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venerdì 30 ottobre 2009

Libertà vo' cercando...

Non aver mai pubblicato Saadat Hasan Manto, se mi si concede la licenza di una esagerazione, dovrebbe pesare sulla coscienza degli editori italiani come una colpa grave, ora fortunatamente emendata da una casa editrice indipendente che ne ha fatto il suo libro d'esordio (curiosamente, si chiamano Fuorilinea: www.fuorilinea.it).
Conobbi Manto qualche anno fa, consigliato da un amico indiano. Feci fatica a credere alle sue parole, che mi parlavano di uno dei maestri mondiali del genere short story: come mai un simile portento era ignoto non solo a me, ma a tutti i bibliofili che conoscevo? Lo scetticismo me lo sono dovuto rimangiare tutto in un boccone pochi giorni fa, dopo aver divorato in due giorni tutti i racconti di questa selezione. Tragico, sorridente, cinico, ghignante, sornione, Manto sta sempre dietro (e spesso dentro) a ciò che narra, con il suo carattere ingombrante e il suo sorriso bonario. Da vero narratore, non ha bisogno di enunciare tesi: fa parlare le sue storie, e ''Se trovate che i miei racconti siano osceni, è la societa' in cui vivete a esserlo. Con i miei racconti, io mi limito ad esporre la verita''. C’è tutto Manto in questa affermazione: l’uomo libero di mente che nacque indiano e musulmano, nel 1912, e morì pakistano e alcolista a poco più di quarant’anni. La cesura artificiale che tagliò via il Pakistan dall’India – la Partizione - divenne per la sua anima la frattura dolorosa dalla quale scaturì però la fonte della sua ispirazione più autentica: i suoi sono racconti di persone comuni, contadini, perfino matti nel bellissimo “Toba Tek Singh”, che non comprendono la logica – questa sì, davvero folle – della separazione dall’amico di ieri, dell’odio nazionalistico e del fanatismo religioso; non la comprendono eppure vi soccombono, proprio come in ogni tempo, compreso il nostro, gli inconsapevoli sono spesso vittime (e strumenti, o addirittura complici) di progetti che necessariamente li travolgono. Ma c’è anche molto altro, nel mondo di Manto: Bombay, esagerata allora come sempre, con il suo sottobosco di prostitute, magnaccia, perdigiorno, attori scombinati e lo stesso Manto, che a Bombay è giornalista, critico, scrittore di teatro e di cinema e, infine, protagonista e comprimario delle storie che racconta. Più volte processato per oscenità, e non sempre assolto, dopo la forzata emigrazione in Pakistan per proteggere la famiglia dalle rappresaglie degli Indù cedette all’alcol, che lo portò alla tomba. Non aspettatevi di leggere denunce vibranti o intemerate contro il potere: Manto non era un moralista, era un uomo che lucidamente vedeva e lucidamente descriveva. Fatti, persone e anime. Ha scritto storie sincere, prima ancora che belle. Per la sua libertà interiore ha pagato un prezzo alto, e chissà se ha finalmente avuto risposta alla domanda che volle come suo epitaffio: “Here lies Saadat Hasan Manto. With him lie buried all the arts and mysteries of short-story writing… Under tons of earth he lies, wondering who of the two is the greater short-story writer: God or he”.

martedì 8 settembre 2009

Leggere fino in fondo? Se proprio devo...

Vi ho già elargito due post, ma non vi ho ancora detto che il lungo silenzio era dovuto alle ferie... Vabbè, non ci voleva la palla di cristallo per capirlo. Ferie, stravaccamento, e quindi goduriose, goduriosissime letture... Beh, quasi. Prendiamo questo romanzo di Gibson e Sterling, per esempio, che segna il ritorno al mio primo amore, la fantascienza (anche se questo, in realtà, fantascienza non è).More about La macchina della realtà
Erano... meglio che non lo dico quanti anni erano che lo volevo leggere, sennò mi prende la vertigine da vecchiaia. Era tanto, e tanta è stata la delusione. Già il titolo italiano è un crimine contro l'umanità (la macchina a cui si fa riferimento è the difference engine, il motore differenziale, e questo è il titolo dell'originale).
L'idea che regge l'intreccio è intrigante, ma questi due forse avrebbero fatto meglio a scrivere un trattatello di filosofia della storia, che se pure viene noioso si può sempre dire che dato il tema era inevitabile. E qual è questo tema? E' presto detto: la storia non è una successione ordinata di eventi che si compongono in modo necessario, nessuno dei quali potrebbe scambiarsi con quelli che lo precedono o lo seguono, pena il crollo di tutta l'impalcatura; no, la storia è un fiume turbolento, che scorre sì in un certo verso, ma è pieno di gorghi in cui gli accadimenti collassano e possono generare corsi alternativi. Il computer avrebbe potuto essere costruito nel diciottesimo secolo, Byron avrebbe potuto fare il primo ministro invece che il letterato, Marx trovare fortuna in America istituendo una comune a Manhattan e Gautier essere una specie di hacker a Parigi. Non è implausibile: Babbage aveva davvero progettato una macchina che non potè essere costruita, ma che, realizzata in via sperimentale negli anni ottanta del novecento, si rivelò essere un computer funzionante. E quanto a Byron, a Marx, Gautier e compagnia, sbagliano quelli che cercano di rintracciare nel romanzo un filo conduttore che ne spieghi la sorte: è la turbolenza, la casualità selvaggia della storia a spiegarne la posizione e le azioni, nient'altro. Per noi sono stati quello che sono stati, ma in modo altrettanto plausibile avrebbero potuto essere altro, e la stessa storia accaduta essere un'altra. Insomma, non sono propriamente dei marxisti gli autori, e nel caso uno non capisca le loro tendenze si danno molto da fare per dipingere Marx e seguaci come un branco di scimmie prive di qualsiasi barlume di intelligenza e di umanità. E passi pure questa caricatura, ma se almeno il tutto fosse ben scritto... Invece è faticoso, farraginoso, pesante al punto che penso non si siano potuti divertire nemmeno loro, a scriverlo. Uno di quei libri che, anziché farti palpitare per sapere come va a finire, ti tiene avvinto alla pagina per senso del dovere: capisci che c'è qualcosa che vale e ti imponi di finirlo, ma in fondo ne faresti volentieri a meno.

giovedì 19 marzo 2009

Perché davvero non accada mai più

Ho appena finito di leggere La banalità del male, di Hannah Arendt. Non è un bel libro, ma è un libro importante: offre diverse chiavi di lettura per capire quali motori hanno generato quella che, fosse anche solo per le dimensioni, è senz'altro la tragedia più orribile della storia del genere umano. Parlo dello sterminio degli ebrei, naturalmente.
Uscì negli anni sessanta, dopo l'esecuzione di Eichmann, sulla cui vicenda processuale il libro è imperniato. Eichmann, criminale nazista, fu rapito dai servizi israeliani in Argentina, dove era rimasto nascosto (neanche troppo) per quindici e più anni dopo la fine della guerra. Il processo si svolse a Gerusalemme tra squilli di tromba e fanfare; la Arendt - e forse solo lei poteva farlo, in quanto ebrea lei stessa - svela il gioco politico e propagandistico che sul processo fu montato: guardate - ci dice - che quest'uomo non è il demonio; questo, come millanta e millanta altri piccoli ometti come lui, è solo un conformista. E' per conformismo, per carrierismo al più, che si è prestato con tanto zelo a facilitare lo sterminio, di cui del resto non è stato ideatore e in fondo neppure esecutore, essendo in capo a lui responsabilità di tipo più che altro logistico. E comunque, sembra dire la Arendt, in quella vicenda di mostri non ce ne sono stati, a meno di non voler dare questa patente all'intero popolo tedesco, che tutto unito ha forse fatto sentire qualche mugugno, ma niente che assomigliasse ad un'ombra di opposizione per quello che stava accadendo e che, da un certo momento in poi, cessò di essere un segreto.
Eppure non è vero che l'apparato nazista fosse così monolitico da non lasciare spiragli a nessuna opposizione: basti vedere - argomenta la Arendt - cosa ha fatto in Danimarca il governo, che nonostante l'occupazione si è rifiutato di consegnare gli ebrei; o addirittura, in Bulgaria, tutto un popolo, che si è impegnato a nascondere, difendere, salvare pressoché tutti gli ebrei che vivevano lì. Per fare quello che è stato fatto nei campi di sterminio serviva collaborazione da parte di tutti, compresi - e qui sta la grande bestemmia della Arendt - i capi ebrei; e collaborazione fu data, con le motivazioni più varie, compresa quella aberrante dei consigli ebraici, che sostennero fosse meglio che fossero altri ebrei, piuttosto che i nazisti, a scegliere chi doveva vivere e chi no.
Il processo a Eichmann è stato vissuto da Israele, o almeno i suoi politici hanno tentato di farlo vivere, come rito fondante: un popolo che finalmente ha ritrovato una terra si leva a giudicare chi l'ha offeso; solo che questo sarebbe stato possibile riducendo in catene un Hitler, un Heidrich, un Himmler, non il grigio burocrate che era Eichmann; e allora Eichmann fu inventato genio del male, e lui si adattò a meraviglia a questo ruolo, che finalmente gli dava un palcoscenico dopo una vita passata nell'ombra, mero - benché zelante - esecutore di ordini altrui. Gloria finalmente, anche se a costo della vita. In questo Eichmann servì bene i suoi nuovi padroni, come in passato aveva servito bene i vecchi: ora si voleva da lui che indossasse la maschera dell'annientatore di popoli, e lui volentieri la indossò, così come in passato aveva altrettanto volentieri pianificato la deportazione di milioni di esseri umani che non odiava e contro cui non aveva assolutamente nulla, ma che gli era stato ordinato di cacciare come fossero prede.
Si capisce che l'autrice, con questa tonante denuncia della nudità del re, si sia attirata il biasimo, quando non l'odio, di molti altri appartenenti al suo popolo; e probabilmente anche di molti che ebrei non erano, perché alla fine il messaggio è devastante per tutti, nella sua evidenza solare eppure pervicacemente negata: il male è in tutti noi, i nazisti non erano mostri venuti da Marte, ma persone che un po' alla volta hanno abdicato alla propria umanità e hanno portato tutto un popolo a fare lo stesso, passo dopo passo. Varrebbe la pena riflettere su questo cammino sciagurato, adesso che lo stiamo ripercorrendo beatamente ignari della Arendt, della sua lezione e della storia: ronde, impronte digitali ai Rom, voglia di pogrom, aggressioni ormai quotidiane a stranieri, omosessuali, addirittura a disabili. Ma non lo faremo, non rifletteremo, il segno è stato già passato. C'è solo da sperare che qualcosa dall'esterno giunga a fermarci, anche se non so immaginare cosa.
Altri libri di spessore sul tema dello sterminio degli ebrei - in generale sui meccanismi degenerativi che possono portare un uomo, o un popolo, a scordare del tutto la sua condivisione della condizione umana con qualche altro miliardo di viaggiatori a bordo di questo pianeta - sono La parte dell'altro, di Eric Emmanuel Schmitt, e Le benevole, di Jonathan Littell. Del primo c'è da dire che è un'opera letteraria di grande valore, oltre che un documento importante: l'autore fa l'esperimento terribile di ficcarsi dentro Hitler e immaginare per lui una storia alternativa, quella che avrebbe potuto avere se avesse deciso di affrontare i suoi fantasmi e le sue frustrazioni; il secondo, in forma di romanzo, non è - secondo me - un bel libro, dal punto di vista letterario. Però è anch'esso importante, come lo è quello della Arendt. Anche qui l'esperimento è di quelli da far tremare le vene e i polsi: l'autore descrive in prima persona il disordine interiore ed esteriore di un giovane nazista, omosessuale per giunta, che attraversa gli anni trenta e poi la guerra e descrive l'orrore che cresce intorno a lui e dentro di lui, la riluttanza dei soldati a darsi al massacro e poi quel conformismo che appartiene a tutti e che li porta ad eseguire gli ordini e spesso a odiarsi per questo, e quindi a sfogare la propria rabbia proprio sulle vittime della persecuzione, colpevoli, per il solo fatto di esistere,di averli messi di fronte al passo terribile che era stato chiesto loro di compiere dai loro capi. Passo estremo, di rinuncia alla propria stessa umanità, e che comunque è stato compiuto anch'esso.
No, non è storia di mostri quella del nazismo, come non lo sono tutte le altre terribili storie di massacri e cattiveria di cui è costellata la nostra permanenza su questo pianeta, fin dal nostro apparire. E' che gli esseri umani - tutti gli esseri umani - sono capaci di efferatezze tali da far impallidire Barbablù, se posti nelle condizioni adatte; così come sono capaci di atti sublimi (meno spesso, purtroppo). La retorica dei vincitori e la propaganda hanno sfruttato la paura di identificarsi con carnefici così crudeli per edificare una mitologia in cui ci sono stati i cattivi e i buoni che li hanno affrontati e sconfitti, ma non è andata così, come testimoniano anche il bombardamento di Dresda e le bombe di Hiroshima e Nagasaki, assolutamente non necessarie se non in chiave di politica post bellica.
Se davvero vogliamo evitare che fatti come la Shoà, o il genocidio degli Armeni, o la mattanza tra Hutu e Tutsi in Ruanda, l'undici settembre, lo sterminio degli indios americani e mille e mille altri possano ripetersi, dobbiamo prendere atto del piccolo Hitler che vive dentro ognuno di noi. Solo sapendo che c'è possiamo trovare il modo di tenerlo a bada, perché se invece lo neghiamo - come lo stiamo negando da settanta anni - siamo fatalmente destinati ad esserne sopraffatti. E dovremmo anche avere il senso della Storia, la consapevolezza che questo mondo che abitiamo in Occidente - fatto, bene o male, di democrazia e di un certo benessere, di una certa libertà - non è scontato, è anzi un accidente della storia, esiste da nemmeno un secolo, e potrebbe scomparire in un batter d'occhio se certe tendenze sfuggissero di mano. Ma questo, forse, è già successo, e un altro passetto verso la barbarie è stato compiuto come casualmente, inosservato nell'assordante clangore della volgarità montante, che sempre più trasfigura in malvagità.

martedì 16 dicembre 2008

La Storia non siamo più noi

16 dicembre 2008, alcuni titoli raccolti qua e là nella rete:

Tangenti, arrestato l'ad di Total
Coinvolto anche deputato Pd

(La repubblica.it)

Leggi razziali, Fini attacca: «Anche la Chiesa si adeguò»
(Il corriere.it)

In Abruzzo vince Chiodi.
Democratici in caduta libera

(Il Sole 24 Ore.com)

Pd: sì a pensione a 65 anni per le donne se Brunetta appoggia legge su occupazione
(Il corriere.it - 15 dicembre 2008)

Pescara: arrestato il sindaco D’Alfonso (PD), indagato Toto
(Il Giornale.it)

E Silvio fa i conti «La Lega mi ha stufato»
«L'addio alle Province è nei patti, quei soldi servono»

(Il corriere.it (12 dicembre 2008)

Riporto questi titoli perché penso che supportino la tesi azzardata che avevo espresso in un post di qualche tempo fa (http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/09/vedonero.html); dicevo, in sintesi, che la politica come la conosciamo sta per finire, che la destra populista ha vinto definitivamente e si prepara ad incorporare il PD in un’alleanza in cui quel partito, ridotto ai minimi termini, sarà subalterno; dicevo anche che questo nuovo blocco, che ha tagliato fuori qualsiasi istanza di sinistra anche grazie al suicidio della sinistra radicale, che non ha saputo andare oltre i vecchi paradigmi marxisti, partorirà dal suo stesso ventre la propria opposizione, che sarà la Lega; la quale, ottenuto il federalismo, si arroccherà sul territorio – dove è la sua vera ragion d’essere, senza la quale scomparirebbe - e si alleerà con formazioni territorialiste del Sud, che stanno già nascendo. Siamo completamente dentro all’orizzonte di Hegel, insomma: una tesi e un’antitesi si sono contrapposte e stanno per generare una sintesi, che stavolta assomiglierà molto alla tesi, data la sconfitta rovinosa dell’antitesi; ci sarà però una scissione della sintesi che genererà una nuova antitesi, e il nuovo scontro si protrarrà per decenni. Solo che non sarà più Destra contro Sinistra: sarà Centro contro Territorio, perché è il territorio (regione, città, quartiere) la frontiera in cui la massa ha identificato la propria linea del Piave, una volta abbandonata ogni velleità egualitaria: siamo sconfitti, ma siamo almeno padroni in casa nostra.
I pochi titoli riportati sopra sono spie del fatto, secondo me, che il processo sta accelerando: il PD è in disfacimento prima di aver davvero cominciato a esistere, travolto dalla propria inconsistenza e dalle inchieste giudiziarie, in cui trova addirittura la solidarietà interessata di Berlusconi (vedi il caso Del Turco); è scoppiata, innescata probabilmente dalle stesse forze politiche vicine a Berlusconi, la tangentopoli del Centrosinistra, che non lascerà pietra su pietra. Alla fine della giostra, ridotto più o meno alle dimensioni dell’UDC, vedrete che il PD troverà conveniente fare da stampella a Silvio, che nel frattempo sarà arrivato ai ferri corti con la Lega (e infatti il titolo: “La Lega mi ha stufato”). Ora la deve accontentare la Lega il buon Silvio, perché il federalismo lo vogliono anche la stragrande maggioranza dei suoi elettori, ma vedrete che prima di fine legislatura la scaricherà: a che pro alimentare un contropotere forte che dal territorio può fare da contraltare ai suoi progetti?
E, in vista della morte dell’opposizione di Centrosinistra, è già iniziata la lotta per l’appropriazione delle spoglie: Fini vuole portarsi a casa il bollino blu della laicità e arriva addirittura a prendersela con la Chiesa, che del resto lo ha sempre trattato come un pezzente, preferendo dialogare direttamente con il suo capo (e così, en passant, toglie pure un po’ di responsabilità dalle spalle dei suoi camerati di un tempo: come dire ‘il Fascismo sbagliò, ma gli altri dov’erano?’); la questione morale, tanto cara a Berlinguer, passa in gestione al ruspante Di Pietro, che la usa a mo’ di randello e ne svilisce parecchio i contenuti.
Il PD, da parte sua, sembra voler accelerare la convergenza, probabilmente per poter trattare da una posizione che lo vede con ancora un minimo di forza, prima che la magistratura lo travolga; sennò, come spiegare le aperture a Brunetta su quella che una volta sarebbe stata un’opzione strategica da difendere e su cui mantenere l'esclusiva (i diritti delle donne) a prescindere dalla giustezza o meno delle proposte della controparte?
Prepariamoci ai funerali del PD, anche se credo che ci sia ben poco da rimpiangere; e prepariamoci pure, almeno quelli come me, che reputano importante l’equità sociale, a finire fuori dalla Storia: la nuova opposizione territorialista sarà sì capace di intercettare quella che una volta fu la rabbia del proletariato e ora è semplicemente il livore delle periferie, ma i suoi obiettivi saranno diversi: identitari, localistici, fondamentalmente difensivi. Certo, la Storia ama sorprendere e nessun esito è scritto, ma qui da noi una forza nuova e prorompente capace di canalizzare le energie verso un progetto condiviso e non verso l’arroccamento localistico purtroppo non si vede all’orizzonte.

venerdì 5 dicembre 2008

Eversione da stadio

Torniamo alla politica, dedicando qualche riga a un tema immenso per le implicazioni sociali che si porta dietro.
Chi dorme sonni tranquilli pensando che in Italia, qualunque cosa accada, non siamo a rischio di regime, secondo me dovrebbe riflettere su cosa succede ogni domenica negli stadi e mettere in fila pochi semplicissimi fatti, che provo ad elencare:
1) dopo la fine del terrorismo (quello residuale fa male, ma è solo l’illusione di un manipolo di poveracci) il tifo violento è diventato l’unica forza antagonista dotata di capacità militari. Se qualcuno ha dei dubbi, provi a pensare a cosa accadde il pomeriggio dell’omicidio di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso in un autogrill da un poliziotto: in poche ore formazioni ultras teoricamente rivali misero a ferro e fuoco caserme di polizia e carabinieri in tutta Italia, dimostrando una capacità di coordinamento che non è certo stata improvvisata; come e quando si sono addestrati a muoversi tutti insieme contro uno stesso obiettivo? E soprattutto: perché?
2) Quanto detto sopra rende evidente che le diverse formazioni sono sì antagoniste tra loro la domenica, ma condividono gli stessi valori e individuano quali nemici gli stessi soggetti: lo stato di diritto, a cui sarebbe spettato il compito di fare giustizia di quell’omicidio; i neri (pensate ai buuuhhh che si levano dalle curve all’indirizzo dei giocatori di colore); le minoranze in genere; i rossi (non esistono frange ultrà di sinistra, sono quasi tutti schierati su posizioni neonaziste). Del resto, basta ascoltare qualche intervista – ogni tanto ne va in onda qualcuna – per rendersi conto che questi tipi usano lo stadio come una palestra, per tenersi in allenamento, ma non è che si odino davvero, tra loro: la solidarietà violenta dimostrata proprio con il caso Sandri ne è la prova. E allora, di nuovo, la domanda: perché, a quale scopo questa gente si addestra e si esercita?
3) Molti dei criminali di guerra della ex Jugoslavia, sia in campo serbo che croato, venivano dalle curve. Ricordo, una decina di anni fa, uno striscione terribile all’Olimpico: “Onore alla tigre Arkan”; Arkan era il braccio armato di Milosevic, il genocida serbo, ed era amico di Mihajlovic, che allora giocava nella Lazio e aveva chiesto ai tifosi di issare quello striscione. In quella guerra venne fuori anche un piccolo scandalo subito messo a tacere: mercenari italiani schierati con entrambe le parti, quasi tutti provenienti da frange ultras del tifo da stadio.
4) Come è possibile che uno stato che è riuscito a venir fuori dagli anni di piombo non abbia la forza di spezzare letteralmente le reni a questa gente? La risposta, secondo me, è che non vuole: questi soggetti sono la nuova gladio, sono il serbatoio a cui attingere per la costituzione di ronde e corpi paramilitari, se dovesse – Dio ce ne scampi – venire l’ora.
Insomma, ragazzi: io penso davvero che qui c’è chi si sta preparando a fare il colpo grosso, e non da oggi; per ora non ce n’è bisogno, il popolo sovrano è abbondantemente rincoglionito dalle TV e dai reality e il nano alfa può imperare con il sorriso sulle labbra e il plauso di tutti o quasi; c’è però da vedere cosa succederà se e quando, stretta nella morsa della crisi, qualche frangia un po’ meno accomodante dovesse organizzarsi con proteste di piazza, scioperi e disobbedienza. E’ un film che dovremmo aver già visto, negli anni venti, con dei tizi in camicia nera che prima si sono messi al posto dei macchinisti scioperanti alla guida dei treni, e poi sono passati a guidare i carri armati. Ma si sa, in Italia di memoria storica non ce n’è.

martedì 21 ottobre 2008

Cercasi Marx disperatamente

Chi mi conosce sa che lavoro in Banca d’Italia, che è uno dei centri nevralgici della gestione della crisi finanziaria di questi mesi, almeno per il nostro paese e per l’Europa; quanto sto per scrivere non rappresenta però un punto di vista privilegiato: intanto il mio mestiere non è quello dell’economista, e a seguire la crisi sono colleghi più competenti di me in questa materia; e poi, se avessi informazioni riservate non potrei ovviamente rivelarle.
Parlerò quindi – tanto per cambiare – di massimi sistemi; l’unico vantaggio che mi deriva dal mio lavoro, in questo caso, è il fatto di poter spesso affrontare simili argomenti con colleghi di grandissima professionalità, cultura e con esperienza ultradecennale, il che mi dà – oggi – una ragionevole certezza di non dire troppe scemenze.
Cominciamo dal concetto di rischio: io penso che esso sia ampiamente sottovalutato, in Occidente, da almeno quarant’anni; le società sono nate, in fondo, proprio per gestire rischi esogeni, cioè provenienti dalla natura: fame soprattutto, ma anche malattie, esposizione a intemperie e predatori, e così via. Al posto di questi rischi, più o meno decentemente gestiti, le nostre società hanno però generato dei rischi endogeni, che sono esattamente quelli con cui ci stiamo confrontando in questo periodo: il rischio di impoverimento, di perdita della propria posizione sociale, o addirittura della casa e di altri beni necessari. Per molto tempo – potremmo dire per tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra a oggi - questo rischio è apparso talmente remoto da scomparire del tutto dalla percezione: fino agli anni settanta tutti erano certi di essere poveri, sì, ma anche convinti di star rapidamente migliorando la propria posizione, e che altrettanto sarebbe avvenuto in futuro; quando, nel decennio dei settanta, la crescita economica è cessata, ci si è dibattuti molto nella crisi, che infine è stata risolta per due vie: da un lato, usando lo strumento dell’indebitamento dello stato per finanziare la spesa corrente e, almeno in Italia, arruolare legioni di lavoratori pubblici inutili, fraintendendo dolosamente Keynes, che questo strumento lo vedeva a sostegno degli investimenti; questo ha spostato il costo della crisi di allora su chi avrebbe poi dovuto rimborsare quel debito, e cioè sulle generazioni future, che siamo noi: il debito italiano è una cifra che non riesco neppure a scrivere e ogni anno ci paghiamo sopra interessi per settanta miliardi di euro e oltre, che vengono sottratti ai servizi, alla scuola, al welfare e a tutto il resto. L’altra via è stato un affrancamento totale e incondizionato da qualsiasi controllo non del mercato, come si sente spesso ripetere, ma del grande capitale, che è una entità che il mercato tende più che altro a manipolarlo a proprio vantaggio; il grande capitale ha fatto il suo mestiere: ha intrapreso attività di ogni genere in giro per il mondo, si è moltiplicato a dismisura e le briciole sono state distribuite un po’ a tutti, finché la giostra è durata. Ed erano briciole importanti, che hanno creato un certo benessere e quindi hanno fatto chiudere tutti e due gli occhi sul modo in cui queste risorse venivano prodotte.
Hanno iniziato Reagan e la Tatcher, la caduta del muro ha dato ovvio impulso a queste politiche e, nel giro di un decennio, anche i maggiori partiti della sinistra mondiale – tipo il Labour di Tony Blair – si sono portati su indirizzi decisamente liberisti, lasciando l’onere di portare la falce e il martello a frange marginali destinate a scomparire.
Vedete, in questa rapida cavalcata il concetto di rischio ce lo siamo infine dimenticato anche noi; ma una politica liberista implica necessariamente una consapevole ricerca di rischi, che gli imprenditori si assumono perché vengano remunerati; la popolazione non ne veniva gravata perché per far funzionare il welfare (l’assicurazione contro i rischi per la gente comune) ci si indebitava, ma il gioco non poteva continuare per sempre, e infatti adesso il giocattolo si è rotto: molte imprese, tra cui le banche, grazie alle politiche amichevoli e permissive del liberismo sono diventate dei colossi transnazionali che nessuna legislazione statale può contenere, e hanno cominciato a trasferire parte dei rischi che si erano assunte sulla clientela, cioè su tutti noi. Lo hanno fatto facendoci inconsapevolmente partecipare ai loro investimenti, vendendoci prodotti di cui non capivamo niente e che erano in realtà pezzi (tranche, si dice in finanza) di crediti in capo a loro e che sono infine diventati inesigibili in una misura molto superiore a quanto stimato inizialmente; i famosi subprime, per esempio, e molto altro ancora. E poi a fare finanza non c’erano solo le banche: la finanziarizzazione è in realtà un momento pressoché inevitabile della fase finale dei cicli espansivi che caratterizzano il capitalismo, e si verifica quando i grandi capitali, non trovando più un impiego redditizio nell’industria -.perché troppo rischioso, o troppo costoso, o perché il mercato è saturo – si indirizzano verso l’ingegneria societaria e finanziaria: fusioni, acquisizioni, buy-out e così via. O verso la Cina, ma questa è un’altra storia e non è finanza, se non in parte.
Anche di fronte a tutto questo, uno potrebbe pensare che in fondo la cosa non lo riguarda, se non ha investimenti in borsa; ma questo non è vero, perché in borsa ci stiamo tutti, anche se non lo sappiamo: ci stiamo con l’indicizzazione del tasso di interesse del mutuo che abbiamo contratto, o con le quote del fondo pensione aziendale, che scendono a precipizio, o con il valore oscillante dei BOT che abbiamo sottoscritto. Insomma, una ricchezza che avevamo e che credevamo valesse un certo X ora vale molto meno, e se malauguratamente ci eravamo anche indebitati contando su quel valore finiamo in difficoltà. E il rischio, che credevamo di aver esorcizzato, rientra prepotentemente nella nostra vita. Con l’aggravio di un surplus – il debito abnorme - che non ci competerebbe, che viene dal passato, è stato scaricato su di noi per garantire il benessere a qualcun altro, ieri.
La finanza tocca la vita reale anche di chi non la fa, eccome se la tocca. Secondo me è ora di smettere di pensare alla finanza come al demonio o come a un casinò dalle regole incomprensibili, che si contrappone alla buona e sana economia reale; nella filiera produttiva del nostro mondo capitalistico la finanza è il luogo dove le imprese vanno a prendere in prestito i soldi per realizzare i propri progetti, e quindi i propri profitti, e quindi pagare i nostri stipendi. Può non piacere - e infatti a me non piace – ma è così, innegabilmente. Volere un mondo senza finanza è come voler cancellare – che ne so – l’industria dei trasporti.
Questo vuol dire che, in un mondo fatto come il nostro, non possiamo scandalizzarci se 850 miliardi di dollari più quasi 500 miliardi di euro per salvare le banche saltano fuori dalla sera alla mattina, e invece quei miseri trenta o anche meno miliardi di dollari l’anno per dimezzare gli affamati nel mondo non si sono mai trovati: le banche sono una colonna portante di questo sistema, l’impresa in sé lo è, e quindi vanno salvaguardate; se non lo facessimo, nel giro di pochi mesi saremmo tutti alla fame. Ma letteralmente, non per modo di dire.
Se ora ci scandalizziamo (io, almeno, mi scandalizzo molto) per il fatto che questi signori vogliono lo stato fuori quando fanno profitti e lo invocano invece a gran voce quando arriva la bufera, non è al semplice decoro che dobbiamo far riferimento: dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione la stessa architettura di base del nostro mondo capitalista. Il richiamo al decoro non ha mai portato nessun risultato: ora che c’è la tempesta siamo letteralmente obbligati a soccorrere lor signori, che altrimenti ci seppellirebbero sotto una montagna di macerie; e quando tornerà il sereno ci troveremo noi con il conto in mano, sotto forma di ulteriore debito pubblico, mentre questi imperi economici riprenderanno a dettar legge agli stati nazionali – cioè a tutti noi – semplicemente comprandosi governi e parlamenti. O insediandosi direttamente dentro di essi, come da noi.
Dice che l’unico che ha provato a inventare un sistema diverso ha dato vita a molti tra i peggiori regimi della storia: è vero. Ma è forse bello questo? E soprattutto, non è che sta per venire giù? Un nuovo Marx, più lungimirante dell’originale, urge moltissimo. Fossi un presidente del consiglio, quasi quasi bandirei un concorso.

giovedì 31 luglio 2008

Marx e il salumiere di Heisenberg

Oggi vorrei parlare di uno dei temi che più appassionano la stragrande maggioranza dei miei lettori, cioè me stesso; non c’è niente da fare: di fronte all’audience, ogni sano proposito editoriale crolla, e anche il GPZ si riduce a tarare la programmazione non su ciò che sarebbe bello dire, ma su quello che il pubblico vuole sentirsi dire. Insomma, l’editore di questo blog sta sbracando vergognosamente verso il cliché nazional-popolare. E la redazione sta vergognosamente assecondandolo.
Il tema del giorno, quindi, è il principio di indeterminazione di Heisenberg. Come tutti sanno, questo caposaldo della saggezza popolare asserisce che non è possibile misurare simultaneamente in modo deterministico, cioè con precisione arbitrariamente grande, la posizione e la quantità di moto di una particella subatomica, per esempio di un elettrone.
Detta così potrebbe non suscitare soverchi entusiasmi. In fondo, si sta solo affermando che la covarianza degli errori di misura delle due grandezze ha un limite inferiore al di sotto del quale non può scendere: embè? E allora?
Lo stesso Heisenberg, pare, non colse subito in pieno tutte le implicazioni della formuletta che aveva scritto, ed ebbe bisogno di qualcuno dotato di maggiore concretezza per capire; la storia attribuisce questo merito a Niels Bohr, ma avrebbe potuto arrivarci anche il suo salumiere, ponendogli la questione sotto la giusta luce. Bohr, infatti, disse al crucco Heisenberg che il problema non stava negli strumenti di misura, ma proprio nel fatto stesso di misurare: per poterlo fare, è necessario interagire con l’oggetto della misurazione, alterandone proprio il comportamento che si vuole misurare; nel caso specifico, l’intimità dell’elettrone viene spiata bombardandolo con un fotone – il che ne altera sia la velocità che la posizione che si volevano rilevare - senza che i movimenti pacifisti muovano mai un dito per difendere la povera particella e, quel che è peggio, neppure il garante della privacy. Come dire che non è possibile agire in modo certo per modificare una situazione nella quale si è coinvolti: e questo il salumiere di Heisenberg lo sapeva senz’altro, come lo sa chiunque abbia mai provato a giudicare serenamente le abitudini domestiche del coniuge o, peggio, a fare una disamina oggettiva dell’argomento di una riunione a cui si sta partecipando.
Insomma, pare proprio che in natura non esista la neutralità.
Io credo che il massimo esempio di questo teorema l’abbia dato Marx (altro crucco, benché ebreo), che peraltro non lo poteva neppure conoscere, essendo morto parecchio prima che Heisenberg scrivesse quella strana formuletta:
.
Che il buon Karl abbia scoperto (misurato) qualcosa di fondamentale sul modo in cui la storia evolve e sui suoi motori ultimi è per me difficile negarlo, anche se oggi solo a dire questo si rischia l’anatema; è anche possibile che, se Marx non avesse scoperto niente, l’umanità al comunismo ci sarebbe arrivata davvero, secondo le tappe (incautamente) illustrate dal maestro: trionfo della borghesia, genesi e maturazione dell’antitesi proletaria, giustapposizione e sintesi hegeliana. Ma Marx ha visto, ha misurato e ha divulgato, e allora sono iniziati i tentativi di anticipare l’esito finale: a che pro aspettare e lasciare tanta parte dell’umanità a subire l’Ingiustizia, se tanto la fine è nota? E così abbiamo avuto una rivoluzione in un impero dove non c'era ancora una borghesia, e poi il comunismo in un paese solo, e come è finita lo sappiamo tutti. Insomma il sanguigno crucco Marx, per il solo fatto di aver conosciuto, ha fatalmente alterato la realtà che voleva interpretare, deviandola dal suo corso, esattamente come avrebbe detto una settantina di anni dopo il crucco algido Heisenberg. Chissà che sarebbe successo, se fosse nato prima lui… Ma questo sarà probabilmente oggetto di un romanzo di fantapolitica che il GPZ scriverà a breve, ovviamente solo per trarne un adattamento bloggistico che sia l’equivalente di una soap opera da rifilare tutte le mattine alle legioni dei suoi lettori. Del resto, date un’occhiata agli orari dei miei post: prevale la mezza mattina, l’ora delle soap!

martedì 15 luglio 2008

Il commissario (eroico?) e il suo boia

Molti, a destra e a sinistra, hanno spesso sostenuto che esista in Italia una specie di mafia - nella migliore delle ipotesi una lobby - costituita dagli ex di lotta Continua.
La storia di quell'associazione è indubbiamente torbida, ancora oggi si stringono come un sol uomo a difesa di chiunque di loro venga chiamato in causa in qualsivoglia contesto, indipendentemente dal fatto che siano rimasti a ululare alla luna a sinistra o che siano diventati top manager in qualche azienda di stato o che si siano messi il doppiopetto blu o addirittura la camicia verde. E certamente uno come Sofri ha ben altro da addossarsi, che la sola responsabilità politica della fine del commissario Calabresi, come va ripetendo da parecchi decenni. Detto questo, e con tutta la simpatia umana per il figlio Mario (di cui ho iniziato a leggere il libro, che mi pare sincero e ben scritto), non riesco a considerare il commissario un eroe. Pinelli, che lui aveva fermato, dalla finestra ci è caduto davvero, e la storia del "malore attivo" con cui si concluse l’inchiesta fa ridere i polli. Testimonianze, sempre di chi c'era, permettono di capire che i rapporti tra i due fossero ottimi, al punto da frequentare lo stesso cineforum ed essersi addirittura scambiati doni, in qualche occasione; questo porterebbe a escludere un ruolo attivo del commissario nella tragedia, ma... se è giusto addossare a molti (tutti quelli di LC che quel giorno non c'erano, o non sapevano per davvero) responsabilità politiche per la morte del commissario, la stessa logica e la coerenza impongono di addossare al commissario la responsabilità (anche penale, se l'atto vigliacco è stato compiuto da un suo collaboratore) del "malore attivo" di quel poveraccio. Se qualcuno che fa parte di una squadra si permette di accoppare una persona e il suo capo lo copre invece di denunciarlo, per me quel capo non è un eroe. Nemmeno un criminale, probabilmente: è un uomo, con tutte le sue debolezze; un uomo giovane (morì a 34 anni, un'età alla quale, oggi, gli uomini li chiamiamo ancora "ragazzi", errore esiziale). Ricopriva un ruolo e aveva una responsabilità che, in tempi duri come quelli, non erano davvero un fardello facile da portare; è comprensibile, non giustificabile, che abbia omesso di fare luce. E per questo non mi sono mai permesso di giudicarlo, ma mi guardo anche bene dall'approvarlo. Capisco poi che tra colleghi determinati a vendicarlo e interessi inconfessabili di apparati dello stato si sia imbastito un processo pasticciato con lo scopo non di mettere i colpevoli con le spalle al muro, ma di incastrare quelli che si riteneva a priori essere i colpevoli. Di cui probabilmente qualcuno lo è davvero, ma certo con trovate geniali del tipo "il testimone riferisce di aver visto di spalle una donna guidare, e questo è compatibile con il fatto che l'autista fosse Marino, i cui folti baffi possono facilmente essere scambiati per una chioma femminile"; oppure "l'abilità alla guida" di quello dei tre che abitava a Lucca e non ricordo chi fosse, e che aveva fior di testimoni (tra cui un vigile urbano) che erano sicuri di averci parlato proprio a Lucca, in un bar, poco più di un'ora dopo il fattaccio, manco avesse avuto la batmobile... Certo, in questo pastrocchio ogni speranza di arrivare alla verità vera è naufragata da parecchi decenni. Insomma, credo che il buon Adriano dovrebbe trovare meno spazio sui giornali e avere il buon gusto di imporsi precetti di riservatezza, date le nubi che si addensano sul suo passato. Però non credo che allora, come anche oggi, le ragioni fossero tutte da una parte sola. Anzi, secondo me di ragioni proprio non ce n'erano, c'erano solo torti, come sempre avviene quando la gente muore, e questi - come i morti - mi sembrano piuttosto ben distribuiti tra tutte le parti in causa. Il che non vuol dire che non si debba, ancora oggi, cercare la verità. Non che nutra qualche speranza che alla fine salti fuori, ma certe cose vanno fatte comunque, anche se di speranza non ce n'è più.

giovedì 12 giugno 2008

Di Marx e di altri demoni ciceroni

Dunque, vediamo un po’: oggi “la ggente” vuole, o dice di volere, l’espulsione degli immigrati che delinquono, un’occupazione sicura per sé e per i familiari, pensioni più alte, un buon rendimento del proprio risparmio, prezzi bassi, più concorrenza e anche meno finanza e più industria. Mi pare di aver messo quasi tutto, mafia e camorra passino pure, le loro malefatte impallidiscono al cospetto di quelle perpetrate dal mostro Rom.
Mentre a sinistra si balbetta di società aperte che non si come costruire, di solidarietà generiche che non riempiono la pancia a nessuno e di innovazione produttiva che nessuno sa da dove dovrebbe venire, da destra la risposta arriva imperiosa: manganello ed espulsioni, giù le tasse e guerra ai fannulloni, viva la libertà d’impresa, lotta dura alla spesa pubblica. E, soprattutto, fuori dai coglioni tutti questi rompipalle veterosinistroidi, che ancora non hanno capito che è il capitalismo il Sol dell’Avvenire: libertà d’impresa, propensione al rischio, fiducia nel futuro, la ricetta per le magnifiche sorti e progressive.
Io le risposte a ciò che non sono in grado di giudicare da solo di solito le cerco nei libri, e per questa occasione ne ho rispolverati tre, un paio dei quali davvero notevoli.
Cominciamo dunque da Giovanni Arrighi, Il Lungo XX Secolo, che ci racconta cosa è successo negli ultimi sette secoli, da quando ha cominciato a prendere forma quella cosa che oggi chiamiamo Capitalismo. Intanto vediamo dove siamo noi ora, in termini di quei cicli secolari (corsi e ricorsi?) che gli economisti hanno creduto di individuare in questa lunga storia: pare che la nostra epoca si possa classificare come uno di quei punti di svolta in cui un ciclo, raggiunto il suo apice, inizia il declino; è già accaduto nella storia, e quindi dovrebbe essere possibile farsi un’idea di cosa ci attende.
Io non sono Arrighi e non voglio scrivere un libro, per cui semplificherò parecchio, cercando di tenere presente ciò che può dare risposta alle sopra ricordate esigenze della “ggente”.
Un ciclo declina per tanti motivi, tra cui il fatto che la concorrenza dove poteva crescere l’ha fatto, causando la riduzione dei margini di profitto delle imprese (se il mio concorrente vende a prezzi più bassi devo farlo pure io, e quindi guadagnerò di meno). Il capitale accumulato negli anni d’oro quindi non trova remunerazione in patria, se non nelle avventure dell’alta finanza, che è complicatissima, ma sempre di meno che produrre bottoni e bulloni a prezzi inferiori rispetto ai cinesi.
Prima lezione: scordiamoci un ritorno massiccio dell’industria nel mondo occidentale.
Dice: ma noi ci dobbiamo specializzare nelle produzioni di qualità, ad alto contenuto innovativo e tecnologico, mica dobbiamo competere con i cinesi nel fare camicie. Ora, a parte il fatto che per fare l’innovazione ci vogliono gli innovatori, e da queste parti non se ne vedono; a parte che le nostre scuole e università se la battono con l’Uganda e il Burkina Faso; a parte questo, crediamo davvero di poter tutti lavorare nei settori ad altissimo valore aggiunto? Siamo cinquantotto milioni, dei quali una trentina in età da lavoro: un po’ troppi (e troppo ignoranti) per lavorare tutti in produzioni e servizi che, proprio per il loro alto contenuto di tecnologia, richiedono pochissimo personale iperformato.
Seconda lezione: scordiamoci di diventare tutti degli analisti in camice bianco, ne bastano pochi di quelli, e i più nemmeno sarebbero in grado.
Restano le occupazioni tradizionali, in cui è più alto il contenuto di lavoro manuale: ma per far concorrenza ai cinesi, toccherà accettare di essere pagati come cinesi, o poco di più.
Quindi il quadro è: sempre meno lavoro, e sempre meno pagato.
Perché questo? Perché è nella natura del capitalismo, e qui invece ci viene in soccorso Luciano Canfora (La Democrazia – Storia di un’ideologia).
Canfora ci spiega perché l’ideologia della libertà è funzionale al capitalismo, e fin qui siamo nell’ovvio: non può esistere impresa senza libertà; ma poi ci mostra come, in un habitat capitalistico, la libertà finisce inevitabilmente per essere la libertà di pochi, di quelli che hanno abilità e fortuna nel dominare e gestire i capitali. Può essere libero chi non ha un lavoro, chi non ha certezza del futuro, chi non ha accesso ai servizi primari?
Terza lezione: non la libertà, ma la sua icona, regge le nostre società. Generando disuguaglianze, che sono ineliminabili e anzi destinate a crescere sempre più, perché connaturate al capitalismo.
La libertà economica dei pochi che se la sanno conquistare mette a rischio la serenità di tutti gli altri: anche chi è avverso al rischio (quasi tutti) è costretto ad investire in borsa i propri accantonamenti previdenziali, attraverso i fondi pensione, se non vuole trovarsi alla fame in vecchiaia. La finanziarizzazione non si ferma, e anzi fa di noi – anche di noi che la detestiamo – i suoi clienti.
E ancora: Jacques Attali, nel suo Breve Storia del Futuro (il meno bello dei miei tre libri guida in questo excursus), ci racconta di come le grandi compagnie, ormai esauriti i profitti favolosi nei settori a grande sviluppo del passato – l’automobile, la televisione, la telefonia, ecc. – stiano erodendo a poco a poco, alla caccia disperata di nuovi business redditizi, la sfera dei servizi primari, quelli che una volta erano erogati dallo Stato.
La privatizzazione del servizio idrico è a buon punto in tutto l’Occidente, e scuola, istruzione, sanità stanno per cadere. Pagheremo, stiamo già pagando, per avere quello che prima era garantito a tutti, attraverso la tassazione. Ma le tasse, si sa, noi non amiamo pagarle: via l’ICI, e però via anche i finanziamenti alla scuola pubblica, e anzi, libri gratis alle private, meglio se cattoliche.
E crediamo davvero che sia possibile arginare le turbe sterminate che si affollano alle nostre frontiere, in un mondo che proprio le migrazioni di massa e la sostituzione di popolazione giovane a popolazione vecchia hanno reso quello che è oggi?
E che dire della criminalità? Qui mi tocca aggiungere in quarto Cicerone in questo tour dell’orrore prossimo venturo, e scelgo Roberto Saviano, con il suo terribile Gomorra: la criminalità che genera il sette percento del nostro prodotto lordo è devianza o è invece, davvero, ‘o Sistema, come più correttamente la chiamano da Caserta in giù? Crediamo davvero di poter fare a meno di questa entità, probabilmente l’unica realtà veramente produttiva di questo paese?
Ma qui “la ggente” è coerente, e non risulta che nessuno, alle ultime elezioni, abbia perso voti per eccessiva vicinanza a certi personaggi.
Penso di potermi fermare. Del resto, sto scrivendo per mia memoria, tanto in questo blog non ci viene nessuno e se qualcuno ci viene io non lo so, perché non sono stato capace di installare un contatore per le visite.
Ma nel caso estremamente improbabile che qualcuno si affacciasse e addirittura si leggesse tutta questa tirata, una precisazione finale la voglio fare: non è che tutto questo discorso l’ho fatto per dire che faremmo meglio a tirarci un colpo in testa subito, e nemmeno per assecondare certa sinistra che fa dell’odio di classe il suo vessillo (Anche i ricchi piangano, mitico e spettacolare autogol da campagna elettorale); anche perché quella sinistra, ottusa, è pure ignorante assai, e tutte queste cose semplicemente non le sa.
Ho scritto solo per ricordare, non fosse ad altri che a me stesso, che ci siamo comprati a scatola chiusa una truffa che si chiama capitalismo, che finora ci ha dato una parvenza di libertà solo perché sono un paio di secoli che, anziché affamare noi, affama gente in altre parti del mondo, lontane dalle nostre ridenti contrade. Ora che quelle genti hanno iniziato a reclamare la propria parte della torta saranno dolori, perché importeremo non solo i loro prodotti, ma pure un bel po’ di miseria di ritorno, sotto forma di disoccupazione diffusa, salari bassi, precarietà ed esclusione dai servizi primari. Il terzo mondo a casa nostra c'è già, come si è visto con evidenza palmare a New Orleans, quando sulla città di abbattè l'uragano Katrina.
In Italia poi la truffa l’abbiamo comprata doppia, perché a rappresentare questi valori – già di per sé farlocchi – troviamo gente che non solo non ha cuore l’interesse collettivo (non potrebbe, se davvero crede nel liberismo), ma proprio se ne frega anche delle regole base della società liberale. Che vanno bene quando si tratta di autotutelarsi (via le intercettazioni), meno bene per qualche povero disgraziato (manganellate e foglio di via alle prostitute, che francamente più che delinquenti mi sembrano in gran parte povere vittime).
Tutte queste cose, per strano che vi sembri, un signore di nome Karl Marx le aveva indovinate più o meno un secolo e mezzo fa; magari non proprio tutte, riconosco che la politica italiana è in grado di sorprendere anche il più sfrenato futurologo, ma insomma, per il resto si può dire che ci aveva azzeccato alla grande. Peccato che al suo seguito si siano appalesati i marxisti, che certo lui – fosse vivo – non avrebbe amato, se non altro per l’ignoranza che li contraddistingue.
Ma Marx, Arrighi, Canfora, Attali e Saviano i nostri imbonitori non li leggono, e del resto non ne hanno alcun bisogno. Cosa più grave, non li legge nemmeno “la ggente”, che invece ne avrebbe un gran bisogno, e non lo sa.
Buona apocalisse a tutti!