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venerdì 31 luglio 2009

Luglio, again


Mario aveva un nome semplice e non era una persona banale. L’ho conosciuto poco, come si conoscono poco i familiari degli amici: il fratello più piccolo di un’amica lo conosci che tu sei adoloscente e lui ha dodici anni e poi lo vedi una, due volte l’anno fino a che ne ha più di trenta, non lo conosci ma lo hai visto crescere, mentre crescevi anche tu. Ciao Mario, come stai? E una battuta, una chiacchierata di pochi minuti, poi lui via, deve scappare, ha un impegno oppure ce l’hai tu, e del resto non sei andato a trovare lui ma sua sorella, l’amica: Mario ogni tanto pensi che sarebbe bello conoscerlo meglio, frequentarlo, con quel suo carattere franco e aperto, sempre di buon umore senza essere chiassoso: una persona luminosa. Ma non hai tempo tu, non ce l’ha lui, la vita ha scelto per noi percorsi paralleli che ogni tanto si incrociano, e niente più.
Mario ha centrato in pieno un paletto del guard rail, con la sua moto. Dieci centimetri a destra o a sinistra o sopra o sotto e non sarebbe successo niente, ma invece quei dieci centimetri non si sono spostati da nessuna parte. Non si è rotto niente Mario, è intatto perfino il cellulare: solo la sua testa è devastata. E ci ha messo un mese e mezzo a volare via, mentre intorno a lui apparecchiature ostinate gli ronzavano nelle orecchie una sinistra canzone che non poteva più ascoltare. Adesso Mario è andato, e anche questo luglio ha avuto il suo tributo. Lo salutiamo con alcuni versi di una vecchia, bellissima canzone di Iannacci che non pare scritta per lui, se non in certe parti. Ma quelle sono veramente belle: sono per te, Mario.

chi lo sa forse è giusto, forse è sbagliato
forse sarà destino
Mario, non ti resta che ascoltare
Mario, non c'è più la tua canzone
Mario, dicevi adesso io vado
ad aprire l'ultima porta
Mario, dicevi adesso io vado via
forse per l'ultima volta
dicevi adesso io vado, io vado
a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentire più
il ritmo strano della vita […]
Mario, non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale

domenica 19 luglio 2009

Luglio

Ve l’avevo già raccontato, che i gattopuzzi hanno – come tutti – un corpo astrale che a volte prende iniziative un po’ troppo autonome.
Stanotte è successo di nuovo, ed era tanto che non capitava più. Lo strattone – è quello che si sente, quando il gemello etereo decide di mollarti lì nel tuo letto, con tutta la tua pesantezza – è così forte da darti quasi l’impressione che qualcuno ti stia strappando a viva forza da te stesso, afferrandoti per il cuore. Ti strappa via la polpa che ti rende vivo e lascia in questo mondo un guscio vuoto, con tutti i suoi problemi meschini di nutrimento, di giunture cigolanti, di usura del tempo, di espulsione di rifiuti, e tu diventi due, da un lato guardi con ribrezzo quell’abbozzo mal riuscito che è rimasto laggiù, e dall’altro guardi ammirato la pura energia che sei sempre tu, e si libra in volo oltre ciò che è dato sentire nella vita di tutti i giorni.
L’unico problema è la memoria: troppo pesante quella del plantigrado per poter essere sostenuta dal doppio, troppo stupefacenti le esperienze del gemello per poter essere codificate negli schema cerebrali del corpo pesante. Così ho ricordi solo confusi dei luoghi in cui sono stato questa notte.
Se mi concentro, sento su tutto il corpo una straordinaria freschezza, come essere volato nella brezza di una notte estiva calda, caldissima, ed essere io stesso quell’unica bava di vento rinfrescante. E affiorano le stelle, migliaia e migliaia in un cielo limpido, mentre in lontananza sento voci allegre, di ragazzi e ragazze che si divertono. C’è una spiaggia, la conosco, è quella che di giorno è piena gabbiani, ma adesso è tutto buio e si vedono in lontananza le luci dei paesi e delle cittadine della costa.
Non tutto è consentito al gemello astrale, adesso per esempio gli piacerebbe mescolarsi con quei ragazzi, giocare, ma non lo può fare, a qualcosa alla fine serve, il corpo pesante. Il ricordo non è limpido, mi pare di avvertire un filo di malinconia. I ragazzi si rincorrono nell’acqua: fanno il bagno di notte, ce n’è qualcuno strano: uno, per esempio, se ne sta in piedi nell’acqua in mutande, tutto impettito, e sopra le mutande indossa la giacca e la cravatta. Altri due sono usciti dall’acqua, corrono insieme verso un maxicocomero che riposa sulla spiaggia, prendono un coltellone da uno zaino, sento netto il rumore della buccia che si spacca – crac – e si gettano sulla polpa impiastrandosi le mani, il viso, e intanto ridono come forsennati. Un po’ più lontano, in acqua, un ragazzo e una ragazza si baciano. Pare tutto bello, pare tutto giusto. Ma allora perché questa sensazione lieve, quasi soave, di malinconia? Solo per non poter partecipare ai loro giochi? Ma c’è qualcun altro, l’etereo lo sente, qualcuno che pure non ha corpo. Sono lì, con il mio doppio astrale, guardano lui e guardano i ragazzi, e pure l’etereo adesso guarda loro. Li guarda e li riguarda e non ci crede – ci sono cose che possono stupire anche una creatura di pura energia – ma deve arrendersi all’evidenza: la ragazza che bacia il ragazzo con i capelli rossi è là, nell’acqua con il suo ragazzo, ed è pure lì, accanto a lui, che guarda la scena trasognata. E il ragazzo del cocomero, quello che adesso sta scavando con le mani l’ultima polpa rossa, anche lui è là e contemporaneamente qua, solo più serio, e trasparente, quasi stesse per dileguarsi nella notte. E giurerei che quell’altro sono io… Ma io com’ero, quell’io un po’ cretino che però rideva sempre e aveva sempre una parola spiritosa, una battuta fulminante per far ridere gli amici.
Tutti e due, il ragazzo e la ragazza astrali, guardano il mio doppio, e a ripensarci adesso affiora il ricordo di una sofferenza – ma perché lui non riesce a comunicare? Non dovrebbe essere immediato, il contatto tra gli esseri fatati?
Ha capito, il doppio, qualcosa che a me adesso sfugge, colpa della pesantezza, colpa della materia greve… Ma no, stavolta non è così, non posso raccontarmi balle, è solo che mi sembra troppo bello averli visti una volta ancora, è meglio di un miracolo, è oltre ogni cosa abbia osato mai sperare.
E’ che è luglio, e pure il Bardo a mezza estate fece un viaggio folle. Stanotte è toccato a me, nel mese che quei due hanno scelto per il loro lungo viaggio, i primi tra noi tutti a salutare e ad incamminarsi su quella strada buia che si intravede appena, là, dove la spiaggia finisce e inizia la selva. Non ho visto Titania, io, non ho visto il piccolo popolo: Mauro, Carla, quanto mi piacerebbe che questo sogno inventato fosse vero. Vedervi una volta ancora, una volta sola correre di nuovo in acqua come allora, quando la notte era nostra, come sempre è stata e sarà di tutti i ragazzi di ogni tempo, gli unici immortali che calcano il suolo di questo pianeta.
E’ passato tanto tempo, rivorrei appena un po’ di quelle ore esaltanti. Sarà per questo che uno fa certe cose che anni fa non avrebbe pensato, tipo appassionarsi alla telelenovela perenne che è la vita di una nipote adolescente, o addirittura cercare di generare figli. E’ come con il fumo: ho smesso più di un anno fa e mi manca, e dopo il caffè non manco mai di accompagnare Tommaso, il collega che fuma, a fare la sua passeggiata in cortile. Sniffo le volute che si alzano dalla sua sigaretta, e così scrocco un po’ di piacere di ritorno. In questo il corpo astrale mi aiuta molto, fumandosi con piena soddisfazione non meno di tre o quattro sigarette ogni notte. E così, attraverso mia nipote e i cuccioli che sto cercando di traghettare a me, sniffo una robusta dose di gioventù. Ne vorrei altra, di prima mano. Ma il gemello etereo, qui, proprio non è riuscito a fare niente.

giovedì 18 giugno 2009

W la Squola


Nostalgia di una scuola che fu (e che sarà) - Foto M.S. Gelmini

Torna il Gattopuzzo… Eh sì, un’assenza (ingiustificata) di oltre due settimane non me l’ero concessa mai, sono contrito…
Ma sopravvoliamo, diceva Corrado Guzzanti, che è meglio, e pensiamo piuttosto a chi bastonare oggi: perché – capite – due settimane senza scrivere sono pure due settimane senza prendere nessuno a pesci in faccia, e ai gattopuzzi – animali fondamentalmente rissosi - queste cose provocano scompensi, alla lunga.
Per fortuna, abbiamo sempre la Maria Stella con cui prendercela; mirare all’obiettivo più grosso è inutile, Papi lasciamolo alla folla dei blogger che si stanno illudendo di disossarlo con la storia delle zoccolette pugliesi. Illudendo, sì, perché quell’uomo – oddìo, uomo forse è una parola un po’ grossa - perderà davvero tutto il suo consenso il giorno che queste cose smetterà di farle. E’ così che lo vogliono, i nostri baldi compatrioti italioti. Concentriamoci invece sulla beneficiata, quella che (si narra) entrò ad Arcore come amica del giardiniere e ne uscì coordinatrice di Forza Italia in Lombardia.
Dice che la scuola è finalmente tornata ad essere severa. 370.000 bocciati, se non ho letto male, più una slavina di rimandati (giudizio sospeso, recita il politically correct), tra cui – danno collaterale non di poco conto per il mio tempo libero - mia nipote. Che però non lo sa ancora, in cosa è stata rimandata: l’impagabile legge sulla privacy adesso impone che quei quadri che una volta tutti aspettavamo spasmodicamente per sapere di che morte sarebbe morta la nostra estate vengano ora dipinti a tinte sbiaditissime; c’è scritto che hai il giudizio sospeso, ma non in che cosa. Ma magari questa manco è colpa della Maria Stella. La quale, però, ha tanta nostalgia dell’italietta che fu, e che grazie a lei e ai suoi sta tornando a essere ancora. Cominciò con il grembiulino, e passi: in fondo, non è così male che i cuccioli siano coperti, con la tendenza a pasticciarsi addosso che hanno; ma spacciarlo per riforma, insomma… Poi fu la volta del sette (o del sei?) in condotta; poi si è detto che il voto di condotta doveva fare media; come ciliegina sulla torta, arriva la direttiva che – intepretazione autentica – dice che alle medie, dove non si rimanda, si devono bocciare anche quelli che hanno una sola insufficienza. In Storia dell’Arte, magari. Risultato ovvio, una valanga di sei finti (scritti in rosso, mi dicono) che evitano altrettanti ricorsi al TAR, tipo quelli del figlio di Bossi, che però l’hanno bocciato lo stesso, i professori terùn!
Insomma, dobbiamo dare un bel giro di vite. E sia! Eccoci qui, dopo anni di lassismo, a consolare pargoli immusoniti e piangenti, improvvisamente ripiombati nella dura realtà.
Adesso, lasciando da parte gli scherzi, non è che uno sia contrario a che la scuola sia seria: sono anni che impreco ogni volta che apro i libri di mia nipote, che sempre più mi sembrano simili ai fumetti che leggevo quando ero anche più piccolo di lei e nemmeno da lontano assomigliano ai tomi su cui mi sono dovuto spremere le mie (allora) giovani meningi. Però, tra l’essere seria e l’essere la caricatura della scuola di Pinocchio, con il maestro cattivo che faceva inginocchiare i bimbi sui ceci (a proposito, quelli quando li ripristiniamo, onorevole ministro?), mi pare che ci sia una differenza notevole.
Io penso che i ragazzi abbiano bisogno di serietà, e soprattutto hanno bisogno di sentire che quello che si fa a scuola (e alla scuola) lo si fa per loro. Poi sì, è ovvio che ci sono i conflitti con l’autorità, del resto quella è l’età dell’emancipazione, non si sarebbe adolescenti se si fosse pecoroni e un insegnante vero si dovrebbe preoccupare, se non venisse contestato; e ci saranno pure i professori che sbagliano, quelli troppo severi e quelli troppo buoni, ma quello che i ragazzi davvero non tollerano – non lo tolleravo io, tanti e tanti anni fa, e non lo tollerano nemmeno i ragazzi di oggi – è l’indifferenza; o l’ipocrisia, che con la prima va perfettamente d’accordo. In questo atteggiamento autoritario che senza autorevolezza alcuna della scuola del 2009 esattamente questo si vede: di questi ragazzi non frega niente a nessuno, ministra in testa; sono buoni per catalizzare l’ennesima scarica di pancia di un elettorato vecchio e incattivito che urla scomposto contro “i giovani d’oggi” che non sono più capaci di rispetto non hanno spirito di sacrificio sono maleducati sporchi brutti cattivi tutti drogati. E diamogli una bella ripassata, allora. Indifferenza: di quali siano davvero le loro aspirazioni, i loro bisogni, di cosa sognano o se non sognano già più, schiantati da una realtà che stronca ogni loro velleità ancora prima che nasca, questo non interessa. Ipocrisia: usarli come ennesimo capro espiatorio da dare in pasto alla belva sbavante che è diventato l’elettorato di questo paese, facendo finta di agire per il loro bene, il loro futuro, la loro formazione, questo sì, questo interessa.
E quanti anni sono che si fa così? Quest’anno è andata in scena la severità, ma non è che il lassismo degli ultimi dieci – quindici anni fosse meglio. A che è servito allentare così tanto la disciplina, se non a demolire la scuola pubblica e creare un paio di generazioni di semianalfabeti di ritorno? Però, è chiaro: le famiglie andavano coccolate, non si poteva certo intralciarle nella gestione del tempo dei pupi che dovevano giocare a pallone per diventare come Totti, andare a danza classica, giocare alla playstation , guardare i cartoni animati, imparare a sfilare scosciate per darla via appena possibile come Noemi, possibilmente a un settantenne ricco, e infine, in estate, migrare verso le spiagge senza inutili fardelli cartacei per le riparazioni di settembre.
Quel lassismo fa il paio con la severità di oggi: fanno schifo tutti e due.
E più schifo ancora fanno le famiglie che tutto questo lo accettano e anzi lo invocano. Dice che c’è chi protesta, e ci credo pure. Ma la stragrande maggioranza, in questo paese, ormai è completamente in bambola, in balìa del pifferaio.

domenica 24 maggio 2009

Ciao, nonno

Ascoltando Radio 24 ho scoperto l'esistenza di un progetto bellissimo, che è la banca della memoria. Si tratta di un sito che raccoglie materiale - soprattutto interviste - a persone anziane che hanno qualcosa da raccontare. E quale persona anziana non ne ha? Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia, dice un vecchio proverbio africano. Purtroppo oggi di biblioteche ne stiamo lasciando bruciare a migliaia, senza fare granché per preservarle, per cui questo progetto mi pare davvero meritevole. Ma se volete saperne di più, andate alla fonte: http://www.bancadellamemoria.it).
C'è una sezione del sito in cui il visitatore è invitato a postare un ricordo di un nonno, e di questa occasione sono davvero grato: mio nonno è una delle persone che più ho amato, e purtroppo mi ha lasciato che ero ancora bambino; stranamente, non mi era mai venuto in mente di scrivere su di lui. Ora ho colmato la lacuna, e il suo ricordo lo propongo anche a voi. Non è un capolavoro, ma per me è davvero una perla. Ciao nonno, è passato tanto tempo, ma mi manchi ancora. Mi mancherai sempre.


Nonno Emanuele era un vecchio alto e secco dagli occhi azzurri, con una piega all’angolo della bocca sottile, come una smorfia. Per tutta la vita pastore, in gioventù quasi mai aveva dormito dentro una casa: capanne e grotte, nel buio, al freddo, alla pioggia, in un tempo oggi così remoto da sembrare di fiaba, in quell’Abruzzo aspro che gli aveva modellato il corpo, nodoso e severo. Un anno dopo l’altro, sulla montagna dietro alle greggi, e poi transumare: Puglia, Agro Pontino, campagna romana, dove infine eresse l’ultima capanna, che diventò casale e infine casa per quattro figli trapiantati, la più giovane sposò un fabbro che fece di lui mio nonno. Io giocavo sulla scalinata fiorita della capanna ormai sbocciata in una linda casetta e lui raccontava, mai stanco; la voce sommessa e continua, quasi assorto, pareva parlasse tra sé e invece gli urgeva di incidere in me, come con il coltello nella corteccia di un tronco giovane, la memoria dei suoi cieli e dei suoi pascoli, e di un dolore antico, mineralizzato nelle ossa di una stirpe di faticatori senza nome, il dolore dei poveri di ogni tempo. Parlava e parlava, le parole fluivano dalle sue labbra inseguendosi l’un l’altra, come l’acqua di un ruscello che scavalchi una roccia dopo essere sceso dai picchi innevati giù, sempre più dentro alle valli ormai ombrose della sua memoria. Io ascoltavo del cane Morgante, il coraggioso cacciatore di lupi, del possente toro Colonna che portava in groppa il nonno bambino e che durante la grande guerra era diventato carne da sbobba per l’esercito; in silenzio raccoglievo in me tutta la poesia del vecchio pastore che scioglieva la sua vita calante in un inno appena mormorato agli alberi, alla roccia, all’erba, al sole e alla neve. Di poesia traboccava, quel vecchio mite che nella vita vagabonda aveva sempre portato nella bisaccia pane, vino, formaggio e due libri consunti: Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata. Furono quelle le mie favole: non Biancaneve o Cenerentola, ma la spada Durlindana, l’Ippogrifo, Astolfo sulla Luna, il senno perduto di Orlando, l’armi pietose e il capitano… Quando se ne andò fu lieve. Disse di lui un poeta che non ha peso, la semplicità.

martedì 17 febbraio 2009

Filosofia dell'Ultrauomo

Poi dice perché uno si appassiona alla filosofia: prendete un ragazzino di 13/14 anni, qual ero io quando lessi questo libro (infelicissimo titolo italiano: Il segreto dell'Ultrauomo, da cui il titolo di questo post); abbindolatelo con una trama golosissima, di quelle che non ti danno pace finché non sai come-va-a-finire, che è l'unica cosa che ti interessa a quell'età; e infine infarcitegli il percorso (accidentato) lungo cui lui vorrebbe correre alla fine della storia con una serie di citazioni e riflessioni che non potrà capire, data l'età, ma che si pianteranno nel suo cervello per tutti gli anni a venire. Poi il ragazzino crescerà, andrà al liceo, incontrerà poeti, romanzieri, filosofi e ogni tanto gli tornerà in mente quel particolare passo in cui si diceva che... E si accenderà una lampadina, una sinapsi brillerà, un collegamento verrà creato, fino a costruire una vasta rete che legherà le isole che quel libro ormai dimenticato aveva disseminato nella memoria.
Morale: del libro non mi ricordo praticamente niente, se non che c'era un tizio che poteva cambiare forma quando voleva e andare nello spazio, in aria o sotto il mare e, naturalmente, salvava il mondo; le riflessioni sulla società, sull'universo, sulla natura della coscienza e su quant'altro infiltrava proditoriamente la trama, peggio che andar di notte. Ma tutto ciò che da quegli inserti traditori è scaturito in termini di curiosità prima, e poi di apprendimento, e infine di cultura personale, quello sì, sarà sempre con me. Del resto, qualcuno disse che "quando tutto si è imparato e tutto si è dimenticato, quello che resta è la cultura". Tutto ho dimenticato, anche chi disse questa cosa. Ma aveva ragione.

martedì 6 gennaio 2009

Regressioni

Ed eccoci di nuovo qui, dopo parecchi giorni di latitanza. Dovrei forse raccontare della spedizione di capodanno in Cruccolandia, ma in fondo è stata più che altro una gita piacevole e rilassante, senza avventure o disavventure comiche che possano valere la pena di un post. Parliamo quindi d'altro.
E' accaduto sempre più spesso, di recente, che il GPZ si imbattesse nelle memorie della propria infanzia, che quasi sempre si sono manifestate sotto forma di libri. E' vero che da un po' di tempo sono diventato un assiduo frequentatore di quelle bancarelle dove, in mezzo a un catafascio di cartaccia, se uno cerca con pazienza può trovare delle autentiche rarità; deve essere che, nonostante il pelo sia grigio ormai da tempi immemori, sono entrato solo di recente in quella fascia di età in cui la nostalgia per il proprio affacciarsi al mondo diventa talmente acuta da farti quasi riassaporare fisicamente le sensazioni di allora. Di solito attraverso un film, un luogo, o più spesso un oggetto come un libro. Poco tempo fa ho parlato della favolosa antologia Salinari - Calvino, ritrovata su una bancarella a Porta Pia (), e dei magnifici racconti di fantascienza (non solo, ma quelli mi piacevano più di ogni altra cosa) che conteneva; stavolta andiamo direttamente alla fonte, perché Einaudi ha ripubblicato Le Meraviglie del Possibile, la mitica antologia della fantascienza curata da Fruttero e Solmi, uscita per la prima volta negli anni settanta; molti dei racconti di fantascienza più belli che abbia mai letto vengono da qui: ci sono Bradbury, Brown, Simac e qualche altra decina di grandi maestri, di quelli che scrivevano quando ancora si poteva pensare che su Marte ci fossero i residui di una civiltà antichissima, e su Venere creature acquatiche ghiotte di canne marcite e dotate, inaspettatamente, di intelligenza superiore. Roba anni quaranta, insomma. La cosa che più mi colpisce, rileggendoli adesso, è come questi racconti fossero pieni di ottimismo per le sorti dell'umanità: si parlava, è vero, anche di guerre galattiche e di delitti atroci (immaginare un genere umano finalmente avviato alla spiritualità evidentemente è troppo anche per la fantasia più sfrenata), ma tutto questo era ambientato comunque tra le stelle, su pianeti remoti che l'uomo sarebbe stato capace di raggiungere, sia pure per farci la guerra. Insomma, si dava quasi per scontato un progresso che ci avrebbe portato a superare la nostra stessa limitata essenza di bipedi di terra. Sentite cosa arriva a dire Sergio Solmi nell'introduzione: "[...]la letteratura fantascientifica potesse configurarsi come una sorta di preludio e di accompagnamento del superamento dei limiti terrestri e della conquista del cosmo da parte della specie umana, allo stesso modo in cui il romanzo cavalleresco aveva preceduto e accompagnato la grande espansione della civiltà europea al di là dei mari e nelle terre del nuovo mondo [...]. Insomma, ci credevano davvero che avremmo conquistato i cieli! Da bambino divoravo questa roba e immaginavo me stesso adulto imbarcato su un'astronave, o su una macchina del tempo, lanciato oltre le frontiere conosciute... Come immagino facciano tutti i bambini. Però, se li leggo con gli occhi dell'adulto che sono diventato, e soprattutto se confronto questi racconti con tutta quell'altra fantascienza che ho divorato da adolescente, negli anni ottanta, e poi da adulto, fino ad oggi, mi salta agli occhi la differenza di atmosfera: William Gibson, che pure ho amato molto, spesso non si schioda dalla Terra e magari immagina una storia alternativa, in cui Babbage ha realizzato nell'ottocento la sua macchina alle differenze e Marx ne è il programmatore, in uno scenario fantastorico forse più cupo di quello che si è realizzato veramente; passando ai fumetti, il Batman degli anni ottanta è dark, tormentato, oscuro (è quello che ha ispirato l'ultimo film della serie, Il Cavaliere Oscuro, per l'appunto), e così il suo alter ego Marvel, Daredevil. Niente ottimismo, niente stelle, niente viaggi nel tempo, se non creare scenari apocalittici. E dopo è stato sempre peggio, tanto che per poter dipingere mondi vergini e sbrigliare davvero la fantasia si è dovuti ricorrere al fantasy, che la realtà non la estrapola come la science fiction, ma la inventa di sana pianta. Sarà la mia memoria ad ingannarmi, ma mi pare proprio che la grande esplosione del fantasy (il novanta percento del quale non è imperdibile) risalga proprio agli anni ottanta, dopo i remoti lavori pionieristici (e insuperati) di Tolkien. Naturalmente, a fasi alterne, continuo a divorare sia la science fiction di serie A, sia i polpettoni fantasy di Terry Brooks, ma ogni tanto mi viene nostalgia, mi lascio andare alla regressione infantile e mi sparo un raccontino di quelli là... Le meraviglie del possibile, appunto: quando il meraviglioso veniva ancora ritenuto possibile.

venerdì 12 dicembre 2008

Dal passato remoto

Da bambino, durante le vacanze di un’estate particolarmente calda e sonnolenta, nel paesino di nemmeno duemila anime in cui vivevo allora, avevo preso l’abitudine di passare i pomeriggi a leggere l’antologia di una mia vicina di casa un po’ più grande di me; io avevo appena finito la quarta o la quinta elementare, lei andava in terza media e aveva tutti e tre i volumi di questo scrigno di sogni che non ho mai dimenticato. Erano tre volumi belli cicciotti, con nemmeno un disegno o un’illustrazione dentro, per quanto ricordo, e in copertina c’era il disegno di un leone, o di una chimera.
Sarà che in quel paesino dimenticato da Dio i libri erano merce rara negli anni settanta; o sarà che l’antologia era bella davvero, proprio non so perché mi appassionai così tanto; ma passai l’estate a leggere quei racconti, all’ombra delle ortensie giganti sulla scala esterna della casa in cui vivevo con i miei, e in cui ancora vive mia madre. Mi prese, in particolare, la fantascienza, e di quella passione non mi sono mai più liberato, se è vero che ho la libreria piena di Asimov, Bradbury, Dick e qualche decina di altri che adesso nemmeno ricordo.
A quell’antologia ho pensato spesso negli anni, ogni tanto mi tornava in mente un racconto: quello degli americani e dei russi che infine si tirano addosso le loro armi micidiali che però non sono testate nucleari – ormai superate -, ma missili caricati a gas suasivo, che converte il nemico al proprio pensiero, con il risultato che la guerra fredda ricomincia a parti invertite; o quello in cui un numero infinito di matematici va a congresso e alloggia in un albergo infinito, occupando tutte le stanze, ma c’è sempre posto quando arriva qualcun altro perché basta che tutti scalino di un posto; o l’altro, terribile, in cui Venere è descritto come un pianeta su cui piove sempre, da ere ed ere, un diluvio ininterrotto, e una pattuglia di terrestri cerca di raggiungere una cupola protetta sfuggendo ai terribili venusiani, creature acquatiche capaci di annegare un uomo facendolo soffrire per ben otto ore.
Poi pochi giorni fa la risposta: una bancarella a porta Pia, un mucchio di libri e sopra a tutti, in bell’evidenza, l’antologia con la chimera in copertina; era solo il terzo volume, l’ho preso in mano con vera emozione, l’ho sfogliato. Il gas suasivo: Dino Buzzati; l’albergo infinito: Stanislaw Lem; il diluvio su Venere: Robert Silverberg. E ce ne erano altri, a decine, gente che ora è giustamente idolatrata, ma che nell’Italia di quegli anni lì non era amatissima, soprattutto dalla cultura ufficiale. Eppure in quell’antologia c’erano tutti: Bradbury, Clarke, Brown, solo per fare qualche nome.
Ho guardato la copertina: Salinari-Calvino. C’è bisogno di dire altro?
Eppure il libro non l’ho comprato: li volevo tutti e tre, averne uno solo mi sembrava una mutilazione. Però è stato proprio bello scoprire che se quei racconti mi erano rimasti così impressi non è perché erano le mie prime prede di lettore insaziabile, ma perché li aveva scritti gente che con la penna non aveva pari. Chi dice che il genio non esiste?

venerdì 24 ottobre 2008

A fari spenti

Vagabondando in rete mi sono imbattuto in un grosso pdf, tra i download di Repubblica.it, che raccoglieva un migliaio di scritti dei lettori sul tema "la meglio gioventù". Era di cinque anni fa (mamma mia, che paura! Avrei giurato che il film fosse più recente), e mi sono ricordato di aver partecipato anch'io. La promessa era che i migliori scritti sarebbero stati, appunto, pubblicati in pdf, ma a giudicare dalla mole del file è più verosimile che li abbiano pubblicati tutti. Ho cercato il mio, che tutto sommato mi piace ancora. Lo propongo qui. Se poi qualcuno avesse voglia di raccontare la sua, di meglio gioventù, lo ospiterò volentieri.

FARI SPENTI
Non era più tempo di contestazione, quella vera. Però la Pantera, nel '91, fu un'illusione, una rapida fiammata da braci ormai quasi spente. Avevamo 26 anni, andammo al nostro primo blocco ferroviario, io e Sandro. Fu anche l'ultimo della nostra vita: indossammo presto la cravatta, dopo quell'episodio. Ma ci credemmo, per qualche ora. Su un pendolino qualcuno aveva scritto: «non salire, merdoso padrone», e oggi che ci salgo spesso (ci salgono tutti) ogni volta mi trovo a pensare quanto sia strano che solo 12 anni fa qualcuno potesse considerare quel treno “un treno da padroni». Arrivò la celere - me ne ero già andato, Sandro era ancora lì. Non so perché tornai indietro: mi tremavano le ginocchia, nel passare il cerchio dei manganelli, gli sguardi che allora mi assalirono feroci - e oggi nel ricordo rivedo patetici - di quei poveracci in tenuta antisommossa. Però tornai, e rimasi con Sandro ad aspettare la carica che non arrivò. Non arrivò mai niente, per la nostra generazione: transizione tra furore e grigiore, piccoli fuochi subito spenti, e a fari spenti siamo arrivati fin qui, senza aver lasciato segni, se non dentro noi stessi. Ma lo stupore di Sandro nel vedermi tornare, e l'abbraccio: un attimo che da solo vale il fuoco che non divampò.

martedì 30 settembre 2008

Il posto magico



Almeno stasera voglio astenermi dal parlare male di qualcosa o di qualcuno. Pare quasi che gente come me viva solo per sputare veleno sul mondo, quando l’unica cosa che davvero mi sento di rimproverami, rispetto al mondo, è di amarlo troppo. Molti non capiranno questo che pare un ossimoro, ma le persone che mi interessano capiranno benissimo, e gli altri tanto non sanno manco cos’è un ossimoro; se sono capitati qui per caso hanno già smesso di leggere, e comunque non vale la pena di perdere tempo a scrivere per loro. Sciò!
Dunque, miei selezionatissimi lettori, oggi parlerò di quello che è forse il luogo che più amo al mondo; non pretendo che sia il più bello, e però bello lo è davvero. Di tutti quelli che ci ho portato (e sono tanti, l’ultima proprio sabato scorso) nessuno è mai rimasto deluso, e quindi facciamo parlare le immagini, anche se non rendono piena giustizia alla magia del posto.







Bello, eh?
E allora sappiate che il GPZ in questo posto ci è nato, e anche ora che il lavoro lo relega nell’ambiente urbano, tra catrame e cemento come il ragazzo della via Gluck, non perde occasione di tornarci.
E’ il luogo dove sta il mio cuore, il posto dove vado a godere delle cose che amo di più e dove mi rifugio quando ho bisogno di leccarmi le ferite. Quando sono immerso in quel mondo tutto mi appare così naturale e così giusto che, come dice Branduardi, "forse anche morire non fa male": tutto può starci, in fondo, sempre di natura si tratta, e non ci sarebbe da farne un dramma.
Ma siamo vivi, per fortuna, e questa meraviglia ce la possiamo godere. Quante cose potrei raccontare su questo posto, che non interesserebbero nessuno, ma che io non mi stancherei mai di narrare: le scorribande da bambino, le scampagnate da ragazzo (quelle con le ragazze erano chiaramente le più belle), le battaglie giovanili del mio gruppo di ventenni visionari che riuscì infine a far dichiarare tutta quest’area riserva naturale integrale, come è ancora oggi, anche se non so per quanto ancora, con l’aria che tira e con le aggressioni speculative incessanti di cui tuttora è oggetto questo territorio; ma si facciano pure avanti, finora questi speculatorucoli sono sempre tornati a casa con le corna rotte, quando hanno provato a toccare questo gioiello: il GPZ e la sua tribù non solo l’hanno fatta, la riserva naturale, ma la difendono con i denti.
Insomma, passa tutto per questo posto: il mio affacciarmi al mondo, il modo in cui ho imparato a conoscerlo, il mio romanzo di formazione, la passione per la natura della mia maturità.
Andate a conoscerlo, vi accoglierà.

mercoledì 6 agosto 2008

La ragazza con la pistola

Tra le innumerevoli incarnazioni (Avatar, visto che siamo in rete, e comunque il termine ha un’origine nobile, dato che in sanscrito indica le incarnazioni di Visnù), il Gattopuzzo è apparso sul terzo pianeta del sole anche in veste di vigile urbano.
Erano anni di giovanile squattrinatezza, in cui pur di mettere insieme una pizza e una birra si era disposti ai crimini più efferati, tra cui quello di elevare contravvenzioni ai propri concittadini; i quali, in più di una occasione, rappresentarono al GPZ il proprio disappunto con il garbo che da sempre li contraddistingue (gomme tagliate e due tentativi di aggressione, uno dei quali con un piccone).
Ma l’intrepido GPZ non era solo, a fronteggiare l’indisciplina e l’ira funesta dei compaesani; era affiancato da due valentissime pulzelle, una delle quali davvero notevole: bionda (senza averne l’aria, cantava Guccini, e Paola era proprio così), grintosa, lineamenti squadrati da dura, eppure… sorriso luminoso e disarmante, dolcissimo, sorprendente, del tutto inaspettato su quel viso di bellezza euclidea. Insomma, uno schianto.
Ve la ricordate, no, la canzoncina di Vasco Rossi dedicata a una vigilessa così: “fammi la multaaaa… fammela adesssooooo…”, che spiega (alle signore, perché i maschietti sanno benissimo di cosa sto parlando) quale ascendente possa avere su tutti noi una ragazza con la divisa.
Il GPZ, più giovane di parecchi anni della stratosferica collega, era solito, in sua compagnia, indulgere a uno scodinzolare scemo e inconcludente, oltre ad atteggiare il muso a un’espressione cangiante tra l’intimidito e l’ebete totale, e non di rado, trovandosi in servizio insieme a questa meraviglia, ne combinava di tutti i colori, tipo scrivere multe senza mettere il numero di targa, fare la multa alla sua stessa macchina e altre testimonianze di amore aulico, accolte generalmente da Paola in modo benigno e indulgente verso il collega più giovane, che di solito veniva blandamente redarguito in modo che non più della metà del paese sentisse le urla e spedito immediatamente a fare notifiche di atti giudiziari, possibilmente a concittadini abitanti in lande remote raggiungibili solo con attrezzatura da montagna e - ahimè - in totale solitudine e con le vibrisse mosce.
Maschietti che mi leggete, provate a immaginarvela questa trentenne avatar (lei sì) della bellezza androgina con addosso la sua divisa, gonna blu e camicetta bianca con le mostrine, occhiali a specchio a coprire (ma soprattutto scoprire, quando se li toglieva all’improvviso lasciando per l’ennesima volta senza fiato chi le stava davanti) due occhi tra il pervinca e il grigio, e ditemi quale ventitreenne non avrebbe dato la stura alle più sfrenate fantasie, al suo cospetto.
E adesso che ve la siete immaginata, provate ad aggiungere un particolare piccolo piccolo, uno solo, che però non può non sfrizzolare il velopendulo almeno ai sadomaso, e ce ne sono tanti, sotto mentite spoglie…
Un reggiseno con le mostrine? Acqua, acqua…Le calze a rete sotto la divisa? già meglio, ma sempre acqua… Mannaggia, il maschio italiano proprio non è più quello dei vitelloni di Fellini… E un po’ di fantasia, porca miseria, o mica sarete tutti di sinistra, intellettualoidi gracilini minidotati a cui non funziona il pistolino… Pistolino… Fuochino, fuochino…
L’avete capito, adesso, perché il sindaco Alemanno appena eletto ha fatto fuoco e fiamme per dare la pistola ai vigili urbani?
E la prossima frontiera sarà la frusta, insieme a giubbotto d'ordinanza borchiato e calze a rete.
I vigili maschi si sentiranno vilipesi, strepiteranno un po',ma gliene frega assai a lui dell'autodifesa dei vigili... Le vigilesse sono il nocciolo della questione, le vigilesse...
Il corpo dei vigili (e delle vigilesse) secondo Alemanno

venerdì 25 luglio 2008

Sognatori di giorno

Ieri un elicottero pakistano ha portato in salvo i due compagni di Karl Unterchirker, caduto sul Nanga Parbat dieci giorni fa. Loro ce l'hanno fatta, Karl è rimasto là. Troppo presto, anche se è la fine che probabilmente si sarebbe augurato, solo un po' più in là, molto più in là.
E sono più di due anni che se ne è andato anche Angelo D'Arrigo, trasvolatore, come si diceva una volta; o "volatore", che è più bello ed è il termine che usò Leonardo per descrivere il pilota di quel suo prototipo di elicottero che mai vide la luce, troppo in anticipo sui tempi. Anche Angelo se ne andò nel suo elemento, che era l'aria, quella stessa aria a cui stava per restituire due pulcini di condor orfani presi sulle Ande e allevati in Sicilia, in attesa di tornare a solcare quei cieli purissimi.
Alpinisti, volatori, gente che non sa tenere i piedi attaccati per terra, ha bisogno di portarli tra le nuvole, a raggiungere la testa. Per loro trovo bella questa frase attribuita a T. H. Lawrence, o Lawrence d'Arabia, che lessi con un groppo in gola ai piedi dell'Aconcagua, incisa sulla targa con foto in memoria di una altro grande sognatore, un ragazzo di trentadue anni con una gran barba e un sorriso epico, che da quella montagna non è sceso mai: "Tutti gli uomini sognano, non pero' allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi della mente si svegliano al mattino per scoprire che il sogno e' vano. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, giacche' ad essi e' dato vivere i sogni ad occhi aperti e far si' che si avverino."
In questo mondo di polistirolo, non si sa se il demone che invasa questa gente e la spinge dove nessun altro osa sia piuttosto una maledizione; però è bello, anche nella tragedia, sapere che c'è ancora qualcuno capace guardarsi dentro e fare né più né meno che quello che legge nella sua anima. Assumendosene le responsabilità fino in fondo, anche davanti all'estremo.

giovedì 17 luglio 2008

Wish you were here

Sei già lontano due anni, laggiù dove ti sei fermato. Siamo in tanti a desiderare che tu fossi qui... Questa proprio non ce la dovevi fare, non credo che te la potrò mai perdonare.



L'anno scorso ti regalai un'ascesa faticosa e una fila di bandierine di preghiera prese per te in Ladakh, quest'anno le scalate mi sono precluse, e ho trovato quest'altro modo per ricordarti.



Addio, amico.