mercoledì 30 luglio 2008

La dignità fino alla fine

di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – novembre 2007


Quanti di noi hanno vissuto l’esperienza dolorosa della lenta fine di un proprio caro in là con gli anni? Possiamo irrazionalmente rimuovere o accettare più o meno serenamente l’ineluttabilità della fine, che comunque è cosa certa (quel che non ci è dato di sapere sono “il giorno e l’ora”, citando il Vangelo). Non possiamo dunque opporci né modificare il fatto che la morte concluda, prima o poi, la nostra esistenza. E’ però nelle nostre possibilità e, moralmente, nei nostri doveri, fare in modo che questa “conclusione” avvenga nel pieno rispetto della dignità della persona.
Non volendo neppure sfiorare la spinosa questione dell’eutanasia, né quanto concerne morti premature e pertanto ancor più dolorose ed inaccettabili, ci soffermiamo però su quello che a volte appare un accanimento terapeutico su corpi ormai molto anziani e dunque con scarse (per non dire nulle) capacità di ripresa.
Che cosa spinge a prolungare l’agonia di un corpo che è comunque arrivato alla fine della sua esistenza? Quali prospettive? Non la guarigione, certamente. E neppure la pietà: bisogna essere immuni da questo sentimento per sopportare che forzosamente resistano accasciati in letti asettici di asettiche stanze i corpi dolenti che pure sono appartenuti a persone vive, che hanno amato, parlato, riso, pianto, lavorato, procreato, sognato… ora costretti ad assistere alla loro stessa decadenza, cui la natura, se indisturbata, avrebbe posto repentina fine. Fine che arriverà comunque, dopo qualche mese di indicibile sofferenza fisica e morale di chi quegli asettici letti occupa, ma anche dei suoi cari, compagni di calvario.
L’asetticità è l’elemento simbolo di questa forzatura tanto in voga: l’anziano, sradicato dal proprio mondo fatto di piccole cose e di oggetti che coi loro ricordi lo rassicurano e gli fanno compagnia, pudico e riservato, poco incline ad aprirsi alle novità, si ritrova in un mondo a lui estraneo e del tutto asettico e sterile, anche sul piano affettivo ed emozionale.
E dunque perché ci si ostina a considerare le persone come macchine cui sostituire pezzi di ricambio per farle funzionare, senza una considerazione globale, comprensiva dei km percorsi e delle reali possibilità di rombare ancora? Perché confinarci in tristi garage sterili di batteri e di vita, dai quali non usciremo, si sa, perché ormai vecchi e pieni di malanni inguaribili, che speranza abbiamo di tornare a condurre la nostra vita fuori di lì? Perché non ci lasciano la dignità di morire da esseri umani? Perché ci condannano a mesi di agonia, noi e chi ci vuol bene costretto ad assisterci e ad assistere ad uno spettacolo pietoso: riusciranno a ricordarci come eravamo “prima”?, trasformati in larve che di umano non hanno più nulla ma che conservano tutta la capacità animale di provare dolore?
Nessun anziano muore più a casa sua. E nessun anziano arrivato alla fine della vita torna d’incanto a saltare e correre e chiacchierare e cantare. Semplicemente, a ciascuno viene prolungata la vita di tre, quattro mesi, tra sofferenze e tormenti indicibili.
E oltre all’insostenibile costo emotivo e morale, qual è il costo in denaro che la collettività, i contribuenti, devono sostenere per il perpetrarsi di questa crudeltà?
Finché c’è speranza, non bisogna abbandonare la lotta, mai. Ma quando siamo ormai molto vecchi ed irreparabilmente malandati e ci trasciniamo insieme con un’insostenibile stanchezza di vivere, la nostra speranza non dovrebbe essere soltanto quella di spegnerci in pace, circondati dall’amore dei nostri cari nella serenità della nostra casa, restituendo il corpo alla Natura e l’anima a Dio?

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