Da bambino, durante le vacanze di un’estate particolarmente calda e sonnolenta, nel paesino di nemmeno duemila anime in cui vivevo allora, avevo preso l’abitudine di passare i pomeriggi a leggere l’antologia di una mia vicina di casa un po’ più grande di me; io avevo appena finito la quarta o la quinta elementare, lei andava in terza media e aveva tutti e tre i volumi di questo scrigno di sogni che non ho mai dimenticato. Erano tre volumi belli cicciotti, con nemmeno un disegno o un’illustrazione dentro, per quanto ricordo, e in copertina c’era il disegno di un leone, o di una chimera.
Sarà che in quel paesino dimenticato da Dio i libri erano merce rara negli anni settanta; o sarà che l’antologia era bella davvero, proprio non so perché mi appassionai così tanto; ma passai l’estate a leggere quei racconti, all’ombra delle ortensie giganti sulla scala esterna della casa in cui vivevo con i miei, e in cui ancora vive mia madre. Mi prese, in particolare, la fantascienza, e di quella passione non mi sono mai più liberato, se è vero che ho la libreria piena di Asimov, Bradbury, Dick e qualche decina di altri che adesso nemmeno ricordo.
A quell’antologia ho pensato spesso negli anni, ogni tanto mi tornava in mente un racconto: quello degli americani e dei russi che infine si tirano addosso le loro armi micidiali che però non sono testate nucleari – ormai superate -, ma missili caricati a gas suasivo, che converte il nemico al proprio pensiero, con il risultato che la guerra fredda ricomincia a parti invertite; o quello in cui un numero infinito di matematici va a congresso e alloggia in un albergo infinito, occupando tutte le stanze, ma c’è sempre posto quando arriva qualcun altro perché basta che tutti scalino di un posto; o l’altro, terribile, in cui Venere è descritto come un pianeta su cui piove sempre, da ere ed ere, un diluvio ininterrotto, e una pattuglia di terrestri cerca di raggiungere una cupola protetta sfuggendo ai terribili venusiani, creature acquatiche capaci di annegare un uomo facendolo soffrire per ben otto ore.
Poi pochi giorni fa la risposta: una bancarella a porta Pia, un mucchio di libri e sopra a tutti, in bell’evidenza, l’antologia con la chimera in copertina; era solo il terzo volume, l’ho preso in mano con vera emozione, l’ho sfogliato. Il gas suasivo: Dino Buzzati; l’albergo infinito: Stanislaw Lem; il diluvio su Venere: Robert Silverberg. E ce ne erano altri, a decine, gente che ora è giustamente idolatrata, ma che nell’Italia di quegli anni lì non era amatissima, soprattutto dalla cultura ufficiale. Eppure in quell’antologia c’erano tutti: Bradbury, Clarke, Brown, solo per fare qualche nome.
Ho guardato la copertina: Salinari-Calvino. C’è bisogno di dire altro?
Eppure il libro non l’ho comprato: li volevo tutti e tre, averne uno solo mi sembrava una mutilazione. Però è stato proprio bello scoprire che se quei racconti mi erano rimasti così impressi non è perché erano le mie prime prede di lettore insaziabile, ma perché li aveva scritti gente che con la penna non aveva pari. Chi dice che il genio non esiste?
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
venerdì 12 dicembre 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento