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martedì 29 settembre 2009

Lost in woods

Ma insomma, non interessa a nessuno sapere come è andata a finire l’avventurosa corsa del Gattopuzzo nei boschi di Sua Maestà Elizabeth?
E io ve lo dico lo stesso. Con una notizia buona, almeno per me, che già avrete intuito: scrivo, ergo sum (vivo)! E non sto nemmeno granché acciaccato… Ah, le infinite risorse della stirpe dei gattopuzzi, ormai ridotti ad un solo esemplare eccetera eccetera. Del resto, com’è che recita la presentazione del GPZ in questo blog? "[…] Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo […]. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico".
E allora c’era da aspettarselo, che nella selva lo spirito silvestre che muove il Gattopuzzo lo avrebbe preservato e conservato.
Lo stesso non vale per Mustafà, che in realtà si chiama Feisal e non è libanese ma arabo di Ryad.
Mustafà-Feisal, che è alto e in evidente soprappeso, fuma un pacchetto abbondante di sigarette al giorno, beve come un cammello e tutte le mattine si presentava al corso con non meno di due ore di ritardo, gli occhi rossi, la barba lunga e l’aspetto molto stropicciato. Cosa facesse la notte, in quel posto desolato e remoto, per me è un mistero. Io in realtà non avevo fatto molto caso a queste sue abitudini, diciamo così, un po’ in contrasto con l’immagine dell’atleta che pretendeva di essere. Però le abitudini sono subito saltate fuori a presentargli il conto, perché non abbiamo fatto in tempo ad imboccare la via del bosco che ho cominciato a sentire, alle mie spalle, un ansimare come di mantice sfiatato. Io andavo piano per due motivi, il primo essendo che la finlandese è spirito caritatevole e, avendo capito con chi aveva a che fare, aveva rinunciato all’allenamento veloce, e il secondo che io, veloce, proprio non sarei stato capace di andare. Andavo piano, sì, ma Feisal sembrava lo stesso che stesse faticando a trattenere l’anima tra i denti. Uno si immagina un orgoglioso osservante fedele musulmano mondo dalle zozzerie che ti minano il fisico, così come prescrive Mohamed (sempre sia gloria al nome suo), e invece questo qui era tutto intossicato e grigio in faccia e pure quando sudava dava l’idea di star secernendo qualcosa di malsano. Fatto un mezzo chilometro, la più che caritatevole Mareit decide per una sosta, con la scusa di dover decidere che direzione prendere. Con il senso dell’orientamento che contraddistingue la razza dei Gattopuzzi (ormai limitati nella speciazione ad un solo esemplare eccetera), io sentenzio che it’s late, and if we don’t want to stay too long in the woods we should go left, because that path is clearly a small ring that will lead us back to the hotel. Ottenuto il consenso generale, prendiamo quindi a sinistra ormai camminando, la maratona boschiva trasformata in passeggiata da casa di riposo per non ammazzare anzitempo il probo suddito di re Fahd. L’orgoglio dell’Islam continuava però a dare segni di imminente soffocamento, per cui, non volendo dannarci in eterno provocando la prematura ascesa in cielo di un probabile futuro santo imam, procedevamo con andatura da ottuagenari, fingendo di essere incantati e rapiti dalla bellezza dei paesaggi per non metterlo troppo a disagio. E i paesaggi belli lo erano davvero: castagni, querce , faggi, tutti i colori dell’autunno, le sfumature dal giallo al rosso acceso, un silenzio cosmico interrotto solo da cinguetti e fruscii di foglie smosse nel sottobosco da una quantità stupefacente di leprotti che si aggiravano indisturbati in quel paradiso silvestre. E ogni tanto qualche casetta qua e una là che non solo non davano nessun fastidio, ma parevano quelle degli hobbit e avevi l’impressione che se bussavi si sarebbe affacciato Bilbo Baggins ad offrirti una fetta smisurata di torta di mele.

E invece non c’era anima viva, dal che si arguiva che ad abitare quelle dimore dovevano essere gli sfuggenti elfi, che senza dubbio ci stavano osservando nascosti sotto il nostro naso eppure invisibili alla gente grossolana come noi (la gente grossa, ci chiamano loro). Perso nelle fantasticherie, ogni tanto il fischio allarmante che scaturiva dai polmoni di Feisal mi riportava alla realtà, non essendoci nell’epopea del Signore degli Anelli alcun treno a cui attribuire un siffatto suono, così da poterlo inglobare nella mia fantasia. Oddio, volendo ci sarebbero stati i draghi, ma quelli mi avrebbero rovinato la pace interiore che lo spettacolo della natura mi ispirava, e avevo deciso di far finta che non esistessero (far finta… esistessero… anche il mio stato mentale non doveva essere proprio del tutto alieno da alterazioni).
Fantastica che ti fantastica, seguivamo quasi in silenzio questo public footpath le cui indicazioni erano un intrico di frecce che puntavano pressoché ovunque: a destra, a sinistra, a destra e sinistra insieme e una perfino verso l’alto, prova evidente che il footpath era stato in effetti pensato per essere percorso anche a dorso di drago. Specie della quale due cuccioli (ma forse erano orchetti) in forma di molossi si sono festosamente parati davanti ai nostri occhi quando, non si quando non si sa come, ci siamo ritrovati a calcare la morbida erbetta del giardino di una villa, deserta pure quella.
Segue la scena della nostra precipitosa e velocissima retromarcia, con momentanea incuria delle condizioni di salute del sublime principe del regno di Saud. Di nuovo ci ritroviamo nel bosco, e di nuovo attraversiamo il borghetto degli hobbit, altro non sapendo fare se non tornare indietro. Il buio avanza e si sa, in quelle lande la notte uno può incontrare le Mortombre e chissà quali altre creature demoniache, per cui non è prudente (e soprattutto è scomodo) decidere di passare la notte nei boschi, al freddo, a digiuno e senza materasso quando un paio di chilometri più in là – solo a sapere dove, porca putt… - c’è l’albergo che ti serve la pappa, il sidro e ti fa dormire sotto le calde coperte dopo una corroborante doccia. Alla fine Mareit ha l’illuminazione, e decide di bussare alla porta di una delle casette. Al che, non so perché, la scena mi è cambiata e al posto del Signore degli Anelli mi sono ritrovato nel mondo di Hansel e Gretel, improvvisamente certo che quella casetta fosse di marzapane e ne sarebbe uscita una vecchina che era in realtà una perfida strega che si era già mangiata tutti i vicini di casa, il che spiegherebbe perché lì intorno c’erano tante case, ma non anima viva.
E invece, dopo una lunga attesa, ne è uscito un signore inglese, ma di un inglese che voi non avete idea. Non sto nemmeno a descriverlo: pensate a un inglese, non uno qualsiasi ma l’ur – inglese, l’archetipo, l’idea platonica di inglese, e quello era lui. Che, molto, gentilmente, ci ha fatto presente che: 1) avevamo scelto il sentiero sbagliato, perché se volevamo tornare in albergo dovevamo prendere a destra, non a sinistra, e 2) avevamo fatto talmente tanta strada in quel bosco che a tornare indietro ci avremmo messo non meno di una mezz’ora abbondante, col buio che avanzava.
E così è stato: uscimmo a riveder le stelle, per dirla con il Poeta, quando le stelle in cielo c’erano quasi per davvero, dopo due ore di vagabondaggio silvestre, con il povero Feisal ormai incapace perfino di lamentarsi e talmente grigio in faccia da essergli passata pure la voglia di fumare.
La sera, al bar, dopo una cena abbondante, l’ho trovato con in mano una bottiglia di sidro e - ovviamente! - una sigaretta in bocca, felice come uno scampato da Pearl Harbour, e quando gli ho fatto - Feisal, if we want to go again tomorrow, it may be better if you smoke less - lui mi fa - No, no… the problem, today, was that I am a little tired… you know, the jet lag…
Ma un buon musulmano, oltre che dal bere e dal fumare, non dovrebbe astenersi anche dalle cazzate?

martedì 22 settembre 2009

Il talento del Gattopuzzo

Era passato un po' di tempo dall'ultima volta che il Gatopuzzo aveva varcato le patrie frontiere, per cui capirete che non senza trepidazione ho intrapreso questa nuova trasferta in terra di Albione.
Tre anni fa il bilancio fu insuperabile, tra gag piu' o meno (in)volontarie e duelli rusticani all'ultimo bicchiere di cabernet col professore di finanza; anche l'anno scorso non ando' male, con la corsa dei kart (adegutamente documentata qui) e dieci giorni di uscite a teatro e cene di gala, con la corsa delle scimmie a fare da gran finale. Stavolta l'uscita si e' presentata subito in tono minore: invece che a Londra, mi hanno spedito in questa amena campagna inglese tanto poetica, piena solo di silenzi e di fruscii di fronde, di cinguettii e di squittii, di boschi folti che a inoltrarsi un po' uno pensa di poter incontrare Gandalf e con lui tutta la Compagnia dell'Anello. Insomma, Wotton House: una specie di carcere soft dove, finite le ore di lezione, uno davvero rischia il suicidio per noia. Figuratevi che per la disperazione oggi pomeriggio mi sono messo le scarpe da ginnastica e, contravvenendo alla regola aurea a cui ho consacrato quarantaquattro anni di orgogliosa sedentarieta', sono andato a correre tra sentieri, prati e boschi.
E qui ho avuto la prova che la classe, davvero, non e' acqua, e il talento del Gattopuzzo per i guai puo' al massimo appennicarsi, ma eclissarsi giammai.
Uscendo dalla corte della dimora che potete ammirare in foto
e che ci ospita, intravedo la signora finlandese che segue il corso insieme a me in tenuta analoga alla mia ma piu' figa, e da tutt'altra parte indirizzata: alzo il braccio in segno di saluto e la abbandono ai sentieri suoi. Avevo gia' avuto modo di incontrarla ieri sera, sempre bardata per il cimento podistico, mentre io meno pretenziosamente passeggiavo per prati e boschi e rientravo precipitosamente all'apparire minaccioso e ululante di un pastore tedesco e altri due orchi (di razza non identificata per eccesso di velocita' di fuga). Avevo avuto modo di ammirare l'incedere fiacco della madama, nonche' la brevita' della performance, che mi aveva fatto gonogolare al pensiero di non essere l'unico a pretendere di chiamare jogging quel penoso trascinarsi in giro in mutandoni.
Schivati i cani, a cena me la ritrovo accanto.
- Hi Maurizio, I saw you going out for jogging, before dinner...
- Oh, yes... I had a very pleasant trip between fieds and woods, it was wonderful (se e' detto bene non lo so, ma questo e' l'inglese che parlo io e questo le ho detto. E comunque lei ha capito).
- I ran in the courtyard, instead... I had fear to go alone in the woods... But it was so boring running in a ring...
E qui che poteva combinare il Gattopuzzo? Per generosita', certo... E un po' per vanagloria, ma diciamole queste cose: - Oh, Maria, don't worry... If you want, tomorrow we can go together!
- Really? You are very kind! At six o'clock?
- At six o'clock.
- I am very happy about this, you know, I have to respect my training program, otherwise I will not be allowed to run my next Marathon....
Gelo per la schiena: - Marathon?
- Oh, yes, next month, in Helsinki, I will run with my team, We do it every year!
- (tra me e me) ma porca puttana, va bene che me la sono andata a cercare, ma proprio una maratoneta mi doveva capitare? A me, che se corro mezz'ora di fila gia' grido al miracolo... But... Maria, yersterday I saw you running very, very slow...
- Yes, it is a part of my training program, but don't worry, tomorrow I will start the new part, in which I have to run very very fast!
- (Ah, allora... )
E mentre sacramentavo in sanscrito, ecco che si aggiunge il libanese, li', come minchia si chiama, vabbe', facciamo Mustafa': - wonderful! I am used to run every day! May I come with you?
E all'unisono, ma con espressioni opposte (uno afflitto, l'altra esultante), io e Maria: - of course, Mustafa', of course!... (il punto esclamativo e' della finlandese, i puntini sono miei).
E adesso eccomi qui, come Galois la notte prima del duello, a scrivere febbrilmente affinche' resti di me quello che ho fatto, quello che ho pensato... E chissa' perche' a me non viene fuori una emerita ceppa, mentre quello li' scrisse un trattato di matematica superiore in una notte, prima di accomiatarsi da questa valle di lacrime per opera di un marito geloso, o forse dei servizi segreti, insomma almeno in modo romantico, cosa che non tocchera' a me, precocemente stroncato da due podisti forsennati in mezzo ai boschi inglesi, lontano da casa, dalla mia cucciolotta con tutti gli annessi e connessi... Ma non vi fa un po' pena il Gattopuzzo? E pero', se contro ogni pronostico avessi a sopravvivere, me lo fate il favore di rintuzzarmi, da oggi in poi, ogni volta che faccio pipi' fuori dal vasino?

venerdì 4 settembre 2009

Ho perso le parole


Da bambino ero un asso con la penna, o almeno così mi hanno fatto sempre credere i miei insegnanti. Il daimon comunque non ce l’avevo, altrimenti adesso starei scrivendo altro che questi velleitari post destinati più che altro all’onanismo telematico. Com’è come non è, però, le parole le sapevo trovare, e mettevo giù tanti bei temini che invariabilmente mi guadagnavano l’agognato riconoscimento di “bambino molto maturo rispetto alla sua età”. Che, a ripensarci oggi, in fondo voleva dire nient’altro che “saccente”. Per fortuna, più che essere farina del mio sacco, quella roba derivava per un buon novanta percento dal saccheggio, ancorché del tutto inconsapevole, del giornale del nonno, con assunzione piuttosto acritica di giudizi di opinionisti di altri tempi e relativo moralismo.
Passando oltre la feroce autocritica del blogger da cucciolo, mi preme dire che questo fatto di saper trovare le parole mi ha accompagnato sempre: magari ciò che scrivo non sarà piacevolissimo da leggere, ma è preciso.
Ma… Eh, sì, adesso devo dire “ma”.
Da un po’ di tempo io le parole non le trovo più. Non mi vengono, punto e basta. Né quelle ispirate per uno degli infiniti incipit al mio romanzo che un giorno o l’altro sfonderà trionfalmente il muro di pagina dieci, né quelle – che dovrebbero, per l’appunto, almeno essere precise – per esprimere non dico il mio sentire, ma neppure il mio pensiero, durante questo periodo buio della storia di noi bipedi.
Ma come si fa a trovare le parole per penetrare la corazza di gente che se gli parli del razzismo che ormai imperversa, dell’omofobia, del conformismo abietto che tutti ormai sembrano praticare, ti guarda come fossi scemo e ti risponde “embè?”.
E fosse solo questo: ribattono pure colpo su colpo con argomenti che sembrano surreali, e che però per loro devono essere verità lapalissiane, data la tracotanza con cui pretendono di imporli. Gli immigrati? Ok a ributtarli in mare, che da noi vengono a rubare e stuprare; gli omosessuali? I froci, vorrai dire… Ah, vabbè…; e la corruzione… sì sì, però quando c’era Craxi i soldi giravano e la gente era felice, guarda che hanno combinato con Mani Pulite. E via sragionando. Con la sicumera di chi sa di essere maggioranza, e da questo trae legittimazione: siamo in tanti, siamo nel giusto, sei tu quello sbagliato. Non c’è contatto emotivo, quello che dico io non li tocca neppure e quello che dicono loro a me fa l’effetto di una salva di randellate, mi offende, mi indigna, mi provoca una rabbia che mi obnubila la mente e mi fa perdere il lume della ragione.
Le parole servono per comunicare, ma per fare questo bisogna volerlo in due. Loro non l’hanno voluto mai. Io non lo voglio più.
Per questo, di fronte a questo, mi sento sopraffatto e la voglia di confrontarmi non mi sostiene più.
Non so quando è successo, ma alla fine è andata così: ho perso le parole.

martedì 11 agosto 2009

Mille città

Ogni giorno attraversiamo universi che si compenetrano con il nostro, e non li vediamo.
Io vado al lavoro a piedi passando in rassegna quotidiana meraviglie che i più non vedranno nell’arco di una vita: San Pietro, Castel Sant’Angelo, Piazza Navona, il Pantheon, Fontana di Trevi. Se cambio itinerario: Campo de’ Fiori, i vicoli del Ghetto. E sempre mille e mille angoli di geenna, tutti in piena luce, in questa città odorosa di paradiso e dell’incenso di millanta chiese.
Appena uscito di casa vedo l’anziano stracciato e maleodorante in piazza Pia, che rumina borborigmi che giungono all’orecchio come un rombo di tuono lontano e ininterrotto, malevolo forse, non si capisce, non potrò mai dirlo. Poi attraverso il ponte, su cui implora silenziosa la vecchia zingara che elemosina prostrata a toccar terra con la fronte, con davanti l’immagine di un santino. A via della Scrofa (quando devio da quella parte) c’è un signore dalla gran barba bianca e dall’età incognita che ti sorride anche se non gli lasci niente. E tanti, tanti altri: Angelo, barba lunga e bianca pure lui, da sempre a domicilio variabile tra via dei Serpenti e via Nazionale, quasi sempre calmo, a volte rissoso che è meglio se passi avanti e fai finta di non averlo visto; una donna giovane che ha sempre su una faccia amara e una volta sì e una no è ubriaca, spesso sporca, ma i capelli lunghissimi e ricci li tiene sempre in ordine e puliti: come, dove se li lavi non è dato sapere; un tizio che sembra pakistano o indiano e vive sdraiato alla fine di via del Plebiscito, sempre sporco, non capisci se non parla perché non sa la lingua o perché è via di testa, o perché non ne ha voglia e basta. Zingare che vagano, di ogni età, disperati giovani e di mezza età, un paio di signori anziani che si aggirano con sulla pelle le stimmate dell’umiliazione: devono aver deragliato proprio verso la fine, adesso che non hanno più la forza di reagire, dopo una vita borghese e probabilmente ristretta ma sempre dignitosa. A Largo Argentina un’africana in carne come una mami che ride sempre di cuore con al collo un cartello “sono povera ma felice”, davanti a Feltrinelli una tizia magrissima ondeggia sulle anche e stride le arie di un’opera sconosciuta torturando le corde vocali ad emettere un suono di violino scordato che maciulla i timpani anche all’analfabeta musicale che sono io. Poi quello che l’altro giorno mi ha fregato, il professionista dello sguardo vacuo che pare non ti guardi e a cui la mano trema improvvisa proprio mentre stai per passare oltre, e ti spinge a pensare – mamma mia, ma questo sta male per davvero! –, tanto che mi sono trovato l’unica moneta che avevo in tasca, due euro, e glieli ho dati, e solo mentre glieli davo si è tradito, afferrandoli rapace e quasi senza ringraziare, ma ormai...
Vivono in un’altra città. Calchiamo le stesse strade, incrociamo tutti i giorni i nostri passi, ma viviamo in due città diversissime e remote l’una all’altra. Dov’è che abitano loro? Abitare non è stare: abiti se hai relazioni, se vivi i luoghi, se nell’impararli usi il corpo fino a trovare quelli che sembra che ti avvolgano e ti accolgano, se sai riconoscere quelli ostili e spigolosi, da cui stare alla larga. Questo popolo che guarda la città dal basso del selciato e dell’asfalto, che la setaccia alla ricerca di avanzi,di oggetti, di cibo e di elemosina, che la fruga e la perquisisce fin dentro l’immondizia, abita Roma molto più di quanto la potrò mai abitare io, che la percorro due volte al giorno attraversandone i pavimenti sporchi e sconnessi e il palcoscenici sontuosi come su un cuscino d’aria, senza mai toccarne realmente la carne e senza esserne toccato.
Non è la mia città, Roma. Ci piacciamo, ma non ci apparteniamo. Un giorno ci separeremo. Ma a tanti, anche romani, la materialità del suolo e dei luoghi sfugge ormai, sfuma e si dissolve nella rarefazione degli ambienti asettici in cui non si suda e non si rabbrividisce: uffici, case. In mezzo corrono percorsi come binari sospesi, che attraversiamo con in mano il giornale o pensando ad altri luoghi, altri spazi, ascoltando altri suoni che non quelli del mondo che preme intorno ai nostri passi.
C’è una città dei mendicanti, una città degli zingari, una dei banditi, una dei ragazzi, un’altra degli anziani e nessuno può dire quante altre: regni che condividono un territorio. Ognuno di noi può brevemente intravedere qualche reame confinante, dipende da quanto è fitta la nebbia che avvolge la città che abita.
A me è dato di scorgere, tutti i giorni, i confini della città dei mendicanti: è il reame più vicino a quello che abita la maggior parte di noi, si può anche visitare, e parecchi hanno finito per andarci ad abitare. Tra le tante città che si sovrappongono in quest’unica Roma è quella che più sta crescendo, e fa paura: gli si muove guerra, si dà la caccia ai suoi abitanti, li si porta via, lontano, solo per vederli di nuovo brulicare il giorno dopo, ancora intenti a cingere d’assedio la città che abitiamo noi e che la loro semplice presenza sempre più sfilaccia, rende opaca, meno vera. Ad essere sempre più vera è la città che abitano loro e che ora anche noi vediamo bene, con gli stracci e i cartoni a trasformare in casa ogni vicolo, ogni anfratto, ogni gradino in grado di offrire un riparo minimo.
Chi è andato a stare là vede questo mondo crescere e occupare gli stessi spazi di quello che gli si è dissolto intorno, esplora un universo nuovo, conosce cose che non credeva potessero coesistere nella città che già credeva di abitare.
Ma ci sono conoscenze che i più preferirebbero lasciare nell’oblio.

venerdì 31 luglio 2009

Luglio, again


Mario aveva un nome semplice e non era una persona banale. L’ho conosciuto poco, come si conoscono poco i familiari degli amici: il fratello più piccolo di un’amica lo conosci che tu sei adoloscente e lui ha dodici anni e poi lo vedi una, due volte l’anno fino a che ne ha più di trenta, non lo conosci ma lo hai visto crescere, mentre crescevi anche tu. Ciao Mario, come stai? E una battuta, una chiacchierata di pochi minuti, poi lui via, deve scappare, ha un impegno oppure ce l’hai tu, e del resto non sei andato a trovare lui ma sua sorella, l’amica: Mario ogni tanto pensi che sarebbe bello conoscerlo meglio, frequentarlo, con quel suo carattere franco e aperto, sempre di buon umore senza essere chiassoso: una persona luminosa. Ma non hai tempo tu, non ce l’ha lui, la vita ha scelto per noi percorsi paralleli che ogni tanto si incrociano, e niente più.
Mario ha centrato in pieno un paletto del guard rail, con la sua moto. Dieci centimetri a destra o a sinistra o sopra o sotto e non sarebbe successo niente, ma invece quei dieci centimetri non si sono spostati da nessuna parte. Non si è rotto niente Mario, è intatto perfino il cellulare: solo la sua testa è devastata. E ci ha messo un mese e mezzo a volare via, mentre intorno a lui apparecchiature ostinate gli ronzavano nelle orecchie una sinistra canzone che non poteva più ascoltare. Adesso Mario è andato, e anche questo luglio ha avuto il suo tributo. Lo salutiamo con alcuni versi di una vecchia, bellissima canzone di Iannacci che non pare scritta per lui, se non in certe parti. Ma quelle sono veramente belle: sono per te, Mario.

chi lo sa forse è giusto, forse è sbagliato
forse sarà destino
Mario, non ti resta che ascoltare
Mario, non c'è più la tua canzone
Mario, dicevi adesso io vado
ad aprire l'ultima porta
Mario, dicevi adesso io vado via
forse per l'ultima volta
dicevi adesso io vado, io vado
a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentire più
il ritmo strano della vita […]
Mario, non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale

domenica 19 luglio 2009

Luglio

Ve l’avevo già raccontato, che i gattopuzzi hanno – come tutti – un corpo astrale che a volte prende iniziative un po’ troppo autonome.
Stanotte è successo di nuovo, ed era tanto che non capitava più. Lo strattone – è quello che si sente, quando il gemello etereo decide di mollarti lì nel tuo letto, con tutta la tua pesantezza – è così forte da darti quasi l’impressione che qualcuno ti stia strappando a viva forza da te stesso, afferrandoti per il cuore. Ti strappa via la polpa che ti rende vivo e lascia in questo mondo un guscio vuoto, con tutti i suoi problemi meschini di nutrimento, di giunture cigolanti, di usura del tempo, di espulsione di rifiuti, e tu diventi due, da un lato guardi con ribrezzo quell’abbozzo mal riuscito che è rimasto laggiù, e dall’altro guardi ammirato la pura energia che sei sempre tu, e si libra in volo oltre ciò che è dato sentire nella vita di tutti i giorni.
L’unico problema è la memoria: troppo pesante quella del plantigrado per poter essere sostenuta dal doppio, troppo stupefacenti le esperienze del gemello per poter essere codificate negli schema cerebrali del corpo pesante. Così ho ricordi solo confusi dei luoghi in cui sono stato questa notte.
Se mi concentro, sento su tutto il corpo una straordinaria freschezza, come essere volato nella brezza di una notte estiva calda, caldissima, ed essere io stesso quell’unica bava di vento rinfrescante. E affiorano le stelle, migliaia e migliaia in un cielo limpido, mentre in lontananza sento voci allegre, di ragazzi e ragazze che si divertono. C’è una spiaggia, la conosco, è quella che di giorno è piena gabbiani, ma adesso è tutto buio e si vedono in lontananza le luci dei paesi e delle cittadine della costa.
Non tutto è consentito al gemello astrale, adesso per esempio gli piacerebbe mescolarsi con quei ragazzi, giocare, ma non lo può fare, a qualcosa alla fine serve, il corpo pesante. Il ricordo non è limpido, mi pare di avvertire un filo di malinconia. I ragazzi si rincorrono nell’acqua: fanno il bagno di notte, ce n’è qualcuno strano: uno, per esempio, se ne sta in piedi nell’acqua in mutande, tutto impettito, e sopra le mutande indossa la giacca e la cravatta. Altri due sono usciti dall’acqua, corrono insieme verso un maxicocomero che riposa sulla spiaggia, prendono un coltellone da uno zaino, sento netto il rumore della buccia che si spacca – crac – e si gettano sulla polpa impiastrandosi le mani, il viso, e intanto ridono come forsennati. Un po’ più lontano, in acqua, un ragazzo e una ragazza si baciano. Pare tutto bello, pare tutto giusto. Ma allora perché questa sensazione lieve, quasi soave, di malinconia? Solo per non poter partecipare ai loro giochi? Ma c’è qualcun altro, l’etereo lo sente, qualcuno che pure non ha corpo. Sono lì, con il mio doppio astrale, guardano lui e guardano i ragazzi, e pure l’etereo adesso guarda loro. Li guarda e li riguarda e non ci crede – ci sono cose che possono stupire anche una creatura di pura energia – ma deve arrendersi all’evidenza: la ragazza che bacia il ragazzo con i capelli rossi è là, nell’acqua con il suo ragazzo, ed è pure lì, accanto a lui, che guarda la scena trasognata. E il ragazzo del cocomero, quello che adesso sta scavando con le mani l’ultima polpa rossa, anche lui è là e contemporaneamente qua, solo più serio, e trasparente, quasi stesse per dileguarsi nella notte. E giurerei che quell’altro sono io… Ma io com’ero, quell’io un po’ cretino che però rideva sempre e aveva sempre una parola spiritosa, una battuta fulminante per far ridere gli amici.
Tutti e due, il ragazzo e la ragazza astrali, guardano il mio doppio, e a ripensarci adesso affiora il ricordo di una sofferenza – ma perché lui non riesce a comunicare? Non dovrebbe essere immediato, il contatto tra gli esseri fatati?
Ha capito, il doppio, qualcosa che a me adesso sfugge, colpa della pesantezza, colpa della materia greve… Ma no, stavolta non è così, non posso raccontarmi balle, è solo che mi sembra troppo bello averli visti una volta ancora, è meglio di un miracolo, è oltre ogni cosa abbia osato mai sperare.
E’ che è luglio, e pure il Bardo a mezza estate fece un viaggio folle. Stanotte è toccato a me, nel mese che quei due hanno scelto per il loro lungo viaggio, i primi tra noi tutti a salutare e ad incamminarsi su quella strada buia che si intravede appena, là, dove la spiaggia finisce e inizia la selva. Non ho visto Titania, io, non ho visto il piccolo popolo: Mauro, Carla, quanto mi piacerebbe che questo sogno inventato fosse vero. Vedervi una volta ancora, una volta sola correre di nuovo in acqua come allora, quando la notte era nostra, come sempre è stata e sarà di tutti i ragazzi di ogni tempo, gli unici immortali che calcano il suolo di questo pianeta.
E’ passato tanto tempo, rivorrei appena un po’ di quelle ore esaltanti. Sarà per questo che uno fa certe cose che anni fa non avrebbe pensato, tipo appassionarsi alla telelenovela perenne che è la vita di una nipote adolescente, o addirittura cercare di generare figli. E’ come con il fumo: ho smesso più di un anno fa e mi manca, e dopo il caffè non manco mai di accompagnare Tommaso, il collega che fuma, a fare la sua passeggiata in cortile. Sniffo le volute che si alzano dalla sua sigaretta, e così scrocco un po’ di piacere di ritorno. In questo il corpo astrale mi aiuta molto, fumandosi con piena soddisfazione non meno di tre o quattro sigarette ogni notte. E così, attraverso mia nipote e i cuccioli che sto cercando di traghettare a me, sniffo una robusta dose di gioventù. Ne vorrei altra, di prima mano. Ma il gemello etereo, qui, proprio non è riuscito a fare niente.

mercoledì 1 luglio 2009

Se non leggo quello che scrivo...

Molta della gente che tiene un blog è semplicemente malata di egotismo, e i gattopuzzi non fanno eccezione.
Ormai lo faccio da più di un anno, e più passa il tempo più mi convinco che ci vuole una buona dose di presunzione per ritenere che quello che uno sbrodola sulla carta – pardon, sulla tastiera - possa essere di un qualche interesse per qualcuno. Il fatto è che nell’era della paleoscrittura occorreva passare una dura selezione per scrivere coram populo, perché si doveva farne una professione e quindi era necessario che qualcuno investisse su di te; adesso basta che ti apri un blog e puoi tentare la fortuna, spari un colpo e speri di far centro. Il pensiero sottinteso è: adesso vi faccio vedere io come si scrive e quali sono le cose importanti di cui parlare. In realtà non è che nell’era internettiana sia cambiato granché: anche il blog, per diventare qualcosa di più di un vomitatoio personale, deve avere le qualità per sfondare. Lo sbocco logico di questo discorso è che uno non si può lamentare se si trova con venti lettori (anzi no: venti visite, che mica tutti quelli che arrivano leggono davvero) al giorno, oltre la metà dei quali ti hanno raggiunto in questo anfratto remoto della rete con chiavi di lettura come “cazzo animale” e “polizziotta sexi”. E’ un bel bagno di umiltà, che male non fa mai. E poi uno aggiusta il tiro: alla fine mi sono accorto che in realtà non me fregava proprio niente già dall’inizio, di avere orde di lettori. E’ divertente così, ti fai un diario che altrimenti non faresti, tessi un filo che lega tra loro momenti diversi della tua vita, magari tra qualche anno ti sorprenderai a rileggerti e a ridere di come sei cambiato. E poi tieni in esercizio la penna e anche la testa. Come disse una volta un famoso giornalista americano adducendo uno sciopero per declinare l’invito ad un talk show, che con lo sciopero non c’entrava niente, se non leggo quello che scrivo, come faccio a sapere quello che penso?

giovedì 25 giugno 2009

Incazzatura in salsa leghista


Quando la Lega nacque ero giovanissimo e talmente pieno di ideali da provare ripugnanza genuina per tutto quel loro parlare di schei. Adesso provo ripugnanza lo stesso, ma lo so che quello strano sono io, in un paese che agli ideali ha abdicato in modo clamoroso e totale da parecchi decenni. Certo, quando uno si accorge di essere preso per il culo, magari un’alzatina di testa la fa, però.
Il mio datore di lavoro ha il pregio di compilare buste paga riepilogative annuali, cosa che non tutti fanno. Questo mi dà modo di vedere con molta facilità quanto guadagno, anno per anno, senza l’inquinamento che nella denuncia dei redditi può essere dato da entrate di altro genere rispetto al lavoro dipendente. L’esito del confronto è stato questo: nel 2008 ho guadagnato circa 1.500 euro più del 2007 al lordo, e 300 euro di meno al netto. Ma l’inarrivabile nano non doveva abbassare le tasse?
Dice che è l’eredità che gli ha lasciato Prodi. E il tempo per rifarla, la disciplina fiscale, non ce l’ha avuto?
Ma la mia incazzatura è un’altra: da Prodi il balzello lo avevo accettato perché la coppia più odiata dagli italiani (Padoa Schioppa e Visco) gli evasori aveva cominciato a stanarli sul serio, e quindi potevo davvero pensare che i miei soldi sarebbero serviti a pagare salari di solidarietà o asili nido; adesso, invece, so che l’evasione è ripartita alla grande, che le tasse in Italia le paghiamo per il 78% noi dipendenti e però all’asilo nido ci va il figlio del gioielliere e la casa popolare se la becca un tizio che va in giro in Porche (li hanno beccati di recente).
A questo punto mi incazzo anch’io per la vile pecunia: ma per quale cazzo di motivo io devo pagare i servizi a gente che guadagna dieci volte quello che guadagno io?
Invidia di classe – adesso hanno inventato questo termine con cui bollare la rabbia di quelli come me. No cari i miei berluscones, non è invidia, perché mi fate un sincero schifo dal punto di vista estetico, prima ancora che morale, con la vostra ignoranza crassa, i capelli unti e il sorriso untuoso. Al posto vostro io mi sparerei ogni mattina in bocca invece di farmi la barba o di mettermi il rossetto, figuriamoci se posso invidiarvi. Il termine giusto è odio: odio di classe, quello di Marx. Perché più passa il tempo più mi convinco che quel signore con la barba aveva davvero capito tutto, tranne la coglionaggine del popolo sovrano; che infatti ha giubilato lui e vota per voi, dimmi se ti pare normale…

lunedì 1 giugno 2009

I had a dream...

....diceva così, un tipo molto ganzo, qualche decennio fa… Ma io no, I had a nightmare, questa notte!
Dunque, vi racconto; io sognavo, e il mio corpo astrale – che, come tutti sanno, è libero di andare e venire come gli pare e piace oltre le barriere dello spazio e del tempo – si è preso una licenza di troppo. Prima si è librato per la stanza, poi su, oltre il terrazzo, e per il quartiere, ma sempre più su, e alla fine non lo so dove è finito, perché ho sentito una specie di vertigine, come se il mondo mi scappasse da sotto e un vortice blu mi risucchiasse, terribile!
Per un lunghissimo terrificante momento ho temuto di perdermi, la mia anima disintegrarsi in mille e mille filamenti, brandelli di sogni, sparire per sempre, come non essere mai esistito…
E invece ecco che all’improvviso sono di nuovo in qualche dove. Un dove proprio strano, perché il corpo astrale era partito di notte e adesso è giorno, ma parlano italiano, e allora non sono dall’altra parte del pianeta… ma dove cavolo mi trovo? Ci sono una mandria di bambini, la stanza è graziosa, anche se un po’ sgarrupata. Ci sono tutte quelle cose che stanno sempre nelle scuole: un sacco di disegni alle pareti, i banchi, le finestre grandi da dove entrano i raggi caldi del sole, si vede fuori il giardino tutto verde, per cui almeno non sono finito fuori stagione, dato che pure qui era maggio, quando sono andato a letto. Fanno un casino micidiale questi marmocchi, mi sa che è una seconda o una terza elementare, non la invidio davvero, questa povera crista della maestra. Cioè, comunque si vede che le piace quello che fa, e anche quando alza la voce e batte forte il palmo sulla cattedra ha come un sorriso sotto i baffi, fa fatica a nasconderlo, “bambini, adesso basta!!!”, sì, vabbè, come se non lo sapesse che tanto quelli continueranno a sgarrupargli l’aula. Lo sa, sì, ma non le importa, si vede che è contenta, li deve amare davvero, questi guastatori in erba.
Alla fine, com’è come non è, riesce ad ottenere la loro attenzione. E’ proprio una tipa curiosa, questa maestra: pare la maestrina dalla penna rossa del libro Cuore, con questo look un po’ all’antica, la gonna lunga stretta sotto al ginocchio, la camicetta bianca, una spruzzata di lentiggini e gli occhiali su cui spiove una ciocca riccia un po’ ribelle, sfuggita all’acconciatura castigata che non riesce a essere severa. E il sorriso, appunto, il sorriso trattenuto che sembra sempre sul punto di sbocciare a illuminarle il viso. Ma mi sono distratto, e lei ha iniziato a parlare, sono curioso. E chissà che, ascoltandola, non riesca anche a capire dove cavolo mi ha portato questo rincoglionito di un corpo astrale, che poi voglio proprio vedere come la ritrova, la strada di casa…
- ….uunaaaa storia! Allora bambini, vi va di ascoltare una storia?
- Sììììììììì!!!!!
Dall’entusiasmo, si direbbe che questa maestra sia un vero asso nel raccontare storie.
- e che storia vorreste ascoltare oggi? Solo storie vere, però, che dobbiamo andare avanti con il programma! La scuola sta per chiudere, è estate e ancora non abbiamo finito, le favole le lasciamo per l’anno prossimo!
- Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!!
I marmocchi scandiscono manco fossero allo stadio, io non so di che si parla perché l’unica fondazione che conosco è la trilogia di fantascienza di Asimov, ma questa ha premesso che vuole raccontare una storia vera… Vabbè, stiamo a sentire, prima o poi qualcosa capirò. E lei comincia.
- In un tempo non molto lontano, ma prima dell’anno zero…
Oh cavolo, ma che dice? Di quale anno zero va cianciando? Io non mi ricordo di ripartenze del calendario in tempi recenti!
- … il nostro paese era scosso dalle lotte. Erano innumerevoli anni che le fazioni si fronteggiavano, e solo di recente il Bene aveva iniziato a prevalere. Ma non era ancora finita, non era ancora finita…
- Chi erano i nemici, maestra?
- Donne e uomini cattivi…
Però… Politically correct, prima le signore, anche se perfide…
- … che avevano tanto potere, opprimevano il popolo e si rifiutavano di andarsene per fare posto ai Buoni, che volevano restituire a tutti la Libertà!
- E come vivevano le persone, senza libertà?
- Male bambini, molto male. Pensate che esisteva addirittura un Ordine Nero, un’associazione malvagia di persone che pretendevano di avere il diritto di decidere sulla vita degli altri, e se a loro giudizio uno faceva qualcosa che non andava fatta, lo perseguitavano per anni!
- Come le Guardie Azzurre?
- Noooooo!!! Non dire mai una cosa del genere, Filippo! Le Guardie Azzurre ci proteggono, vigilano sulla nostra libertà…
- Allora come le Lanterne Verdi?
- Lorenzo, non dire mai più una scemenza del genere!
… Si sta alterando… Ma che minchia sono queste Guardie Azzurre e queste Lanterne Verdi? Sarò mica finito in un fumetto? Ma ecco che riprende.
- Le Lanterne Verdi vegliano sulla nostra sicurezza, battono palmo a palmo le strade mentre noi dormiamo, snidano i cattivi che ancora, nonostante tutto, si nascondono tra noi, magari arrivando da lontano, gli Uomini Neri…
- Ma l’altra notte hanno pestato il papà di mio cugino…
- Adesso basta, Lorenzo! Non interrompere! E non dire bugie! Le Lanterne non pestano nessuno, al massimo l’avranno riaccompagnato a casa, magari aveva bevuto un po’ troppo e si è fatto male da solo, sarà caduto…
- Veramente l’hanno sbattuto in una cella…
- E si vede che ha fatto qualcosa di sbagliato! Piantala di fare il bastian contrario! Valerio, tu che hai più giudizio, mettiti vicino a tuo fratello e fallo tacere, che dobbiamo andare avanti con il programma!
Vedo un bimbetto dall’aria assorta mettersi vicino all’altro e stringergli di soppiatto un braccio, mentre gli fa un gesto inequivocabile,da adulto, visibile solo al fratellino e che in ogni lingua può significare solo “aspetta…”. Mi sa che non ha del tutto ragione, la tizia, a giudicare quest’acqua cheta… Prevedo che le darà un oceano di guai, senza neanche darsi il disturbo di farle capire da che parte sono arrivati.
- … Allora, bambini, riprendiamo. Dunque, dicevamo degli ostacoli che i Buoni hanno superare per far trionfare la libertà… Dovete sapere che a quell’epoca, un’epoca in cui, ripetiamo, i cattivi avevano dominato per tanto tempo, si era persa anche la conoscenza delle cose più elementari. C’era addirittura gente che sosteneva che la Libertà c’era già, che le cose andavano bene in quel modo, e che si era tutti uguali, cose folli! Pensate che esistevano perfino persone pagate per scrivere menzogne, erano i cattivi a pagarle, e così giravano pagine e pagine di calunnie sui Buoni, che venivano descritti come se i cattivi fossero loro!
- Ma tu, maestra, come fai a sapere queste cose?
- Perché io sono più grande di voi, Maria. Io c’ero già, anche se non ero ancora adulta c’ero, e ho visto con i miei occhi.
- E non ti sei battuta anche tu per riconquistare la Libertà?
- Beh, una lezione importante è che ognuno deve fare solo le cose che sa fare bene, e io sapevo già allora che a lottare per me c’erano persone molto più brave a fare quel mestiere.
- E tu, maestra? Che hai fatto?
- Io ho servito la causa diventando quello che sono adesso, una maestra. Fin da quando ero bambina sono sempre stata brava a raccontare storie, e quindi mi hanno selezionato per fare questo mestiere, per raccontare a voi come stanno le cose. Ma andiamo avanti. Dicevamo delle menzogne: la più grossa fu l’accusa rivolta al capo dei Buoni proprio nel momento in cui era più vicino al trionfo: si permisero, incredibilmente, di rinfacciargli l’amicizia con una bambina un po’ più grande di voi!
- E quanti anni aveva?
- Diciassette…
- No, lui.
- Ma che c’entra, piccola? Il capo dei Buoni è come tutti gli eroi, è sempre giovane e bello!
- Come L’Uomo del Popolo?
- Sì, brava! Mi hai anticipato, perché era proprio lui il capo dei buoni…
- Daaaavveeeeerooooo? Ma quello è un vecchio tutto rugoso…
- Eh, no! Non si può parlare così della Suprema Guida! Lui, che tanto si è sacrificato per tutti noi…
- E che c’entra la ragazzina?
- Adesso basta! La ragazzina era sua amica, gli teneva compagnia quando si sentiva solo…
- A me mica garberebbe tanto dover tenere compagnia a un vecchio rugoso tutto spelacchiato. E quando parla sputazza, pure…
- Tu non sei una buona bambina! Invece devi imparare a esserlo, come lo sono le cinquanta che tutti gli anni hanno l’onore di festeggiare il nuovo anno con Lui!
E poi, ricolta ad un maschietto:
- Tu, bada a tua sorella, che mi sta facendo perdere il filo.
Ed ecco che il bimbo furbetto, svelto svelto, si mette seduto vicino alla sorellina e le fa un sorrisetto complice, e lei si quieta.
E in questo esatto momento provo una strana sensazione, come se li conoscessi già, questi due bambini… E anche Valerio e Lorenzo, i due fratellini di prima… Un deja vu, chissà. Ma è la storia, adesso, che mi incuriosisce: di che parla la maestra? Ma ecco, ora riprende:
- Allora, bambini, dove eravamo rimasti?
- I buoni, i buoni!!!!
- Ah, sì. Allora, dovete sapere che la Guida Suprema è paziente, molto paziente, e nella sua bontà aveva deciso di sopportare: che dicessero pure quello che volevano! Tanto, il popolo era con lui.
Ma ecco, questa cosa dell’amicizia con la ragazzina, quest’amicizia nobile e pura, che gli veniva rimproverata come una cosa sporca… Ecco, questo lo fece davvero infuriare. ‘Ma come?’ Si arrovellava, "io faccio del bene a questa ragazzina, la strappo a un futuro di povertà, mi impegno per lei, disinteressatamente, in cambio solo di un po’ di compagnia, le concedo anche qualche gioco di quelli che lei tanto ama e che solo gente malata può defnire immorale… E questo è il ringraziamento?"
Erano già anni che Sua Eccellenza sopportava in silenzio gli insulti degli uomini in toga, che anche questa volta si stavano preparando ad aggredirlo; da ancora più tempo sopportava le cattiverie che su di lui scrivevano i giornali, ed era anche tanto che desiderava ricevere la comunione, e si era dovuto rassegnare a non poter accedere a questo sacramento – lui, così devoto - per l’intransigenza fanatica di una Chiesa che non la concedeva ai divorziati; e adesso, addirittura, si permettevano anche loro di rimproverarlo per quella innocente amicizia! Dopo quello che aveva fatto per loro!
Non perse più tempo: la sua prima mossa, a sorpresa, fu quella di ritirare la richiesta di divorzio da sua moglie. In nome della tolleranza religiosa, chiese di poter risposare lei e poi prendere in moglie anche Noemi, la ragazza, con rito musulmano. Per dare un esempio di apertura ai costumi dei nuovi italiani. SI presentò dal vecchio che si faceva chiamare Papa, così, con la moglie e Noemi, tutte e due consenzienti, e altre centoventisette giovani pronte a chiederlo in marito, in condominio. E, quando il vecchio si rifiutò di celebrare il multimatrimonio, la Somma Guida dichiarò lo scisma: prima di lui, solo Enrico ottavo aveva osato tanto. Ma non si comanda al cuore, né alla generosità: Noemi, Veronica e le altre centoventisette, tutte, furono sposate a Silvio e la cerimonia la officiò lui stesso, finalmente Grande Sacerdote dell’Unica, Vera, Ultima Grande Religione Rivelata. E i cattivi li cacciò semplicemente via. E’ troppo buono, Silvio, per poter far loro del male: li mandò in vacanza, lontano da qui. Antartide, Siberia, Sahara: luoghi esotici, bambini, lo so che non li conoscete, ormai la TV trasmette – giustamente – solo programmi atti a non turbare le coscienze pure del popolo, e questi luoghi non sono così importanti da richiedere che voi li conosciate… Ma sono posti fantastici, veri villaggi vacanze. E speriamo che almeno laggiù i cattivi se ne stiano buoni, a spese di Papi!
- Papi?
- Sì, è il titolo di capo della Nuova Grande Chiesa Rivelata Ultima Universale; quello di prima si chiamava Papa… E adesso invece abbiamo finalmente il Papi, che va bene pure come eroe civile, e infatti abbiamo anche l’altare al Papi della Patria! E domani lui compie ottantuno anni, ed è più giovane di me e di voi! Ma non è meraviglioso? Pensate, per i festeggiamenti si offriranno in quattromila per sposarlo! Quattromila!
- Anche tu, maestra?
Era Valerio a parlare. La maestra arrossì, compiaciuta ed emozionata.
- Sì….
Lo disse con voce rotta, al colmo della passione.
- Non volevo ancora dirvelo, ma sì… Non so perché, ma ha scelto anche me il Sommo Papi… Me, capite? Che non sono bella, che non sono niente! Pensate, quanto è generoso!
- Eh sì, maestra… proprio generoso!
E mentre diceva così, il piccolo lestofante le si avvicinava fin quasi a scomparire sotto le sue sottane, e con mossa da borseggiatore le infilava un topo morto nelle mutande, mentre Lorenzo e gli altri due di prima sghignazzavano paonazzi nello sforzo di trattenersi – Regalo per Papi! Regalo per Papi!
- Che cosa, bambini? Volete fare un regalo a Papi?
- Sììììì!!! Sììììì!!!!!!!
E i quattro erano i più scalmanati, esagitati, e la maestrina, commossa, li accarezzava, se li baciava – Lo sapevo, piccoli miei! Lo sapevo, che non potevate essere sul serio così insensibili! Lo sapevo che quelle cose brutte che avete detto prima non le sentivate davvero nei vostri cuoricini… Ma ditemi, chi ve le ha dette? Dove le avete sentite? Perché sapete, alle Guardie Azzurre lo dobbiamo dire, che ci sono ancora dei cattivi… Loro se ne occuperanno, li manderanno in vacanza con gli altri… E vedevo i quattro farsi seri seri, e poi si avvicinavano, con le faccine compunte e le sussurravano all’orecchio qualcosa… E lei sbiancava…
- Oh mio Papi! Ma no, ma non potete dire sul serio! Per favore, guardatemi in faccia!
E loro la guardavano, sì, sull’orlo del pianto si sarebbe detto, e poi abbassavano lo sguardo vergognosi, e con un filo di voce ripetevano, li poteva udire solo lei – sì, maestrina… non volevamo darti un dispiacere, ma sono stati proprio loro… il tuo paparino e la tua mammina, l’altro giorno, quando li hai portati qui a conoscere i tuoi bambini, cioè noi…
Piccole iene! Ma che goduria, però! Goditelo adesso, maestrina dalla penna rossa, il tuo matrimonio in multiproprietà! Sai che divertimento!
E però rabbrividivo, perché finalmente avevo capito che non ero andato in un altro luogo, ma in un altro quando, e che quel rincoglionito del corpo astrale stava scrutando, chissà, forse… il futuro! E pure vicino, l’animaccia sua!
Non ho retto più, mi sono riprecipitato nel vortice azzurro (che coloraccio, mamma mia!): che si sbrindelli pure l’anima, ma in questo universaccio non voglio starci un secondo di più, che se tanto è il futuro troppo a lungo mi toccherà starci, vedrete… A meno di non essere mandato in vacanza pure io, ovvio!
E mi sono risvegliato nel mio letto, tutto sudato e con il mal di testa, vicino a me c’era la mia cucciolotta… E allora ho ricominciato a respirare, e pure un po’ a sperare: coraggio! Magari era un futuro alternativo, un universo parallelo… Magari qui da noi non finirà così… Magari….

domenica 24 maggio 2009

Ciao, nonno

Ascoltando Radio 24 ho scoperto l'esistenza di un progetto bellissimo, che è la banca della memoria. Si tratta di un sito che raccoglie materiale - soprattutto interviste - a persone anziane che hanno qualcosa da raccontare. E quale persona anziana non ne ha? Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia, dice un vecchio proverbio africano. Purtroppo oggi di biblioteche ne stiamo lasciando bruciare a migliaia, senza fare granché per preservarle, per cui questo progetto mi pare davvero meritevole. Ma se volete saperne di più, andate alla fonte: http://www.bancadellamemoria.it).
C'è una sezione del sito in cui il visitatore è invitato a postare un ricordo di un nonno, e di questa occasione sono davvero grato: mio nonno è una delle persone che più ho amato, e purtroppo mi ha lasciato che ero ancora bambino; stranamente, non mi era mai venuto in mente di scrivere su di lui. Ora ho colmato la lacuna, e il suo ricordo lo propongo anche a voi. Non è un capolavoro, ma per me è davvero una perla. Ciao nonno, è passato tanto tempo, ma mi manchi ancora. Mi mancherai sempre.


Nonno Emanuele era un vecchio alto e secco dagli occhi azzurri, con una piega all’angolo della bocca sottile, come una smorfia. Per tutta la vita pastore, in gioventù quasi mai aveva dormito dentro una casa: capanne e grotte, nel buio, al freddo, alla pioggia, in un tempo oggi così remoto da sembrare di fiaba, in quell’Abruzzo aspro che gli aveva modellato il corpo, nodoso e severo. Un anno dopo l’altro, sulla montagna dietro alle greggi, e poi transumare: Puglia, Agro Pontino, campagna romana, dove infine eresse l’ultima capanna, che diventò casale e infine casa per quattro figli trapiantati, la più giovane sposò un fabbro che fece di lui mio nonno. Io giocavo sulla scalinata fiorita della capanna ormai sbocciata in una linda casetta e lui raccontava, mai stanco; la voce sommessa e continua, quasi assorto, pareva parlasse tra sé e invece gli urgeva di incidere in me, come con il coltello nella corteccia di un tronco giovane, la memoria dei suoi cieli e dei suoi pascoli, e di un dolore antico, mineralizzato nelle ossa di una stirpe di faticatori senza nome, il dolore dei poveri di ogni tempo. Parlava e parlava, le parole fluivano dalle sue labbra inseguendosi l’un l’altra, come l’acqua di un ruscello che scavalchi una roccia dopo essere sceso dai picchi innevati giù, sempre più dentro alle valli ormai ombrose della sua memoria. Io ascoltavo del cane Morgante, il coraggioso cacciatore di lupi, del possente toro Colonna che portava in groppa il nonno bambino e che durante la grande guerra era diventato carne da sbobba per l’esercito; in silenzio raccoglievo in me tutta la poesia del vecchio pastore che scioglieva la sua vita calante in un inno appena mormorato agli alberi, alla roccia, all’erba, al sole e alla neve. Di poesia traboccava, quel vecchio mite che nella vita vagabonda aveva sempre portato nella bisaccia pane, vino, formaggio e due libri consunti: Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata. Furono quelle le mie favole: non Biancaneve o Cenerentola, ma la spada Durlindana, l’Ippogrifo, Astolfo sulla Luna, il senno perduto di Orlando, l’armi pietose e il capitano… Quando se ne andò fu lieve. Disse di lui un poeta che non ha peso, la semplicità.

domenica 17 maggio 2009

Il prezzo del successo

E andiamo di nuovo ad esibire, con orgoglio, la crescita impetuosa del nostro blog. Non è che adesso a gestirlo siamo più di prima, però il plurale maiestatis è d’obbligo, nella celebrazione di successi tanto lusinghieri.
E si dia dunque il via alle danze con la nuda serie mensile delle visite, di per sé eloquente senza bisogno di commenti o chiose:

Certo, la strada è ancora lunga e non ci nascondiamo le difficoltà ulteriori che dovranno essere affrontate, sulla strada dell’affermazione planetaria; per rendersene conto, sia sufficiente questo secondo grafico, che altrettanto esplicitamente del primo mostra come la fidelizzazione dei lettori sia ancora di là da venire, se è vero che la maggior parte (felloni!) non per richiesta diretta ci raggiunge, avendo magari diligentemente provveduto ad aggiungere la URL nei bookmark, ma solo attraverso il motore di ricerca:

Ma, nella modestia operosa che rappresenta il nostro segno caratteristico, siamo consapevoli che sarebbe stata malsana presunzione pretendere il lancio nell’empireo degli opinion leader senza pagare il salato prezzo di dure fatiche e indefesso lavoro editoriale. Lo stesso, però, è difficile mantenere l’understetment, che pur da sempre ci contraddistingue, a fronte di risultati di questa portata, insperabili e insperati quando ci imbarcammo nell’impresa.
Che dire? Il puzzopensiero si sta ormai diffondendo a macchia d’olio nella rete, in attesa di straripare nel mondo reale… O almeno in un reality, che tanto di questi tempi fa lo stesso e anzi probabilmente è meglio assai.
Perché parlo così, chiedete? Ve lo dico subito. O meglio, ve lo dirà la terza statistica, quella chiave, anzi quella delle chiavi, intendendo per tali le chiavi di ricerca in base a cui i navigatori che osano sfidare i gorghi immani del Maelstrom della Rete approdano infine al nostro modesto eppur sicuro porticciolo. Ve le snocciolo così, senza stare a sottilizzare sulle quantità, cioè quante volte ricorre una chiave e quante un’altra, tanto più o meno le frequenze si equivalgono:

Cazzo
pesce cazzone
mastica cazzo
il cazzo grosso mentre lo ficca in culo
pisello torto
cazzone volante
nodo al cazzo
cazzo a chiave
vecchio cazzo marcio
testa de cazzi


Che c’è, vi siete stupiti? E questo è solo un assaggio! Leggete qui sotto, se volete divertirvi davvero:

cazzo in testa
gioco di cazzi in culo
cazzo in tiro

e poi una serie di varianti di una raffinatezza tale da indurre alla riflessione. Che avrà avuto in testa, per esempio, quello che ha dato in pasto a Google una chiave come cazzo in contemplazione? Sarà forse alla ricerca di un qualche nirvana sessuale?
Cambiando genere: esisterà davvero nell’elenco telefonico il sig. Giuseppe di Cazzo?
Più fantastica, invece, l’ispirazione di quelli che, evidentemente attratti dal post sui supereroi padani (i mitici Watchmen), sono giunti qui alla ricerca dei loro beniamini:

uomo cazzo
super cazzo
super cazzone

E anche di qualche fantastica creatura da bestiario:

pesce cazzo
pianta cazzo

così come non manca, sempre tra i padani, quello che invece si è spaventato leggendo delle imprese dei vu’ cumprà sulle spiagge romagnole (sempre nel post dedicato ai watchmen) e, da buon imprenditore, ha voluto documentarsi sull’offerta della concorrenza:

dimensioni pene nero
turco con il cazzo più lungo

e poi, evidentemente spaventato, si è rigirato da solo il coltello nella piaga, andando alla ricerca di un possibile termine di confronto con i prodotti della casa (capita, no? Che quando qualcosa ti fa male e non vuoi crederci vai a scavare in profondità, per essere proprio sicuro sicuro):

minidotati foto

Ma ci sono anche altre rappresentanze territoriali, oltre a quelle padane:

cazzo lazio

e non mancano copiosi riferimenti alla zootecnia, forse da parte di produttori o gourmet impegnati nello sviluppo di varianti gastronomiche da inserire nella carta di qualche prestigioso ristorante del circuito slow food (o almeno, speriamo che sia slow: anche il protagonista di tutti queste chiavi di ricerca, così come il cibo, pare venga poco apprezzato in versione speedy gonzales):

patate a forma di cazzo
salsiccia a forma di cazzo

C’è qualche amante del macabro:

bare per teste di cazzo
morto nella bara con il cazzo dritto

e qualche navigatore portato alle grandi domande metafisiche:

che cazzi esistono?
cazzo magico
cazzo simpatico

Qualcuno è più diretto (chissà, magari alla disperata ricerca di un amore perduto):

il cazzone di Gianni

Escluderei, comunque, che si tratti del mio amico Gianni (non perché sia minidotato, pettegoli: è solo che proprio non ce lo vedo, coinvolto in una storiaccia di sesso da strada).

Qualcun altro la butta in psicanalisi:

cazzi in testa

E infine, visto che ogni salmo finisce in gloria, chiudiamo l’elencazione puntigliosa delle chiavi di ricerca con quella più ecumenica:

mazzo di cazzi

così, senza andar troppo per il sottile: li cercano e se li accattano a fasci, come sono sono.

Con questo abbiamo esaurito la categoria delle ricerche trasversali. E sì, perché il riferimento all’entità così citata in tutte le chiavi suddette compare in più post, anche se pochi. C’è invece un vecchissimo post che sembra appartenere alla categoria dei long seller, continuando indefessamente a portare acqua al mulino del GPZ: è quello che tanti mesi fa dedicai alla vigilessa mia collega di tanti anni fa, che da sempre sfrizzola il velopendulo di quanti si lanciano nei marosi della rete alla ricerca di:

divisa polizziotta porca
polizziotta sexi
calze a rete vigilessa
vigilessa maiala

e non mi fa piacere il fatto che mi trovino, nonostante gli errori di ortografia (però io nel mio post non ne ho fatti, ho verificato) e altre infinite varianti sul tema che non sto qui ad elencare e che prima o poi raccoglierò in un post autonomo.

Carine anche le chiavi di ricerca che puntano al post della mia corsa in go-kart di novembre, a Londra:

maccine da corsa
machine da corsa
maccine da carsa

Anche qui, come vedete, ad uscire incidentata è pure l’ortografia, e non solo il Gattopuzzo che si schiantò all’ultimo giro.

Insomma, siamo diventati popolari. Adesso tocca lavorare per raffinare i gusti del pubblico… Oddio, si vede proprio che sono un pseudo intellettuale del cazzo (la parola ormai si può usare, tanto, più sdoganata di così…) cresciuto negli anni settanta: fossi più moderno, starei contento così come sto e anzi… Vi ricorda nessuno, questo particolare modo di accalappiare audience? Se rispondete di no, siete perfetti cittadini del nostro tempo, e però vi pregherei di sciacquarvi via dalle mie pagine alla velocità del lampo, che certamente tra noi l’amore non potrà sbocciare.

Concludendo: il successo ci arride, anche se non proprio del tipo che avevamo auspicato. Ma siamo di bocca buona, e ci accontentiamo. Unico problema, le pari opportunità: mi pare infatti che il pubblico sia decisamente monogenere. Il prossimo impegno, quindi, sarà quello di rimodulare la produzione editoriale per migliorare l’offerta al pubblico femminile. Sperando che almeno loro, le donne, siano in grado di dare un tocco di gentilezza alle mie statistiche. E pensare che è pure il mio mestiere, la statistica!

P.S. naturalmente, dopo questo post mi aspetto un'impennata delle visite al blog: vogliamo scommettere?

mercoledì 13 maggio 2009

Io non sono razzista...

Oggi, tanto per cambiare, ho bisticciato con un paio di colleghe plaudenti ai cosiddetti “respingimenti” degli immigrati sui barconi. Entrambe in palese contraddizione con le proprie convinzioni personali, orgogliosamente sbandierate: sinistrorsa una, cattolica l’altra. Ora, non è che io abbia la pretesa di essere necessariamente nel Vero e nel Giusto quando dico che si tratta di nostri simili in condizioni spaventose, e che anche solo per questo andrebbero soccorsi e accuditi: so bene che esistono milioni di altre possibili posizioni – tutte coerenti - secondo cui è lecito non solo buttarli nei lager di Gheddafi, ma anche evitarsi un simile disturbo semplicemente speronandoli e rimanendo a guardare mentre affondano. Sono posizioni che rispondono al nome di Fascismo, Nazismo, Razzismo e così via, tutte con la maiuscola perché argomentabili (e infatti lungamente argomentate) in senso filosofico. Come dire: a me personalmente fanno schifo, ma purtroppo è vero che, date determinate premesse, ragionamenti ferrei consentono di giungere a quelle dottrine senza incorrere in alcuna contraddizione. Invece le due donzelle, ovviamente, tengono a ribadire piuttosto aggressivamente, quale premessa, di non essere assolutamente inquadrabili in nessuna delle categorie di cui sopra – io non sono razzista... - e anzi, rendono testimonianza di appartenenza a comunità che dovrebbero metterle al di sopra di qualsiasi sospetto di becerume. Verrebbe da completare la loro premessa con la stanca battutaccia - … no, chiaro che tu non sei razzista, sono loro che sono negri... - con la “g” politicamente scorretta. Insomma, se un nazista convinto mi viene a dire che li dobbiamo affogare io reagirò con la dovuta dose di violenza e cercherò di affogare lui (che farà lo stesso con me), ma ne riconoscerò l’onestà intellettuale; a queste due che dovrei dire? O meglio: cosa dire alla cattolica lo so, e infatti le ho detto che la sua chiesa ha da tempo smesso di essere cristiana, dal momento che se Cristo fosse rinato a nostra insaputa starebbe con ogni probabilità su uno di quei barconi, magari pilotato da Simon Pietro il pescatore di Galilea; lei, quindi, a suo modo è coerente, perché la sua religione ha rimosso Cristo da un bel po’, se non come testimonial per il marketing confessionale (la figura ha sempre un suo fascino) e ha riabbracciato l’arida crudeltà del dio degli eserciti veterotestamentario, quello che se ne sta lassù sempre incazzato e del tutto alieno da pietà e comprensione. Lei non ha gradito, ma non mi pare sia possibile altra spiegazione a una contraddizione tanto flagrante tra quello che si professa e quello che si fa.
E l’altra? Quella di sinistra, dico. A quella, oggettivamente, cosa dire non lo so. Non trovo una sola posizione, nella sinistra passata e presente, che possa autorizzare una licenza tanto schifosa. A meno di non andare ai totalitarismi del secolo scorso, che pure a modo loro erano anche terzomondisti.
A entrambe, invece, e all’oceano sterminato di teste di cazzo che parlano e agiscono come loro – Io non sono razzista, ma... - qualcuno dovrebbe chiedere: ma che cos’è, per voi, essere razzisti? No, perché se non è razzismo invocare l’epurazione dello straniero dal proprio suolo, negare le aggressioni finite nel sangue e nel fuoco, arrivare a dire che si tratta di esagerazioni dei media, che sono sempre pronti a denunciare i crimini contro gli immigrati e mai quelli commessi da loro (!), plaudire a chi intercetta in mare zatteroni carichi di poveracci, bambini e donne incinte e li ributta in mezzo al deserto; se non è razzismo questo, allora che cos’è, secondo voi, il razzismo?

giovedì 7 maggio 2009

Gianni e Roberta

Qualche giorno fa sono andato a pranzo con Gianni e abbiamo parlato di politica, che è come parlare di calcio con Pelè. Gianni è un mio amico che per lavoro frequenta tutti i giorni gli ambienti della politica e sarebbe un ottimo insider, se solo non avesse un’etica professionale talmente inflessibile che in tanti anni non ero mai neppure riuscito a capire che pendeva a destra, tanto è attento a non far trasparire le sue opinioni. Adesso però l’ho capito e quando ci vediamo mi scatta spesso il tic di provocarlo, un po’ perché mi pare impossibile che una persona della sua intelligenza e della sua cultura, profondo conoscitore degli ambienti della politica internazionale e per di più nella posizione ideale per vedere da vicino le gesta di certa gente, possa pensare che in questo paese il meno peggio è Berlusconi; e un po’ nella speranza, che si rivela sempre vana, di scucirgli qualche informazione ghiotta, di quelle che a noi comuni mortali non è dato conoscere. Ovviamente lo devo fare con molto garbo, sennò non accetterebbe il confronto. Di solito la cosa si svolge così: io parto all’attacco con una stoccatina di fioretto, lui mi guarda, si prende il suo tempo per riflettere e poi comincia a girarmi al largo, quasi volesse invitarmi ad affondare altri colpi. Cosa che faccio sempre, ricavandone ogni volta la frustrantissima sensazione di non averlo neppure scalfito. Poi piano piano, lentamente, inizia lui a dispiegare la sua strategia. Che non è quella solita dei berluscones, gridata e prepotente, anzi: lui la sua inclinazione – per me perversa - la veste di necessità metastorica, evoca personaggi e scenari di cui spesso io non conosco neppure l’esistenza, cita tomi ponderosi di pensosissimi studiosi su cui si è formato, prende il nano alfa e tutta la sua corte di giullari e saltimbanchi e pure la disastratissima sinistra e li proietta in un cosmo in cui operano forze che agiscono e fanno la Storia, in un iperuranio in cui sono possibili cose che voi umani non potete immaginare, per dirla con il replicante di Blade Runner; e poi, dopo aver disposto tutti i pezzi del gioco in quella misteriosa iperscacchiera, ridistribuisce le ragioni e i torti, districa grovigli di cause ed effetti, svela fini che resterebbero per sempre oscuri se non fossero illuminati dalla luce gelida di quel luogo situato al di là dell’esistenza, e che anzi la contiene. Alla fine, com’è come non è, mi trovo a convenire che sì, insomma, quello che mi sembrava delittuoso forse proprio del tutto criminale non è, che in fondo in fondo forse sì, uno può anche pensare in buona fede quella cosa che magari non è proprio irragionevole come era sembrata a me, che certo, la sensibilità di ciascuno non si discute e il mio cuore batte da un’altra parte, però visto in questa prospettiva anche l’odiato nemico le sue ragioni ce le ha… a questo punto lui, elegantemente, sapendo di aver raggiunto lo scopo, si sfila dal confronto e riporta l’astronave sulla terra – allora, quand’è che ci vediamo a cena con le signore? Vorremmo farvi vedere la nostra nuova casa... E a quel punto capisco che l’ora della politica è finita, e mi ha bastonato un’altra volta...
Però quanto ho imparato! Appena torno in ufficio lo devo subito raccontare ad Antonio, il mio capo, che la pensa come me ed è fazioso più di me: gli devo dire, devo condividere, devo far capire anche a lui che ci sbagliamo, che il terreno del confronto è un altro, devo portare anche a lui quest’epifania delle ragioni dell’avversario, che se non le comprendiamo mai lo potremo sconfiggere... E mentre parlo mi incarto, e Antonio il toscanaccio mi guarda come se fossi uscito di senno – A Maurì, ma che 'azzo dici? – No, aspetta che non hai capito, io volevo dire… - Ma che? Tu me sta' a di'che le veline nel parlamento stanno bene lì, che la riforma della magistratura co' il pubblico ministero sotto il piede del ministro è 'na trovata che manco Cavour, e la Gelmini e pure la 'arfagna hanno da sta' lì indove stanno... Ma sei diventato tutto 'oglione? Guarda che 'l tu' giudizio quest'anno ancora 'un l'ho fatto mica, mi sa che faccio ancora in tempo a malmenarti, mi sa...
E in effetti io sto dicendo proprio quelle cose che dice Antonio, non vorrei ma questo dico, e porca miseria, ma dove si è persa quella trama grandiosa che intorno a queste faccende aveva intessuto Gianni, incastonandocele dentro come piccole pietre che necessariamente lì devono stare, o al più come minuscole imperfezioni nell'intarsio maestoso della Storia? Che fine ha fatto il Cosmo-oltre-la-Storia che mi aveva rivelato? Perché da solo non sono capace di tornarci? Corro corro per spiccare il volo e ci riesco quanto può riuscirci un tacchino, e poi a pensarci bene... ma davvero è possibile, sia pure nell’Ultramondo, dare un senso che non sia la decadenza al cavallo di Caligola in Senato? Perché, tornando tra i mortali, è di questo che stiamo parlando, e come cazzo ha fatto Gianni a irretirmi in quella maniera, a circuirmi e alla fine a ipnotizzarmi fino a farmi fare, adesso, questa figura di merda? Batto prontamente in ritirata adducendo una riunione che non ho, lascio Antonio a meditare esterrefatto sul mucchio di idiozie che gli ho appena sciorinato, mi chiudo in stanza, furibondo.
E fosse almeno finita qui... La sera dopo me ne tocca un’altra, del tutto diversa ma altrettanto frustrante, una gentile pulzella che ha nome Roberta e che, a differenza di Gianni, invece del fioretto usa la sciabola, così come io, quando non sono con Gianni, amo dare di piglio alla scimitarra o anche alla clava. E tra due soggetti così sono cornate furiose, trattenute solo dall’affetto e dall’amicizia, e mi sa che finiamo pure per fare due palle così a tutti gli altri partecipanti alla cena, con le disquisizioni che partono dal gazebo del PD (argh! lo detesto!) a piazza Vittorio e finiscono con me all’attacco del pensiero liberale e lei che si mastica Marx e tutti gli hegeliani insieme alle buonissime seppie ripiene di Marilena. E più parlo più mi gaso, e più mi gaso più mi radicalizzo, più mi radicalizzo più le sparo grosse, una videocamera mi ci vorrebbe, per rivedermi, che mi sa che sembro Stalin che vuole fare i piani quinquennali, e lei pure mica è da meno, adesso manco me lo ricordo quello che diceva, ma dimmi tu se uno fa una discussione con un’amica e invece di cercare di arricchirsi nel confronto si ingarella perché la vuole spuntare a tutti i costi (e lei pure però... Vero? Tanto lo so che prima o poi vieni qui a leggerti questo post, confessa che pure tu mi volevi stendere...). Insomma, siamo stati la rappresentazione vivente dello spettacolo indecoroso di tutto quello che la gente di sinistra fa per far vincere gli altri. Ovvero: parlare di cose di cui non frega niente al 99,9 per cento delle persone raziocinanti; ritenere quelle cose tanto fondamentali da rappresentare un solco insuperabile, anche se poi nel vivere quotidiano (che è la vera cartina da tornasole) le differenze significative tra noi ci vuole il microscopio a effetto tunnel per trovarle; fare – l’ho già detto – due palle così a chi ci stava intorno. Eppure ero proprio convinto di avere ragione! Anzi, ora che ci ripenso, è che la foga mi ha fatto incartare, perché altrimenti cara Roberta ti avrei detto… insomma, il mio pensiero... Quello che voglio dire… NON LO SO!!! Però c’ho ragione!
E con questo chiudo. Se vuoi approfondire la citazione colta dell’ultimo paragrafo, eccoti il link: http://www.youtube.com/watch?v=W_jKVgVBCpA&hl=it.
Guardatelo, è davvero divertente! Spero solo di non somigliargli troppo...

mercoledì 8 aprile 2009

Senza cuore

Il Gattopuzzo è di origine abruzzese. Non direttamente: a nascere tra le montagne è stata mia madre, ma io mi sono sempre sentito molto legato a quella terra dura, e spesso mi presento come abruzzese. In queste ore terribili della distruzione dell'Aquila, di Olla e di tanti altri paesini di quella che considero la mia patria d'adozione dovrei essere devastato, e non lo sono. La cosa mi fa sentire colpevole, e vale la pena cercare di capire cos'è che (non) mi fa sentire come mi dovrei sentire. Non è niente di nobile: è solo incazzatura. Passerà, e allora soffrirò, come altre volte mi è successo in passato.
Avere le radici affondate in un qualche luogo di questo mondo significa non potersene liberare. Spesso anche non volersene liberare, ed è quanto capita a me rispetto al tenue legame che continuo a coltivare dentro di me con l'Abruzzo. Amo quelle montagne aspre e pelate, quei paesaggi di terra e di sassi dove puoi camminare fino allo sfinimento prima di incontrare un essere umano, una casa, un semplice recinto per le pecore. Su quelle montagne mio nonno ha faticato buona parte della sua vita, tra pecore cani e capanne, e mia nonna si è rotta la schiena per far crescere patate e rape in mezzo alle pietre. Di mia nonna non ricordo quasi niente, è morta che avevo due anni; ricordo bene il nonno, un vecchio alto e diritto, con gli occhi chiari e una piega all'angolo della bocca, come una smorfia di sofferenza. Era di una bontà disarmante. Altri vecchi della mia famiglia non erano come lui: la pietra, il vento e la neve li avevano induriti, avevano cotto la loro anima come la pelle della loro faccia, diventata cuoio. Erano macchine da sopravvivenza, avvezzi alle tempeste e alle guerre, che in gioventù avevano combattuto a ripetizione accettandole come si accettano la pioggia e la neve. E di generazione in generazione questi vecchi colore del cuoio hanno annichilito il cuore e addestrato il cervello a fare a meno di qualsiasi pensiero astratto, perpetuando una genìa tristemente concreta, dedita a sposarsi e riprodursi in un ciclo sempre uguale, e a tirar su casa. Tirar su casa: so di sacrifici inenarrabili fatti come se non fosse possibile altra scelta, e forse nella mente di quelle persone era davvero così. Cubi di cemento, di mattoni, di calce tirati su per ogni dove, in mezzo ai prati come sulle pendici scoscese delle montagne, dove costruivano quelle case assurde di tre piani in cui potevi entrare o dal piamo terra, come in tutte le case di questo mondo, oppure direttamente dal terzo piano, se facevi il giro della casa e ti arrampicavi su per l'erta dove l'avevano ancorata, tra la parete di roccia e il cielo. Nessuna concessione all'estetica, edifici brutti e squadrati che sono sorti come funghi, uno dopo l'altro, a snaturare un paesaggio immacolato inframmezzandolo di grigio e di recinzioni di rete, di filo spinato, di mattoni, di legno, ognuna fatta a modo suo, senza armonia, in una cacofonia di colori, di madonne da giardino e di infissi di alluminio. Paesaggi gloriosi perduti per sempre, trasformati in distese dove lo sguardo non si riposa, inciampa continuamente in ostacoli massicci o sottili, ma tutti ugualmente brutti.
Tante volte ho litigato con i vecchi della mia famiglia, per questa loro concezione del mondo che esilia ogni forma di bellezza. Mi hanno sempre risposto che la bellezza è un lusso, che io me la posso permettere perché loro si sono spaccati la schiena per offrire a figli e nipoti qualcosa di più, e però loro non hanno mai voluto capire me quando gli chiedevo come mai, se adesso era possibile permettersi quel lusso, non se lo permettevano pure loro, e soprattutto come mai non si permettevano e non si permettono ancora oggi nessun riposo; come mai stanno ancora lì a tirar su blocchetti e a pagare condoni - quello che costruiscono è rigorosamente abusivo, fatto con il cemento più scadente e, ovviamente, brutto - ora che noi figli, noi nipoti siamo grandi e le nostre case le abbiamo, oppure paghiamo l'affitto se non abbiamo voglia di fare la vita che hanno fatto loro. Ma niente, pare che un uomo non sia un uomo se non suda come un animale tra carriole, carrucole e cazzuole, e una donna non sia una donna se non lo sostiene nell'impresa accudendo i figli, preparando puntuale il pranzo e la cena, lavando e stirando. Non c'è festa comandata in cui io e mio zio non ci azzanniamo, subito dopo pranzo, su queste nostre opposte concezioni del mondo, e lui mi commisera, lo vedo, per non essere capace - pensa - di fare quello che lui ha fatto: uomo senza spina dorsale, senza senso della famiglia e dell'onore.
Certe cose ai vecchi si perdonano, ma un po' di veleno rimane.
Ed ecco che una notte la terra trema, e la sentiamo anche a Roma; e il mattino dopo ci alziamo e la TV, o il vicino di casa, o il collega in ufficio ci dicono che è stata una tragedia, che è venuta giù mezza città dell'Aquila e vari paesini, e la notizia stordisce. I parenti, gli amici... Tutti salvi, quasi per miracolo, ma parecchi hanno perso la casa. Racconti drammatici di corse per le scale come se si corresse sull'acqua, che quelle si disfacevano mentre ci posavi i piedi sopra. I pianti al telefono, le urla di quelli che in meno di un minuto hanno visto tutte le loro cose venire giù, e anche la casa tirata su con tanta fatica è venuta giù, insieme a tutta la loro vita, ai ricordi, al servizio buono regalato dalla zia per le nozze, le foto, tutto perso.
E' troppo per poter partecipare, un lago nero mi si allarga nel cuore, come sangue vischioso. E' un dolore antico che non ho voglia di riconoscere, preferisco lasciarlo dov'è, ignorarlo. Meglio lasciar guidare la testa, quella testa che, dopo aver tirato un sospiro di sollievo - avete perso tutto, ma almeno siete vivi - comincia a giudicare. E a ricordare di quante infinite discussioni furono oggetto quelle case orrende e insicure, messe insieme alla meno peggio perché tanto sarebbero state comunque meglio di una capanna e invece no, oggi sono diventate trappole mortali e sarebbe stato cento, mille volte meglio avere sulla testa un tetto di paglia o anche di lamiera, una cosa che cadendo almeno non ppossa farti male. Il dolore che confino laggiù, in fondo al cuore, deve essere quello antico che io non ho provato mai e che però nel sangue mi deve essere filtrato lo stesso, da quelle generazioni senza nome che giù, giù per li rami e fino alle radici più antiche e profonde dell'albero genealogico hanno vissuto vagabonde tra grotte e capanne dietro alle pecore e alle capre, su per le montagne senza un filo d'erba. I cafoni, i pecorari sporchi e ignoranti che pietra dopo pietra hanno costruito qualcosa sì, ma non per se stessi: l'hanno costruita per me e per i miei coetanei, che abbiamo l'ardire che a loro è mancato, quello di osare anche di godere, di quel poco o tanto di cui disponiamo. L'incazzatura è quella che tutti a quindici anni hanno provato contro il padre, che improvvisamente non era più perfetto, solo che io adesso non ho quindici anni e vado anzi per i quarantaquattro, e non mi fa piacere constatare che sono ancora un po' incazzato, parecchio incazzato con questi qui, che pure mi hanno messo in grado di fare ciò che ho fatto.
Vedo in TV le loro povere case venute giù come fossero fatte con i mattoncini Lego, vedo l'inutilità di tutti quei sacrifici e mi incazzo. Con loro, mi incazzo: perché lo sapevano che una casa fatta male con il terremoto ti cade in testa, ma lo stesso hanno risparmiato sul cemento, sul progetto, sulla loro stessa vita per farne due, tre, al prezzo di uno, di quegli orrori. E magari uno gli sarebbe pure bastato, ma no, nella vita si deve crescere, ci si deve espandere. E che problema c'è se lì non si può, tanto c'è sempre un assessore che si può comprare - da quelle parti una volta bastava una caciotta - e alla fine siamo in Italia, un condono prima o poi rimetterà le cose a posto.
La testa guida, la testa giudica, e il dolore se ne resta confinato in fondo al cuore. La Ragione, unica dea, dice che questi miei familiari, e chissà quanti come loro, sono stati vittime della propria stessa ottusità. E giudica più forte, questa testa senza più freni, per dimenticare il dolore antico che altrimenti vorrebbe gridare. L'ignoranza è una colpa, disse Manzoni, e una volta tanto questa testa gli dà ragione.
Ma c'è Fiorella che piange disperata; Fiorella, che ha quasi sessant'anni ed è nata zoppa, non ha mai preso un diploma e da più di quindici anni ha perso anche il lavoro. Fiorella, che fa la pulizie per vivere e non può operarsi perché non può permettersi di non lavorare, ma non camminerà più se non si opera. Fiorella che non si è mai sposata, e dall'altra notte non ha più nemmeno una casa.
Mi chiama mia madre, dice facciamo una colletta, e ci mancherebbe che mi tiro indietro. E poi dopo aver attaccato il telefono penso a lei, parecchio a lungo. Mi sento colpevole del mio rancore verso quel ramo antico della mia famiglia rimasto là, prigioniero della montagna, quel ramo di cui lei è una delle ultime foglie: quando anche loro cadranno, forse più niente resterà a raccontare quello che ci portiamo nel sangue, il freddo, la neve, la puzza delle pecore, la vita agra, il dolore senza nome di generazioni di paria. E a volte un sacro terrore mi coglie, la consapevolezza che in fondo porto solo una maschera, che in realtà è quello stesso albero che mi ha generato, l'albero dei paria, e basterebbe niente perché la maschera cada e a tutti si rivelino la vergogna e il dolore. E' una paura che mi insegue da sempre e mi assale spesso senza preavviso, che mi serra nel suo abbraccio gelido all'improvviso anche mentre sto camminando per Roma, ben vestito, in un bel tramonto estivo. Sono appena uscito da un ufficio dove le pulizie le fa qualcun altro (persone come Fiorella?), dove posso lavorare al caldo in inverno e al fresco in estate. Ho soldi in tasca quanti ne bastano per togliermi qualche sfizio lungo la strada, tipo comprare un libro, o un paio di scarpe. Sto camminando verso una casa bella e accogliente, dove una donna che amo mi sta aspettando. Come ci sente a non avere niente di tutto questo? Come ci si sente a non avere niente? Né soldi in tasca, né amore, né un posto dove andare? E a veder distrutta l'unica cosa che nel corso della tua vita eri riuscita a mettere insieme - un appartamentino in un condominio orrendo, che per te però è probabilmente una piccola reggia, a confronto con la stamberga in alta quota in cui sei venuta al mondo e hai passato l'infanzia?
Già, come ci si sente?
Non lo so come ci si sente, e l'ignoranza non è una colpa, è una tragedia, una calamità peggiore di un uragano, di un cataclisma. Peggiore di un terremoto.
Chi ridarà a Fiorella la sua casa? Dovremo mettere il sale sulla coda al costruttore che gliela vendette trenta e più anni fa, una scatola di cartongesso spacciata per appartamento antisismico? O andrà a vivere nella new town che il nostro esimio nano alfa ha subito proposto di realizzare, e che cazzo, gli affari sono pur sempre affari, e chissenefrega se tocca aspettare un terremoto per superare una buona volta 'sti cazzo di vincoli, quando il terremoto arriva facciamola una bella colata di cemento accanto alle macerie, anche se la gente lì non ci vorrebbe andare, anche se Fiorella rivorrebbe la sua, di casa, e al nano il voto glielo ha dato lei, ma a Berlusconia no, proprio non ci vuole andare.
Nessuno consolerà mai Fiorella. Ma chi non è ignorante, chi ha cultura anche minima e capacità di ragionare, cioè noi tutti, ma anche quelli si sono arricchiti sull'ignoranza sua e di quelli che come lei certi mezzi non se li sono potuti permettere; in una società davvero civile, tutti noi non dovremmo forse farci carico delle situazioni che l'hanno condotta là dove è arrivata adesso? Lei e tutti quelli come lei? E' civile un paese dove un costruttore ti contrabbanda per casa una baracca e gli uffici comunali avallano, dove non ti puoi operare perché non ti puoi permettere di smettere di lavorare (al nero), dove alla fine resti pure senza un tetto e se non avessi una sorella che ti si prende in casa finiresti sotto i ponti, perché figurati se qualcuno ti metterà mai ingrado di pagarti un affitto? E' civile un paese che - a differenza di me, che ho preferito spegnere il cuore - per non giudicarsi per quello che è spegne la Ragione e mette in scena solo le lacrime, il pianto interminabile di chi ha perso ogni cosa, servito puntuale a colazione, pranzo e cena dai Bruno Vespa, dagli Aldo Forbice e da tutti gli altri pennivendoli di regime?
Passerà anche questa, come tante altre ne sono passate, e purtroppo non cambierà questo mondo piccolo: fra cinque, dieci, quindici anni staremo lì a denunciare le malefatte della ricostruzione, e quelli che pure su questa tragedia hanno avuto il coraggio di succhiare soldi, e snoccioleremo uno ad uno tutti gli altri luoghi comuni di questo paese che sempre più diventa un non luogo, un posto senza legalità, senza giustizia, senza morale. Senza amor proprio, e con nessuna stima di se stesso. Senza cuore, nonostante il piagnisteo televisivo quotidiano, che proprio a mascherare questo vuoto serve.