venerdì 5 dicembre 2008

Eversione da stadio

Torniamo alla politica, dedicando qualche riga a un tema immenso per le implicazioni sociali che si porta dietro.
Chi dorme sonni tranquilli pensando che in Italia, qualunque cosa accada, non siamo a rischio di regime, secondo me dovrebbe riflettere su cosa succede ogni domenica negli stadi e mettere in fila pochi semplicissimi fatti, che provo ad elencare:
1) dopo la fine del terrorismo (quello residuale fa male, ma è solo l’illusione di un manipolo di poveracci) il tifo violento è diventato l’unica forza antagonista dotata di capacità militari. Se qualcuno ha dei dubbi, provi a pensare a cosa accadde il pomeriggio dell’omicidio di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso in un autogrill da un poliziotto: in poche ore formazioni ultras teoricamente rivali misero a ferro e fuoco caserme di polizia e carabinieri in tutta Italia, dimostrando una capacità di coordinamento che non è certo stata improvvisata; come e quando si sono addestrati a muoversi tutti insieme contro uno stesso obiettivo? E soprattutto: perché?
2) Quanto detto sopra rende evidente che le diverse formazioni sono sì antagoniste tra loro la domenica, ma condividono gli stessi valori e individuano quali nemici gli stessi soggetti: lo stato di diritto, a cui sarebbe spettato il compito di fare giustizia di quell’omicidio; i neri (pensate ai buuuhhh che si levano dalle curve all’indirizzo dei giocatori di colore); le minoranze in genere; i rossi (non esistono frange ultrà di sinistra, sono quasi tutti schierati su posizioni neonaziste). Del resto, basta ascoltare qualche intervista – ogni tanto ne va in onda qualcuna – per rendersi conto che questi tipi usano lo stadio come una palestra, per tenersi in allenamento, ma non è che si odino davvero, tra loro: la solidarietà violenta dimostrata proprio con il caso Sandri ne è la prova. E allora, di nuovo, la domanda: perché, a quale scopo questa gente si addestra e si esercita?
3) Molti dei criminali di guerra della ex Jugoslavia, sia in campo serbo che croato, venivano dalle curve. Ricordo, una decina di anni fa, uno striscione terribile all’Olimpico: “Onore alla tigre Arkan”; Arkan era il braccio armato di Milosevic, il genocida serbo, ed era amico di Mihajlovic, che allora giocava nella Lazio e aveva chiesto ai tifosi di issare quello striscione. In quella guerra venne fuori anche un piccolo scandalo subito messo a tacere: mercenari italiani schierati con entrambe le parti, quasi tutti provenienti da frange ultras del tifo da stadio.
4) Come è possibile che uno stato che è riuscito a venir fuori dagli anni di piombo non abbia la forza di spezzare letteralmente le reni a questa gente? La risposta, secondo me, è che non vuole: questi soggetti sono la nuova gladio, sono il serbatoio a cui attingere per la costituzione di ronde e corpi paramilitari, se dovesse – Dio ce ne scampi – venire l’ora.
Insomma, ragazzi: io penso davvero che qui c’è chi si sta preparando a fare il colpo grosso, e non da oggi; per ora non ce n’è bisogno, il popolo sovrano è abbondantemente rincoglionito dalle TV e dai reality e il nano alfa può imperare con il sorriso sulle labbra e il plauso di tutti o quasi; c’è però da vedere cosa succederà se e quando, stretta nella morsa della crisi, qualche frangia un po’ meno accomodante dovesse organizzarsi con proteste di piazza, scioperi e disobbedienza. E’ un film che dovremmo aver già visto, negli anni venti, con dei tizi in camicia nera che prima si sono messi al posto dei macchinisti scioperanti alla guida dei treni, e poi sono passati a guidare i carri armati. Ma si sa, in Italia di memoria storica non ce n’è.

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