Dice Kant che dimostrare l’esistenza di Dio non è possibile, ma di Dio non si può fare a meno, perché è un’idea necessaria dell’uomo.
Ho sempre trovato meravigliosa questa considerazione, e credo che si possa usare lo stesso metro per capire come l’umanità abbia sempre avuto bisogno di eroi; molti ritengono che questo sia un tratto estremamente negativo, e probabilmente hanno ragione: l’eroe rimanda sempre a una visione disuguale e asimmetrica, in cui l’uomo e la donna comuni non hanno capacità sufficienti a cavarsi da soli d’impaccio, e quindi deve intervenire l’eroe, l’uccisore di draghi, l’Uomo della Provvidenza. Che poi, se andassimo a vedere nel dettaglio quello che hanno combinato in termini di massacri i vari uomini della provvidenza, da Alessandro magno al pelato mascellluto di casa nostra passando per Napoleon, non ci resterebbe altro da fare che dare ragione a quello che esclamò “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi!”; lui magari intendeva un’altra cosa, ma io ci aggiungerei che quel popolo non solo ha avuto una sfiga tale da doversi trovare un eroe per venirne a capo, ma a quella se ne è poi aggiunta un’altra, che è proprio l’eroe, figura ingombrante che di solito non scompare dopo aver pestato i cattivi, e anzi finisce per trasformarsi in una calamità peggiore della sfiga che lo ha reso necessario.
Detto questo, riconosco che l’umanità che non ha bisogno di eroi è molto di là da venire, e che essa presupporrebbe una responsabilizzazione dei singoli individui così radicale da diventare utopica, e quindi pericolosa, come la Storia ha purtroppo dimostrato essere quasi tutte le utopie radicali.
A questa umanità bambina anche quando è decrepita e che ha bisogno di un Padre, le democrazie borghesi hanno apparecchiato per un paio di secoli una bella favola con buoni e cattivi, dove tra i cattivi troviamo ovviamente Hitler, i sudisti che volevano perpetuare la schiavitù dei neri, i comunisti mangiabambini e diverse altre figure caricaturali. Tra i buoni, ovviamente, padri fondatori del calibro di Gorge Washington e Abramo Lincoln, o il presidente Franklin Delano Roosevelt, dall’altra parte dell’Atlantico; Giuseppe Mazzini, Garibaldi, Winston Churchill sulle nostre sponde. Sul palcoscenico del resto del mondo non sembra si siano esibiti attori tali da meritare il titolo di eroe, con qualche meritevole eccezione, tipo Gandhi, Mandela e pochi altri.
E’ ovvio che si tratta di una rappresentazione polarizzata ed edulcorata della realtà, che non regge ad un’analisi storica non dico approfondita, ma semplicemente seria e onesta; e tuttavia, essendo di tale analisi del tutto incapace la quasi totalità dei cittadini del mondo, e in particolare dell’Occidente, che preferiscono rappresentazioni mitiche ed eroiche in cui potersi ammantare di cappe immacolate, è una rappresentazione che ha quanto meno il pregio di indicare dei modelli fondamentalmente positivi, nel senso che erge al rango di Padri personaggi che, bene o male, qualche cosa per migliorare il mondo che hanno trovato l’hanno anche fatta; spesso del tutto involontariamente, nell’atto di perseguire i propri interessi, questo sì, ma comunque l’hanno fatta.
Poi, chi vuole uscire dalla caverna di Platone e liberarsi dei falsi miti, può incamminarsi su una strada impervia e solitaria battuta finora da poche intelligenze intrepide, come Keynes per esempio, e raggiungere quella consapevolezza che non è distacco, e però consente un giudizio più obiettivo, benché sofferto, sulle debolezze dei Padri e sulle ragioni del Nemico, che spesso qualcuna ne aveva, o più di una; ma farà bene a tenere per sé quello che apprenderà, in un mondo che non ne vuole sapere di misurarsi con la propria stessa costituzionale complessità.
Ora, però, vedo la favola della democrazia messa sotto accusa non da persone che hanno stracciato il velo della retorica per guardare meglio quello che c’è sotto, ma piuttosto da fanatici che alla democrazia vorrebbero sostituire qualcos’altro, e non qualcosa di nuovo, ma orrori già visti: identità nazionali definite con nient’altro che la contrapposizione ad altri popoli (ovviamente più poveri e fragili), la chiamata alle armi in nome di valori che sono in realtà beceri interessi di parte, la demolizione di qualsiasi coscienza civile condivisa a tutto vantaggio di un individualismo che, praticato da un gregge di persone inconsapevoli e stolide (pecore anarchiche, diceva Montanelli), può produrre solo conformismo e obbedienza a suonatori di piffero. Vedo anche la demolizione delle statue dei Padri: si critica Roosevelt, e addirittura quel suo New Deal che pure portò l’America e il mondo fuori dalla tremenda recessione innescatasi con la crisi del 1929 e addebitabile certo alla mancanza di regole, e non all’eccesso di regolamentazione dei mercati; in nome dell’ideologia mercatista e dei furori animali, questi fatti incontrovertibili vengono sovvertiti e si dà addosso a chi si è reso colpevole di leso mercato, cercando di imbrigliare la belva.
Su Garibaldi e Mazzini stendiamo un velo pietoso, visto che abbiamo al governo gente che si vanta di fare un uso certo igienico, ma molto poco ortodosso della bandiera per cui lottarono tanto; e Garibaldi è già stato derubricato da molti a guitto dei due mondi, avventuriero senza scrupoli e con poco sale in zucca.
Meglio tacere anche dei revisionisti all’amatriciana che equiparano Salò alla Resistenza, in attesa di poter finalmente affermare che i Giusti erano quelli che stavano in riga al Garda, e non chi combattè con gli alleati.
Ci sarebbero decine di altri esempi, ma per arrivare alle logiche conclusioni del discorso questi bastano e avanzano: una furia cieca sta travolgendo le nostre società; è immemore e bestiale, ha il senso critico di uno tsunami, di un terremoto, e come un cataclisma naturale avanza devastando quanto incontra, senza discernere: valori faticosamente costruiti e un tempo condivisi, come l’onestà, la voglia di lavorare e sacrificarsi per un obiettivo comune, la solidarietà, l’umana pietà; delicate architetture democratiche fatte di poteri e contropoteri a bilanciamento, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario messi l’uno a guardia dell’altro e ora investiti dalla piena della ‘gnoranza montante, cieca sbuffante e obnubilata, che mai capirà la complessità di questo equilibrio e quindi, semplicemente, lo travolgerà, a tutto vantaggio del pifferaio di cui sopra.
Insomma: tutti i capisaldi, i baluardi che i nostri padri - magari con la p minuscola, ma certo resi saggi dalle sofferenze -, avevano eretto per difendere le nostre società da noi stessi e dalla nostra furia belluina, stanno crollando, uno dopo l’altro, nell’indifferenza generale e tra qualche applauso, come di chi veda finalmente demolire una selva di monumenti antichissimi e ingombranti a divinità tanto remote da essersi definitivamente perduta ogni eco della fede in loro. E’ così, mi pare, che “la ggente” sta assistendo alla devastazione della nostra storia condivisa in nome del diritto inalienabile a non avere rotture di coglioni, meno che mai di tipo etico o, peggio, intellettuale. La colpa, certo, è della “ggente”, presi uno per uno, quali singoli individui che non possono non essere responsabili delle proprie azioni; ma prima ancora, chi è che ha lasciato marcire la pianta preziosa che avrebbe dovuto invece accudire amorevolmente, e cioè quel germe di civiltà che, ad un certo punto della nostra storia, sembrava finalmente sul punto di sbocciare ed è invece appassito, forse per sempre? Chi è che ha soffocato tutte le voci non intonate, per mettere bene in chiaro che c’è un solo modo di stare al mondo, e non è quello di chi vorrebbe anteporre i valori umani e i diritti delle persone a quelli dei pochi e dei pifferai? Come Pasolini, siamo in tanti a sapere; a differenza di Pasolini, noi ormai abbiamo anche le prove. Solo che non servono più a niente, perché l’uccisione in culla di una società civile non è più considerata reato da tanto, ormai; e, ad esibirle, rischieremmo più che altro di essere accusati di disturbo della quiete pubblica. Anche stavolta: buona apocalisse a tutti!
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
domenica 6 luglio 2008
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