Signori, chapeau!
Don Paolo Farinella, prete e biblista della diocesi di Genova, ha scritto al Cardinal Bagnasco (suo vescovo, oltre che presidente della Conferenza Episcopale Italiana). La lettera mi è giunta da Cristiana, ma circola in rete da parecchi giorni. Parla di Puttanopoli e molto altro. E mostra come anche nella Chiesa italiana qualcuno con la schiena veramente diritta c'è ancora. E anch'io, agnostico e razionalista lontano mille miglia dal Cattolicesimo, mi sento in dovere di rendergli omaggio.
Lettera al Cardinal Bagnasco
di don PAOLO FARINELLA
Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di “frequentare minorenni”, dichiara che deve essere trattato “come un malato”, lo descrive come il “drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio”. Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la “verità” che è la nuda “realtà”. Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi “principi non negoziabili” e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono “per tutti”, cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi.
Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi “parlate per tutti”? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra a stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con “modelli televisivi” ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa?
Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita “dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale”? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché “anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa”. Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da “mammona iniquitatis”, si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che – è il caso di dirlo – è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: “troncare, sopire … sopire, troncare”.
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una “bagatella” per il cui perdono bastano “cinque Pater, Ave e Gloria”? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: “Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix” (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei “per interessi superiori”, lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di “emergenza educativa” che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei “modelli negativi della tv”. Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del “velinismo” o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: “Non licet”? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro “tacere” porta fortuna.
In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.
Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete
Per chi volesse sapere qualcosa di più su don Farinella (a me sconosciuto fino a pochi minuti fa): http://it.wordpress.com/tag/don-paolo-farinella/
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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martedì 7 luglio 2009
giovedì 16 aprile 2009
Lo sballo di un buon libro
di Cristiana Capagni – pubblicato da La Voce Democratica 10-16 aprile 2009
Periodicamente dal settore “libri” arriva il monito: non si legge abbastanza, soprattutto non leggono i bambini, non leggono gli adolescenti. A parte le eccezioni costituite da fortunate serie che diventano anche pellicole (la saga di Harry Potter o di Twilight, per esempio, ma anche libri di autori nostrani la cui complessità della trama non supera quella di uno spot pubblicitario, cosa che ne ha decretato il successo giovanile), in effetti, la carta stampata non copre posizioni di rilievo nella graduatoria delle occupazioni giovanili e di quelle dell’infanzia.
Sul perché ci si interroga da tempo, le motivazioni sono senz’altro più d’una.
Che la televisione abbia riempito molti, troppi spazi nel tempo libero dei bambini e dei ragazzi, ma anche delle famiglie, è senz’altro vero. Non è corretto demonizzarla in toto, bisogna ricordare l’importanza che ebbe nel processo di modernizzazione del nostro Paese contribuendo oltretutto a divulgare una lingua unica, tuttavia oggi non si ravvede la necessità di trascorrervi passivamente davanti ore ed ore ogni giorno, soprattutto considerata la scarsa qualità media dei programmi e dei messaggi (dis)educativi da essi inviati.
Il computer ha occupato altri spazi, alcuni di essi rubandoli alla tivù, e anche lui se ne è presi decisamente troppi. Molti adolescenti vivono attraverso il computer, illudendosi che esso sia in grado di filtrare le goffaggini adolescenziali e la paura di mettersi in relazione con altri esseri umani, affidando alla rete il compito di permettere di comunicare, di informare, di divertire, ma senza che essa possa insegnare la capacità critica, la capacità di sognare, fantasticare, attendere. La necessità di avere tutto subito, di dirsi tutto subito, di sapere tutto subito, sta facendo sì che gli adolescenti parlino un linguaggio povero ed elementare, utilizzando nella lingua scritta delle contrazioni e delle crasi che fanno somigliare le frasi ad aridi codici fiscali .
Eppure tutto questo non è sufficiente a spiegare un dato sconcertante: almeno tre milioni di studenti italiani delle elementari, medie e superiori non leggono libri al di fuori dei testi scolastici.
Le statistiche ci informano di dati piuttosto ovvi: solitamente i figli di genitori che hanno un elevato grado di istruzione leggono di più, così come il numero di piccoli e giovani lettori è maggiore al nord che non al sud.
Come incrementare la percentuale di giovani lettori? Il buon esempio, come suggerisce il dato relativo all’influenza dell’ambiente familiare, dovrebbe essere la prima mossa: se in casa si amano i libri, se fin da piccoli i bambini saranno abituati a sfogliarne le pagine e ad ascoltare adulti che leggono loro delle storie, se i genitori leggono con piacere, già siamo ben oltre la metà dell’opera. E quelle case dove la libreria è un mobile poco apprezzato, utilizzato per lo più per ninnoli e centrini di pizzo? Per colmare la lacuna educativa di chi vive contesti familiari poco inclini a suscitare simpatia per i libri, subentra la scuola, che se riesce a trasmettere almeno una scintilla di sana curiosità per il mondo letterario, può generare il benefico incendio dell’amore per la cultura.
In che modo la scuola debba trovare le giuste parole ed il giusto approccio al fine di far appassionare gli studenti alla lettura, è un dibattito tutt’ora in corso. E’ meglio prendere in considerazione le espressioni di letteratura per così dire “minore” scegliendo fra qualche best seller in voga tra i ragazzi, libri scritti con triste semplicità sintattica soggetto-complemento-verbo, che parlano un linguaggio comune a molti adolescenti che probabilmente non riuscirebbero ad intenderne uno più fiorito, oppure si può tentare l’impresa di accostare i giovani studenti a ricchi e validi esempi di letteratura lasciando che scoprano la sua profonda bellezza, la capacità di incantare e di estraniarsi totalmente da ciò che è intorno? Si può innalzare il livello di qualità di ciò che viene letto o è più importante incrementare la percentuale di chi legge, a prescindere da cosa?
Si può dimostrare a tanti ragazzi che la lettura di un buon libro consente al nostro cervello dei trip che nessuna pasticca potrà mai regalare?
Periodicamente dal settore “libri” arriva il monito: non si legge abbastanza, soprattutto non leggono i bambini, non leggono gli adolescenti. A parte le eccezioni costituite da fortunate serie che diventano anche pellicole (la saga di Harry Potter o di Twilight, per esempio, ma anche libri di autori nostrani la cui complessità della trama non supera quella di uno spot pubblicitario, cosa che ne ha decretato il successo giovanile), in effetti, la carta stampata non copre posizioni di rilievo nella graduatoria delle occupazioni giovanili e di quelle dell’infanzia.
Sul perché ci si interroga da tempo, le motivazioni sono senz’altro più d’una.
Che la televisione abbia riempito molti, troppi spazi nel tempo libero dei bambini e dei ragazzi, ma anche delle famiglie, è senz’altro vero. Non è corretto demonizzarla in toto, bisogna ricordare l’importanza che ebbe nel processo di modernizzazione del nostro Paese contribuendo oltretutto a divulgare una lingua unica, tuttavia oggi non si ravvede la necessità di trascorrervi passivamente davanti ore ed ore ogni giorno, soprattutto considerata la scarsa qualità media dei programmi e dei messaggi (dis)educativi da essi inviati.
Il computer ha occupato altri spazi, alcuni di essi rubandoli alla tivù, e anche lui se ne è presi decisamente troppi. Molti adolescenti vivono attraverso il computer, illudendosi che esso sia in grado di filtrare le goffaggini adolescenziali e la paura di mettersi in relazione con altri esseri umani, affidando alla rete il compito di permettere di comunicare, di informare, di divertire, ma senza che essa possa insegnare la capacità critica, la capacità di sognare, fantasticare, attendere. La necessità di avere tutto subito, di dirsi tutto subito, di sapere tutto subito, sta facendo sì che gli adolescenti parlino un linguaggio povero ed elementare, utilizzando nella lingua scritta delle contrazioni e delle crasi che fanno somigliare le frasi ad aridi codici fiscali .
Eppure tutto questo non è sufficiente a spiegare un dato sconcertante: almeno tre milioni di studenti italiani delle elementari, medie e superiori non leggono libri al di fuori dei testi scolastici.
Le statistiche ci informano di dati piuttosto ovvi: solitamente i figli di genitori che hanno un elevato grado di istruzione leggono di più, così come il numero di piccoli e giovani lettori è maggiore al nord che non al sud.
Come incrementare la percentuale di giovani lettori? Il buon esempio, come suggerisce il dato relativo all’influenza dell’ambiente familiare, dovrebbe essere la prima mossa: se in casa si amano i libri, se fin da piccoli i bambini saranno abituati a sfogliarne le pagine e ad ascoltare adulti che leggono loro delle storie, se i genitori leggono con piacere, già siamo ben oltre la metà dell’opera. E quelle case dove la libreria è un mobile poco apprezzato, utilizzato per lo più per ninnoli e centrini di pizzo? Per colmare la lacuna educativa di chi vive contesti familiari poco inclini a suscitare simpatia per i libri, subentra la scuola, che se riesce a trasmettere almeno una scintilla di sana curiosità per il mondo letterario, può generare il benefico incendio dell’amore per la cultura.
In che modo la scuola debba trovare le giuste parole ed il giusto approccio al fine di far appassionare gli studenti alla lettura, è un dibattito tutt’ora in corso. E’ meglio prendere in considerazione le espressioni di letteratura per così dire “minore” scegliendo fra qualche best seller in voga tra i ragazzi, libri scritti con triste semplicità sintattica soggetto-complemento-verbo, che parlano un linguaggio comune a molti adolescenti che probabilmente non riuscirebbero ad intenderne uno più fiorito, oppure si può tentare l’impresa di accostare i giovani studenti a ricchi e validi esempi di letteratura lasciando che scoprano la sua profonda bellezza, la capacità di incantare e di estraniarsi totalmente da ciò che è intorno? Si può innalzare il livello di qualità di ciò che viene letto o è più importante incrementare la percentuale di chi legge, a prescindere da cosa?
Si può dimostrare a tanti ragazzi che la lettura di un buon libro consente al nostro cervello dei trip che nessuna pasticca potrà mai regalare?
domenica 15 febbraio 2009
Immigrazione e sicurezza
L’immigrato stava lì, per terra, ubriaco, gridando nella sua incomprensibile lingua. La gente guardava, ma da lontano, perché la paura fa più della curiosità. Dalla volante della polizia scesero due agenti. Uno, che somigliava un po’ al tipo per terra, si avvicinò e gli rivolse alcune parole, il cui suono parve avere un immediato potere calmante e rassicurante. Poi l’immigrato rispose. Parlavano nella stessa lingua. Come mai non ci pensa nessuno? Sarebbe una soluzione a parte della microcriminalità legata ai problemi dell’immigrazione. Quando un essere vivente - vale dunque anche per gli umani - si sente in pericolo, può reagire attaccando. Molto spesso le persone che arrivano qui da noi da Paesi lontani, lo fanno attraverso difficoltà e pericoli che noi non riusciamo neppure ad immaginare. Sono anche molto spaventati. L’incomprensione della lingua, delle regole e delle abitudini di un posto dove si è sognata una vita migliore ma che appare realisticamente ostile, possono avere come esito comportamenti del tutto inaccettabili. Negli Stati Uniti, che nel nostro Paese di solito vengono citati ad esempio e modello solo per ciò che fa comodo ad alcuni (prevalentemente dunque riguardo agli aspetti deteriori), tale soluzione venne intelligentemente adottata già prima dell’alba del secolo scorso, quando nelle grandi città il flusso d’immigrazione era imponente. L’integrazione passò dunque anche attraverso il corpo di polizia, in cui il famoso Giuseppe “Joe” Petrosino fu il primo di tanti. I poliziotti erano allora per lo più di origine irlandese ed il problema dell’impossibilità di comunicare con le moltitudini di emigranti provenienti dall’Italia – gente povera, totalmente spaesata, costretta a lottare per sopravvivere ammassata nei ghetti in condizioni disumane e che nutriva un’atavica sfiducia nell’autorità – moltiplicava i problemi di ordine pubblico favorendo inoltre la radicazione delle organizzazioni criminali. Ma da Petrosino in poi, la polizia ebbe una potente arma in più, poiché aveva iniziato a parlare la stessa lingua e a comprendere abilmente la mentalità di quelle organizzazioni che avevano preso il controllo di parte del territorio. L’immigrazione è un dato di fatto, inutile contestarla. Molto più maturo adeguarsi.
giovedì 4 dicembre 2008
Non rompeteci le bolle!
di Cristiana Capagni – pubblicato su La Voce Democratica 7-13 novembre 2008
Notoriamente la comunicazione avviene attraverso diverse modalità, non necessariamente linguistiche: ciascun essere vivente può assumere atteggiamenti estremamente eloquenti ed esprimere chiaramente il proprio stato d’animo attraverso i gesti, la postura, il modo di occupare o gestire lo spazio fisico che lo circonda.
Ogni essere ha un proprio spazio, che gli studiosi di semiologia definiscono zona prossemica, comunemente detta anche “bolla”, che si estende al di là del volume occupato dal proprio corpo.
Tra gli esseri umani la distanza interpersonale fisica è strettamente correlata alla distanza sociale: studi antropologici hanno determinato che esistono quattro zone prossemiche, quattro bolle la cui grandezza è inversamente proporzionale al grado di intimità con gli altri. Naturalmente la grandezza di queste bolle subisce l’influenza di fattori esterni quali cultura, nazionalità, sesso, ecc.
Le quattro bolle definite e misurate dagli studi sono le seguenti: la prima, la più piccola, è quella dello spazio intimo, riservato a partner o figli, e ha approssimativamente un’ampiezza tra gli zero e i 45 cm; la seconda, un po’ più estesa, è lo spazio che accettiamo di condividere con gli amici e va dai 45 ai 120 cm circa; la terza bolla, che va dai 120 cm ai tre metri e mezzo, è quella relativa ai conoscenti; infine la quarta, la più ampia, va oltre i tre metri e mezzo ed è la bolla della distanza pubblica.
L’esistenza di queste bolle è rivelata dall’imbarazzo o dal fastidio che solitamente si prova dovendo subire una forzosa distanza ravvicinata, ad esempio in ascensore con degli estranei o se uno sconosciuto entra in un imprevisto contatto fisico.
Pertanto, si presume che ciascuno dovrebbe sentirsi a proprio agio collocandosi in modo tale che le varie distanze vengano rispettate.
Ecco perché sfugge alla comprensione di chi scrive il motivo che spinge alcuni esseri umani ad infrangere questa meravigliosa teoria delle bolle: perché mai su una spiaggia spaziosa e assai poco gremita la comitiva chiassosa e maleducata scelga di accamparsi proprio accanto all’ombrellone sotto il quale oziano silenziosi e tranquilli villeggianti immersi nella lettura; perché in un cinema semideserto la coppia di amiche che commenterà ad alta voce l’intera pellicola come se si trovasse nel salotto di casa, decida di sedersi in prossimità di posti già occupati; perché quando ci si mette in fila le probabilità di trovare alle proprie spalle qualcuno che imporrà il contatto fisico spingendo o appoggiandosi siano altissime.
La natura umana rimane un mistero insondabile…
Notoriamente la comunicazione avviene attraverso diverse modalità, non necessariamente linguistiche: ciascun essere vivente può assumere atteggiamenti estremamente eloquenti ed esprimere chiaramente il proprio stato d’animo attraverso i gesti, la postura, il modo di occupare o gestire lo spazio fisico che lo circonda.
Ogni essere ha un proprio spazio, che gli studiosi di semiologia definiscono zona prossemica, comunemente detta anche “bolla”, che si estende al di là del volume occupato dal proprio corpo.
Tra gli esseri umani la distanza interpersonale fisica è strettamente correlata alla distanza sociale: studi antropologici hanno determinato che esistono quattro zone prossemiche, quattro bolle la cui grandezza è inversamente proporzionale al grado di intimità con gli altri. Naturalmente la grandezza di queste bolle subisce l’influenza di fattori esterni quali cultura, nazionalità, sesso, ecc.
Le quattro bolle definite e misurate dagli studi sono le seguenti: la prima, la più piccola, è quella dello spazio intimo, riservato a partner o figli, e ha approssimativamente un’ampiezza tra gli zero e i 45 cm; la seconda, un po’ più estesa, è lo spazio che accettiamo di condividere con gli amici e va dai 45 ai 120 cm circa; la terza bolla, che va dai 120 cm ai tre metri e mezzo, è quella relativa ai conoscenti; infine la quarta, la più ampia, va oltre i tre metri e mezzo ed è la bolla della distanza pubblica.
L’esistenza di queste bolle è rivelata dall’imbarazzo o dal fastidio che solitamente si prova dovendo subire una forzosa distanza ravvicinata, ad esempio in ascensore con degli estranei o se uno sconosciuto entra in un imprevisto contatto fisico.
Pertanto, si presume che ciascuno dovrebbe sentirsi a proprio agio collocandosi in modo tale che le varie distanze vengano rispettate.
Ecco perché sfugge alla comprensione di chi scrive il motivo che spinge alcuni esseri umani ad infrangere questa meravigliosa teoria delle bolle: perché mai su una spiaggia spaziosa e assai poco gremita la comitiva chiassosa e maleducata scelga di accamparsi proprio accanto all’ombrellone sotto il quale oziano silenziosi e tranquilli villeggianti immersi nella lettura; perché in un cinema semideserto la coppia di amiche che commenterà ad alta voce l’intera pellicola come se si trovasse nel salotto di casa, decida di sedersi in prossimità di posti già occupati; perché quando ci si mette in fila le probabilità di trovare alle proprie spalle qualcuno che imporrà il contatto fisico spingendo o appoggiandosi siano altissime.
La natura umana rimane un mistero insondabile…
giovedì 13 novembre 2008
La spia dell’istruzione
di Cristiana Capagni
Un buon criterio per valutare il livello di civiltà di una nazione è verificare se e quanta attenzione istituzioni e cittadini dedicano a sanità ed istruzione. Un’altra spia è il trattamento degli animali e leggi a loro tutela e salvaguardia.
Nonostante la sanità nel nostro Paese venga assai spesso criticata e a dispetto dei casi eclatanti di malasanità, dobbiamo tuttavia riconoscere che nel suo insieme funziona. Con ampi margini di ‘migliorabilità’, ma funziona.
Non può dirsi esattamente la stessa cosa per quanto riguarda il trattamento degli animali.
Anche per loro, come per i malati, molto ci si appoggia allo straordinario operato dei volontari.
Per quel che riguarda invece l’istruzione, bersagliata dai tagli ai bilanci, il discorso è ancor meno roseo.
La diserzione scolastica nel nostro Paese è una realtà - secondo alcune fonti in costante aumento - intollerabile sotto il profilo etico e morale ma anche dal punto di vista pratico: non potendo contare su preparazione e cultura, qual è il futuro che attende il nostro Paese?
Se un certo potere può auspicare la proliferazione di una massa incapace di essere critica, nel complesso il costo sociale dell’abbandono scolastico è altissimo e si paga anche – non solo – in termini di criminalità.
Invogliare allo studio non può prescindere da alcune elementari regole, prima fra tutte che il conseguimento di un diploma abbia effettivamente valore. Perché ciò avvenga, la selezione deve essere piuttosto rigida: i cosiddetti diplomifici hanno avuto come unica conseguenza quella di abbassare il valore del diploma conseguito. Ciò ha due risvolti: la necessità di ottenere un numero sempre maggiore di riconoscimenti (master, specializzazioni) nella speranza di essere competitivi da una parte, e il depauperamento della qualità di quanto appreso durante la formazione scolastica dall’altra. Uno studio piuttosto recente evidenziava come il livello qualitativo di un diploma di maturità conseguito attualmente corrispondesse a quello di un diploma di scuola media inferiore degli anni ‘Settanta.
Ma per invogliare allo studio occorre anche che esso abbia dei costi sostenibili per le famiglie. In un Paese civile e moderno, almeno la scuola dell’obbligo dovrebbe essere gratuita. Non è così in Italia, dove ciascuno studente al suo ingresso alla scuola media, soltanto per i libri, costerà alla propria famiglia mediamente trecento euro, che diventano cinquecento al liceo. Non c’è dunque da meravigliarsi se nelle fasce non troppo agiate della popolazione l’abbandono scolastico è così frequente.
Eppure la cultura è fondamentale alla formazione di individui coscienti e responsabili, il ragionamento difende le persone dal diventare facilmente manipolabili, la conoscenza consente di non cadere facili prede di assurdi slogan e di pericolosi comportamenti; motivo per cui una nazione che aspira ad un futuro florido dovrebbe avere tra le sue priorità la formazione culturale delle nuove generazioni, indipendentemente dal fatto che non possiamo diventare tutti avvocati o tutti medici. Forse alcuni si domanderanno perché mai un futuro meccanico dovrebbe discettare di Platone: è a costoro che vorremmo ricordare quanto la cultura aiuti ad aprire la mente. E la mente, come ebbe a dire Einstein, è come un paracadute: funziona solo se si apre.
Un buon criterio per valutare il livello di civiltà di una nazione è verificare se e quanta attenzione istituzioni e cittadini dedicano a sanità ed istruzione. Un’altra spia è il trattamento degli animali e leggi a loro tutela e salvaguardia.
Nonostante la sanità nel nostro Paese venga assai spesso criticata e a dispetto dei casi eclatanti di malasanità, dobbiamo tuttavia riconoscere che nel suo insieme funziona. Con ampi margini di ‘migliorabilità’, ma funziona.
Non può dirsi esattamente la stessa cosa per quanto riguarda il trattamento degli animali.
Anche per loro, come per i malati, molto ci si appoggia allo straordinario operato dei volontari.
Per quel che riguarda invece l’istruzione, bersagliata dai tagli ai bilanci, il discorso è ancor meno roseo.
La diserzione scolastica nel nostro Paese è una realtà - secondo alcune fonti in costante aumento - intollerabile sotto il profilo etico e morale ma anche dal punto di vista pratico: non potendo contare su preparazione e cultura, qual è il futuro che attende il nostro Paese?
Se un certo potere può auspicare la proliferazione di una massa incapace di essere critica, nel complesso il costo sociale dell’abbandono scolastico è altissimo e si paga anche – non solo – in termini di criminalità.
Invogliare allo studio non può prescindere da alcune elementari regole, prima fra tutte che il conseguimento di un diploma abbia effettivamente valore. Perché ciò avvenga, la selezione deve essere piuttosto rigida: i cosiddetti diplomifici hanno avuto come unica conseguenza quella di abbassare il valore del diploma conseguito. Ciò ha due risvolti: la necessità di ottenere un numero sempre maggiore di riconoscimenti (master, specializzazioni) nella speranza di essere competitivi da una parte, e il depauperamento della qualità di quanto appreso durante la formazione scolastica dall’altra. Uno studio piuttosto recente evidenziava come il livello qualitativo di un diploma di maturità conseguito attualmente corrispondesse a quello di un diploma di scuola media inferiore degli anni ‘Settanta.
Ma per invogliare allo studio occorre anche che esso abbia dei costi sostenibili per le famiglie. In un Paese civile e moderno, almeno la scuola dell’obbligo dovrebbe essere gratuita. Non è così in Italia, dove ciascuno studente al suo ingresso alla scuola media, soltanto per i libri, costerà alla propria famiglia mediamente trecento euro, che diventano cinquecento al liceo. Non c’è dunque da meravigliarsi se nelle fasce non troppo agiate della popolazione l’abbandono scolastico è così frequente.
Eppure la cultura è fondamentale alla formazione di individui coscienti e responsabili, il ragionamento difende le persone dal diventare facilmente manipolabili, la conoscenza consente di non cadere facili prede di assurdi slogan e di pericolosi comportamenti; motivo per cui una nazione che aspira ad un futuro florido dovrebbe avere tra le sue priorità la formazione culturale delle nuove generazioni, indipendentemente dal fatto che non possiamo diventare tutti avvocati o tutti medici. Forse alcuni si domanderanno perché mai un futuro meccanico dovrebbe discettare di Platone: è a costoro che vorremmo ricordare quanto la cultura aiuti ad aprire la mente. E la mente, come ebbe a dire Einstein, è come un paracadute: funziona solo se si apre.
martedì 14 ottobre 2008
Donne, uomini e parità di diritti
di Cristiana Capagni – pubblicato su La Voce Democratica – Giugno 2007
Chi ha combattuto le battaglie per la parità dei diritti fra uomo e donna probabilmente è consapevole del fatto che molto, moltissimo è stato fatto ma che ancora parecchio rimane da fare.
Tra l’altro è una questione che non può avere confini: bisogna impegnarsi perché gli esseri umani siano considerati tali senza alcuna distinzione in qualsiasi zona di mondo.
Ciononostante è innegabile che le donne occidentali hanno conquistato un livello di emancipazione decisamente più elevato rispetto ad alcune realtà di contesti culturali differenti.
Rimane il fatto che la questione è scarsamente considerata dalle nuove generazioni. In effetti, molte giovani donne non sentono il problema sulla propria pelle e sono convinte che il tema non riguardi le donne occidentali. Questo significa che a livello generale la guardia è stata abbassata, e questo non bisogna mai farlo, è molto pericoloso.
Ciò detto e sottolineato, mi domando se quando affrontiamo tali temi non siamo colpevoli di superficialità nei confronti dell’altro sesso, quello cui affibbiamo l’etichetta di brutale e che forse dovremo considerare con maggior attenzione senza fermarci alle apparenze. Prima di tutto, migliorare la condizione femminile non può essere un’attività che si svolge entro compartimenti stagni: si deve agire contestualmente sulla condizione maschile. Che dall’esterno appare come una condizione “privilegiata”, di forza e di comando, tuttavia l’uomo che agisce tramite violenza fisica o psicologica nei confronti della donna sta esprimendo un suo disagio ed è su questo che andrebbe focalizzata un po’ di attenzione, perché se non si modifica il contesto nel quale il maschio cresce assorbendo valori errati, tutti gli sforzi per migliorare la condizione femminile saranno vani.
Non si tratta dunque (o almeno: non solo) di armare le donne perché siano in grado di difendersi dagli uomini, ma di far deporre le armi a quegli uomini che non sanno farne a meno, probabilmente perché solo dietro di esse si sentono al sicuro. Un atteggiamento aggressivo ha sempre come matrice una profonda insicurezza.
La maggior parte degli uomini però, se pure è vero che all’interno di ogni uomo è subdolamente in agguato un maschilista, non sono dei bruti che menano le mani. Dovremmo imparare a guardare ad essi come esseri umani: con le loro fragilità, i loro dubbi, le loro incertezze, le difficoltà enormi del trovarsi senza un punto di riferimento. Abituati fino a ieri ad avere modelli che non sono più validi oggi. In cerca di un equilibrio che è difficile trovare se continuiamo a sparar loro addosso, magari anche solo con una cerbottana.
Fra questi uomini, vi sono anche vittime. Padri separati ai quali vengono sottratti i figli, utilizzati come mera merce di scambio per ottenere un assegno di mantenimento più elevato.
Mariti che subiscono angherie sotto il ricatto “se divorzi ti rovino” e tanto si sa che è così, poiché a tutt’oggi il “coniuge debole” che viene tutelato è sempre la donna, nessun giudice verifica alcunché. Non è maschilismo anche questo? Perché si deve partire dall’assioma che la donna debba essere tutelata tout-court in caso di divorzio, riconoscendole dunque uno status di inferiorità? Non potrebbe darsi che sia l’uomo a dover essere tutelato? Eppure quanti casi si citano in giurisprudenza di ex mariti mantenuti dalle ex mogli?
Uomini che subiscono violenza fisica. No, non fa ridere. E’ drammatico. Perché proprio quei valori “di ieri”, quelli che oggi non riconosciamo più perché cristallizzavano la figura dell’uomo dominatore, ebbene sono proprio gli stessi che ci fanno ridere se è la moglie a picchiare il marito, che ci rimandano alle barzellette, che ci fanno archiviare la cosa con un “no, non è possibile”. Uomini che subiscono violenza psicologica. Anche qui, stentiamo a credere. Perché “l’uomo è il sesso forte”.
Eh no, se siamo tutti uguali, non esiste più un sesso forte né uno debole. Esistono esseri umani, cui vanno riconosciuti pari diritti e pari dignità. Caso per caso, se non costa troppo sforzo.
Chi ha combattuto le battaglie per la parità dei diritti fra uomo e donna probabilmente è consapevole del fatto che molto, moltissimo è stato fatto ma che ancora parecchio rimane da fare.
Tra l’altro è una questione che non può avere confini: bisogna impegnarsi perché gli esseri umani siano considerati tali senza alcuna distinzione in qualsiasi zona di mondo.
Ciononostante è innegabile che le donne occidentali hanno conquistato un livello di emancipazione decisamente più elevato rispetto ad alcune realtà di contesti culturali differenti.
Rimane il fatto che la questione è scarsamente considerata dalle nuove generazioni. In effetti, molte giovani donne non sentono il problema sulla propria pelle e sono convinte che il tema non riguardi le donne occidentali. Questo significa che a livello generale la guardia è stata abbassata, e questo non bisogna mai farlo, è molto pericoloso.
Ciò detto e sottolineato, mi domando se quando affrontiamo tali temi non siamo colpevoli di superficialità nei confronti dell’altro sesso, quello cui affibbiamo l’etichetta di brutale e che forse dovremo considerare con maggior attenzione senza fermarci alle apparenze. Prima di tutto, migliorare la condizione femminile non può essere un’attività che si svolge entro compartimenti stagni: si deve agire contestualmente sulla condizione maschile. Che dall’esterno appare come una condizione “privilegiata”, di forza e di comando, tuttavia l’uomo che agisce tramite violenza fisica o psicologica nei confronti della donna sta esprimendo un suo disagio ed è su questo che andrebbe focalizzata un po’ di attenzione, perché se non si modifica il contesto nel quale il maschio cresce assorbendo valori errati, tutti gli sforzi per migliorare la condizione femminile saranno vani.
Non si tratta dunque (o almeno: non solo) di armare le donne perché siano in grado di difendersi dagli uomini, ma di far deporre le armi a quegli uomini che non sanno farne a meno, probabilmente perché solo dietro di esse si sentono al sicuro. Un atteggiamento aggressivo ha sempre come matrice una profonda insicurezza.
La maggior parte degli uomini però, se pure è vero che all’interno di ogni uomo è subdolamente in agguato un maschilista, non sono dei bruti che menano le mani. Dovremmo imparare a guardare ad essi come esseri umani: con le loro fragilità, i loro dubbi, le loro incertezze, le difficoltà enormi del trovarsi senza un punto di riferimento. Abituati fino a ieri ad avere modelli che non sono più validi oggi. In cerca di un equilibrio che è difficile trovare se continuiamo a sparar loro addosso, magari anche solo con una cerbottana.
Fra questi uomini, vi sono anche vittime. Padri separati ai quali vengono sottratti i figli, utilizzati come mera merce di scambio per ottenere un assegno di mantenimento più elevato.
Mariti che subiscono angherie sotto il ricatto “se divorzi ti rovino” e tanto si sa che è così, poiché a tutt’oggi il “coniuge debole” che viene tutelato è sempre la donna, nessun giudice verifica alcunché. Non è maschilismo anche questo? Perché si deve partire dall’assioma che la donna debba essere tutelata tout-court in caso di divorzio, riconoscendole dunque uno status di inferiorità? Non potrebbe darsi che sia l’uomo a dover essere tutelato? Eppure quanti casi si citano in giurisprudenza di ex mariti mantenuti dalle ex mogli?
Uomini che subiscono violenza fisica. No, non fa ridere. E’ drammatico. Perché proprio quei valori “di ieri”, quelli che oggi non riconosciamo più perché cristallizzavano la figura dell’uomo dominatore, ebbene sono proprio gli stessi che ci fanno ridere se è la moglie a picchiare il marito, che ci rimandano alle barzellette, che ci fanno archiviare la cosa con un “no, non è possibile”. Uomini che subiscono violenza psicologica. Anche qui, stentiamo a credere. Perché “l’uomo è il sesso forte”.
Eh no, se siamo tutti uguali, non esiste più un sesso forte né uno debole. Esistono esseri umani, cui vanno riconosciuti pari diritti e pari dignità. Caso per caso, se non costa troppo sforzo.
sabato 13 settembre 2008
SUVvia, ragioniamo!
di Cristiana Capagni
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
mercoledì 30 luglio 2008
La dignità fino alla fine
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – novembre 2007
Quanti di noi hanno vissuto l’esperienza dolorosa della lenta fine di un proprio caro in là con gli anni? Possiamo irrazionalmente rimuovere o accettare più o meno serenamente l’ineluttabilità della fine, che comunque è cosa certa (quel che non ci è dato di sapere sono “il giorno e l’ora”, citando il Vangelo). Non possiamo dunque opporci né modificare il fatto che la morte concluda, prima o poi, la nostra esistenza. E’ però nelle nostre possibilità e, moralmente, nei nostri doveri, fare in modo che questa “conclusione” avvenga nel pieno rispetto della dignità della persona.
Non volendo neppure sfiorare la spinosa questione dell’eutanasia, né quanto concerne morti premature e pertanto ancor più dolorose ed inaccettabili, ci soffermiamo però su quello che a volte appare un accanimento terapeutico su corpi ormai molto anziani e dunque con scarse (per non dire nulle) capacità di ripresa.
Che cosa spinge a prolungare l’agonia di un corpo che è comunque arrivato alla fine della sua esistenza? Quali prospettive? Non la guarigione, certamente. E neppure la pietà: bisogna essere immuni da questo sentimento per sopportare che forzosamente resistano accasciati in letti asettici di asettiche stanze i corpi dolenti che pure sono appartenuti a persone vive, che hanno amato, parlato, riso, pianto, lavorato, procreato, sognato… ora costretti ad assistere alla loro stessa decadenza, cui la natura, se indisturbata, avrebbe posto repentina fine. Fine che arriverà comunque, dopo qualche mese di indicibile sofferenza fisica e morale di chi quegli asettici letti occupa, ma anche dei suoi cari, compagni di calvario.
L’asetticità è l’elemento simbolo di questa forzatura tanto in voga: l’anziano, sradicato dal proprio mondo fatto di piccole cose e di oggetti che coi loro ricordi lo rassicurano e gli fanno compagnia, pudico e riservato, poco incline ad aprirsi alle novità, si ritrova in un mondo a lui estraneo e del tutto asettico e sterile, anche sul piano affettivo ed emozionale.
E dunque perché ci si ostina a considerare le persone come macchine cui sostituire pezzi di ricambio per farle funzionare, senza una considerazione globale, comprensiva dei km percorsi e delle reali possibilità di rombare ancora? Perché confinarci in tristi garage sterili di batteri e di vita, dai quali non usciremo, si sa, perché ormai vecchi e pieni di malanni inguaribili, che speranza abbiamo di tornare a condurre la nostra vita fuori di lì? Perché non ci lasciano la dignità di morire da esseri umani? Perché ci condannano a mesi di agonia, noi e chi ci vuol bene costretto ad assisterci e ad assistere ad uno spettacolo pietoso: riusciranno a ricordarci come eravamo “prima”?, trasformati in larve che di umano non hanno più nulla ma che conservano tutta la capacità animale di provare dolore?
Nessun anziano muore più a casa sua. E nessun anziano arrivato alla fine della vita torna d’incanto a saltare e correre e chiacchierare e cantare. Semplicemente, a ciascuno viene prolungata la vita di tre, quattro mesi, tra sofferenze e tormenti indicibili.
E oltre all’insostenibile costo emotivo e morale, qual è il costo in denaro che la collettività, i contribuenti, devono sostenere per il perpetrarsi di questa crudeltà?
Finché c’è speranza, non bisogna abbandonare la lotta, mai. Ma quando siamo ormai molto vecchi ed irreparabilmente malandati e ci trasciniamo insieme con un’insostenibile stanchezza di vivere, la nostra speranza non dovrebbe essere soltanto quella di spegnerci in pace, circondati dall’amore dei nostri cari nella serenità della nostra casa, restituendo il corpo alla Natura e l’anima a Dio?
La Voce Democratica – novembre 2007
Quanti di noi hanno vissuto l’esperienza dolorosa della lenta fine di un proprio caro in là con gli anni? Possiamo irrazionalmente rimuovere o accettare più o meno serenamente l’ineluttabilità della fine, che comunque è cosa certa (quel che non ci è dato di sapere sono “il giorno e l’ora”, citando il Vangelo). Non possiamo dunque opporci né modificare il fatto che la morte concluda, prima o poi, la nostra esistenza. E’ però nelle nostre possibilità e, moralmente, nei nostri doveri, fare in modo che questa “conclusione” avvenga nel pieno rispetto della dignità della persona.
Non volendo neppure sfiorare la spinosa questione dell’eutanasia, né quanto concerne morti premature e pertanto ancor più dolorose ed inaccettabili, ci soffermiamo però su quello che a volte appare un accanimento terapeutico su corpi ormai molto anziani e dunque con scarse (per non dire nulle) capacità di ripresa.
Che cosa spinge a prolungare l’agonia di un corpo che è comunque arrivato alla fine della sua esistenza? Quali prospettive? Non la guarigione, certamente. E neppure la pietà: bisogna essere immuni da questo sentimento per sopportare che forzosamente resistano accasciati in letti asettici di asettiche stanze i corpi dolenti che pure sono appartenuti a persone vive, che hanno amato, parlato, riso, pianto, lavorato, procreato, sognato… ora costretti ad assistere alla loro stessa decadenza, cui la natura, se indisturbata, avrebbe posto repentina fine. Fine che arriverà comunque, dopo qualche mese di indicibile sofferenza fisica e morale di chi quegli asettici letti occupa, ma anche dei suoi cari, compagni di calvario.
L’asetticità è l’elemento simbolo di questa forzatura tanto in voga: l’anziano, sradicato dal proprio mondo fatto di piccole cose e di oggetti che coi loro ricordi lo rassicurano e gli fanno compagnia, pudico e riservato, poco incline ad aprirsi alle novità, si ritrova in un mondo a lui estraneo e del tutto asettico e sterile, anche sul piano affettivo ed emozionale.
E dunque perché ci si ostina a considerare le persone come macchine cui sostituire pezzi di ricambio per farle funzionare, senza una considerazione globale, comprensiva dei km percorsi e delle reali possibilità di rombare ancora? Perché confinarci in tristi garage sterili di batteri e di vita, dai quali non usciremo, si sa, perché ormai vecchi e pieni di malanni inguaribili, che speranza abbiamo di tornare a condurre la nostra vita fuori di lì? Perché non ci lasciano la dignità di morire da esseri umani? Perché ci condannano a mesi di agonia, noi e chi ci vuol bene costretto ad assisterci e ad assistere ad uno spettacolo pietoso: riusciranno a ricordarci come eravamo “prima”?, trasformati in larve che di umano non hanno più nulla ma che conservano tutta la capacità animale di provare dolore?
Nessun anziano muore più a casa sua. E nessun anziano arrivato alla fine della vita torna d’incanto a saltare e correre e chiacchierare e cantare. Semplicemente, a ciascuno viene prolungata la vita di tre, quattro mesi, tra sofferenze e tormenti indicibili.
E oltre all’insostenibile costo emotivo e morale, qual è il costo in denaro che la collettività, i contribuenti, devono sostenere per il perpetrarsi di questa crudeltà?
Finché c’è speranza, non bisogna abbandonare la lotta, mai. Ma quando siamo ormai molto vecchi ed irreparabilmente malandati e ci trasciniamo insieme con un’insostenibile stanchezza di vivere, la nostra speranza non dovrebbe essere soltanto quella di spegnerci in pace, circondati dall’amore dei nostri cari nella serenità della nostra casa, restituendo il corpo alla Natura e l’anima a Dio?
domenica 27 luglio 2008
Dove ti piazzo il pupo
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 19 giugno-3 luglio 2008
Ci risiamo: la scuola è finita e ciascuno si gestisca il pupo a modo suo.
Va fatto tuttavia qualche distinguo. La scuola materna, dedicata ai bambini dai tre ai sei anni circa, prosegue fino alla fine di questo mese per riprendere a settembre inoltrato. Totale: più di due mesi di “buco”. Il nido, considerato servizio pubblico dedicato ai neonati e fino ai tre anni di età circa, chiude i battenti soltanto per il mese di agosto, obbligando dunque le famiglie ad andare in massa in vacanza in quel periodo, cioè l’esatto contrario delle tanto decantate “vacanze intelligenti” (mostrando in tal modo la vetustà di un certo pensiero nazionale, ancora legato alla serrata d’agosto). La scuola elementare ha un periodo di vacanza di più di tre mesi. Evidentemente troppo per qualsiasi lavoratore, dipendente o autonomo che sia. Le soluzioni sono le più disparate: c’è chi manda i propri figli presso nonni o zii, chi nonostante non sia separato effettua vacanze separate dal proprio coniuge per estendere il periodo di “copertura”, chi prende un periodo di aspettativa non retribuita (e non tutti se lo possono economicamente permettere, senza considerare che non sempre il lavoro può essere sospeso per lunghi periodi), chi – e sono la maggioranza – usufruisce dei centri estivi tanto in voga.
Negli ultimi anni sono sorti come funghi, fiutando il business ed andando a colmare una immensa lacuna lasciata dai servizi pubblici. Ve ne sono in mezzo alla natura, dove vengono organizzati veri e propri “campus” con soggiorno completo (a prezzi proibitivi), e dove non tutti i genitori sono disposti a mandare i propri figli, specie se più piccoli e figli unici. Si parla del “mammismo italiano”, tuttavia non sempre questo atteggiamento è soltanto deteriore: il senso di famiglia si sgretola anche così, spedendo i figli come pacchi postali ingombranti e non potendoli seguire, per ovvie ragioni di distanza, nel loro percorso di crescita, riducendo il contatto emotivo alla telefonata serale di un minuto.
Vi sono poi i centri estivi cittadini: alcuni eccellenti, dove svolgono attività di animazione giovani estremamente motivati e preparati, che organizzano attività sportive e ludiche davvero di ottimo livello, mentre altri centri estivi francamente lasciano a desiderare, pur utilizzando le stesse identiche frasi sui volantini che reclamizzano “attività ludico ricreative” si rivelano essere in realtà quasi dei parcheggi, dove i bambini si annoiano e non si riposano neppure.
Manca quindi un organismo che certifichi la reale validità di questi centri e la loro rispondenza alle aspettative dei piccoli fruitori e dei loro genitori: sarebbe auspicabile una graduatoria pubblica, con punteggio assegnato per qualità di servizi.
Manca soprattutto un aiuto economico alle famiglie, che devono sobbarcarsi costi talvolta davvero molto elevati per sopperire alle mancanze dei servizi pubblici: se i Comuni non possono assumersi l’onere organizzativo, potrebbero almeno partecipare con dei contributi in modo da sgravare le famiglie di parte di questi consistenti costi aggiuntivi necessari all’accudimento dei propri figli.
Nel nostro Paese si parla demagogicamente di tutela della famiglia ma al dunque gli oneri ricadono esclusivamente su chi, testardamente, si ostina a mettere al mondo esseri umani che dovrebbero essere considerati dalla società come il più prezioso degli investimenti.
La Voce Democratica – 19 giugno-3 luglio 2008
Ci risiamo: la scuola è finita e ciascuno si gestisca il pupo a modo suo.
Va fatto tuttavia qualche distinguo. La scuola materna, dedicata ai bambini dai tre ai sei anni circa, prosegue fino alla fine di questo mese per riprendere a settembre inoltrato. Totale: più di due mesi di “buco”. Il nido, considerato servizio pubblico dedicato ai neonati e fino ai tre anni di età circa, chiude i battenti soltanto per il mese di agosto, obbligando dunque le famiglie ad andare in massa in vacanza in quel periodo, cioè l’esatto contrario delle tanto decantate “vacanze intelligenti” (mostrando in tal modo la vetustà di un certo pensiero nazionale, ancora legato alla serrata d’agosto). La scuola elementare ha un periodo di vacanza di più di tre mesi. Evidentemente troppo per qualsiasi lavoratore, dipendente o autonomo che sia. Le soluzioni sono le più disparate: c’è chi manda i propri figli presso nonni o zii, chi nonostante non sia separato effettua vacanze separate dal proprio coniuge per estendere il periodo di “copertura”, chi prende un periodo di aspettativa non retribuita (e non tutti se lo possono economicamente permettere, senza considerare che non sempre il lavoro può essere sospeso per lunghi periodi), chi – e sono la maggioranza – usufruisce dei centri estivi tanto in voga.
Negli ultimi anni sono sorti come funghi, fiutando il business ed andando a colmare una immensa lacuna lasciata dai servizi pubblici. Ve ne sono in mezzo alla natura, dove vengono organizzati veri e propri “campus” con soggiorno completo (a prezzi proibitivi), e dove non tutti i genitori sono disposti a mandare i propri figli, specie se più piccoli e figli unici. Si parla del “mammismo italiano”, tuttavia non sempre questo atteggiamento è soltanto deteriore: il senso di famiglia si sgretola anche così, spedendo i figli come pacchi postali ingombranti e non potendoli seguire, per ovvie ragioni di distanza, nel loro percorso di crescita, riducendo il contatto emotivo alla telefonata serale di un minuto.
Vi sono poi i centri estivi cittadini: alcuni eccellenti, dove svolgono attività di animazione giovani estremamente motivati e preparati, che organizzano attività sportive e ludiche davvero di ottimo livello, mentre altri centri estivi francamente lasciano a desiderare, pur utilizzando le stesse identiche frasi sui volantini che reclamizzano “attività ludico ricreative” si rivelano essere in realtà quasi dei parcheggi, dove i bambini si annoiano e non si riposano neppure.
Manca quindi un organismo che certifichi la reale validità di questi centri e la loro rispondenza alle aspettative dei piccoli fruitori e dei loro genitori: sarebbe auspicabile una graduatoria pubblica, con punteggio assegnato per qualità di servizi.
Manca soprattutto un aiuto economico alle famiglie, che devono sobbarcarsi costi talvolta davvero molto elevati per sopperire alle mancanze dei servizi pubblici: se i Comuni non possono assumersi l’onere organizzativo, potrebbero almeno partecipare con dei contributi in modo da sgravare le famiglie di parte di questi consistenti costi aggiuntivi necessari all’accudimento dei propri figli.
Nel nostro Paese si parla demagogicamente di tutela della famiglia ma al dunque gli oneri ricadono esclusivamente su chi, testardamente, si ostina a mettere al mondo esseri umani che dovrebbero essere considerati dalla società come il più prezioso degli investimenti.
mercoledì 23 luglio 2008
E’ più logico mangiare bio (logico)
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 5-19 giugno 2008
Quanti fra noi non hanno mai sostenuto che “le cose di una volta” erano migliori?
Eh, i pomodori del campo del contadino, e chi li trova più… Signora mia, oggi è tutto artefatto, per carità… Il rimpianto per “i sapori di una volta” è piuttosto comune. Eppure c’è una inspiegabile resistenza psicologica al biologico, che pure – a onor del vero – ha un trend in continuo aumento. Chi compera e consuma preferibilmente prodotti biologici avrà senz’altro provato quella fastidiosa sensazione di esser guardato come se fosse un ufo anche un po’ credulone, e non importa se le persone con cui sta parlando siano di mentalità aperta e buona cultura. Mangi biologico uguale povero illuso.
La contrarietà che viene più frequentemente espressa è che “tanto ormai è tutto inquinato”, pertanto sarebbe inutile illudersi che si possano coltivare dei vegetali esenti dalla contaminazione. Tuttavia ci arriva pure un bambino a capire che un prodotto coltivato in modo organico, senza pesticidi e fertilizzanti chimici, sarà comunque meno inquinato da tali sostanze (che pure potrebbero in minima misura essere presenti ovunque, visto che le hanno rinvenute anche tra i ghiacci del Polo) rispetto ad un vegetale industriale.
La seconda opposizione è “ma perché, ti fidi? Chissà che roba è, ti prendono in giro”. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, biologico o no: il rischio di frode esiste, e che non sia solo un rischio lo abbiamo visto di recente con i casi dell’olio extra vergine di oliva edulcorato, il vino avvelenato, la mozzarella di bufala alla diossina. Nessuno di questi prodotti era spacciato per biologico. Ciononostante il consumatore non pensava certo di mettersi nel piatto o nel bicchiere un compendio di prodotti chimici dannosi per la salute. Ed infatti era truffa. Perciò il rischio della truffa alimentare esiste in qualsiasi caso, biologico o non biologico.
Capita poi di imbattersi in tesi fantasiose, come quella che sostiene che i vegetali coltivati biologicamente sono rischiosi poiché al posto dei fertilizzanti chimici utilizzano i vecchi sistemi di una volta, ossia il letame, e che dunque bisognerebbe lavarli con maggior attenzione. Seguendo lo stesso ragionamento, viene da chiedersi perché mai allora non sostituire i prati con delle distese di erba artificiale, che a pensarci bene offrirebbe il vantaggio di non dover essere irrigata e di non sporcare le suole, e poi vogliamo mettere il vantaggio di sdraiarsi su di un prato senza formiche?
Se vogliamo consegnare alle future generazioni un mondo ancora capace di accogliere e nutrire le proprie specie, razza umana inclusa, dovremmo invece ricorrere quanto più possibile alle coltivazioni biologiche giacché – se anche non ci interessa cosa mettiamo nel piatto – non possiamo ignorare che l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contamina la terra ed anche le falde acquifere per molti anni a venire.
Secondo un vecchio proverbio indiano, noi non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori:l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. Dovremmo trattarla meglio, per fargliela trovare in buone condizioni quando sarà il loro turno.
La Voce Democratica – 5-19 giugno 2008
Quanti fra noi non hanno mai sostenuto che “le cose di una volta” erano migliori?
Eh, i pomodori del campo del contadino, e chi li trova più… Signora mia, oggi è tutto artefatto, per carità… Il rimpianto per “i sapori di una volta” è piuttosto comune. Eppure c’è una inspiegabile resistenza psicologica al biologico, che pure – a onor del vero – ha un trend in continuo aumento. Chi compera e consuma preferibilmente prodotti biologici avrà senz’altro provato quella fastidiosa sensazione di esser guardato come se fosse un ufo anche un po’ credulone, e non importa se le persone con cui sta parlando siano di mentalità aperta e buona cultura. Mangi biologico uguale povero illuso.
La contrarietà che viene più frequentemente espressa è che “tanto ormai è tutto inquinato”, pertanto sarebbe inutile illudersi che si possano coltivare dei vegetali esenti dalla contaminazione. Tuttavia ci arriva pure un bambino a capire che un prodotto coltivato in modo organico, senza pesticidi e fertilizzanti chimici, sarà comunque meno inquinato da tali sostanze (che pure potrebbero in minima misura essere presenti ovunque, visto che le hanno rinvenute anche tra i ghiacci del Polo) rispetto ad un vegetale industriale.
La seconda opposizione è “ma perché, ti fidi? Chissà che roba è, ti prendono in giro”. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, biologico o no: il rischio di frode esiste, e che non sia solo un rischio lo abbiamo visto di recente con i casi dell’olio extra vergine di oliva edulcorato, il vino avvelenato, la mozzarella di bufala alla diossina. Nessuno di questi prodotti era spacciato per biologico. Ciononostante il consumatore non pensava certo di mettersi nel piatto o nel bicchiere un compendio di prodotti chimici dannosi per la salute. Ed infatti era truffa. Perciò il rischio della truffa alimentare esiste in qualsiasi caso, biologico o non biologico.
Capita poi di imbattersi in tesi fantasiose, come quella che sostiene che i vegetali coltivati biologicamente sono rischiosi poiché al posto dei fertilizzanti chimici utilizzano i vecchi sistemi di una volta, ossia il letame, e che dunque bisognerebbe lavarli con maggior attenzione. Seguendo lo stesso ragionamento, viene da chiedersi perché mai allora non sostituire i prati con delle distese di erba artificiale, che a pensarci bene offrirebbe il vantaggio di non dover essere irrigata e di non sporcare le suole, e poi vogliamo mettere il vantaggio di sdraiarsi su di un prato senza formiche?
Se vogliamo consegnare alle future generazioni un mondo ancora capace di accogliere e nutrire le proprie specie, razza umana inclusa, dovremmo invece ricorrere quanto più possibile alle coltivazioni biologiche giacché – se anche non ci interessa cosa mettiamo nel piatto – non possiamo ignorare che l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contamina la terra ed anche le falde acquifere per molti anni a venire.
Secondo un vecchio proverbio indiano, noi non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori:l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. Dovremmo trattarla meglio, per fargliela trovare in buone condizioni quando sarà il loro turno.
giovedì 17 luglio 2008
Questioni di omogeneità
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 3/17 luglio 2008
Poniamo il caso che abbiate una casa con il terrazzo. Un terrazzo ampio e molto bello, che avete però arredato in modo disomogeneo: un lato è desolatamente vuoto, mentre gli altri lati sono eccessivamente gremiti di vasi con piante, arredi da esterni in ferro battuto, magari anche un dondolo. Un vostro amico architetto un giorno vi viene a trovare e vi mette in guardia dal pericolo che il peso eccessivo rappresenta: vi dice che il terrazzo potrebbe avere dei cedimenti strutturali dalla parte dove avete accumulato troppi oggetti pesanti.
Cosa fareste? E’ logico supporre che spostereste alcuni degli arredi o dei vasi più pesanti sul lato rimasto vuoto, così da distribuire il peso, che ora grava concentrato su pochi punti, su di una superficie più ampia.
E cosa pensereste di una persona che al vostro posto lasci il peso gravare sugli stessi punti ed in più aggiunga altri vasi stracolmi di terra e piante ed un tavolo in ferro e terracotta e delle seggiole pesanti e magari anche un ombrellone sul lato rimasto vuoto?
Se nella rappresentazione succitata sostituiamo alcuni elementi con altri e poniamo gli stessi interrogativi, si presume che delle risposte sensate non dovrebbero discostarsi troppo da quelle già date.
Sostituiamo quindi l’ambiente terrazzo con il pianeta Terra; i vasi, le piante e gli arredi con la popolazione mondiale; il lato vuoto sarà infine il nostro Paese: questa Italia che i demografi considerano sconsolatamente vuota.
E domandiamoci: che senso ha pianificare un incremento considerevole della popolazione italiana, che ci dicono essere in calo, quando il Pianeta contiene già ora più di sei miliardi di individui i quali, è bene ricordarlo, per la maggior parte non hanno accesso a cibo e ad acqua potabile in misura sufficiente?
E quando – come la coscienza ci impone – saremo riusciti a risolvere positivamente le disuguaglianze fra Primo e Terzo Mondo e quindi tutti i sei miliardi di abitanti potranno a giusta ragione bere, mangiare, lavarsi, vestirsi, rinfrescarsi e riscaldarsi ed andare in giro in auto e dunque peseranno non più quanto sei ma almeno quanto dieci o dodici miliardi di individui, cosa accadrà?
Le campagne per l’incremento demografico che tentano di convincerci che servono giovani che paghino le pensioni degli anziani appaiono il frutto di una mentalità vecchia di decenni e che non ha più riscontri nella realtà. Ci dicono che oggi i giovani sono pochi. Ebbene, di quei pochi, sono in gran numero i disoccupati o precari senza futuro.
Siamo così certi che se aumentassero di numero i giovani (disoccupati e precari), essi contribuirebbero a risanare il nostro disastrato sistema pensionistico?
Che sia così oppure no, la logica ci impone di distribuire al pari dei vasi e degli arredi da terrazzo gli esseri umani affinché non vi siano vuoti da colmare da un lato e pericolosissimi sovraffollamenti altrove. Se il terrazzo crolla, non c’è lato che si salvi.
La Voce Democratica – 3/17 luglio 2008
Poniamo il caso che abbiate una casa con il terrazzo. Un terrazzo ampio e molto bello, che avete però arredato in modo disomogeneo: un lato è desolatamente vuoto, mentre gli altri lati sono eccessivamente gremiti di vasi con piante, arredi da esterni in ferro battuto, magari anche un dondolo. Un vostro amico architetto un giorno vi viene a trovare e vi mette in guardia dal pericolo che il peso eccessivo rappresenta: vi dice che il terrazzo potrebbe avere dei cedimenti strutturali dalla parte dove avete accumulato troppi oggetti pesanti.
Cosa fareste? E’ logico supporre che spostereste alcuni degli arredi o dei vasi più pesanti sul lato rimasto vuoto, così da distribuire il peso, che ora grava concentrato su pochi punti, su di una superficie più ampia.
E cosa pensereste di una persona che al vostro posto lasci il peso gravare sugli stessi punti ed in più aggiunga altri vasi stracolmi di terra e piante ed un tavolo in ferro e terracotta e delle seggiole pesanti e magari anche un ombrellone sul lato rimasto vuoto?
Se nella rappresentazione succitata sostituiamo alcuni elementi con altri e poniamo gli stessi interrogativi, si presume che delle risposte sensate non dovrebbero discostarsi troppo da quelle già date.
Sostituiamo quindi l’ambiente terrazzo con il pianeta Terra; i vasi, le piante e gli arredi con la popolazione mondiale; il lato vuoto sarà infine il nostro Paese: questa Italia che i demografi considerano sconsolatamente vuota.
E domandiamoci: che senso ha pianificare un incremento considerevole della popolazione italiana, che ci dicono essere in calo, quando il Pianeta contiene già ora più di sei miliardi di individui i quali, è bene ricordarlo, per la maggior parte non hanno accesso a cibo e ad acqua potabile in misura sufficiente?
E quando – come la coscienza ci impone – saremo riusciti a risolvere positivamente le disuguaglianze fra Primo e Terzo Mondo e quindi tutti i sei miliardi di abitanti potranno a giusta ragione bere, mangiare, lavarsi, vestirsi, rinfrescarsi e riscaldarsi ed andare in giro in auto e dunque peseranno non più quanto sei ma almeno quanto dieci o dodici miliardi di individui, cosa accadrà?
Le campagne per l’incremento demografico che tentano di convincerci che servono giovani che paghino le pensioni degli anziani appaiono il frutto di una mentalità vecchia di decenni e che non ha più riscontri nella realtà. Ci dicono che oggi i giovani sono pochi. Ebbene, di quei pochi, sono in gran numero i disoccupati o precari senza futuro.
Siamo così certi che se aumentassero di numero i giovani (disoccupati e precari), essi contribuirebbero a risanare il nostro disastrato sistema pensionistico?
Che sia così oppure no, la logica ci impone di distribuire al pari dei vasi e degli arredi da terrazzo gli esseri umani affinché non vi siano vuoti da colmare da un lato e pericolosissimi sovraffollamenti altrove. Se il terrazzo crolla, non c’è lato che si salvi.
domenica 13 luglio 2008
Un'ospite molto gradita
Quello che trovate sotto è un articolo scritto dalla mia amica Cristiana per La Voce Democratica, quindicinale romano che ha anche un proprio sito web (http://www.lavocedemocratica.it/). Quello che scrive Cristiana non solo lo condivido, ma mi dà alcuni spunti che cercherò di sviluppare nei prossimi giorni. Spero che anche in futuro Cristiana continuerà a mandarmi materiali prodotti da lei: per incastrarla, le appiccico subito un'etichetta (Sostiene Cristiana: pretenziosissima, ma se non ci sbrodoliamo un po' tra noi...)
Buona lettura!
Buona lettura!
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