faccia, e ai gattopuzzi – animali fondamentalmente rissosi - queste cose provocano scompensi, alla lunga.
Per fortuna, abbiamo sempre la Maria Stella con cui prendercela; mirare all’obiettivo più grosso è inutile, Papi lasciamolo alla folla dei blogger che si stanno illudendo di disossarlo con la storia delle zoccolette pugliesi. Illudendo, sì, perché quell’uomo – oddìo, uomo forse è una parola un po’ grossa - perderà davvero tutto il suo consenso il giorno che queste cose smetterà di farle. E’ così che lo vogliono, i nostri baldi compatrioti italioti. Concentriamoci invece sulla beneficiata, quella che (si narra) entrò ad Arcore come amica del giardiniere e ne uscì coordinatrice di Forza Italia in Lombardia.
Dice che la scuola è finalmente tornata ad essere severa. 370.000 bocciati, se non ho letto male, più una slavina di rimandati (giudizio sospeso, recita il politically correct), tra cui – danno collaterale non di poco conto per il mio tempo libero - mia nipote. Che però non lo sa ancora, in cosa è stata rimandata: l’impagabile legge sulla privacy adesso impone che quei quadri che una volta tutti aspettavamo spasmodicamente per sapere di che morte sarebbe morta la nostra estate vengano ora dipinti a tinte sbiaditissime; c’è scritto che hai il giudizio sospeso, ma non in che cosa. Ma magari questa manco è colpa della Maria Stella. La quale, però, ha tanta nostalgia dell’italietta che fu, e che grazie a lei e ai suoi sta tornando a essere ancora. Cominciò con il grembiulino, e passi: in fondo, non è così male che i cuccioli siano coperti, con la tendenza a pasticciarsi addosso che hanno; ma spacciarlo per riforma, insomma… Poi fu la volta del sette (o del sei?) in condotta; poi si è detto che il voto di condotta doveva fare media; come ciliegina sulla torta, arriva la direttiva che – intepretazione autentica – dice che alle medie, dove non si rimanda, si devono bocciare anche quelli che hanno una sola insufficienza. In Storia dell’Arte, magari. Risultato ovvio, una valanga di sei finti (scritti in rosso, mi dicono) che evitano altrettanti ricorsi al TAR, tipo quelli del figlio di Bossi, che però l’hanno bocciato lo stesso, i professori terùn!
Insomma, dobbiamo dare un bel giro di vite. E sia! Eccoci qui, dopo anni di lassismo, a consolare pargoli immusoniti e piangenti, improvvisamente ripiombati nella dura realtà.
Adesso, lasciando da parte gli scherzi, non è che uno sia contrario a che la scuola sia seria: sono anni che impreco ogni volta che apro i libri di mia nipote, che sempre più mi sembrano simili ai fumetti che leggevo quando ero anche più piccolo di lei e nemmeno da lontano assomigliano ai tomi su cui mi sono dovuto spremere le mie (allora) giovani meningi. Però, tra l’essere seria e l’essere la caricatura della scuola di Pinocchio, con il maestro cattivo che faceva inginocchiare i bimbi sui ceci (a proposito, quelli quando li ripristiniamo, onorevole ministro?), mi pare che ci sia una differenza notevole.
Io penso che i ragazzi abbiano bisogno di serietà, e soprattutto hanno bisogno di sentire che quello che si fa a scuola (e alla scuola) lo si fa per loro. Poi sì, è ovvio che ci sono i conflitti con l’autorità, del resto quella è l’età dell’emancipazione, non si sarebbe adolescenti se si fosse pecoroni e un insegnante vero si dovrebbe preoccupare, se non venisse contestato; e ci saranno pure i professori che sbagliano, quelli troppo severi e quelli troppo buoni, ma quello che i ragazzi davvero non tollerano – non lo tolleravo io, tanti e tanti anni fa, e non lo tollerano nemmeno i ragazzi di oggi – è l’indifferenza; o l’ipocrisia, che con la prima va perfettamente d’accordo. In questo atteggiamento autoritario che senza autorevolezza alcuna della scuola del 2009 esattamente questo si vede: di questi ragazzi non frega niente a nessuno, ministra in testa; sono buoni per catalizzare l’ennesima scarica di pancia di un elettorato vecchio e incattivito che urla scomposto contro “i giovani d’oggi” che non sono più capaci di rispetto non hanno spirito di sacrificio sono maleducati sporchi brutti cattivi tutti drogati. E diamogli una bella ripassata, allora. Indifferenza: di quali siano davvero le loro aspirazioni, i loro bisogni, di cosa sognano o se non sognano già più, schiantati da una realtà che stronca ogni loro velleità ancora prima che nasca, questo non interessa. Ipocrisia: usarli come ennesimo capro espiatorio da dare in pasto alla belva sbavante che è diventato l’elettorato di questo paese, facendo finta di agire per il loro bene, il loro futuro, la loro formazione, questo sì, questo interessa.
E quanti anni sono che si fa così? Quest’anno è andata in scena la severità, ma non è che il lassismo degli ultimi dieci – quindici anni fosse meglio. A che è servito allentare così tanto la disciplina, se non a demolire la scuola pubblica e creare un paio di generazioni di semianalfabeti di ritorno? Però, è chiaro: le famiglie andavano coccolate, non si poteva certo intralciarle nella gestione del tempo dei pupi che dovevano giocare a pallone per diventare come Totti, andare a danza classica, giocare alla playstation , guardare i cartoni animati, imparare a sfilare scosciate per darla via appena possibile come Noemi, possibilmente a un settantenne ricco, e infine, in estate, migrare verso le spiagge senza inutili fardelli cartacei per le riparazioni di settembre.
Quel lassismo fa il paio con la severità di oggi: fanno schifo tutti e due.
E più schifo ancora fanno le famiglie che tutto questo lo accettano e anzi lo invocano. Dice che c’è chi protesta, e ci credo pure. Ma la stragrande maggioranza, in questo paese, ormai è completamente in bambola, in balìa del pifferaio.