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martedì 8 settembre 2009

Leggere fino in fondo? Se proprio devo...

Vi ho già elargito due post, ma non vi ho ancora detto che il lungo silenzio era dovuto alle ferie... Vabbè, non ci voleva la palla di cristallo per capirlo. Ferie, stravaccamento, e quindi goduriose, goduriosissime letture... Beh, quasi. Prendiamo questo romanzo di Gibson e Sterling, per esempio, che segna il ritorno al mio primo amore, la fantascienza (anche se questo, in realtà, fantascienza non è).More about La macchina della realtà
Erano... meglio che non lo dico quanti anni erano che lo volevo leggere, sennò mi prende la vertigine da vecchiaia. Era tanto, e tanta è stata la delusione. Già il titolo italiano è un crimine contro l'umanità (la macchina a cui si fa riferimento è the difference engine, il motore differenziale, e questo è il titolo dell'originale).
L'idea che regge l'intreccio è intrigante, ma questi due forse avrebbero fatto meglio a scrivere un trattatello di filosofia della storia, che se pure viene noioso si può sempre dire che dato il tema era inevitabile. E qual è questo tema? E' presto detto: la storia non è una successione ordinata di eventi che si compongono in modo necessario, nessuno dei quali potrebbe scambiarsi con quelli che lo precedono o lo seguono, pena il crollo di tutta l'impalcatura; no, la storia è un fiume turbolento, che scorre sì in un certo verso, ma è pieno di gorghi in cui gli accadimenti collassano e possono generare corsi alternativi. Il computer avrebbe potuto essere costruito nel diciottesimo secolo, Byron avrebbe potuto fare il primo ministro invece che il letterato, Marx trovare fortuna in America istituendo una comune a Manhattan e Gautier essere una specie di hacker a Parigi. Non è implausibile: Babbage aveva davvero progettato una macchina che non potè essere costruita, ma che, realizzata in via sperimentale negli anni ottanta del novecento, si rivelò essere un computer funzionante. E quanto a Byron, a Marx, Gautier e compagnia, sbagliano quelli che cercano di rintracciare nel romanzo un filo conduttore che ne spieghi la sorte: è la turbolenza, la casualità selvaggia della storia a spiegarne la posizione e le azioni, nient'altro. Per noi sono stati quello che sono stati, ma in modo altrettanto plausibile avrebbero potuto essere altro, e la stessa storia accaduta essere un'altra. Insomma, non sono propriamente dei marxisti gli autori, e nel caso uno non capisca le loro tendenze si danno molto da fare per dipingere Marx e seguaci come un branco di scimmie prive di qualsiasi barlume di intelligenza e di umanità. E passi pure questa caricatura, ma se almeno il tutto fosse ben scritto... Invece è faticoso, farraginoso, pesante al punto che penso non si siano potuti divertire nemmeno loro, a scriverlo. Uno di quei libri che, anziché farti palpitare per sapere come va a finire, ti tiene avvinto alla pagina per senso del dovere: capisci che c'è qualcosa che vale e ti imponi di finirlo, ma in fondo ne faresti volentieri a meno.

martedì 3 marzo 2009

Terza lezione di economia

Questa, però, la affidiamo a un economista vero. Ve la propino perché un po' di vanità non guasta mai, e avendo trovato uno serio che scrive quello che anch'io, più rozzamente, avevo provato a scrivere, ne approfitto per gonfiare le penne della coda e dire "ecco, vedete? Avevo ragione!". Non che sia granché consolante, ma accontentiamoci...
Per l'originale, e per altri articoli spesso anche poco condivisibili, ma sempre interessanti:
Lavoce.info.

LE TASSE E QUEL REDDITO SEMPRE PIU' DISEGUALE

di Valentino Larcinese
La Cgil ha proposto un'imposta di solidarietà: un aumento di aliquota dal 43 al 48 per cento sui redditi superiori ai 150mila euro. L'extra-gettito servirebbe a finanziare interventi in favore di disoccupati e precari. Misure simili sono già state adottate nel Regno Unito e Stati Uniti. Tuttavia, nel nostro paese non è probabilmente la risposta più appropriata alla crescita delle disuguaglianze perché toccherebbe di fatto solo il lavoro dipendente, senza incidere sull'evasione fiscale. Ma è ora che il problema della distribuzione del reddito torni in primo piano.

Alcuni giorni fa la Cgil ha proposto l’introduzione di quella che è stata definita una imposta di solidarietà: un aumento dell’aliquota dal 43 al 48 per cento sui redditi superiori ai 150mila euro. Si tratta di una proposta in linea con quanto avviene in altri paesi.
Negli Stati Uniti, come promesso da Barack Obama in campagna elettorale, il President’s Budget presentato il 26 febbraio prevede sgravi per i redditi bassi e medi e varie misure volte ad accrescere il carico fiscale di quelli alti: un aumento delle aliquote sugli ultimi due scaglioni di reddito (rispettivamente dal 33 al 36 per cento e dal 35 al 39,6 per cento) e un aumento dell’aliquota massima su dividendi e capital gain dal 15 al 20 per cento. Nel Regno Unito è stata introdotta un’aliquota d’imposta del 45 per cento (dal precedente 40 per cento) per i redditi superiori a 150mila sterline. A questo si aggiunge un dimezzamento della “personal allowance”, l’ammontare su cui non si paga imposta, per i redditi superiori a 100mila sterline e la sua totale eliminazione per redditi superiori a 140mila sterline. In Germania, il partito socialdemocratico ha proposto un aumento dell’aliquota dal 45 al 47,5 per cento per i redditi di persone singole superiori ai 125mila euro e su quelli di coppie con reddito complessivo superiore a 250mila euro.

FACCIAMO DUE CONTI

I dati relativi alle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2005, gli ultimi disponibili, ci dicono che i contribuenti italiani con reddito superiore a 150mila euro erano a quella data circa 115mila, con un reddito medio di circa 280mila euro. Rappresentavano lo 0,28 per cento della popolazione dei contribuenti. Un’aliquota al 48 per cento dovrebbe generare un extra-gettito complessivo di circa 750 milioni di euro l’anno. L’ammontare potrebbe in realtà essere più alto considerando che dal 2005 il numero di contribuenti con reddito superiore ai 150mila euro, nonché i loro redditi, saranno verosimilmente aumentati. Nello stesso tempo si ignorano qui completamente eventuali effetti delle aliquote sui redditi pre-tax. Nel complesso, l’ordine di grandezza del potenziale extra-gettito, più basso di quanto stimato dalla Cgil, è leggermente inferiore ma complessivamente simile a quello stimato dai socialdemocratici tedeschi per la loro proposta (un miliardo di euro) o dal governo britannico per la sua riforma (un miliardo e duecento milioni di sterline). Il sacrificio aggiuntivo medio richiesto ai contribuenti con reddito superiore a 150mila euro sarebbe di circa 6.500 euro l’anno. Il sacrificio è ovviamente crescente nel reddito: un individuo con un reddito di 160mila euro, ad esempio, verrebbe a pagare 500 euro in più all’anno, con un reddito di 200mila euro si pagherebbero 2.500 euro in più e così via.

I PRO E I CONTRO

Ci sono diverse ragioni che nell’attuale face recessiva si possono addurre a supporto di un aumento delle aliquote marginali sui redditi alti e, più in generale, in favore di un aumento del grado di progressività delle imposte. La prima e più importante è che, a causa del nostro elevato debito pubblico, l’Italia dovrà, più di altri paesi, affrontare la crisi cercando di puntare il più possibile su manovre fiscali che siano con “bilancio in pareggio”, ossia che incidano poco sui conti pubblici. Fra queste andrebbe annoverato anche l’aumento della progressività. A parità di gettito, sposta risorse da individui a reddito elevato verso individui a reddito più basso. Questo significa che le risorse vengono spostate verso i cittadini con una più alta propensione al consumo. Una maggiore progressività impositiva provoca pertanto uno stimolo dal lato della domanda aggregata. Analogo, e anche più incisivo in un contesto di crescente disoccupazione, è l’effetto che si può ottenere spostando risorse dai redditi molto alti verso i disoccupati che non hanno accesso agli ammortizzatori sociali. Ad esempio i 750 milioni all’anno dell’imposta di solidarietà sarebbero sufficienti a pagare un sussidio mensile di 500 euro per 125mila disoccupati.
La tipica controindicazione ad aliquote marginali elevate è invece che possono introdurre distorsioni, disincentivando offerta di lavoro e investimenti. Se sul piano teorico non va sottovalutata, è anche vero che l’evidenza empirica sull’entità delle distorsioni resta ambigua. (1) Sicuramente siamo oggi lontani dalle aliquote punitive degli anni Settanta e dunque il problema delle distorsioni è nel complesso meno urgente, particolarmente nell’attuale emergenza recessiva in cui incentivare l’offerta appare secondario rispetto a stimolare la domanda (si pensi, ad esempio, all’inutilità della detassazione degli straordinari).

Ci si potrebbe anche spingere fino ad affermare che la progressività danneggia esattamente le fasce di reddito più basse. In altri termini, la creazione di reddito da parte degli individui più produttivi, che risulterebbe più alta se non ostacolata da meccanismi redistributivi, dovrebbe innestare un processo di trickle-down, con ricadute positive su tutta la popolazione. Se così fosse, un aumento della progressività non servirebbe affatto da stimolo alla domanda aggregata. Pur senza la pretesa di stabilire rapporti di causalità, è tuttavia difficile riconciliare quello che è successo nel recente passato con l’ipotesi del trickle-down. Dagli anni Ottanta a oggi sia la povertà che le disuguaglianze di reddito sono aumentate in maniera considerevole in tutti i paesi sviluppati: la media dell’indice di disuguaglianza di Gini dei redditi disponibili nei paesi Ocse è aumentata di quasi il 10 per cento, mentre la percentuale di poveri, ovvero con reddito inferiore a metà del reddito mediano, è cresciuta dal 9,3 al 10,6 per cento della popolazione. Tutto ciò mentre la quota di reddito dell’1 per cento più ricco della popolazione è tornata ai livelli di settanta anni fa sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. (2) Non è un caso se gli sforzi recenti di molti studiosi si sono concentrati esattamente sull’evoluzione dei redditi top, ossia sull’1 per cento più ricco della popolazione, dove si è accumulata la maggior parte della recente crescita dei redditi. (3) E nessuna meraviglia se il partito democratico negli Usa e il partito laburista nel Regno Unito sono tornati a porre l’accento sulla necessità di politiche di redistribuzione del reddito più incisive. (4)
Tornando a casa nostra, è bene notare che l’Italia ha un livello di disuguaglianza dei redditi fra i più elevati tra i paesi sviluppati, ha un livello di povertà ben superiore alla media dei paesi Ocse ed è uno dei paesi in cui la disuguaglianza è cresciuta maggiormente negli ultimi venti anni.
Quanto detto fin qui non implica affatto che l’imposta di solidarietà sia la risposta più appropriata alla crescita delle disuguaglianze nel nostro paese: la proposta della Cgil toccherebbe di fatto solo chi le tasse le paga, ossia prevalentemente il lavoro dipendente, per quanto ben remunerato. In realtà è sempre più chiaro che la possibilità di attuare politiche redistributive più incisive passa inevitabilmente dal crocevia della lotta all’evasione, su cui invece siamo in piena retromarcia. Ècomunque del tutto naturale nel contesto attuale e in linea con quanto succede nei maggiori paesi avanzati, che il problema della distribuzione del reddito torni a occupare un posto di rilievo nel dibattito di politica economica.


(1)Si veda al riguardo il libro di Peter Lindert “Growing Public”, Cambridge University Press, 2004.
(2) Questi dati sono tratti dal recente rapporto dell’Ocse“Growing Unequal?”.
(3) Si veda ad esempio il libro di Anthony Atkinson e Thomas Piketty Top Incomes over the 20th century, Oxford University Press, 2007.

(4)Si veda per pura curiosità la figura 9 del President’s Budget presentato dall’amministrazione Obama il 26 febbraio.

domenica 22 febbraio 2009

Se le cassandre siamo noi

Ieri io e la mia cucciolotta eravamo a piazza Farnese, a Roma, alla manifestazione contro la legge attualmente in discussione in Parlamento e che, se approvata, ci esproprierebbe della nostra libertà ultima e più sacra: poter decidere in che modo lasciare questo mondo.
Chi non c'era, se vuole può guardare e ascoltare gli interventi sul sito di Radio radicale: http://www.radioradicale.it/scheda/273316/manifestazione-si-al-testamento-biologico-no-alla-tortura-di-stato.
Dicono che eravamo tanti, a me non è sembrato: la posta in palio è talmente alta che in piazza avrebbe dovuto esserci mezza Italia, e invece c’era solo una piazza, appunto, e piccolina, benché piena.
Bella era la gente, e molti oratori. Appassionata la Ravera, e acutissima nel giocare sul concetto di anima che guai a chi ce l’ha, perché almeno i cani – che secondo i preti non ce l’hanno – sono liberi di andarsene quando non ce la fanno più, mentre noi no, noi avendo l’anima non ci apparteniamo: apparteniamo a Moloch il crudele, che sia il Dio in terra di Hobbes che è lo stato o il Dio degli eserciti veterotestamentario, che nell’indifferenza dei più ha sfrattato la pietas che fu di Cristo e si è ripreso il posto che duemila anni fa gli era stato tolto. Di pietas ha parlato la Ravera: che amore è mai questo, che inchioda le persone alla croce delle loro sofferenze senza speranza e vuole murarle vive dentro il proprio corpo devastato, senza possibilità di vedere, sentire, parlare, comunicare in alcun modo?

E indimenticabile, commovente, immenso, Camilleri: - vi parla un vecchio di ottantatre anni – ha attaccato con accento graffiante e roco di siciliano – uno che ha vissuto quattro quinti della sua vita espropriato della libertà: soldato nell’esercito fascista, e poi ostaggio di volta in volta dell’ipocrisia democristiana, degli anni di piombo e infine della dittatura televisiva di Berlusconi. E questo vecchio – proseguiva così, con un piglio insolente e un umorismo al vetriolo di uno più giovane di me e di voi – questo vecchio che ama questo paese e soffre nel vederlo devastato dall’ottundimento delle menti, dalla barbarie trionfante dei linciaggi e della voglia di pogrom, dalla volgarità debordante dei grandi fratelli e delle isole dei famosi, dall’abusivismo edilizio che ne ha deturpato i paesaggi prima meravigliosi, dall’illegalità eletta a sistema, dalla pusillanimità; questo vecchio che ormai non ha più nulla da chiedere alla vita, ha ancora però qualcosa da dare, e vuole spenderla qui, perché quando verrà – presto – il suo momento di andare e sarà solo o con sé stesso o con Dio, se c’è, allora non vorrà salutare questo mondo e il suo paese con l’angoscia di aver lasciato ai suoi nipoti lo sfregio di essere stati espropriati della libertà più sacra per un essere umano, che è quella di decidere della propria vita e viene prima di tutti i diritti.

Che c’è da dire di più? Si è commosso lui e ha commosso tutta la piazza, nel salire e poi lasciare il palco portando con sé la fierezza della propria vecchiaia, sostenuto a braccetto da un accompagnatore ma a schiena diritta, con sguardo limpido.
Una cosa mi ha colpito più delle altre, anche se forse banale: il sottolineare l’amore per questo paese.
Ci rappresentano spesso, e lo stesso stanno facendo in queste ore con quella piazza gremita, come il popolo dei malcontenti, gli odiatori di professione, i gufi, le cassandre malevole; adesso, addirittura, come il popolo della morte. In gran parte è malafede, si sa; ma chi ci crede davvero, come fa a essere talmente ottuso da non capire che a muovere la maggior parte di chi scende in quelle piazze è semmai un eccesso di amore per questo paese, un amore dolente per quello che ha saputo essere, per l’arte e la cultura e la bellezza che ha saputo creare e che ora ha del tutto dimenticato, fino a sfregiare e imbruttire se stesso, a diventare lo zimbello dei paesi civili? In quale altro posto ci sono tutte insieme le ronde antistranieri, gli assalti di popolo ai campi Rom, i tentativi di linciaggio, i roghi umani dei senzatetto, un premier inquisito e condannato idolatrato da più del sessanta percento del paese, l’odio per lo stato- questo sì, c’è, e non siamo noi quegli odiatori -, due milioni di costruzioni abusive, un terzo del territorio in mano alla criminalità organizzata, cento miliardi di evasione fiscale; in quale altro posto?
E saremmo noi le cassandre? Noi, semplicemente perché questo non lo sopportiamo e lo denunciamo in piazza?
E’ davvero un grande, Camilleri: la vita ce l’ha più alle spalle che davanti, ma nella sua amarezza sfodera una speranza che, confesso, a me purtroppo appartiene sempre meno, e devo lottare ogni giorno perché non si spenga del tutto, perché le armi comunque non le voglio cedere, quand'anche non ci fosse più alcuna possibilità di redenzione. Quando se ne è andato, a passettini brevi ma decisi, sempre aggrappato al braccio del suo accompagnatore, non ho trovato di meglio che urlargli “bravo!”, perché l’emozione mi aveva annodato la lingua e i pensieri. Avrei voluto potergli stringere la mano e dirgli lì, sul palco, davanti a tutti, - Grazie, Maestro.

martedì 17 febbraio 2009

Filosofia dell'Ultrauomo

Poi dice perché uno si appassiona alla filosofia: prendete un ragazzino di 13/14 anni, qual ero io quando lessi questo libro (infelicissimo titolo italiano: Il segreto dell'Ultrauomo, da cui il titolo di questo post); abbindolatelo con una trama golosissima, di quelle che non ti danno pace finché non sai come-va-a-finire, che è l'unica cosa che ti interessa a quell'età; e infine infarcitegli il percorso (accidentato) lungo cui lui vorrebbe correre alla fine della storia con una serie di citazioni e riflessioni che non potrà capire, data l'età, ma che si pianteranno nel suo cervello per tutti gli anni a venire. Poi il ragazzino crescerà, andrà al liceo, incontrerà poeti, romanzieri, filosofi e ogni tanto gli tornerà in mente quel particolare passo in cui si diceva che... E si accenderà una lampadina, una sinapsi brillerà, un collegamento verrà creato, fino a costruire una vasta rete che legherà le isole che quel libro ormai dimenticato aveva disseminato nella memoria.
Morale: del libro non mi ricordo praticamente niente, se non che c'era un tizio che poteva cambiare forma quando voleva e andare nello spazio, in aria o sotto il mare e, naturalmente, salvava il mondo; le riflessioni sulla società, sull'universo, sulla natura della coscienza e su quant'altro infiltrava proditoriamente la trama, peggio che andar di notte. Ma tutto ciò che da quegli inserti traditori è scaturito in termini di curiosità prima, e poi di apprendimento, e infine di cultura personale, quello sì, sarà sempre con me. Del resto, qualcuno disse che "quando tutto si è imparato e tutto si è dimenticato, quello che resta è la cultura". Tutto ho dimenticato, anche chi disse questa cosa. Ma aveva ragione.

giovedì 12 febbraio 2009

Anno zero

Lo sto seguendo, proprio mentre scrivo, e non lo faccio mai. Stasera il circo è lo stesso di sempre, peggio se possibile: oltre al'ubiquo Bersani, il buon Michele ci rifila pure Formigoni e ci infligge una recidiva della Pivetti, da cui pensavo che il paese fosse finalmente guarito – almeno da lei! – dopo averla vista traslocare dagli studi della Camera, di cui fu presidente, a quelli di Italia 1, in coabitazione con Platinette.
Al centro c’è Eluana - e certo che è titolata, l’Irene, ad esprimersi su alte questioni di bioetica; anche dopo morta, questa ragazza viene pesantemente strattonata per l’arruolamento coatto in movimenti di cui non credo abbia avuto il tempo di interessarsi, durante la sua breve vita.
Formigoni, di fronte a uno che reclama a voce alta il proprio diritto di scelta, afferma solenne e convinto che “Eluana il suo diritto di scelta non l’ha potuto esercitare”, sovvertendo in un colpo solo la realtà, la storia, una sentenza della magistratura e il puro e semplice buon senso.
Poi, incalzato sul testo approvato in Parlamento, che obbliga tutti a sottostare all’alimentazione e all’idratazione forzata in spregio a qualsiasi cosa uno possa aver scritto o detto quando era capace di farlo, dice che no, non è così, ma quando mai… Non è forzata l’alimentazione, perché dal testo l’hanno tolto quell’aggettivo, e quindi si tratta ora di semplice cura, che a nessuno si può rifiutare… Proprio “rifiutare” dice il bel Roberto, trascurando che per rifiutare qualcosa a qualcuno occorre che quel qualcuno l'abbia prima chiesto, cosa che Eluana Englaro non ha fatto; anzi, aveva semmai chiesto il contrario, come le indagini hanno accertato.
Ma cosa abbiamo mai fatto di male per meritarci di essere trattati da imbecilli in questo modo? O sarà mica che siamo imbecilli davvero, visto il mucchio impressionante di gente che non vede l’ora di bersi papocchi come questo? Ma li avete visti i sondaggi sul caso Englaro? Fino a pochi giorni fa, 80 percento a favore del padre; parla il nano alfa e il paese si spacca: 50 e 50. Come si fa a dare la patente di maturità democratica a un paese in cui il 30 percento della popolazione adulta autocondiziona il proprio cervello alla sintonia perenne con un eversore bugiardo e ridicolo?
E infine dunque, come al solito, si usano le parole per stendere una bella cortina di fumo intorno alla sostanza dei fatti; la sostanza essendo che, se uno chiede di essere lasciato morire in pace, la riconversione di quella che è una terapia in semplice sostentamento impedirà che le sue volontà possano essere eseguite.
Eppure sarebbe così facile sciogliere il nodo: cos’è questa ipocrisia della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, che dà agio ai vampiri della vita di sproloquiare su sofferenze e torture inumane? Com’è che certe tecniche – e anche di più cruente – vengono invocate per gente in perfetta salute, benché criminale, e non si possono invece usare su chi le accoglierebbe come una benedizione? Gli americani giurano e spergiurano che le loro iniezioni letali non fanno in alcun modo soffrire i loro condannati a morte, che pure – loro sì! - sono vivi, e di soffrire sono in grado: e allora perché non usiamo quelle?
Torniamo a chiamare le cose con il loro nome: qui non si tratta solo di lasciar morire, si tratta anche di dare una mano a farlo, quando il corso delle cose sia stato artifcialmente sospeso; nessuna legge sarà mai soddisfacente, se non prevederà anche questa fattispecie che ipocritamente non viene neppure nominata.
Così invece, grazie a un imbroglio verbale, quelli di noi (come sarebbe bello se non dovesse mai accadere a nessuno!) che un giorno dovessero trovarsi in quella terribile condizione, dovranno sorbirsi per intero la propria atroce agonia a tempo indeterminato. In questo paese, ormai, a tempo determinato ci sono solo i contratti di lavoro; invece le condanne sono a vita, e si fa pure in modo che la vita sia assai lunga.

domenica 8 febbraio 2009

Ciò di cui non si può parlare

Su Eluana Englaro mi mancano le parole, l’ho già detto. Tutto suona o troppo banale o troppo grossolano, fuori misura rispetto alla smisuratezza di questa tragedia, per un verso o per l’altro: troppo flebile, o troppo violento. Quello che si può fare è salire sulle spalle dei giganti, guardare la vicenda di lassù e usare parole che non sono nostre; le prendiamo in prestito da loro, dai giganti, anche se poi la conclusione resta la stessa: di fronte all’inaudito il silenzio soltanto è degno di rappresentazione.
Quelli che si riempiono la bocca di diritto naturale e pratiche contro natura come se stessero parlando di qualcosa di oggettivo, che esiste davvero al di là e al di fuori di noi e a cui noi dovremmo inchinarci, sono stati confutati a priori da almeno due secoli di pensiero. Che non c’è bisogno di riassumere, perché il problema non è nostro ma loro, e si chiama ignoranza; o malafede, come nel caso del papa, che certe cose le conosce – o almeno dice -, ma consapevolmente le aggira e le ignora.
Avessimo tra noi un Socrate, smonterebbe questa gente con le loro stesse parole: premettendo, lui per primo, di non sapere, chiederebbe loro di argomentare in favore della verità che invece pretendono di possedere, e li coglierebbe in fallo ad ogni contraddizione, ad ogni concetto vuoto. Del resto di concetti vuoti, cioè non definiti, accettati apoditticamente in nome del “buon senso” o della “sensibilità popolare”, della “filosofia naturale” e di chissà cos’altro sono pieni i discorsi di questo “popolo della vita” a cui la vita umana sta a cuore, secondo la felice e amarissima espressione di Ellekappa, solo “prima della nascita e dopo la morte”: potremmo cominciare proprio dal concetto di Dio, che viene piazzato lì come un monolito con la pretesa che la sua esistenza e la sua voglia di impicciarsi dei fatti nostri siano qualcosa di acclarato ed evidente a tutti, quando per me e per tanta altra gente questa evidenza proprio non c’è.
E qui cade bene una citazione dal Tractatus logicus – philosophicus di Wittgenstein, un po’ lunghetta ma del tutto appropriata, che sembra riprendere proprio il metodo socratico e la cui conclusione andrebbe secondo me presa alla lettera: […] ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro - egli non avrebbe il senso che gli insegniamo filosofia – eppure esso sarebbe l’unico rigorosamente corretto.
Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse (egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito).
Egli deve superare queste proposizioni: allora vede rettamente il mondo.
Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

giovedì 5 febbraio 2009

Quello che uno non dice

Sulla sorte molto triste della povera Eluana Englaro non avevo mai scritto nulla: se ne parla talmente e ne parla talmente tanta gente che tutto questo clamore mi sembra offensivo. Fossi io un suo congiunto, andrei in bestia al pensiero che cani e porci si sentono in diritto di dire quello che vogliono su una vicenda così tragica.

Ne scrivo solo perché il decreto di legge che il governo si appresta ad emanare per impedire in extremis l’adempimento di quella che – è provato – sarebbe stata la volontà di questa ragazza (morire in pace) rivela una cultura talmente violenta e prepotente da mettermi addosso una paura folle. Paura che – e davvero tremo a dirlo, e questo è un altro dei motivi per cui non avevo mai toccato questo caso -, nella malauguratissima ipotesi che toccasse un giorno proprio a me, o a una persona a me cara, quella tragica situazione, non mi sarebbe consentito andare e lasciar andare.

Provate a pensare: morte de facto, se va bene; o, se invece permane anche solo un fioco barlume di coscienza, l’inferno di un buio in cui risuona solo il proprio pensiero disperato, senza che mai possa penetrarvi un’immagine, un suono, una parola, una carezza. Un cervello a bagno in una vasca con le pareti schermate di nero, per tutta una vita. Riuscite a immaginare qualcosa di più orribile?

Una mia compagna di scuola sta così da ventitré anni: era una ragazza molto bella, aveva un marito e una bambina. Un ictus l’ha conciata peggio di Eluana, perché lei è cosciente. Cosciente ma cieca, sorda, muta e incapace anche di aprire gli occhi. Come abbiano stabilito che è cosciente non lo so, ma l’hanno stabilito. Quando penso a lei mi si aggroviglia lo stomaco. Al posto suo vorrei poter morire.

Allora, dato che da noi il testamento biologico è un’utopia e tutto quello che non dici potrà un giorno essere usato contro di te, io preferisco dire, pur con addosso la paura e i sudori freddi: se dovesse accadermi, lasciatemi andare. E se non riuscissi ad andarmene da solo, datemi una spinta. Ecco, alla fine l’ho detto. E’ questo il mio testamento biologico, scritto su questo blog. Ovviamente faccio tutti gli scongiuri del mondo perché non debba mai essere applicato, ma se fosse: provate a dire, carissimi ipocriti, che la volontà del soggetto non era stata accertata a dovere, come avete fatto per Eluana; io lo scrivo qui, dove può essere da me stesso cancellato. Se non lo cancello, vuol dire una sola cosa: ho espresso la mia volontà oggi, in piena coscienza e lucidità, e non ci ho mai ripensato.

martedì 20 gennaio 2009

La seconda lezione di economia

Questa mi tocca farla seria anche se non sono all’altezza, perché se ne sentono di talmente grosse che a non dire niente prude la lingua. Oltre che le mani.
Allora, dice il nano alfa (e il suo commercialista – ora ministro dell’Economia - avalla) che perdere il due percento di prodotto interno lordo non è un dramma: è come tornare al 2006, quando certo non stavamo nelle caverne.
Premesso che piacerebbe anche a me vivere in un mondo in cui produrre meno (e quindi consumare meno, sprecare meno) non fosse un dramma, resta il fatto che noi viviamo invece in questo mondo, in cui il PIL è costretto a crescere sempre. Il perché si può spiegare in tanti modi, ma il nocciolo sta in due circostanze: la prima è che, a meno di non fermare del tutto l’innovazione, ogni anno diventa possibile produrre quello che si era prodotto l’anno prima usando meno risorse, e quindi generando disoccupazione; la seconda ragione è che se la popolazione in età lavorativa cresce bisogna dare lavoro a più gente, e quindi – ancora – il PIL deve crescere. Questa sembrerebbe riguardarci un po’ meno come paese, ma se pensiamo a quanta gente non lavora e vorrebbe (qualche volta dovrebbe) ci rendiamo conto che queste spine nel fianco ce le abbiamo tutte e due, senza circostanze attenuanti.
Che fare per uscirne? Fermiamo il progresso tecnico e organizzativo? Lo limitiamo a quei casi in cui serve al bene di tutti, cioè magari lo sdoganiamo quando si inventa un macchinario medicale e lo blocchiamo se invece qualcuno tira fuori una macchina che sostituisce il lavoro degli esseri umani? Difficile tracciare il confine, e oltretutto la cosa non mi pare possa avere successo: il paese che decidesse di fare così imboccherebbe la via del declino e, producendo a prezzi alti prodotti poco appetibili, verrebbe semplicemente surclassato da quelli che invece spingono sull’innovazione e sulla crescita della produttività; le sue aziende chiuderebbero e la gente – a milioni – resterebbe senza lavoro*.
Ecco, noi viviamo in un mondo così, in cui perdere due punti di PIL significa mandare a casa la gente; e quale gente, poi: non chi ha già consolidato una posizione economica e magari accumulato riserve che gli permetterebbero di passare la nottata, ma i precari, la gente al margine, quella più debole, che già oggi non si capisce bene se stia dentro o quasi fuori.
In un paese democratico la stampa e la TV spedirebbero legioni di giornalisti a intervistare un qualche guru dell’economia - di quelli a cui piace tanto pavoneggiarsi nei salotti, ma che in questo momento latitano - con un preciso mandato, che dovrebbe essere quello di fargli dire: “il Presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia hanno detto una solenne cazzata”. Prima sono uscito in bicicletta, ma di queste pattuglie in giro non ne ho viste…

* Oddio, mi sovviene che, se la mettiamo sulla produttività – che notoriamente da noi scende invece di salire, essendo i nostri illuminati capitalisti innovatori più o meno quanto lo sono i rumeni -, ci tocca concludere che è proprio la china discendente la strada che stiamo percorrendo; allora sì, dovremmo dire che il nano alfa ha ragione: non è un dramma perdere in un colpo due punti di PIL e i posti di lavoro annessi, tanto li avremmo persi comunque, solo un po’ più tardi. E si sa, a lui piace sempre portarsi avanti con il lavoro.

mercoledì 14 gennaio 2009

La cattiveria

Fecondazione, il punto sulla legge
L'Italia penalizza chi vuole un figlio

Questo titolo, ieri mattina, stava sulla home page di Repubblica.it; dopo mezza giornata, se qualcuno avesse voluto leggerlo, lo avrebbe dovuto rincorrere dentro http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/fecondazione-artificiale/fecondazione-artificiale/fecondazione-artificiale.html. Parla di un convegno sulla fecondazione assistita che si è tenuto a Roma, con la partecipazione di esperti al massimo livello.

E' chiaro che nel corso della giornata si deve essere imposta una revisione delle priorità a causa del sopravvenire di importanti notizie, tipo questa:

Grande Fratello 9, ascolti boom
X-Factor cede ma supera se stesso

Vorrei piantarla qui, il fatto si commento da solo, ma l'articolo oscurato contiene parecchie informazioni interessanti che andrebbero diffuse e invece vengono nascoste; qui mi leggete, se non sbaglio, in dieci o dodici quando va bene; OK, saranno dieci o dodici persone in più a conoscere qualcosa che non deve essere ignorato. Faccio il copia e incolla di qualche pezzo ad alto impatto informativo, ma vi consiglio di andare a leggere il resto (se non lo fanno scomparire definitivamente):

[...] Altro punto importante, quello della diagnosi preimpianto, vietata dalla legge. Ma resta irrisolto anche il nodo delle coppie portatrici di patologie genetiche, che a tutt'oggi non possono accedere alle tecniche, riservate solo alle persone sterili.[...]

[...] In appena tre anni le possibilità di avere un figlio grazie alla fecondazione assistita sono scese nel nostro paese dal 25% del 2003 al 21% del 2006 (fonte: registro nazionale PMA).[...]

[...] Questo che cosa significa? La risposta la dà il professor Michael Chapman, direttore della Fertility Society australiana. "Mortalità prenatale da due a tre volte più alta, ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori, 4 volte più alta la percentuale di paralisi cerebrale. Con costi economici da 5 a 10 volte maggiori. [...]

[...] Ancora oggi, infatti, chi sta per sottoporsi a chemioterapia o ad altre terapie aggressive non sa che può congelare gli spermatozoi (per l'uomo), gli ovociti o porzioni di tessuto ovarico (per la donna) e sperare che, dopo la cura, possa ancora avere figli.[...]

"[...] Vogliamo che nei consensi informati ci sia scritto che alcune terapie sono a rischio sterilità [...] e che i pazienti possano sapere che ci sono delle opzioni per conservarla. La maggior parte non è informata, e parliamo di malati giovani ai quali viene tolta la possibilità di avere figli".[...]

Chiaro? Allora, mettiamo in fila un po’ di fatti, che comunque uno la pensi in proposito dovrebbero (almeno quelli!) essere incontestabili; intanto i responsabili di tutto questo hanno nome e cognome e si chiamano (per limitarci ai più noti) Ratzinger, Casini, Binetti, Berlusconi (per pura ignavia, sai che gliene frega a lui se i figli li vai prendere anche sotto i cavoli), Rutelli.
Poi andiamo sul De Mauro-Paravia on line, dove possiamo leggere alcune definizioni:

a) uccidere: privare della vita, far morire, specialmente con mezzi o modi violenti; ricordiamo quanto riportato sopra: […] Mortalità prenatale da due a tre volte più alta, ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori.
b) tortura: qualsiasi sevizia o atto di crudeltà fine a se stesso o inflitto per pura brutalità o per vendetta; il pezzo in questione ad un certo punto diceva: […] ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori, 4 volte più alta la percentuale di paralisi cerebrale.[…]
c) ipocrisia: simulazione di buone qualità o di buoni propositi attraverso azioni o atteggiamenti falsamente virtuosi, per ingannare qualcuno o per ottenerne i favori. A questo proposito qualcosina la dico io: i signori di cui sopra si ostinano in chiara malafede a far credere (a chi ci vuol credere, è chiaro) che le norme demenziali della legge 40 servano a disciplinare in maniera civile una materia complessa, quando invece è evidente a tutti quelli che vogliono vedere che servono soltanto a mantenere saldo il diritto di veto dei preti e la facoltà loro concessa di esercitare con pugno di ferro un potere che nessuno gli ha mai democraticamente riconosciuto. Tutto grazie ad un folto gruppo di neocon, teocon, teodem o come si vogliono chiamare, grazie al cui atteggiamento appecoronato e bigotto (e spesso interessato) questa cricca rimane ben salda al potere. Sono simili a quei tedeschi che accettarono di lavorare nei campi di concentramento. Spero che un giorno la storia farà giustizia di questo letame umano.

mercoledì 29 ottobre 2008

I numeri che non abbiamo

Oggi, senza andare troppo sul filosofico, parliamo di numeri.
L’ignoranza – spesso rivendicata con orgoglio - di noi italiani in questa materia è un fenomeno antico, in cui hanno parecchie responsabilità Croce e Gentile.
Restando su un piano più terra terra, prendiamo la manifestazione del PD a Roma, sabato scorso: erano due milioni, duecentomila o diecimila? In fondo non dovrebbe essere difficile contarli: si prende qualche foto da Google earth, si scelgono un po’ di riquadri campione, si contano le capocce in quei riquadri e si moltiplica la media delle capocce per il numero di riquadri. In realtà è leggermente più complicato, ma vi assicuro che uno statistico come il GPZ vi saprebbe fare il calcolo aggiungendo, ovviamente, anche il margine di errore.
Invece qui ci piace parlare di milioni, a prescindere: erano milioni (sempre autocertificati, ovviamente) quelli scesi in piazza per il nano alfa due anni fa, e quindi non possono non essere milioni questi qui, pena l’etichetta di fiasco. Io propendo per le centinaia di migliaia, ma non ditelo a Veltroni.
In questo nostro stranissimo paese, poi, ci piace tanto erigere ardite costruzioni intellettuali senza un minimo di riscontro con la realtà, e quindi – ancora! – con i numeri. Si preferisce ragionare sui principi, come se questi dovessero essere necessariamente in contraddizione con la dimensione dei fenomeni; e se qualcuno prova a riportare l’intellettuale di turno sui binari della realtà, quello come minimo gli dà del “ragioniere”, sottintendendo meschinità e ristrettezza di vedute. Magari ne avessimo avuti, di ragionieri oculati, al posto dei condottieri di (s)ventura che ci siamo sempre ritrovati...
Si è fatta una guerra di religione durata due o tre anni sul famoso “scalone” della riforma pensionistica di Maroni, che riguardava lo zero virgola spiccioli dei pensionandi italiani; il nano beta Brunetta spara ogni giorno le cifre più fantasiose sul calo dell’assenteismo nel pubblico impiego senza che nessuno gli chieda dove li ha presi quei numeri, chi li certifica; e sull’entità di questo fenomeno, che a leggere le statistiche – quelle vere - è di poco superiore a quello del settore privato, ha costruito una fortuna politica. Basata peraltro sul rancore che molti italiani provano verso molti altri, invece che su argomenti razionali.
Il polverone sollevato da queste e altre battaglie insensate ha oscurato temi ben più pesanti che interessavano tutti. Qualche esempio? Il rinnovo del famigerato CIP6, che è il provvedimento con il quale noi cittadini (tutti) finanziamo con le nostre tasse inceneritori di rifiuti e raffinerie di petrolio quali produttori di “energie rinnovabili”; il finanziamento di 50 milioni di euro regalato dal Berlusca I ad una sola università privata, proprio mentre si affossavano quelle statali; e tante altre cose.
Rileggo ora quello che ho scritto, e mi rendo conto che è noioso; sì, alla fine mi annoio pure io a parlare di queste cose, nonostante siano il mio mestiere: è perché sono sì un mezzo matematico, ma prima ancora sono un italiano.
Le responsabilità, si diceva prima, sono antiche: Benedetto Croce teneva in supremo spregio “gli ingegni minuti” dei matematici, e quando il matematico Federico Enriques organizzò un’iniziativa di divulgazione – si era negli anni dieci del secolo scorso, davvero in anticipo sui tempi – si beccò dal pater della cultura italiana di allora una raffica di elegantissimi insulti; Giovanni Gentile, l’altro peso massimo della filosofia italiana di quell’epoca, proseguì su questa strada, e quando il Dux gli commissionò la riforma della scuola separò nettamente il percorso scientifico da quello umanistico. Come se la cultura potesse essere scissa; in realtà, il retropensiero era lo stesso di Croce: un percorso nobile, che passa attraverso lo studio delle arti e della letteratura, e uno tecnico, di bassa cucina, destinato agli “ingegni minuti”. In queste condizioni, l’aver sfornato economisti matematici come Pareto, fisici da Nobel come quelli del gruppo di via Panisperna e matematici come Ricci Curbastro o Levi Civita, senza le cui equazioni la teoria di Einstein forse non sarebbe nata, è qualcosa che non si spiega; sono le felici eccezioni di cui il nostro paese è sempre stato capace e di cui poi ci vantiamo pure, dopo averne tenacemente ostacolato la crescita. E sono sicuro che la maggior parte degli italiani non conosce quasi nessuno dei nomi che ho appena citato.
Io però credo che la cultura e le capacità di un paese si misurino sulla media, non sulle punte di eccellenza: a che serve avere un pugno di scienziati, se tutti gli altri sono semianalfabeti e a quei pochi scienziati guardano pure storto, perché non capiscono la loro opera e credono che stiano semplicemente sprecando risorse?
Questo disconoscimento della cultura quantitativa, dei numeri, secondo me spiega un sacco di cose; la proverbiale disorganizzazione italiana, per esempio: come si fa a programmare se – a priori – si ha orrore per le tabelle numeriche che riassumono i fenomeni che si devono dominare? Che siano le liste d’attesa degli ospedali o la frequenza delle corse dei mezzi pubblici. Se i nostri manager sono delle pippe lo dobbiamo anche a questo, non solo al familismo amorale che li ha collocati in posti di comando anziché a spazzare le strade.
E - altro danno enorme - quei pochi che, in questo paese, amano davvero la cultura, spesso non sanno neppure di perdersi metà del piacere: identificano la cultura con la letteratura, con le arti, con la filosofia quando va bene, e si fermano davanti alle scienze matematiche come cavalli recalcitranti davanti a un ostacolo; così non sapranno mai che l’eleganza di una dimostrazione matematica è la stessa di una scultura classica, che la febbre creativa che traspare dall’opera di un fisico teorico non ha niente di diverso dal genio malato di un van Gogh. E qui mi fermo, sennò la facciamo troppo lunga. Io non sono filoamericano, anzi, e la cultura anglosassone, presa in blocco, mi ispira un rapporto di amore permeato di diffidenza; però, credetemi, loro hanno davvero un’idea completa di che cosa sia la cultura, e noi no. E si vede, purtroppo; si vede molto.

giovedì 31 luglio 2008

Marx e il salumiere di Heisenberg

Oggi vorrei parlare di uno dei temi che più appassionano la stragrande maggioranza dei miei lettori, cioè me stesso; non c’è niente da fare: di fronte all’audience, ogni sano proposito editoriale crolla, e anche il GPZ si riduce a tarare la programmazione non su ciò che sarebbe bello dire, ma su quello che il pubblico vuole sentirsi dire. Insomma, l’editore di questo blog sta sbracando vergognosamente verso il cliché nazional-popolare. E la redazione sta vergognosamente assecondandolo.
Il tema del giorno, quindi, è il principio di indeterminazione di Heisenberg. Come tutti sanno, questo caposaldo della saggezza popolare asserisce che non è possibile misurare simultaneamente in modo deterministico, cioè con precisione arbitrariamente grande, la posizione e la quantità di moto di una particella subatomica, per esempio di un elettrone.
Detta così potrebbe non suscitare soverchi entusiasmi. In fondo, si sta solo affermando che la covarianza degli errori di misura delle due grandezze ha un limite inferiore al di sotto del quale non può scendere: embè? E allora?
Lo stesso Heisenberg, pare, non colse subito in pieno tutte le implicazioni della formuletta che aveva scritto, ed ebbe bisogno di qualcuno dotato di maggiore concretezza per capire; la storia attribuisce questo merito a Niels Bohr, ma avrebbe potuto arrivarci anche il suo salumiere, ponendogli la questione sotto la giusta luce. Bohr, infatti, disse al crucco Heisenberg che il problema non stava negli strumenti di misura, ma proprio nel fatto stesso di misurare: per poterlo fare, è necessario interagire con l’oggetto della misurazione, alterandone proprio il comportamento che si vuole misurare; nel caso specifico, l’intimità dell’elettrone viene spiata bombardandolo con un fotone – il che ne altera sia la velocità che la posizione che si volevano rilevare - senza che i movimenti pacifisti muovano mai un dito per difendere la povera particella e, quel che è peggio, neppure il garante della privacy. Come dire che non è possibile agire in modo certo per modificare una situazione nella quale si è coinvolti: e questo il salumiere di Heisenberg lo sapeva senz’altro, come lo sa chiunque abbia mai provato a giudicare serenamente le abitudini domestiche del coniuge o, peggio, a fare una disamina oggettiva dell’argomento di una riunione a cui si sta partecipando.
Insomma, pare proprio che in natura non esista la neutralità.
Io credo che il massimo esempio di questo teorema l’abbia dato Marx (altro crucco, benché ebreo), che peraltro non lo poteva neppure conoscere, essendo morto parecchio prima che Heisenberg scrivesse quella strana formuletta:
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Che il buon Karl abbia scoperto (misurato) qualcosa di fondamentale sul modo in cui la storia evolve e sui suoi motori ultimi è per me difficile negarlo, anche se oggi solo a dire questo si rischia l’anatema; è anche possibile che, se Marx non avesse scoperto niente, l’umanità al comunismo ci sarebbe arrivata davvero, secondo le tappe (incautamente) illustrate dal maestro: trionfo della borghesia, genesi e maturazione dell’antitesi proletaria, giustapposizione e sintesi hegeliana. Ma Marx ha visto, ha misurato e ha divulgato, e allora sono iniziati i tentativi di anticipare l’esito finale: a che pro aspettare e lasciare tanta parte dell’umanità a subire l’Ingiustizia, se tanto la fine è nota? E così abbiamo avuto una rivoluzione in un impero dove non c'era ancora una borghesia, e poi il comunismo in un paese solo, e come è finita lo sappiamo tutti. Insomma il sanguigno crucco Marx, per il solo fatto di aver conosciuto, ha fatalmente alterato la realtà che voleva interpretare, deviandola dal suo corso, esattamente come avrebbe detto una settantina di anni dopo il crucco algido Heisenberg. Chissà che sarebbe successo, se fosse nato prima lui… Ma questo sarà probabilmente oggetto di un romanzo di fantapolitica che il GPZ scriverà a breve, ovviamente solo per trarne un adattamento bloggistico che sia l’equivalente di una soap opera da rifilare tutte le mattine alle legioni dei suoi lettori. Del resto, date un’occhiata agli orari dei miei post: prevale la mezza mattina, l’ora delle soap!