Una volta bestemmiare significava imprecare contro Dio, ma oggi non più. Dio nel mondo non ha più niente da dire, come collante che tiene insieme un popolo. In determinati ambienti, anzi, fa anche fighetto esibire un certo ateismo militante, che non scandalizza più nessuno. Ma come si fa, allora, a tirare un bel bestemmione liberatorio, alla maniera contadina dei nostri nonni?
Per potere si può, anche se di solito non è per niente liberatorio, e anzi conduce a discussioni noiosissime e interminabili: basta prendersela con le privatizzazioni, con l’energia nucleare, buttare là che si è contro i finanziamenti pubblici alla scuola privata; insomma, tirare un sasso a una delle tante vacche sacre dell’economia di mercato, e lo scandalo è assicurato. Perché è il mercato oggi, o meglio ancora il capitalismo trionfante, il vero elemento unificante delle nostre società.
L’economia di mercato ha generato un pensiero unico ormai egemone ed esprimersi contro di esso produce sulla maggior parte della gente lo stesso effetto che il bestemmione di mio nonno contadino faceva ai bravi borghesi timorati di Dio.
Sarà capitato a tutti, fuorché ai pasdaran del neoliberismo, di sostenere una posizione eterodossa dal punto di vista dell’economia di mercato: essere contrari ad una particolare privatizzazione, come per esempio quella dei servizi idrici; invocare restrizioni contro l’urbanizzazione selvaggia delle coste e delle aree protette; opporsi al finanziamento pubblico delle scuole private, e così via. Ancora una decina di anni fa, posizioni di questo tipo avevano non solo diritto di cittadinanza, ma erano probabilmente anche maggioritarie; oggi sostenerle non dico in un dibattito, ma anche la sera a cena in compagnia, magari, di qualche amico di quella tipologia “illuminati di sinistra” che tutti annoveriamo tra le nostre conoscenze, mette in difficoltà. O almeno mette in difficoltà me, perché mi pare che questa gente abbia un grado di accettazione delle opinioni altrui inversamente proporzionale alla sicumera con cui butta là le proprie; che di solito non hanno niente di originale e sono prodotte in fotocopia (ne senti uno e li hai sentiti tutti) a partire da certi presupposti del tutto indimostrabili come sempre sono i presupposti, e quindi non migliori dei miei, ma che – a differenza dei miei - hanno avuto l’imprimatur da legioni di opinionisti, politici d’accatto, pensatori da bar e filosofi da piazzetta Italia, e si sa, lo disse Goebbels, una menzogna ripetuta mille volte alla fine diventa vera.
Hai voglia tu a sgolarti, a sventolargli davanti evidenze macroscopiche e incontestabili: desertificazione, crescente scarsità di acqua potabile, rivolgimenti climatici, guerre carestie epidemie, crollo spaventoso del potere d’acquisto delle classi medie dei paesi sviluppati, crisi alimentari, invasioni marziane, collisioni con meteoriti, le cavallette… E’ inutile, perché al momento di dire “è ora di fare qualcosa” l’interlocutore, di solito, non ti lascia nemmeno finire la frase e spalanca gli occhi, trattiene il fiato scandalizzato, e subito replica “sì, ma… l’economia di mercato…”; questo se è educato, sennò ti aggredisce direttamente e ti bolla come catastrofista. Su cosa basi lui la sua fiducia nel fatto che il peggio non accadrà, non è dato sapere: semplicemente, va accettato in quanto opinione prevalente. E quindi fede, superstizione, perché come altro volete chiamare la convinzione incrollabile di chi non tiene nel minimo conto il pare delle poche persone che sono in grado dire qualcosa, e cioè degli scienziati?
E’ per questo che mi sono tanto simpatici i bestemmiatori: non i bestemmiatori di Dio, che avevano una funzione positiva qualche secolo fa, ma oggi sono solo volgari; quello che mi piace è il bestemmiatore eterno, l’ur-bestemmiatore, quello capace di alzarsi in piedi davanti a una folla oceanica adorante qualche idolo di cartapesta e dire a tutti “signori, state facendo una colossale cazzata”, qualsiasi sia il feticcio oggetto di adorazione in quel momento: il Dio degli eserciti, l’Uomo della Provvidenza, il vitello d’oro, il denaro, il potere, la gnocca…
Bestemmiò Pasolini, quando prese le difese dei poliziotti – proletari veri – di fronte alla folla conformista degli studenti marxisti mantenuti da papà; bestemmiò Giordano Bruno, rivendicando la libertà di usare la ragione anche di fronte ai dogmi di fede; bestemmiò Galileo, che poi fu costretto a ritrattare; bestemmiò Gandhi, liberatore di un popolo senza aver sparato un solo colpo di fucile. E’ dove si bestemmia che sta la vita e la novità, non nei salotti autocelebrativi del pensiero dominante. E’ la bestemmia l’arte da coltivare: ognuno secondo il suo talento, ognuno secondo il suo coraggio, e però bestemmiate, gente! Bestemmiate!
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
martedì 29 luglio 2008
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La mia "bestemmia" è questa: diamo retta al topo e andiamo a coltivar la terra tu sai dove??
RispondiEliminaPensaci, Gattopuzzo, pensaci.
;-)