Immaginate di dover scegliere se leggere una storia, un libro di barzellette o un manuale di economia e finanza.
Molti chiederanno delucidazioni sulla storia: è lunga? E’ a lieto fine? E’ edificante? Diciamo che per ora questo non ci interessa: pensate a una storia che vi piacerebbe leggere, e va bene così.
Siccome siamo in Italia, terra di scarsissime letture, mi sa che ai più interessano al massimo le barzellette di Totti; qualcuno un po’ più snob, o magari addirittura romantico, sceglierà la storia. Il manuale di economia e finanza, francamente, me lo risparmio volentieri pure io, che sono comunque costretto a consultarlo tutti i giorni, più volte al giorno, per motivi di lavoro.
Di che abbiamo parlato? Ma di politica, mi pare evidente. O meglio, di come si vincono e si perdono le elezioni.
Prendete Obama, per esempio: ha raccontato, rappresentato, interpretato una bellissima storia a lieto fine: il ragazzo povero e svantaggiato – in quanto nero - che trionfa sulle avversità con tenacia e intelligenza, e nell'ora disperata si carica sulle spalle il suo paese e lo trascina fuori dal buco nero che lo sta inghiottendo, come ha già saputo fare con se stesso.
Bush, otto anni fa, ha fatto la stessa cosa, con una storia ovviamente molto diversa: lui è salito a cavallo e, armato di lazo e di colt, ha recitato la parte del cowboy che pesta i cattivi; a me questa sua storia pareva uscita dritta dritta dal libro di barzellette, ma io alle elezioni americane non voto e a quelli che invece votano la storia è piaciuta così tanto da volerne leggere anche il seguito, quattro anni dopo. Anche se poi, alla fine, i deboli che voleva salvare lo hanno preso a scarpate. Letteralmente.
Veniamo a casa nostra. Qui abbiamo il Berlusca che, pure, non ci è andato soft: mailing a gogò con la favola della sua ascesa, e la Veronica e mamma Rosa, e bla bla bla e poi, nel dubbio che a qualcuno potesse non fregargliene una mazza delle sue due famiglie, ha prontamente tirato fuori dal cilindro un nutrito repertorio di barzellette da caserma; non fanno ridere, ma pare che lui faccia simpatia a molti, con questi tentativi generosi di suscitare il buonumore. E pure Silvio il risultato a casa lo ha portato: ha vinto tre elezioni, negli ultimi quindici anni. Non è Obama, ma per il teatrino nostro è bastato e avanzato, e lo spettacolino ha spopolato.
L’avete capito che c’entra in tutto questo il manuale di economia e finanza? Io penso di sì, ma comunque mettiamolo pure nero su bianco: il manuale di economia e finanza è ciò che ha tentato di raccontare agli elettori il centrosinistra negli ultimi quindici anni, con il sussiego dei professori di una volta, sempre pronti a bacchettare l'allievo un po' tardo di comprendonio; impapocchiandosi, per giunta. Che c'è di strano se in questi quindici anni le elezioni le hanno vinte una volta sola – nel ’96 il potere lo presero grazie al salto acrobatico della Lega, dopo aver perso nelle urne – e di misura talmente stretta da essere rimandati ignominiosamente a casa dopo nemmeno un anno e mezzo?
Per ora fermiamoci qui. Ma ci vorrei tornare su questo tema: la politica di grande respiro nasce da una narrazione. Fu una narrazione quella di Marx, una magnifica storia di oppressione, riscatto e redenzione, una vera e propria traslazione sul proletariato delle traversie del Popolo eletto, al quale Marx apparteneva in quanto ebreo; fu narrazione quella della DC, sebbene proiettata nell’oltremondano; e giù per li rami, fino a Kennedy, a Mandela, e adesso a Obama.
Anche il populismo vorrebbe raccontare storie, che però a chi è attento si rivelano per le barzellette che realmente sono (ogni riferimento a nani pelati realmente esistenti è puramente e scientemente cercato).
Il manuale di economia e finanza dovrebbe essere usato per passare al vaglio le storie e catalogarle nella categoria di competenza: narrazioni o barzellette, e quindi politica o populismo. Invece i geni del centrosinistra nostrano hanno pensato bene di abolire il canovaccio e ci hanno ammannito dal palco una bella lezione di economia teorica, spacciando oltretutto per verità acquisite una serie di panzane di cui la crisi di questi mesi sta facendo sommaria e inflessibile giustizia; chi tra loro voleva atteggiarsi a narratore ripeteva a pappagallo le storie della sinistra del secolo scorso, tacendo che lì il fine ormai è storia, e non è stato lieto.
Ad un certo punto lo ha capito Veltroni che non era parlando di percentuali e tassi di cambio che si potevano scaldare i cuori, ma ahimé: Ciccio proprio non è credibile, nelle vesti di Obama de noantri. E così eccoci qua: ci manca un’ideologia? Sì. Ci manca un leader? Forse. Ci manca un grande affabulatore? Sì, è questo ciò che ci manca più di ogni altra cosa.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
lunedì 15 dicembre 2008
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