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venerdì 30 ottobre 2009

Libertà vo' cercando...

Non aver mai pubblicato Saadat Hasan Manto, se mi si concede la licenza di una esagerazione, dovrebbe pesare sulla coscienza degli editori italiani come una colpa grave, ora fortunatamente emendata da una casa editrice indipendente che ne ha fatto il suo libro d'esordio (curiosamente, si chiamano Fuorilinea: www.fuorilinea.it).
Conobbi Manto qualche anno fa, consigliato da un amico indiano. Feci fatica a credere alle sue parole, che mi parlavano di uno dei maestri mondiali del genere short story: come mai un simile portento era ignoto non solo a me, ma a tutti i bibliofili che conoscevo? Lo scetticismo me lo sono dovuto rimangiare tutto in un boccone pochi giorni fa, dopo aver divorato in due giorni tutti i racconti di questa selezione. Tragico, sorridente, cinico, ghignante, sornione, Manto sta sempre dietro (e spesso dentro) a ciò che narra, con il suo carattere ingombrante e il suo sorriso bonario. Da vero narratore, non ha bisogno di enunciare tesi: fa parlare le sue storie, e ''Se trovate che i miei racconti siano osceni, è la societa' in cui vivete a esserlo. Con i miei racconti, io mi limito ad esporre la verita''. C’è tutto Manto in questa affermazione: l’uomo libero di mente che nacque indiano e musulmano, nel 1912, e morì pakistano e alcolista a poco più di quarant’anni. La cesura artificiale che tagliò via il Pakistan dall’India – la Partizione - divenne per la sua anima la frattura dolorosa dalla quale scaturì però la fonte della sua ispirazione più autentica: i suoi sono racconti di persone comuni, contadini, perfino matti nel bellissimo “Toba Tek Singh”, che non comprendono la logica – questa sì, davvero folle – della separazione dall’amico di ieri, dell’odio nazionalistico e del fanatismo religioso; non la comprendono eppure vi soccombono, proprio come in ogni tempo, compreso il nostro, gli inconsapevoli sono spesso vittime (e strumenti, o addirittura complici) di progetti che necessariamente li travolgono. Ma c’è anche molto altro, nel mondo di Manto: Bombay, esagerata allora come sempre, con il suo sottobosco di prostitute, magnaccia, perdigiorno, attori scombinati e lo stesso Manto, che a Bombay è giornalista, critico, scrittore di teatro e di cinema e, infine, protagonista e comprimario delle storie che racconta. Più volte processato per oscenità, e non sempre assolto, dopo la forzata emigrazione in Pakistan per proteggere la famiglia dalle rappresaglie degli Indù cedette all’alcol, che lo portò alla tomba. Non aspettatevi di leggere denunce vibranti o intemerate contro il potere: Manto non era un moralista, era un uomo che lucidamente vedeva e lucidamente descriveva. Fatti, persone e anime. Ha scritto storie sincere, prima ancora che belle. Per la sua libertà interiore ha pagato un prezzo alto, e chissà se ha finalmente avuto risposta alla domanda che volle come suo epitaffio: “Here lies Saadat Hasan Manto. With him lie buried all the arts and mysteries of short-story writing… Under tons of earth he lies, wondering who of the two is the greater short-story writer: God or he”.

martedì 8 settembre 2009

Leggere fino in fondo? Se proprio devo...

Vi ho già elargito due post, ma non vi ho ancora detto che il lungo silenzio era dovuto alle ferie... Vabbè, non ci voleva la palla di cristallo per capirlo. Ferie, stravaccamento, e quindi goduriose, goduriosissime letture... Beh, quasi. Prendiamo questo romanzo di Gibson e Sterling, per esempio, che segna il ritorno al mio primo amore, la fantascienza (anche se questo, in realtà, fantascienza non è).More about La macchina della realtà
Erano... meglio che non lo dico quanti anni erano che lo volevo leggere, sennò mi prende la vertigine da vecchiaia. Era tanto, e tanta è stata la delusione. Già il titolo italiano è un crimine contro l'umanità (la macchina a cui si fa riferimento è the difference engine, il motore differenziale, e questo è il titolo dell'originale).
L'idea che regge l'intreccio è intrigante, ma questi due forse avrebbero fatto meglio a scrivere un trattatello di filosofia della storia, che se pure viene noioso si può sempre dire che dato il tema era inevitabile. E qual è questo tema? E' presto detto: la storia non è una successione ordinata di eventi che si compongono in modo necessario, nessuno dei quali potrebbe scambiarsi con quelli che lo precedono o lo seguono, pena il crollo di tutta l'impalcatura; no, la storia è un fiume turbolento, che scorre sì in un certo verso, ma è pieno di gorghi in cui gli accadimenti collassano e possono generare corsi alternativi. Il computer avrebbe potuto essere costruito nel diciottesimo secolo, Byron avrebbe potuto fare il primo ministro invece che il letterato, Marx trovare fortuna in America istituendo una comune a Manhattan e Gautier essere una specie di hacker a Parigi. Non è implausibile: Babbage aveva davvero progettato una macchina che non potè essere costruita, ma che, realizzata in via sperimentale negli anni ottanta del novecento, si rivelò essere un computer funzionante. E quanto a Byron, a Marx, Gautier e compagnia, sbagliano quelli che cercano di rintracciare nel romanzo un filo conduttore che ne spieghi la sorte: è la turbolenza, la casualità selvaggia della storia a spiegarne la posizione e le azioni, nient'altro. Per noi sono stati quello che sono stati, ma in modo altrettanto plausibile avrebbero potuto essere altro, e la stessa storia accaduta essere un'altra. Insomma, non sono propriamente dei marxisti gli autori, e nel caso uno non capisca le loro tendenze si danno molto da fare per dipingere Marx e seguaci come un branco di scimmie prive di qualsiasi barlume di intelligenza e di umanità. E passi pure questa caricatura, ma se almeno il tutto fosse ben scritto... Invece è faticoso, farraginoso, pesante al punto che penso non si siano potuti divertire nemmeno loro, a scriverlo. Uno di quei libri che, anziché farti palpitare per sapere come va a finire, ti tiene avvinto alla pagina per senso del dovere: capisci che c'è qualcosa che vale e ti imponi di finirlo, ma in fondo ne faresti volentieri a meno.

domenica 24 maggio 2009

Ciao, nonno

Ascoltando Radio 24 ho scoperto l'esistenza di un progetto bellissimo, che è la banca della memoria. Si tratta di un sito che raccoglie materiale - soprattutto interviste - a persone anziane che hanno qualcosa da raccontare. E quale persona anziana non ne ha? Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia, dice un vecchio proverbio africano. Purtroppo oggi di biblioteche ne stiamo lasciando bruciare a migliaia, senza fare granché per preservarle, per cui questo progetto mi pare davvero meritevole. Ma se volete saperne di più, andate alla fonte: http://www.bancadellamemoria.it).
C'è una sezione del sito in cui il visitatore è invitato a postare un ricordo di un nonno, e di questa occasione sono davvero grato: mio nonno è una delle persone che più ho amato, e purtroppo mi ha lasciato che ero ancora bambino; stranamente, non mi era mai venuto in mente di scrivere su di lui. Ora ho colmato la lacuna, e il suo ricordo lo propongo anche a voi. Non è un capolavoro, ma per me è davvero una perla. Ciao nonno, è passato tanto tempo, ma mi manchi ancora. Mi mancherai sempre.


Nonno Emanuele era un vecchio alto e secco dagli occhi azzurri, con una piega all’angolo della bocca sottile, come una smorfia. Per tutta la vita pastore, in gioventù quasi mai aveva dormito dentro una casa: capanne e grotte, nel buio, al freddo, alla pioggia, in un tempo oggi così remoto da sembrare di fiaba, in quell’Abruzzo aspro che gli aveva modellato il corpo, nodoso e severo. Un anno dopo l’altro, sulla montagna dietro alle greggi, e poi transumare: Puglia, Agro Pontino, campagna romana, dove infine eresse l’ultima capanna, che diventò casale e infine casa per quattro figli trapiantati, la più giovane sposò un fabbro che fece di lui mio nonno. Io giocavo sulla scalinata fiorita della capanna ormai sbocciata in una linda casetta e lui raccontava, mai stanco; la voce sommessa e continua, quasi assorto, pareva parlasse tra sé e invece gli urgeva di incidere in me, come con il coltello nella corteccia di un tronco giovane, la memoria dei suoi cieli e dei suoi pascoli, e di un dolore antico, mineralizzato nelle ossa di una stirpe di faticatori senza nome, il dolore dei poveri di ogni tempo. Parlava e parlava, le parole fluivano dalle sue labbra inseguendosi l’un l’altra, come l’acqua di un ruscello che scavalchi una roccia dopo essere sceso dai picchi innevati giù, sempre più dentro alle valli ormai ombrose della sua memoria. Io ascoltavo del cane Morgante, il coraggioso cacciatore di lupi, del possente toro Colonna che portava in groppa il nonno bambino e che durante la grande guerra era diventato carne da sbobba per l’esercito; in silenzio raccoglievo in me tutta la poesia del vecchio pastore che scioglieva la sua vita calante in un inno appena mormorato agli alberi, alla roccia, all’erba, al sole e alla neve. Di poesia traboccava, quel vecchio mite che nella vita vagabonda aveva sempre portato nella bisaccia pane, vino, formaggio e due libri consunti: Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata. Furono quelle le mie favole: non Biancaneve o Cenerentola, ma la spada Durlindana, l’Ippogrifo, Astolfo sulla Luna, il senno perduto di Orlando, l’armi pietose e il capitano… Quando se ne andò fu lieve. Disse di lui un poeta che non ha peso, la semplicità.

sabato 2 maggio 2009

La fede e il rigore

Premesso che io non sono minimamente attrezzato per disquisire di teologia, questa lettera a un religioso (che non rispose mai) a me pare l'embrione di un manifesto per una chiesa e una dimensione pubblica della fede che purtroppo storicamente non sono esistite mai. L'autrice di questo libro è Simone Weil, figura eminente nel pensiero del secolo scorso; desidera ardentemente il battesimo e, anche se non lo dice, sa benissimo di avere poco da vivere, minata dalla tubercolosi; non per questo è disposta a venire a patti con la sua vocazione, che - chiarisce lei stessa - è quella di passare tutto al vaglio dell'intelligenza. E questo chiede, con chiarezza estrema che sconfina nella durezza, al religioso a cui si rivolge: posto che lei non è disposta ad abdicare all'uso della ragione, è disposta la Chiesa ad accoglierla così com'è? Sono conciliabili le sue opinioni con l'appartenenza alla Chiesa cattolica di Roma? Lei chiede con l'urgenza di chi ha bisogno, sollecita una risposta che non arriverà, e nel chiedere svela queste sue opinioni che altro non possono essere che eretiche, alle orecchie dei guardiani dell'ortodossia: la rivelazione non più come fatto storico circoscritto nel tempo e nei luoghi, ma piuttosto evento in accadimento perenne, che illumina tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni civiltà; la salvezza che non è dono esclusivo di una comunità, perché è invece disponibile per tutti, compresi gli atei che agiscono bene; i miracoli ridimensionati a fatti tutto sommato secondari, e comunque ricondotti a una dimensione potenzialmente razionale, senza che per questo cessino di essere ciò che sono, e cioè prodigi. E tra una domanda e l'altra si delinea l'immagine di una Chiesa che non impone, ma propone, che accetta nel suo seno coloro che si interrogano, che non rifiuta agli individui la ricerca, e che pone come unica condizione di appartenenza la fede in un Dio buono. Una chiesa vasta e inclusiva, il contrario di ciò che è diventata oggi. E che era anche allora, se in fondo la vera preoccupazione degli interlocutori della Weil era semplicemente trovare il modo di battezzarla, cosa che non avvenne mai. O forse sì, sul letto di morte, come qualche tardiva testimonianza è arrivata infine a notificarci. Per arruolare anche lei, lucida o no che fosse, nella legione sterminata di quelli che alla fine hanno comunque baciato la ciabatta.

giovedì 19 marzo 2009

Perché davvero non accada mai più

Ho appena finito di leggere La banalità del male, di Hannah Arendt. Non è un bel libro, ma è un libro importante: offre diverse chiavi di lettura per capire quali motori hanno generato quella che, fosse anche solo per le dimensioni, è senz'altro la tragedia più orribile della storia del genere umano. Parlo dello sterminio degli ebrei, naturalmente.
Uscì negli anni sessanta, dopo l'esecuzione di Eichmann, sulla cui vicenda processuale il libro è imperniato. Eichmann, criminale nazista, fu rapito dai servizi israeliani in Argentina, dove era rimasto nascosto (neanche troppo) per quindici e più anni dopo la fine della guerra. Il processo si svolse a Gerusalemme tra squilli di tromba e fanfare; la Arendt - e forse solo lei poteva farlo, in quanto ebrea lei stessa - svela il gioco politico e propagandistico che sul processo fu montato: guardate - ci dice - che quest'uomo non è il demonio; questo, come millanta e millanta altri piccoli ometti come lui, è solo un conformista. E' per conformismo, per carrierismo al più, che si è prestato con tanto zelo a facilitare lo sterminio, di cui del resto non è stato ideatore e in fondo neppure esecutore, essendo in capo a lui responsabilità di tipo più che altro logistico. E comunque, sembra dire la Arendt, in quella vicenda di mostri non ce ne sono stati, a meno di non voler dare questa patente all'intero popolo tedesco, che tutto unito ha forse fatto sentire qualche mugugno, ma niente che assomigliasse ad un'ombra di opposizione per quello che stava accadendo e che, da un certo momento in poi, cessò di essere un segreto.
Eppure non è vero che l'apparato nazista fosse così monolitico da non lasciare spiragli a nessuna opposizione: basti vedere - argomenta la Arendt - cosa ha fatto in Danimarca il governo, che nonostante l'occupazione si è rifiutato di consegnare gli ebrei; o addirittura, in Bulgaria, tutto un popolo, che si è impegnato a nascondere, difendere, salvare pressoché tutti gli ebrei che vivevano lì. Per fare quello che è stato fatto nei campi di sterminio serviva collaborazione da parte di tutti, compresi - e qui sta la grande bestemmia della Arendt - i capi ebrei; e collaborazione fu data, con le motivazioni più varie, compresa quella aberrante dei consigli ebraici, che sostennero fosse meglio che fossero altri ebrei, piuttosto che i nazisti, a scegliere chi doveva vivere e chi no.
Il processo a Eichmann è stato vissuto da Israele, o almeno i suoi politici hanno tentato di farlo vivere, come rito fondante: un popolo che finalmente ha ritrovato una terra si leva a giudicare chi l'ha offeso; solo che questo sarebbe stato possibile riducendo in catene un Hitler, un Heidrich, un Himmler, non il grigio burocrate che era Eichmann; e allora Eichmann fu inventato genio del male, e lui si adattò a meraviglia a questo ruolo, che finalmente gli dava un palcoscenico dopo una vita passata nell'ombra, mero - benché zelante - esecutore di ordini altrui. Gloria finalmente, anche se a costo della vita. In questo Eichmann servì bene i suoi nuovi padroni, come in passato aveva servito bene i vecchi: ora si voleva da lui che indossasse la maschera dell'annientatore di popoli, e lui volentieri la indossò, così come in passato aveva altrettanto volentieri pianificato la deportazione di milioni di esseri umani che non odiava e contro cui non aveva assolutamente nulla, ma che gli era stato ordinato di cacciare come fossero prede.
Si capisce che l'autrice, con questa tonante denuncia della nudità del re, si sia attirata il biasimo, quando non l'odio, di molti altri appartenenti al suo popolo; e probabilmente anche di molti che ebrei non erano, perché alla fine il messaggio è devastante per tutti, nella sua evidenza solare eppure pervicacemente negata: il male è in tutti noi, i nazisti non erano mostri venuti da Marte, ma persone che un po' alla volta hanno abdicato alla propria umanità e hanno portato tutto un popolo a fare lo stesso, passo dopo passo. Varrebbe la pena riflettere su questo cammino sciagurato, adesso che lo stiamo ripercorrendo beatamente ignari della Arendt, della sua lezione e della storia: ronde, impronte digitali ai Rom, voglia di pogrom, aggressioni ormai quotidiane a stranieri, omosessuali, addirittura a disabili. Ma non lo faremo, non rifletteremo, il segno è stato già passato. C'è solo da sperare che qualcosa dall'esterno giunga a fermarci, anche se non so immaginare cosa.
Altri libri di spessore sul tema dello sterminio degli ebrei - in generale sui meccanismi degenerativi che possono portare un uomo, o un popolo, a scordare del tutto la sua condivisione della condizione umana con qualche altro miliardo di viaggiatori a bordo di questo pianeta - sono La parte dell'altro, di Eric Emmanuel Schmitt, e Le benevole, di Jonathan Littell. Del primo c'è da dire che è un'opera letteraria di grande valore, oltre che un documento importante: l'autore fa l'esperimento terribile di ficcarsi dentro Hitler e immaginare per lui una storia alternativa, quella che avrebbe potuto avere se avesse deciso di affrontare i suoi fantasmi e le sue frustrazioni; il secondo, in forma di romanzo, non è - secondo me - un bel libro, dal punto di vista letterario. Però è anch'esso importante, come lo è quello della Arendt. Anche qui l'esperimento è di quelli da far tremare le vene e i polsi: l'autore descrive in prima persona il disordine interiore ed esteriore di un giovane nazista, omosessuale per giunta, che attraversa gli anni trenta e poi la guerra e descrive l'orrore che cresce intorno a lui e dentro di lui, la riluttanza dei soldati a darsi al massacro e poi quel conformismo che appartiene a tutti e che li porta ad eseguire gli ordini e spesso a odiarsi per questo, e quindi a sfogare la propria rabbia proprio sulle vittime della persecuzione, colpevoli, per il solo fatto di esistere,di averli messi di fronte al passo terribile che era stato chiesto loro di compiere dai loro capi. Passo estremo, di rinuncia alla propria stessa umanità, e che comunque è stato compiuto anch'esso.
No, non è storia di mostri quella del nazismo, come non lo sono tutte le altre terribili storie di massacri e cattiveria di cui è costellata la nostra permanenza su questo pianeta, fin dal nostro apparire. E' che gli esseri umani - tutti gli esseri umani - sono capaci di efferatezze tali da far impallidire Barbablù, se posti nelle condizioni adatte; così come sono capaci di atti sublimi (meno spesso, purtroppo). La retorica dei vincitori e la propaganda hanno sfruttato la paura di identificarsi con carnefici così crudeli per edificare una mitologia in cui ci sono stati i cattivi e i buoni che li hanno affrontati e sconfitti, ma non è andata così, come testimoniano anche il bombardamento di Dresda e le bombe di Hiroshima e Nagasaki, assolutamente non necessarie se non in chiave di politica post bellica.
Se davvero vogliamo evitare che fatti come la Shoà, o il genocidio degli Armeni, o la mattanza tra Hutu e Tutsi in Ruanda, l'undici settembre, lo sterminio degli indios americani e mille e mille altri possano ripetersi, dobbiamo prendere atto del piccolo Hitler che vive dentro ognuno di noi. Solo sapendo che c'è possiamo trovare il modo di tenerlo a bada, perché se invece lo neghiamo - come lo stiamo negando da settanta anni - siamo fatalmente destinati ad esserne sopraffatti. E dovremmo anche avere il senso della Storia, la consapevolezza che questo mondo che abitiamo in Occidente - fatto, bene o male, di democrazia e di un certo benessere, di una certa libertà - non è scontato, è anzi un accidente della storia, esiste da nemmeno un secolo, e potrebbe scomparire in un batter d'occhio se certe tendenze sfuggissero di mano. Ma questo, forse, è già successo, e un altro passetto verso la barbarie è stato compiuto come casualmente, inosservato nell'assordante clangore della volgarità montante, che sempre più trasfigura in malvagità.

martedì 17 febbraio 2009

Filosofia dell'Ultrauomo

Poi dice perché uno si appassiona alla filosofia: prendete un ragazzino di 13/14 anni, qual ero io quando lessi questo libro (infelicissimo titolo italiano: Il segreto dell'Ultrauomo, da cui il titolo di questo post); abbindolatelo con una trama golosissima, di quelle che non ti danno pace finché non sai come-va-a-finire, che è l'unica cosa che ti interessa a quell'età; e infine infarcitegli il percorso (accidentato) lungo cui lui vorrebbe correre alla fine della storia con una serie di citazioni e riflessioni che non potrà capire, data l'età, ma che si pianteranno nel suo cervello per tutti gli anni a venire. Poi il ragazzino crescerà, andrà al liceo, incontrerà poeti, romanzieri, filosofi e ogni tanto gli tornerà in mente quel particolare passo in cui si diceva che... E si accenderà una lampadina, una sinapsi brillerà, un collegamento verrà creato, fino a costruire una vasta rete che legherà le isole che quel libro ormai dimenticato aveva disseminato nella memoria.
Morale: del libro non mi ricordo praticamente niente, se non che c'era un tizio che poteva cambiare forma quando voleva e andare nello spazio, in aria o sotto il mare e, naturalmente, salvava il mondo; le riflessioni sulla società, sull'universo, sulla natura della coscienza e su quant'altro infiltrava proditoriamente la trama, peggio che andar di notte. Ma tutto ciò che da quegli inserti traditori è scaturito in termini di curiosità prima, e poi di apprendimento, e infine di cultura personale, quello sì, sarà sempre con me. Del resto, qualcuno disse che "quando tutto si è imparato e tutto si è dimenticato, quello che resta è la cultura". Tutto ho dimenticato, anche chi disse questa cosa. Ma aveva ragione.

giovedì 29 gennaio 2009

Come si scrive in paradiso

Periodicamente, come penso accada a qualche altro milione di persone, mi salta su il ticchio di scrivere un mio libro: ci fantastico su, ne immagino la trama, l'incipit, il titolo, tutto funziona... Certo, manca il libro, ma ne sono capace, lo so!
Per evitare di perdere inutilmente tempo, di solito rileggo un racconto di Buzzati, tanto per toccare con mano cosa significa scrivere: che non è Moccia, ovviamente. Perché Buzzati è proprio un'altra cosa: stile, immaginazione, leggerezza, applicate al più terribile dei temi: l'insensatezza della nostra esistenza. E ahimè, io non sarò mai capace di tanto, per cui lasciar perdere è di certo l'opzione migliore. Meglio oziare in poltrona a godersi quello che ha scritto lui, piuttosto che sfacchinare alla tastiera nel tentativo vano di tirar fuori qualcosa di anche lontanamente paragonabile.

martedì 6 gennaio 2009

Regressioni

Ed eccoci di nuovo qui, dopo parecchi giorni di latitanza. Dovrei forse raccontare della spedizione di capodanno in Cruccolandia, ma in fondo è stata più che altro una gita piacevole e rilassante, senza avventure o disavventure comiche che possano valere la pena di un post. Parliamo quindi d'altro.
E' accaduto sempre più spesso, di recente, che il GPZ si imbattesse nelle memorie della propria infanzia, che quasi sempre si sono manifestate sotto forma di libri. E' vero che da un po' di tempo sono diventato un assiduo frequentatore di quelle bancarelle dove, in mezzo a un catafascio di cartaccia, se uno cerca con pazienza può trovare delle autentiche rarità; deve essere che, nonostante il pelo sia grigio ormai da tempi immemori, sono entrato solo di recente in quella fascia di età in cui la nostalgia per il proprio affacciarsi al mondo diventa talmente acuta da farti quasi riassaporare fisicamente le sensazioni di allora. Di solito attraverso un film, un luogo, o più spesso un oggetto come un libro. Poco tempo fa ho parlato della favolosa antologia Salinari - Calvino, ritrovata su una bancarella a Porta Pia (), e dei magnifici racconti di fantascienza (non solo, ma quelli mi piacevano più di ogni altra cosa) che conteneva; stavolta andiamo direttamente alla fonte, perché Einaudi ha ripubblicato Le Meraviglie del Possibile, la mitica antologia della fantascienza curata da Fruttero e Solmi, uscita per la prima volta negli anni settanta; molti dei racconti di fantascienza più belli che abbia mai letto vengono da qui: ci sono Bradbury, Brown, Simac e qualche altra decina di grandi maestri, di quelli che scrivevano quando ancora si poteva pensare che su Marte ci fossero i residui di una civiltà antichissima, e su Venere creature acquatiche ghiotte di canne marcite e dotate, inaspettatamente, di intelligenza superiore. Roba anni quaranta, insomma. La cosa che più mi colpisce, rileggendoli adesso, è come questi racconti fossero pieni di ottimismo per le sorti dell'umanità: si parlava, è vero, anche di guerre galattiche e di delitti atroci (immaginare un genere umano finalmente avviato alla spiritualità evidentemente è troppo anche per la fantasia più sfrenata), ma tutto questo era ambientato comunque tra le stelle, su pianeti remoti che l'uomo sarebbe stato capace di raggiungere, sia pure per farci la guerra. Insomma, si dava quasi per scontato un progresso che ci avrebbe portato a superare la nostra stessa limitata essenza di bipedi di terra. Sentite cosa arriva a dire Sergio Solmi nell'introduzione: "[...]la letteratura fantascientifica potesse configurarsi come una sorta di preludio e di accompagnamento del superamento dei limiti terrestri e della conquista del cosmo da parte della specie umana, allo stesso modo in cui il romanzo cavalleresco aveva preceduto e accompagnato la grande espansione della civiltà europea al di là dei mari e nelle terre del nuovo mondo [...]. Insomma, ci credevano davvero che avremmo conquistato i cieli! Da bambino divoravo questa roba e immaginavo me stesso adulto imbarcato su un'astronave, o su una macchina del tempo, lanciato oltre le frontiere conosciute... Come immagino facciano tutti i bambini. Però, se li leggo con gli occhi dell'adulto che sono diventato, e soprattutto se confronto questi racconti con tutta quell'altra fantascienza che ho divorato da adolescente, negli anni ottanta, e poi da adulto, fino ad oggi, mi salta agli occhi la differenza di atmosfera: William Gibson, che pure ho amato molto, spesso non si schioda dalla Terra e magari immagina una storia alternativa, in cui Babbage ha realizzato nell'ottocento la sua macchina alle differenze e Marx ne è il programmatore, in uno scenario fantastorico forse più cupo di quello che si è realizzato veramente; passando ai fumetti, il Batman degli anni ottanta è dark, tormentato, oscuro (è quello che ha ispirato l'ultimo film della serie, Il Cavaliere Oscuro, per l'appunto), e così il suo alter ego Marvel, Daredevil. Niente ottimismo, niente stelle, niente viaggi nel tempo, se non creare scenari apocalittici. E dopo è stato sempre peggio, tanto che per poter dipingere mondi vergini e sbrigliare davvero la fantasia si è dovuti ricorrere al fantasy, che la realtà non la estrapola come la science fiction, ma la inventa di sana pianta. Sarà la mia memoria ad ingannarmi, ma mi pare proprio che la grande esplosione del fantasy (il novanta percento del quale non è imperdibile) risalga proprio agli anni ottanta, dopo i remoti lavori pionieristici (e insuperati) di Tolkien. Naturalmente, a fasi alterne, continuo a divorare sia la science fiction di serie A, sia i polpettoni fantasy di Terry Brooks, ma ogni tanto mi viene nostalgia, mi lascio andare alla regressione infantile e mi sparo un raccontino di quelli là... Le meraviglie del possibile, appunto: quando il meraviglioso veniva ancora ritenuto possibile.

venerdì 12 dicembre 2008

Dal passato remoto

Da bambino, durante le vacanze di un’estate particolarmente calda e sonnolenta, nel paesino di nemmeno duemila anime in cui vivevo allora, avevo preso l’abitudine di passare i pomeriggi a leggere l’antologia di una mia vicina di casa un po’ più grande di me; io avevo appena finito la quarta o la quinta elementare, lei andava in terza media e aveva tutti e tre i volumi di questo scrigno di sogni che non ho mai dimenticato. Erano tre volumi belli cicciotti, con nemmeno un disegno o un’illustrazione dentro, per quanto ricordo, e in copertina c’era il disegno di un leone, o di una chimera.
Sarà che in quel paesino dimenticato da Dio i libri erano merce rara negli anni settanta; o sarà che l’antologia era bella davvero, proprio non so perché mi appassionai così tanto; ma passai l’estate a leggere quei racconti, all’ombra delle ortensie giganti sulla scala esterna della casa in cui vivevo con i miei, e in cui ancora vive mia madre. Mi prese, in particolare, la fantascienza, e di quella passione non mi sono mai più liberato, se è vero che ho la libreria piena di Asimov, Bradbury, Dick e qualche decina di altri che adesso nemmeno ricordo.
A quell’antologia ho pensato spesso negli anni, ogni tanto mi tornava in mente un racconto: quello degli americani e dei russi che infine si tirano addosso le loro armi micidiali che però non sono testate nucleari – ormai superate -, ma missili caricati a gas suasivo, che converte il nemico al proprio pensiero, con il risultato che la guerra fredda ricomincia a parti invertite; o quello in cui un numero infinito di matematici va a congresso e alloggia in un albergo infinito, occupando tutte le stanze, ma c’è sempre posto quando arriva qualcun altro perché basta che tutti scalino di un posto; o l’altro, terribile, in cui Venere è descritto come un pianeta su cui piove sempre, da ere ed ere, un diluvio ininterrotto, e una pattuglia di terrestri cerca di raggiungere una cupola protetta sfuggendo ai terribili venusiani, creature acquatiche capaci di annegare un uomo facendolo soffrire per ben otto ore.
Poi pochi giorni fa la risposta: una bancarella a porta Pia, un mucchio di libri e sopra a tutti, in bell’evidenza, l’antologia con la chimera in copertina; era solo il terzo volume, l’ho preso in mano con vera emozione, l’ho sfogliato. Il gas suasivo: Dino Buzzati; l’albergo infinito: Stanislaw Lem; il diluvio su Venere: Robert Silverberg. E ce ne erano altri, a decine, gente che ora è giustamente idolatrata, ma che nell’Italia di quegli anni lì non era amatissima, soprattutto dalla cultura ufficiale. Eppure in quell’antologia c’erano tutti: Bradbury, Clarke, Brown, solo per fare qualche nome.
Ho guardato la copertina: Salinari-Calvino. C’è bisogno di dire altro?
Eppure il libro non l’ho comprato: li volevo tutti e tre, averne uno solo mi sembrava una mutilazione. Però è stato proprio bello scoprire che se quei racconti mi erano rimasti così impressi non è perché erano le mie prime prede di lettore insaziabile, ma perché li aveva scritti gente che con la penna non aveva pari. Chi dice che il genio non esiste?

mercoledì 6 agosto 2008

Profondità da spiaggia

Blog d'agosto... Ma quanto non mi va, proprio no, non mi va... E la calura, e la spossatezza, e l'orizzonte liquido... Ma come si fa a scrivere un post?
Vabbè, orsù miei prodi, insomma... inventiamoci qualcosa, non fosse che per l'audience... Ecco, ho trovato: cosa leggiamo in spiaggia?
Io, come tutti i velleitari, metto ogni anno in borsa Dostoevskij, Severino, Joice, Proust, illudendomi che sia la spiaggia il posto dove recuperarare la crassa ignoranza accumulata in gioventù. E puntualmente naufrago sui romanzi Urania, su Dan Brown e compagnia.
In cerca di una giusta via di mezzo tra lo sciamannato e l'impegnato, l'anno scorso ho scoperto Gianrico Carofiglio, giallista filosofico, giudice di professione.

Il passato è una terra straniera non ha solo un titolo bellissimo, ma è dostoevskijano nello sviluppo della storia e nella profilazione dei personaggi, tutti torbidi, nessuno innocente, eppure tutti scolpiti, tutti profondi, ciascuno con le sue proprie ragioni. Alcuni con un ruolo quasi metafisico, come l'insondabile Francesco, il demone corrotto e corruttore, il ladro dannato di innocenza e di gioventù.
Ragionevoli dubbi è stato invece il mio primo incontro con l'avvocato Guido Guerrieri, trasparente alter ego dello scrittore, quarantenne viscerale e per questo nostalgico di immagini e suoni che sono gli stessi che hanno segnato la mia adolescenza, come la sua. Insomma, una folgorazione.
L'avvocato Guerrieri è un don Chisciotte, un classico del legal thriller, e però che bel classico! Carofiglio lo sviluppa proprio bene, questo avvocato sempre roso dal dubbio esistenziale prima che professionale, sempre tentato dalla strada più facile e però inesorabilmente sospinto dai suoi demoni su quella meno frequentata, e più interessante. Avvincente la storia, e avvincenti anche le riflessioni filosofico-epistemologiche sulla verità giudiziaria, che è verità di senso statistico e di senso comune, è massima verosimiglianza e ragionevolezza che non può pretendere di ascendere alla sfera dell'assoluto. Come nulla lo può, su questa terra.
Non ha scritto molto, Carofiglio, e spero anzi che il suo nuovo mestiere di deputato del PD non sottragga troppo tempo alla sua penna, che sicuramente genera esiti infinitamente più interessanti degli atti parlamentari di questo triste finale di partita della nostra storia democratica.
E comunque gli altri tre libri me li tengo per una altro momento di crisi bloggistico-creativa, mica me li posso sparare subito tutti e cinque e poi non so che scrivere a ferragosto, no?
Buona estate a tutti!

giovedì 3 luglio 2008

Un angelo con la penna in mano

Non mi piace dare pareri su libri che non ho ancora finito di leggere, ma questa volta mi tocca fare un'eccezione.
A dire la verità, Lo smeraldo dei garamanti - ricordi di un sahariano, di Theodore Monod, non non solo non l'ho ancora finito, ma avrò letto sì e no un centinaio di pagine, con una certa fatica oltretutto.
E allora?
Allora c'è che la fatica è colpa solo della mia ignoranza, perché il libro è un dono del cielo.
L'autore, prematuramente scomparso nel 2000 a 98 anni (certe persone dovrebbero stare tra noi per sempre!), è stato uno degli ultimi intellettuali di formazione ottocentesca, una di quelle persone allevate al senso del bello fin dalla più tenera età, e in possesso di una erudizione enciclopedica. A questo aggiungete uno spirito cristallino come una sorgente di alta montagna, e avrete un uomo letteralmente baciato dalla grazia. Naturalista per vocazione, umanista nel profondo, antimilitarista embedded nell'esercito francese al seguito del quale compiva le sue esplorazioni (era l'unico modo), Monod ha percorso in lungo e in largo il Sahara a dorso di cammello, dagli anni trenta fino ai novanta, portandosi sempre dietro una Bibbia e uno Shakespeare, oltre a qualche cassa di libri di botanica.
Il libro è disorganico, si tratta semplicemente di una raccolta dei suoi pensieri, delle sue fantasticherie e dei suoi disegni; ma che grazia insuperabile traspare da ogni riga, da ogni schizzo! Il periodare sembra cesellato, tanto è sempre appropriata la scelta delle parole, molte delle quali per noi desuete (di qui la fatica della lettura); un linguaggio ricchissimo pienamente sviluppato, al confronto del quale il nostro è monco, come sono monco e sgraziato io, adesso, mentre tento di rendere questa meraviglia con un vocabolario e una tecnica di scrittura che non valgono la prima elementare di quella generazione perduta di intellettuali enciclopedici.
E l'entusiasmo, la meraviglia di fronte alla natura; se ne può quasi sentire il profumo, come fosse una fragranza che si diffonde nell'aria mentre lo leggi. Ogni pagina gronda stupore e gratitudine per il creato, ciò che la maggior parte di noi perde non appena toglie i calzoni corti, e che questo signore si è portato dietro fin quasi a cent'anni (ma erano pochi, magari vivesse ancora, un uomo così). E c'è di più: c'è la fede, ma una fede che nemmeno per un attimo entra in conflitto con il rigore dello scienziato che Monod, pure, era. Ce ne fossero ancora oggi, di intellettuali così, la diatriba tra fede e ragione non sarebbe mai caduta in basso come è caduta, ridotta a disputa ringhiosa tra atei devoti e atei militanti. Probabilmente non sarebbe neppure stata riproposta: non chiedetemi come sia possibile, ma Monod é naturalmente scienziato e naturalmente religioso. E non emerge nessuna contraddizione da questa doppia valenza, anzi: le due dimensioni diventano una sola, si arricchiscono a vicenda.
Insomma: leggetelo. Magari armatevi di vocabolario, ma leggetelo.

giovedì 12 giugno 2008

Di Marx e di altri demoni ciceroni

Dunque, vediamo un po’: oggi “la ggente” vuole, o dice di volere, l’espulsione degli immigrati che delinquono, un’occupazione sicura per sé e per i familiari, pensioni più alte, un buon rendimento del proprio risparmio, prezzi bassi, più concorrenza e anche meno finanza e più industria. Mi pare di aver messo quasi tutto, mafia e camorra passino pure, le loro malefatte impallidiscono al cospetto di quelle perpetrate dal mostro Rom.
Mentre a sinistra si balbetta di società aperte che non si come costruire, di solidarietà generiche che non riempiono la pancia a nessuno e di innovazione produttiva che nessuno sa da dove dovrebbe venire, da destra la risposta arriva imperiosa: manganello ed espulsioni, giù le tasse e guerra ai fannulloni, viva la libertà d’impresa, lotta dura alla spesa pubblica. E, soprattutto, fuori dai coglioni tutti questi rompipalle veterosinistroidi, che ancora non hanno capito che è il capitalismo il Sol dell’Avvenire: libertà d’impresa, propensione al rischio, fiducia nel futuro, la ricetta per le magnifiche sorti e progressive.
Io le risposte a ciò che non sono in grado di giudicare da solo di solito le cerco nei libri, e per questa occasione ne ho rispolverati tre, un paio dei quali davvero notevoli.
Cominciamo dunque da Giovanni Arrighi, Il Lungo XX Secolo, che ci racconta cosa è successo negli ultimi sette secoli, da quando ha cominciato a prendere forma quella cosa che oggi chiamiamo Capitalismo. Intanto vediamo dove siamo noi ora, in termini di quei cicli secolari (corsi e ricorsi?) che gli economisti hanno creduto di individuare in questa lunga storia: pare che la nostra epoca si possa classificare come uno di quei punti di svolta in cui un ciclo, raggiunto il suo apice, inizia il declino; è già accaduto nella storia, e quindi dovrebbe essere possibile farsi un’idea di cosa ci attende.
Io non sono Arrighi e non voglio scrivere un libro, per cui semplificherò parecchio, cercando di tenere presente ciò che può dare risposta alle sopra ricordate esigenze della “ggente”.
Un ciclo declina per tanti motivi, tra cui il fatto che la concorrenza dove poteva crescere l’ha fatto, causando la riduzione dei margini di profitto delle imprese (se il mio concorrente vende a prezzi più bassi devo farlo pure io, e quindi guadagnerò di meno). Il capitale accumulato negli anni d’oro quindi non trova remunerazione in patria, se non nelle avventure dell’alta finanza, che è complicatissima, ma sempre di meno che produrre bottoni e bulloni a prezzi inferiori rispetto ai cinesi.
Prima lezione: scordiamoci un ritorno massiccio dell’industria nel mondo occidentale.
Dice: ma noi ci dobbiamo specializzare nelle produzioni di qualità, ad alto contenuto innovativo e tecnologico, mica dobbiamo competere con i cinesi nel fare camicie. Ora, a parte il fatto che per fare l’innovazione ci vogliono gli innovatori, e da queste parti non se ne vedono; a parte che le nostre scuole e università se la battono con l’Uganda e il Burkina Faso; a parte questo, crediamo davvero di poter tutti lavorare nei settori ad altissimo valore aggiunto? Siamo cinquantotto milioni, dei quali una trentina in età da lavoro: un po’ troppi (e troppo ignoranti) per lavorare tutti in produzioni e servizi che, proprio per il loro alto contenuto di tecnologia, richiedono pochissimo personale iperformato.
Seconda lezione: scordiamoci di diventare tutti degli analisti in camice bianco, ne bastano pochi di quelli, e i più nemmeno sarebbero in grado.
Restano le occupazioni tradizionali, in cui è più alto il contenuto di lavoro manuale: ma per far concorrenza ai cinesi, toccherà accettare di essere pagati come cinesi, o poco di più.
Quindi il quadro è: sempre meno lavoro, e sempre meno pagato.
Perché questo? Perché è nella natura del capitalismo, e qui invece ci viene in soccorso Luciano Canfora (La Democrazia – Storia di un’ideologia).
Canfora ci spiega perché l’ideologia della libertà è funzionale al capitalismo, e fin qui siamo nell’ovvio: non può esistere impresa senza libertà; ma poi ci mostra come, in un habitat capitalistico, la libertà finisce inevitabilmente per essere la libertà di pochi, di quelli che hanno abilità e fortuna nel dominare e gestire i capitali. Può essere libero chi non ha un lavoro, chi non ha certezza del futuro, chi non ha accesso ai servizi primari?
Terza lezione: non la libertà, ma la sua icona, regge le nostre società. Generando disuguaglianze, che sono ineliminabili e anzi destinate a crescere sempre più, perché connaturate al capitalismo.
La libertà economica dei pochi che se la sanno conquistare mette a rischio la serenità di tutti gli altri: anche chi è avverso al rischio (quasi tutti) è costretto ad investire in borsa i propri accantonamenti previdenziali, attraverso i fondi pensione, se non vuole trovarsi alla fame in vecchiaia. La finanziarizzazione non si ferma, e anzi fa di noi – anche di noi che la detestiamo – i suoi clienti.
E ancora: Jacques Attali, nel suo Breve Storia del Futuro (il meno bello dei miei tre libri guida in questo excursus), ci racconta di come le grandi compagnie, ormai esauriti i profitti favolosi nei settori a grande sviluppo del passato – l’automobile, la televisione, la telefonia, ecc. – stiano erodendo a poco a poco, alla caccia disperata di nuovi business redditizi, la sfera dei servizi primari, quelli che una volta erano erogati dallo Stato.
La privatizzazione del servizio idrico è a buon punto in tutto l’Occidente, e scuola, istruzione, sanità stanno per cadere. Pagheremo, stiamo già pagando, per avere quello che prima era garantito a tutti, attraverso la tassazione. Ma le tasse, si sa, noi non amiamo pagarle: via l’ICI, e però via anche i finanziamenti alla scuola pubblica, e anzi, libri gratis alle private, meglio se cattoliche.
E crediamo davvero che sia possibile arginare le turbe sterminate che si affollano alle nostre frontiere, in un mondo che proprio le migrazioni di massa e la sostituzione di popolazione giovane a popolazione vecchia hanno reso quello che è oggi?
E che dire della criminalità? Qui mi tocca aggiungere in quarto Cicerone in questo tour dell’orrore prossimo venturo, e scelgo Roberto Saviano, con il suo terribile Gomorra: la criminalità che genera il sette percento del nostro prodotto lordo è devianza o è invece, davvero, ‘o Sistema, come più correttamente la chiamano da Caserta in giù? Crediamo davvero di poter fare a meno di questa entità, probabilmente l’unica realtà veramente produttiva di questo paese?
Ma qui “la ggente” è coerente, e non risulta che nessuno, alle ultime elezioni, abbia perso voti per eccessiva vicinanza a certi personaggi.
Penso di potermi fermare. Del resto, sto scrivendo per mia memoria, tanto in questo blog non ci viene nessuno e se qualcuno ci viene io non lo so, perché non sono stato capace di installare un contatore per le visite.
Ma nel caso estremamente improbabile che qualcuno si affacciasse e addirittura si leggesse tutta questa tirata, una precisazione finale la voglio fare: non è che tutto questo discorso l’ho fatto per dire che faremmo meglio a tirarci un colpo in testa subito, e nemmeno per assecondare certa sinistra che fa dell’odio di classe il suo vessillo (Anche i ricchi piangano, mitico e spettacolare autogol da campagna elettorale); anche perché quella sinistra, ottusa, è pure ignorante assai, e tutte queste cose semplicemente non le sa.
Ho scritto solo per ricordare, non fosse ad altri che a me stesso, che ci siamo comprati a scatola chiusa una truffa che si chiama capitalismo, che finora ci ha dato una parvenza di libertà solo perché sono un paio di secoli che, anziché affamare noi, affama gente in altre parti del mondo, lontane dalle nostre ridenti contrade. Ora che quelle genti hanno iniziato a reclamare la propria parte della torta saranno dolori, perché importeremo non solo i loro prodotti, ma pure un bel po’ di miseria di ritorno, sotto forma di disoccupazione diffusa, salari bassi, precarietà ed esclusione dai servizi primari. Il terzo mondo a casa nostra c'è già, come si è visto con evidenza palmare a New Orleans, quando sulla città di abbattè l'uragano Katrina.
In Italia poi la truffa l’abbiamo comprata doppia, perché a rappresentare questi valori – già di per sé farlocchi – troviamo gente che non solo non ha cuore l’interesse collettivo (non potrebbe, se davvero crede nel liberismo), ma proprio se ne frega anche delle regole base della società liberale. Che vanno bene quando si tratta di autotutelarsi (via le intercettazioni), meno bene per qualche povero disgraziato (manganellate e foglio di via alle prostitute, che francamente più che delinquenti mi sembrano in gran parte povere vittime).
Tutte queste cose, per strano che vi sembri, un signore di nome Karl Marx le aveva indovinate più o meno un secolo e mezzo fa; magari non proprio tutte, riconosco che la politica italiana è in grado di sorprendere anche il più sfrenato futurologo, ma insomma, per il resto si può dire che ci aveva azzeccato alla grande. Peccato che al suo seguito si siano appalesati i marxisti, che certo lui – fosse vivo – non avrebbe amato, se non altro per l’ignoranza che li contraddistingue.
Ma Marx, Arrighi, Canfora, Attali e Saviano i nostri imbonitori non li leggono, e del resto non ne hanno alcun bisogno. Cosa più grave, non li legge nemmeno “la ggente”, che invece ne avrebbe un gran bisogno, e non lo sa.
Buona apocalisse a tutti!

venerdì 30 maggio 2008

I libri che salvano la vita

Quello che si legge entro i 18 anni ci resta nel sangue. Dopo, è soltanto cultura (Paola Mastrocola)

E allora provo a fare la lista dei libri che mi hanno cambiato (e salvato) la vita. Non è una lista colta, non voglio capire quali sono i capolavori che hanno cambiato la storia del mondo, ma solo i libri (anche libracci) che hanno inciso nella mia vita. E ha ragione la Mastrocola, è quasi tutta roba che ho letto prima dei vent’anni. Tutto quello che è venuto dopo è solo cultura, con poche eccezioni. Allora, comincio:

1) Emilio Salgari: I Misteri della Giungla Nera, Duemila Leghe sotto L’America (sono i primi due libri che ho letto in vita mia, a sei anni o poco più: la rivelazione di un nuovo universo)
2) Alexandre Dumas: I Tre Moschettieri (il terzo libro che ho letto)
3) Hermann Hesse: Narciso e Boccadoro, Siddharta, Demian (legati al ricordo di una ragazza incantevole che me li fece scoprire e però lei non si volle scoprire mai)
4) Italo Calvino: Il Barone Rampante, Le Cosmicomiche, Le Città Invisibili
5) Tolkien: Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit
6) Carlos Castaneda: A Scuola Dallo Stregone, Una Realtà Separata, Viaggio a Ixtlan, L’Isola del Tonal, Il Dono dell’Aquila, Il Fuoco Dal Profondo
7) Edgar Allan Poe: Racconti del Mistero, Le Avventure di Gordon Pym
8) Oscar Wilde: Il Ritratto di Dorian Gray
9) Emanuele Severino: Storia della Filosofia (tre volumi, questi letti solo tre anni fa)
10) Hermann Melville: Moby Dick
11) Margherite Yourcenar: Memorie di Adriano
12) Franz Kafka: La Metamorfosi

E tanto so già che rileggendola sobbalzerò e “oddio, ma come ho fatto a dimenticare…”. E quindi riediterò questo post e la cambierò, o magari ne scriverò un altro, e la lista diventerà nel tempo un essere vivo, che crescerà (invecchierà) con me. E nessuna delle tante liste sarà falsa, ognuna sarà davvero quella che ha determinato il me stesso che in quel particolare momento l’ha scritta, cristallizzata per sempre insieme a quell’essere umano incastonato in quel particolare luogo, in quel particolare istante dello spazio-tempo-materia. E adesso che scrivo questo sobbalzo già, come ho fatto a dimenticare Einstein, l’ABC della Relatività… E Parmenide… E quanti altri ancora?