martedì 15 luglio 2008

Il commissario (eroico?) e il suo boia

Molti, a destra e a sinistra, hanno spesso sostenuto che esista in Italia una specie di mafia - nella migliore delle ipotesi una lobby - costituita dagli ex di lotta Continua.
La storia di quell'associazione è indubbiamente torbida, ancora oggi si stringono come un sol uomo a difesa di chiunque di loro venga chiamato in causa in qualsivoglia contesto, indipendentemente dal fatto che siano rimasti a ululare alla luna a sinistra o che siano diventati top manager in qualche azienda di stato o che si siano messi il doppiopetto blu o addirittura la camicia verde. E certamente uno come Sofri ha ben altro da addossarsi, che la sola responsabilità politica della fine del commissario Calabresi, come va ripetendo da parecchi decenni. Detto questo, e con tutta la simpatia umana per il figlio Mario (di cui ho iniziato a leggere il libro, che mi pare sincero e ben scritto), non riesco a considerare il commissario un eroe. Pinelli, che lui aveva fermato, dalla finestra ci è caduto davvero, e la storia del "malore attivo" con cui si concluse l’inchiesta fa ridere i polli. Testimonianze, sempre di chi c'era, permettono di capire che i rapporti tra i due fossero ottimi, al punto da frequentare lo stesso cineforum ed essersi addirittura scambiati doni, in qualche occasione; questo porterebbe a escludere un ruolo attivo del commissario nella tragedia, ma... se è giusto addossare a molti (tutti quelli di LC che quel giorno non c'erano, o non sapevano per davvero) responsabilità politiche per la morte del commissario, la stessa logica e la coerenza impongono di addossare al commissario la responsabilità (anche penale, se l'atto vigliacco è stato compiuto da un suo collaboratore) del "malore attivo" di quel poveraccio. Se qualcuno che fa parte di una squadra si permette di accoppare una persona e il suo capo lo copre invece di denunciarlo, per me quel capo non è un eroe. Nemmeno un criminale, probabilmente: è un uomo, con tutte le sue debolezze; un uomo giovane (morì a 34 anni, un'età alla quale, oggi, gli uomini li chiamiamo ancora "ragazzi", errore esiziale). Ricopriva un ruolo e aveva una responsabilità che, in tempi duri come quelli, non erano davvero un fardello facile da portare; è comprensibile, non giustificabile, che abbia omesso di fare luce. E per questo non mi sono mai permesso di giudicarlo, ma mi guardo anche bene dall'approvarlo. Capisco poi che tra colleghi determinati a vendicarlo e interessi inconfessabili di apparati dello stato si sia imbastito un processo pasticciato con lo scopo non di mettere i colpevoli con le spalle al muro, ma di incastrare quelli che si riteneva a priori essere i colpevoli. Di cui probabilmente qualcuno lo è davvero, ma certo con trovate geniali del tipo "il testimone riferisce di aver visto di spalle una donna guidare, e questo è compatibile con il fatto che l'autista fosse Marino, i cui folti baffi possono facilmente essere scambiati per una chioma femminile"; oppure "l'abilità alla guida" di quello dei tre che abitava a Lucca e non ricordo chi fosse, e che aveva fior di testimoni (tra cui un vigile urbano) che erano sicuri di averci parlato proprio a Lucca, in un bar, poco più di un'ora dopo il fattaccio, manco avesse avuto la batmobile... Certo, in questo pastrocchio ogni speranza di arrivare alla verità vera è naufragata da parecchi decenni. Insomma, credo che il buon Adriano dovrebbe trovare meno spazio sui giornali e avere il buon gusto di imporsi precetti di riservatezza, date le nubi che si addensano sul suo passato. Però non credo che allora, come anche oggi, le ragioni fossero tutte da una parte sola. Anzi, secondo me di ragioni proprio non ce n'erano, c'erano solo torti, come sempre avviene quando la gente muore, e questi - come i morti - mi sembrano piuttosto ben distribuiti tra tutte le parti in causa. Il che non vuol dire che non si debba, ancora oggi, cercare la verità. Non che nutra qualche speranza che alla fine salti fuori, ma certe cose vanno fatte comunque, anche se di speranza non ce n'è più.

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