Il Gattopuzzo è di origine abruzzese. Non direttamente: a nascere tra le montagne è stata mia madre, ma io mi sono sempre sentito molto legato a quella terra dura, e spesso mi presento come abruzzese. In queste ore terribili della distruzione dell'Aquila, di Olla e di tanti altri paesini di quella che considero la mia patria d'adozione dovrei essere devastato, e non lo sono. La cosa mi fa sentire colpevole, e vale la pena cercare di capire cos'è che (non) mi fa sentire come mi dovrei sentire. Non è niente di nobile: è solo incazzatura. Passerà, e allora soffrirò, come altre volte mi è successo in passato.
Avere le radici affondate in un qualche luogo di questo mondo significa non potersene liberare. Spesso anche non volersene liberare, ed è quanto capita a me rispetto al tenue legame che continuo a coltivare dentro di me con l'Abruzzo. Amo quelle montagne aspre e pelate, quei paesaggi di terra e di sassi dove puoi camminare fino allo sfinimento prima di incontrare un essere umano, una casa, un semplice recinto per le pecore. Su quelle montagne mio nonno ha faticato buona parte della sua vita, tra pecore cani e capanne, e mia nonna si è rotta la schiena per far crescere patate e rape in mezzo alle pietre. Di mia nonna non ricordo quasi niente, è morta che avevo due anni; ricordo bene il nonno, un vecchio alto e diritto, con gli occhi chiari e una piega all'angolo della bocca, come una smorfia di sofferenza. Era di una bontà disarmante. Altri vecchi della mia famiglia non erano come lui: la pietra, il vento e la neve li avevano induriti, avevano cotto la loro anima come la pelle della loro faccia, diventata cuoio. Erano macchine da sopravvivenza, avvezzi alle tempeste e alle guerre, che in gioventù avevano combattuto a ripetizione accettandole come si accettano la pioggia e la neve. E di generazione in generazione questi vecchi colore del cuoio hanno annichilito il cuore e addestrato il cervello a fare a meno di qualsiasi pensiero astratto, perpetuando una genìa tristemente concreta, dedita a sposarsi e riprodursi in un ciclo sempre uguale, e a tirar su casa. Tirar su casa: so di sacrifici inenarrabili fatti come se non fosse possibile altra scelta, e forse nella mente di quelle persone era davvero così. Cubi di cemento, di mattoni, di calce tirati su per ogni dove, in mezzo ai prati come sulle pendici scoscese delle montagne, dove costruivano quelle case assurde di tre piani in cui potevi entrare o dal piamo terra, come in tutte le case di questo mondo, oppure direttamente dal terzo piano, se facevi il giro della casa e ti arrampicavi su per l'erta dove l'avevano ancorata, tra la parete di roccia e il cielo. Nessuna concessione all'estetica, edifici brutti e squadrati che sono sorti come funghi, uno dopo l'altro, a snaturare un paesaggio immacolato inframmezzandolo di grigio e di recinzioni di rete, di filo spinato, di mattoni, di legno, ognuna fatta a modo suo, senza armonia, in una cacofonia di colori, di madonne da giardino e di infissi di alluminio. Paesaggi gloriosi perduti per sempre, trasformati in distese dove lo sguardo non si riposa, inciampa continuamente in ostacoli massicci o sottili, ma tutti ugualmente brutti.
Tante volte ho litigato con i vecchi della mia famiglia, per questa loro concezione del mondo che esilia ogni forma di bellezza. Mi hanno sempre risposto che la bellezza è un lusso, che io me la posso permettere perché loro si sono spaccati la schiena per offrire a figli e nipoti qualcosa di più, e però loro non hanno mai voluto capire me quando gli chiedevo come mai, se adesso era possibile permettersi quel lusso, non se lo permettevano pure loro, e soprattutto come mai non si permettevano e non si permettono ancora oggi nessun riposo; come mai stanno ancora lì a tirar su blocchetti e a pagare condoni - quello che costruiscono è rigorosamente abusivo, fatto con il cemento più scadente e, ovviamente, brutto - ora che noi figli, noi nipoti siamo grandi e le nostre case le abbiamo, oppure paghiamo l'affitto se non abbiamo voglia di fare la vita che hanno fatto loro. Ma niente, pare che un uomo non sia un uomo se non suda come un animale tra carriole, carrucole e cazzuole, e una donna non sia una donna se non lo sostiene nell'impresa accudendo i figli, preparando puntuale il pranzo e la cena, lavando e stirando. Non c'è festa comandata in cui io e mio zio non ci azzanniamo, subito dopo pranzo, su queste nostre opposte concezioni del mondo, e lui mi commisera, lo vedo, per non essere capace - pensa - di fare quello che lui ha fatto: uomo senza spina dorsale, senza senso della famiglia e dell'onore.
Certe cose ai vecchi si perdonano, ma un po' di veleno rimane.
Ed ecco che una notte la terra trema, e la sentiamo anche a Roma; e il mattino dopo ci alziamo e la TV, o il vicino di casa, o il collega in ufficio ci dicono che è stata una tragedia, che è venuta giù mezza città dell'Aquila e vari paesini, e la notizia stordisce. I parenti, gli amici... Tutti salvi, quasi per miracolo, ma parecchi hanno perso la casa. Racconti drammatici di corse per le scale come se si corresse sull'acqua, che quelle si disfacevano mentre ci posavi i piedi sopra. I pianti al telefono, le urla di quelli che in meno di un minuto hanno visto tutte le loro cose venire giù, e anche la casa tirata su con tanta fatica è venuta giù, insieme a tutta la loro vita, ai ricordi, al servizio buono regalato dalla zia per le nozze, le foto, tutto perso.
E' troppo per poter partecipare, un lago nero mi si allarga nel cuore, come sangue vischioso. E' un dolore antico che non ho voglia di riconoscere, preferisco lasciarlo dov'è, ignorarlo. Meglio lasciar guidare la testa, quella testa che, dopo aver tirato un sospiro di sollievo - avete perso tutto, ma almeno siete vivi - comincia a giudicare. E a ricordare di quante infinite discussioni furono oggetto quelle case orrende e insicure, messe insieme alla meno peggio perché tanto sarebbero state comunque meglio di una capanna e invece no, oggi sono diventate trappole mortali e sarebbe stato cento, mille volte meglio avere sulla testa un tetto di paglia o anche di lamiera, una cosa che cadendo almeno non ppossa farti male. Il dolore che confino laggiù, in fondo al cuore, deve essere quello antico che io non ho provato mai e che però nel sangue mi deve essere filtrato lo stesso, da quelle generazioni senza nome che giù, giù per li rami e fino alle radici più antiche e profonde dell'albero genealogico hanno vissuto vagabonde tra grotte e capanne dietro alle pecore e alle capre, su per le montagne senza un filo d'erba. I cafoni, i pecorari sporchi e ignoranti che pietra dopo pietra hanno costruito qualcosa sì, ma non per se stessi: l'hanno costruita per me e per i miei coetanei, che abbiamo l'ardire che a loro è mancato, quello di osare anche di godere, di quel poco o tanto di cui disponiamo. L'incazzatura è quella che tutti a quindici anni hanno provato contro il padre, che improvvisamente non era più perfetto, solo che io adesso non ho quindici anni e vado anzi per i quarantaquattro, e non mi fa piacere constatare che sono ancora un po' incazzato, parecchio incazzato con questi qui, che pure mi hanno messo in grado di fare ciò che ho fatto.
Vedo in TV le loro povere case venute giù come fossero fatte con i mattoncini Lego, vedo l'inutilità di tutti quei sacrifici e mi incazzo. Con loro, mi incazzo: perché lo sapevano che una casa fatta male con il terremoto ti cade in testa, ma lo stesso hanno risparmiato sul cemento, sul progetto, sulla loro stessa vita per farne due, tre, al prezzo di uno, di quegli orrori. E magari uno gli sarebbe pure bastato, ma no, nella vita si deve crescere, ci si deve espandere. E che problema c'è se lì non si può, tanto c'è sempre un assessore che si può comprare - da quelle parti una volta bastava una caciotta - e alla fine siamo in Italia, un condono prima o poi rimetterà le cose a posto.
La testa guida, la testa giudica, e il dolore se ne resta confinato in fondo al cuore. La Ragione, unica dea, dice che questi miei familiari, e chissà quanti come loro, sono stati vittime della propria stessa ottusità. E giudica più forte, questa testa senza più freni, per dimenticare il dolore antico che altrimenti vorrebbe gridare. L'ignoranza è una colpa, disse Manzoni, e una volta tanto questa testa gli dà ragione.
Ma c'è Fiorella che piange disperata; Fiorella, che ha quasi sessant'anni ed è nata zoppa, non ha mai preso un diploma e da più di quindici anni ha perso anche il lavoro. Fiorella, che fa la pulizie per vivere e non può operarsi perché non può permettersi di non lavorare, ma non camminerà più se non si opera. Fiorella che non si è mai sposata, e dall'altra notte non ha più nemmeno una casa.
Mi chiama mia madre, dice facciamo una colletta, e ci mancherebbe che mi tiro indietro. E poi dopo aver attaccato il telefono penso a lei, parecchio a lungo. Mi sento colpevole del mio rancore verso quel ramo antico della mia famiglia rimasto là, prigioniero della montagna, quel ramo di cui lei è una delle ultime foglie: quando anche loro cadranno, forse più niente resterà a raccontare quello che ci portiamo nel sangue, il freddo, la neve, la puzza delle pecore, la vita agra, il dolore senza nome di generazioni di paria. E a volte un sacro terrore mi coglie, la consapevolezza che in fondo porto solo una maschera, che in realtà è quello stesso albero che mi ha generato, l'albero dei paria, e basterebbe niente perché la maschera cada e a tutti si rivelino la vergogna e il dolore. E' una paura che mi insegue da sempre e mi assale spesso senza preavviso, che mi serra nel suo abbraccio gelido all'improvviso anche mentre sto camminando per Roma, ben vestito, in un bel tramonto estivo. Sono appena uscito da un ufficio dove le pulizie le fa qualcun altro (persone come Fiorella?), dove posso lavorare al caldo in inverno e al fresco in estate. Ho soldi in tasca quanti ne bastano per togliermi qualche sfizio lungo la strada, tipo comprare un libro, o un paio di scarpe. Sto camminando verso una casa bella e accogliente, dove una donna che amo mi sta aspettando. Come ci sente a non avere niente di tutto questo? Come ci si sente a non avere niente? Né soldi in tasca, né amore, né un posto dove andare? E a veder distrutta l'unica cosa che nel corso della tua vita eri riuscita a mettere insieme - un appartamentino in un condominio orrendo, che per te però è probabilmente una piccola reggia, a confronto con la stamberga in alta quota in cui sei venuta al mondo e hai passato l'infanzia?
Già, come ci si sente?
Non lo so come ci si sente, e l'ignoranza non è una colpa, è una tragedia, una calamità peggiore di un uragano, di un cataclisma. Peggiore di un terremoto.
Chi ridarà a Fiorella la sua casa? Dovremo mettere il sale sulla coda al costruttore che gliela vendette trenta e più anni fa, una scatola di cartongesso spacciata per appartamento antisismico? O andrà a vivere nella new town che il nostro esimio nano alfa ha subito proposto di realizzare, e che cazzo, gli affari sono pur sempre affari, e chissenefrega se tocca aspettare un terremoto per superare una buona volta 'sti cazzo di vincoli, quando il terremoto arriva facciamola una bella colata di cemento accanto alle macerie, anche se la gente lì non ci vorrebbe andare, anche se Fiorella rivorrebbe la sua, di casa, e al nano il voto glielo ha dato lei, ma a Berlusconia no, proprio non ci vuole andare.
Nessuno consolerà mai Fiorella. Ma chi non è ignorante, chi ha cultura anche minima e capacità di ragionare, cioè noi tutti, ma anche quelli si sono arricchiti sull'ignoranza sua e di quelli che come lei certi mezzi non se li sono potuti permettere; in una società davvero civile, tutti noi non dovremmo forse farci carico delle situazioni che l'hanno condotta là dove è arrivata adesso? Lei e tutti quelli come lei? E' civile un paese dove un costruttore ti contrabbanda per casa una baracca e gli uffici comunali avallano, dove non ti puoi operare perché non ti puoi permettere di smettere di lavorare (al nero), dove alla fine resti pure senza un tetto e se non avessi una sorella che ti si prende in casa finiresti sotto i ponti, perché figurati se qualcuno ti metterà mai ingrado di pagarti un affitto? E' civile un paese che - a differenza di me, che ho preferito spegnere il cuore - per non giudicarsi per quello che è spegne la Ragione e mette in scena solo le lacrime, il pianto interminabile di chi ha perso ogni cosa, servito puntuale a colazione, pranzo e cena dai Bruno Vespa, dagli Aldo Forbice e da tutti gli altri pennivendoli di regime?
Passerà anche questa, come tante altre ne sono passate, e purtroppo non cambierà questo mondo piccolo: fra cinque, dieci, quindici anni staremo lì a denunciare le malefatte della ricostruzione, e quelli che pure su questa tragedia hanno avuto il coraggio di succhiare soldi, e snoccioleremo uno ad uno tutti gli altri luoghi comuni di questo paese che sempre più diventa un non luogo, un posto senza legalità, senza giustizia, senza morale. Senza amor proprio, e con nessuna stima di se stesso. Senza cuore, nonostante il piagnisteo televisivo quotidiano, che proprio a mascherare questo vuoto serve.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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mercoledì 8 aprile 2009
martedì 30 settembre 2008
Il posto magico

Almeno stasera voglio astenermi dal parlare male di qualcosa o di qualcuno. Pare quasi che gente come me viva solo per sputare veleno sul mondo, quando l’unica cosa che davvero mi sento di rimproverami, rispetto al mondo, è di amarlo troppo. Molti non capiranno questo che pare un ossimoro, ma le persone che mi interessano capiranno benissimo, e gli altri tanto non sanno manco cos’è un ossimoro; se sono capitati qui per caso hanno già smesso di leggere, e comunque non vale la pena di perdere tempo a scrivere per loro. Sciò!
Dunque, miei selezionatissimi lettori, oggi parlerò di quello che è forse il luogo che più amo al mondo; non pretendo che sia il più bello, e però bello lo è davvero. Di tutti quelli che ci ho portato (e sono tanti, l’ultima proprio sabato scorso) nessuno è mai rimasto deluso, e quindi facciamo parlare le immagini, anche se non rendono piena giustizia alla magia del posto.



Bello, eh?
E allora sappiate che il GPZ in questo posto ci è nato, e anche ora che il lavoro lo relega nell’ambiente urbano, tra catrame e cemento come il ragazzo della via Gluck, non perde occasione di tornarci.
E’ il luogo dove sta il mio cuore, il posto dove vado a godere delle cose che amo di più e dove mi rifugio quando ho bisogno di leccarmi le ferite. Quando sono immerso in quel mondo tutto mi appare così naturale e così giusto che, come dice Branduardi, "forse anche morire non fa male": tutto può starci, in fondo, sempre di natura si tratta, e non ci sarebbe da farne un dramma.
Ma siamo vivi, per fortuna, e questa meraviglia ce la possiamo godere. Quante cose potrei raccontare su questo posto, che non interesserebbero nessuno, ma che io non mi stancherei mai di narrare: le scorribande da bambino, le scampagnate da ragazzo (quelle con le ragazze erano chiaramente le più belle), le battaglie giovanili del mio gruppo di ventenni visionari che riuscì infine a far dichiarare tutta quest’area riserva naturale integrale, come è ancora oggi, anche se non so per quanto ancora, con l’aria che tira e con le aggressioni speculative incessanti di cui tuttora è oggetto questo territorio; ma si facciano pure avanti, finora questi speculatorucoli sono sempre tornati a casa con le corna rotte, quando hanno provato a toccare questo gioiello: il GPZ e la sua tribù non solo l’hanno fatta, la riserva naturale, ma la difendono con i denti.
Insomma, passa tutto per questo posto: il mio affacciarmi al mondo, il modo in cui ho imparato a conoscerlo, il mio romanzo di formazione, la passione per la natura della mia maturità.
Andate a conoscerlo, vi accoglierà.
sabato 13 settembre 2008
SUVvia, ragioniamo!
di Cristiana Capagni
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
martedì 9 settembre 2008
La dama del lago
Per capire il mondo spesso è sufficiente osservarlo, senza starci a elucubrare troppo sopra. A me invece capita spesso di presumere troppo da me stesso, e allora mi lancio nella scrittura di quei post che, a posteriori, riconosco poi noiosissimi. Sono facilmente riconoscibili, perché si atteggiano a saggi brevi di matematica, economia, storia, sociologia o, - goduria sublime! – tutte queste cose insieme, per la confusione massima mia e di chi persiste nel leggermi.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.
giovedì 24 luglio 2008
L'energia del Sole (24 ore)
Quella che segue è la trascrizione integrale dell'intervista di quello che è secondo me il miglior quotidiano italiano - anche se raramente concordo con le sue posizioni - ad una persona che di nucleare se ne intende: Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell'Enea e presidente di Nucleco, la società partecipata da Sogin ed ENEA che si occupa di gestire le scorie nucleari a bassa e media intensità.
L'intervista mi sembra ben fatta, la cosa che mi stupisce (fino a un certo punto) è la totale mancanza di collegamento tra le premesse e le conclusioni del discorso; si dice che l'energia nucleare costa più delle altre, che l'uranio è in via di esaurimento e costerà sempre di più, che in regime di tassi di interesse alti (come sta accadendo) gli elevati costi di investimento renderanno quest'energia sempre più cara e.... però il paese deve "fare squadra per il nucleare". Ma che è, il Santo Graal?
Il Sole 24 Ore
23 LUGLIO 2008
«Fare squadra per il nucleare»
di Federico Rendina
Dieci anni per il ritorno del nucleare "made in Italy". Non prima, considerando i tempi tecnici necessari alla filiera industriale, alla ricostruzione delle strutture di controllo, al non facile recupero del consenso popolare. Non dopo, se tutto andrà veramente per il verso giusto. E guai ad assecondare la polemica sull'opportunità di mettere subito in campo le centrali di terza generazione o aspettare il sogno della quarta, che promette di digerire e riciclare in assoluta sicurezza perfino gli attuali detriti radioattivi, abbattendo drasticamente i costi operativi. Terza e quarta generazione potrebbero, anzi, andare a braccetto. Passandosi utilmente il testimone lungo la strada. A tracciarla, in questa intervista, è uno dei tecnici italiani più quotati: Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell'Enea e presidente di Nucleco, la società partecipata da Sogin ed ENEA che si occupa di gestire le scorie nucleari a bassa e media intensità.
A quali condizioni tecnico-operative è ipotizzabile un ritorno italiano alla produzione elettrica da nucleare entro qualche anno, come si propone il Governo?
Potremmo farcela solo se tutte ma davvero tutte le parti coinvolte, dagli organismi istituzionali e di controllo agli enti di ricerca e formazione, dall'industria agli operatori energetici, ma anche il mondo della finanza e le parti sociali, riusciranno a creare un vero sistema di cooperazione. L'energia nucleare può contribuire alla soluzione della questione energetica ma, sebbene presenti un basso costo per kilowattora, è caratterizzata da alti costi di investimento che devono essere salvaguardati attraverso programmi a lungo termine, con politiche di protezione degli investimenti e di stabilizzazione dei prezzi.
Qualche anno cosa vuol dire?
Dipenderà da quanto saremo efficaci e veloci nel ricostruire il cosiddetto "sistema paese" ed a riacquistare un più ampio consenso del pubblico. Non è consigliabile ripartire senza aver risolto le problematiche più urgenti. Il sistema regolatorio deve essere adeguato, aggiornando il regime normativo e ricostruendo le competenze delle autorità di controllo. L'industria nucleare deve avere un adeguato supporto per poter incrementare la capacità produttiva di componenti e di impianti, irrobustire le sue conoscenze, con l'ausilio di solidi piani di ricerca. Per non parlare del problema, rilevante, dell'informazione: bisogna eliminare le distorsioni e supportare un sistema
partecipativo al processo decisionale, per ristabilire una corretta percezione del rischio anche attraverso un confronto con le altre fonti energetiche. Azioni che richiedono almeno un paio di anni per fornire i primi risultati. E poi, se tutto marcerà per il vero giusto anche sul fronte autorizzativo, la costruzione di una centrale nucleare potrebbe richiedere circa 7/8 anni.
Cosa avrebbero di diverso le centrali nucleari progettate oggi rispetto a quelle che abbiamo chiuso con il referendum del 1987?
Principalmente la sicurezza e la durata, che con le attuali macchine può essere di molti decenni. Oggi la sicurezza nucleare ha raggiunto standard molto elevati, sviluppando il cosiddetto concetto della "difesa in profondità", che si basa su sistemi ingegneristici attivi e
passivi che in maniera automatica possono portare il reattore fino allo spegnimento in condizioni di sicurezza, con garanzia di contenimento della radioattività in ogni fase.
Costi?
I costi per la costruzione di una centrale nucleare, stimati nel 2005 dall'Agenzia per l'energia nucleare dell'Ocse, erano compresi tra i 1.500 e i 2.000 euro per kilowatt elettrico di potenza installata. Negli ultimi tre anni questi hanno subito un sensibile aumento, in funzione di una ripresa potenziale della domanda. Le transazioni commerciali sono coperte da riservatezza, ma si stima che i costi siano ancora inferiori ai 3.000 Euro per kilowatt, contro i 500-1.000 euro a kW necessari per costruire una tipica centrale a ciclo combinato di gas. Una centrale nucleare di media potenza, di circa mille megawatt, avrebbe dunque un costo intorno ai 3 miliardi di euro. Chiaramente, prezzi più bassi possono essere negoziati con il fornitore in funzione delle condizioni della fornitura e soprattutto del numero di unità acquistate. Ci sono poi gli altri costi da aggiungere: l'uso del territorio e gli oneri di sistema. La cosa più importante però è quanto costa l'energia prodotta dalla filiera nucleare e cosa può succedere in prospettiva.
Appunto, cosa succederà?
Sempre l'Agenzia Ocse nel 2005 stimava i costi finali in funzione del tasso di sconto, mostrando che con un costo del denaro al 5% i costi dell'energia in dollari per megawattora prodotto erano all'incirca i seguenti: nucleare 23-35, carbone 22-48, gas 40-55. Mentre con un costo del denaro al 10%, nucleare 31-53, carbone 28-58, gas 43-58.
Considerando l'aumento dei prodotti petroliferi, i costi riferiti al gas oggi vanno rivisti al rialzo.
Anche i prezzi dell'uranio non scherzano.
Vero. La prospettiva di crescita della domanda di energia nucleare ha generato un drastico aumento del costo dell'Uranio. Di fatto l'Uranio, dopo vent'anni di costi molto bassi, intorno ai 10 dollari per libbra, nel 2006 aveva raggiunto circa 50 dollari per libbra ed oggi è intorno ai 100 dollari. Sembrerebbe una situazione analoga a quella del petrolio. Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che il costo dell'uranio incide solo per il 5% sul costo dell'energia elettrica finale, così un aumento del costo dell'uranio anche di 10 volte, porterebbe ad un incremento del costo finale dell'energia inferiore al 50%. Nel caso del gas, invece, dove l'incidenza del costo del combustibile sul prezzo finale dell'energia elettrica e del 70-80%, il trasferimento sul prezzo finale è pressoché integrale. Questi parametri devono essere attentamente valutati nello sviluppo degli scenari a lungo termine e nella definizione dei relativi piani energetici.
Stiamo parlando di centrali di terza generazione, disponibili oggi. La quarta generazione promette di tagliare anche i costi operativi, moltiplicando le risorse del combustibile, oltre a incrementare tutti i fattori di sicurezza. E' così?
Proprio così. La limitata disponibilità in natura dell'Uranio, a parte i costi, pone il rilevante problema della durata delle scorte accertate. Con l'attuale generazione di reattori, ai ratei di sfruttamento odierni, la produzione di energia nucleare
non potrà durare a lungo. Se nei prossimi decenni non si cambierà l'attuale parco di reattori con i cosiddetti "reattori veloci" le riserve accertate di Uranio si esauriranno in meno di un secolo, riproponendo a breve termine una situazione analoga a quella odierna sul petrolio e vanificando qualunque investimento nel settore. Inoltre, la quantità di scorie ad alta radiotossicità e a lunga vita, prodotte oggi con reattori di seconda e terza generazione, è destinata ad aumentare al ritmo attuale, ponendo in maniera sempre più decisa la problematica della gestione dei rifiuti radioattivi ad alta attività. In particolare, gli attinidi costituiscono, se rilasciati nell'ambiente, un grande pericolo per gli organismi viventi e, pertanto, per una corretta gestione occorre isolarli dalla biosfera per lunghi periodi, centinaia di migliaia di anni.
Le scorie: ecco un altro problema che in Italia non riusciamo a risolvere. La strada corretta qual è?
Per lo smaltimento definitivo il deposito sotterraneo in strutture profonde geologicamente stabili, associato ad opportuni sistemi di contenimento, è una soluzione accettata, tecnologicamente sostenibile ed è in programma in molti Paesi. E' evidente, però, che esistono forti motivazioni per accelerare l'industrializzazione di tecnologie che, attraverso processi di separazione e trasmutazione, permettano di ridurre fortemente le quantità, i tempi di confinamento, la radiotossicità ed il carico termico dei rifiuti a vita lunga, al fine di limitare quanto più possibile l'onere della gestione delle scorie radioattive e l'aumento significativo del numero dei siti di smaltimento. La comunità scientifica e l'industria di settore, stanno appunto fornendo risposte efficaci ad entrambe le problematiche con l'iniziativa Generation IV, che si propone di sviluppare e rendere disponibili i cosiddetti reattori di quarta generazione, capaci di massimizzare l'utilizzo del materiale fissile, anche attraverso processi di fertilizzazione, in modo da allungare decisamente la durata del combustibile nucleare a diverse migliaia di anni e, al tempo stesso, minimizzare la produzione dei rifiuti radioattivi a lunga vita, rendendoli combustibili per questi nuovi impianti, abbattendo quindi i costi.
E' realistica l'ipotesi del debutto della quarta generazione entro dieci anni?
I piani di sviluppo a livello comunitario ed internazionale, impostati negli anni passati
prima dei recenti avvenimenti che hanno suscitato notevoli preoccupazioni sulla disponibilità futura e a basso costo dell'energia, prevedevano tempi più lunghi.
Per esempio la Francia, che ha in esercizio reattori per una potenza elettrica installata per oltre 60 gigawatt, ha un piano che prevede l'industrializzazione dei reattori di quarta generazione fra alcuni decenni, al posto degli attuali. Altri Paesi potrebbero avere interessi più stringenti per accelerarne lo sviluppo e l'industrializzazione. I primi prototipi, anche se non con tutte le prerogative di quarta generazione, soprattutto sul ciclo del combustibile, potrebbero essere realizzati abbastanza presto ed alcuni dimostratori sono già previsti. Per una filiera industriale completa il discorso è diverso, dieci anni non sono molti e tutto dipenderà da quante risorse saranno disponibili per queste
attività e le competenze che si potranno mettere in campo. Non è facile dare una risposta certa a questa domanda, gli interessi e gli scenari possono cambiare rapidamente. Basti solo pensare all'atteggiamento che c'era in Italia verso il nucleare solo qualche anno fa. Oggi la situazione è completamente diversa. Chissà se i Paesi che hanno notevoli competenze e capacità in questo settore non decidano di anticipare drasticamente i tempi.
Allora non vale le pena di aspettare?
Queste scelte possono essere solo il frutto di uno studio ampio ed esaustivo. Sarebbe sbagliato e riduttivo farle in funzione delle opinioni personali che ognuno di noi può avere. C'è però un'altra possibilità: partire con le prime macchine di tecnologia attuale, nel frattempo supportare ed accelerare lo sviluppo dei reattori di quarta generazione e passare alla loro installazione non appena avranno raggiunto la necessaria maturità tecnologica. Anche questa possibilità, però, deve essere valutata all'interno di uno studio tecnico-economico e verificarne la reale sostenibilità.
Cosa ne pensa della collaborazione che sta allacciando in Russia la Del Fungo sui reattori di quarta generazione raffreddati al piombo?
Mi sembra molto interessante e promettente. Il sistema russo possiede notevoli competenze e tecnologie su questa filiera. Questo sistema è stato utilizzato anche per la propulsione dei sommergibili nucleari e oggi i russi stanno sviluppando dei modelli per usi civili. Anche l'Italia ha notevoli competenze in questo settore. Il reattore veloce al piombo è stata una
delle filiere sviluppate dall'Enea con i suoi partner, dedicando molte risorse e notevoli impegni su questo filone di ricerca, al quale ho partecipato personalmente.
23 LUGLIO 2008
L'intervista mi sembra ben fatta, la cosa che mi stupisce (fino a un certo punto) è la totale mancanza di collegamento tra le premesse e le conclusioni del discorso; si dice che l'energia nucleare costa più delle altre, che l'uranio è in via di esaurimento e costerà sempre di più, che in regime di tassi di interesse alti (come sta accadendo) gli elevati costi di investimento renderanno quest'energia sempre più cara e.... però il paese deve "fare squadra per il nucleare". Ma che è, il Santo Graal?
Il Sole 24 Ore
23 LUGLIO 2008
«Fare squadra per il nucleare»
di Federico Rendina
Dieci anni per il ritorno del nucleare "made in Italy". Non prima, considerando i tempi tecnici necessari alla filiera industriale, alla ricostruzione delle strutture di controllo, al non facile recupero del consenso popolare. Non dopo, se tutto andrà veramente per il verso giusto. E guai ad assecondare la polemica sull'opportunità di mettere subito in campo le centrali di terza generazione o aspettare il sogno della quarta, che promette di digerire e riciclare in assoluta sicurezza perfino gli attuali detriti radioattivi, abbattendo drasticamente i costi operativi. Terza e quarta generazione potrebbero, anzi, andare a braccetto. Passandosi utilmente il testimone lungo la strada. A tracciarla, in questa intervista, è uno dei tecnici italiani più quotati: Francesco Troiani, coordinatore della ricerca nucleare dell'Enea e presidente di Nucleco, la società partecipata da Sogin ed ENEA che si occupa di gestire le scorie nucleari a bassa e media intensità.
A quali condizioni tecnico-operative è ipotizzabile un ritorno italiano alla produzione elettrica da nucleare entro qualche anno, come si propone il Governo?
Potremmo farcela solo se tutte ma davvero tutte le parti coinvolte, dagli organismi istituzionali e di controllo agli enti di ricerca e formazione, dall'industria agli operatori energetici, ma anche il mondo della finanza e le parti sociali, riusciranno a creare un vero sistema di cooperazione. L'energia nucleare può contribuire alla soluzione della questione energetica ma, sebbene presenti un basso costo per kilowattora, è caratterizzata da alti costi di investimento che devono essere salvaguardati attraverso programmi a lungo termine, con politiche di protezione degli investimenti e di stabilizzazione dei prezzi.
Qualche anno cosa vuol dire?
Dipenderà da quanto saremo efficaci e veloci nel ricostruire il cosiddetto "sistema paese" ed a riacquistare un più ampio consenso del pubblico. Non è consigliabile ripartire senza aver risolto le problematiche più urgenti. Il sistema regolatorio deve essere adeguato, aggiornando il regime normativo e ricostruendo le competenze delle autorità di controllo. L'industria nucleare deve avere un adeguato supporto per poter incrementare la capacità produttiva di componenti e di impianti, irrobustire le sue conoscenze, con l'ausilio di solidi piani di ricerca. Per non parlare del problema, rilevante, dell'informazione: bisogna eliminare le distorsioni e supportare un sistema
partecipativo al processo decisionale, per ristabilire una corretta percezione del rischio anche attraverso un confronto con le altre fonti energetiche. Azioni che richiedono almeno un paio di anni per fornire i primi risultati. E poi, se tutto marcerà per il vero giusto anche sul fronte autorizzativo, la costruzione di una centrale nucleare potrebbe richiedere circa 7/8 anni.
Cosa avrebbero di diverso le centrali nucleari progettate oggi rispetto a quelle che abbiamo chiuso con il referendum del 1987?
Principalmente la sicurezza e la durata, che con le attuali macchine può essere di molti decenni. Oggi la sicurezza nucleare ha raggiunto standard molto elevati, sviluppando il cosiddetto concetto della "difesa in profondità", che si basa su sistemi ingegneristici attivi e
passivi che in maniera automatica possono portare il reattore fino allo spegnimento in condizioni di sicurezza, con garanzia di contenimento della radioattività in ogni fase.
Costi?
I costi per la costruzione di una centrale nucleare, stimati nel 2005 dall'Agenzia per l'energia nucleare dell'Ocse, erano compresi tra i 1.500 e i 2.000 euro per kilowatt elettrico di potenza installata. Negli ultimi tre anni questi hanno subito un sensibile aumento, in funzione di una ripresa potenziale della domanda. Le transazioni commerciali sono coperte da riservatezza, ma si stima che i costi siano ancora inferiori ai 3.000 Euro per kilowatt, contro i 500-1.000 euro a kW necessari per costruire una tipica centrale a ciclo combinato di gas. Una centrale nucleare di media potenza, di circa mille megawatt, avrebbe dunque un costo intorno ai 3 miliardi di euro. Chiaramente, prezzi più bassi possono essere negoziati con il fornitore in funzione delle condizioni della fornitura e soprattutto del numero di unità acquistate. Ci sono poi gli altri costi da aggiungere: l'uso del territorio e gli oneri di sistema. La cosa più importante però è quanto costa l'energia prodotta dalla filiera nucleare e cosa può succedere in prospettiva.
Appunto, cosa succederà?
Sempre l'Agenzia Ocse nel 2005 stimava i costi finali in funzione del tasso di sconto, mostrando che con un costo del denaro al 5% i costi dell'energia in dollari per megawattora prodotto erano all'incirca i seguenti: nucleare 23-35, carbone 22-48, gas 40-55. Mentre con un costo del denaro al 10%, nucleare 31-53, carbone 28-58, gas 43-58.
Considerando l'aumento dei prodotti petroliferi, i costi riferiti al gas oggi vanno rivisti al rialzo.
Anche i prezzi dell'uranio non scherzano.
Vero. La prospettiva di crescita della domanda di energia nucleare ha generato un drastico aumento del costo dell'Uranio. Di fatto l'Uranio, dopo vent'anni di costi molto bassi, intorno ai 10 dollari per libbra, nel 2006 aveva raggiunto circa 50 dollari per libbra ed oggi è intorno ai 100 dollari. Sembrerebbe una situazione analoga a quella del petrolio. Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che il costo dell'uranio incide solo per il 5% sul costo dell'energia elettrica finale, così un aumento del costo dell'uranio anche di 10 volte, porterebbe ad un incremento del costo finale dell'energia inferiore al 50%. Nel caso del gas, invece, dove l'incidenza del costo del combustibile sul prezzo finale dell'energia elettrica e del 70-80%, il trasferimento sul prezzo finale è pressoché integrale. Questi parametri devono essere attentamente valutati nello sviluppo degli scenari a lungo termine e nella definizione dei relativi piani energetici.
Stiamo parlando di centrali di terza generazione, disponibili oggi. La quarta generazione promette di tagliare anche i costi operativi, moltiplicando le risorse del combustibile, oltre a incrementare tutti i fattori di sicurezza. E' così?
Proprio così. La limitata disponibilità in natura dell'Uranio, a parte i costi, pone il rilevante problema della durata delle scorte accertate. Con l'attuale generazione di reattori, ai ratei di sfruttamento odierni, la produzione di energia nucleare
non potrà durare a lungo. Se nei prossimi decenni non si cambierà l'attuale parco di reattori con i cosiddetti "reattori veloci" le riserve accertate di Uranio si esauriranno in meno di un secolo, riproponendo a breve termine una situazione analoga a quella odierna sul petrolio e vanificando qualunque investimento nel settore. Inoltre, la quantità di scorie ad alta radiotossicità e a lunga vita, prodotte oggi con reattori di seconda e terza generazione, è destinata ad aumentare al ritmo attuale, ponendo in maniera sempre più decisa la problematica della gestione dei rifiuti radioattivi ad alta attività. In particolare, gli attinidi costituiscono, se rilasciati nell'ambiente, un grande pericolo per gli organismi viventi e, pertanto, per una corretta gestione occorre isolarli dalla biosfera per lunghi periodi, centinaia di migliaia di anni.
Le scorie: ecco un altro problema che in Italia non riusciamo a risolvere. La strada corretta qual è?
Per lo smaltimento definitivo il deposito sotterraneo in strutture profonde geologicamente stabili, associato ad opportuni sistemi di contenimento, è una soluzione accettata, tecnologicamente sostenibile ed è in programma in molti Paesi. E' evidente, però, che esistono forti motivazioni per accelerare l'industrializzazione di tecnologie che, attraverso processi di separazione e trasmutazione, permettano di ridurre fortemente le quantità, i tempi di confinamento, la radiotossicità ed il carico termico dei rifiuti a vita lunga, al fine di limitare quanto più possibile l'onere della gestione delle scorie radioattive e l'aumento significativo del numero dei siti di smaltimento. La comunità scientifica e l'industria di settore, stanno appunto fornendo risposte efficaci ad entrambe le problematiche con l'iniziativa Generation IV, che si propone di sviluppare e rendere disponibili i cosiddetti reattori di quarta generazione, capaci di massimizzare l'utilizzo del materiale fissile, anche attraverso processi di fertilizzazione, in modo da allungare decisamente la durata del combustibile nucleare a diverse migliaia di anni e, al tempo stesso, minimizzare la produzione dei rifiuti radioattivi a lunga vita, rendendoli combustibili per questi nuovi impianti, abbattendo quindi i costi.
E' realistica l'ipotesi del debutto della quarta generazione entro dieci anni?
I piani di sviluppo a livello comunitario ed internazionale, impostati negli anni passati
prima dei recenti avvenimenti che hanno suscitato notevoli preoccupazioni sulla disponibilità futura e a basso costo dell'energia, prevedevano tempi più lunghi.
Per esempio la Francia, che ha in esercizio reattori per una potenza elettrica installata per oltre 60 gigawatt, ha un piano che prevede l'industrializzazione dei reattori di quarta generazione fra alcuni decenni, al posto degli attuali. Altri Paesi potrebbero avere interessi più stringenti per accelerarne lo sviluppo e l'industrializzazione. I primi prototipi, anche se non con tutte le prerogative di quarta generazione, soprattutto sul ciclo del combustibile, potrebbero essere realizzati abbastanza presto ed alcuni dimostratori sono già previsti. Per una filiera industriale completa il discorso è diverso, dieci anni non sono molti e tutto dipenderà da quante risorse saranno disponibili per queste
attività e le competenze che si potranno mettere in campo. Non è facile dare una risposta certa a questa domanda, gli interessi e gli scenari possono cambiare rapidamente. Basti solo pensare all'atteggiamento che c'era in Italia verso il nucleare solo qualche anno fa. Oggi la situazione è completamente diversa. Chissà se i Paesi che hanno notevoli competenze e capacità in questo settore non decidano di anticipare drasticamente i tempi.
Allora non vale le pena di aspettare?
Queste scelte possono essere solo il frutto di uno studio ampio ed esaustivo. Sarebbe sbagliato e riduttivo farle in funzione delle opinioni personali che ognuno di noi può avere. C'è però un'altra possibilità: partire con le prime macchine di tecnologia attuale, nel frattempo supportare ed accelerare lo sviluppo dei reattori di quarta generazione e passare alla loro installazione non appena avranno raggiunto la necessaria maturità tecnologica. Anche questa possibilità, però, deve essere valutata all'interno di uno studio tecnico-economico e verificarne la reale sostenibilità.
Cosa ne pensa della collaborazione che sta allacciando in Russia la Del Fungo sui reattori di quarta generazione raffreddati al piombo?
Mi sembra molto interessante e promettente. Il sistema russo possiede notevoli competenze e tecnologie su questa filiera. Questo sistema è stato utilizzato anche per la propulsione dei sommergibili nucleari e oggi i russi stanno sviluppando dei modelli per usi civili. Anche l'Italia ha notevoli competenze in questo settore. Il reattore veloce al piombo è stata una
delle filiere sviluppate dall'Enea con i suoi partner, dedicando molte risorse e notevoli impegni su questo filone di ricerca, al quale ho partecipato personalmente.
23 LUGLIO 2008
mercoledì 23 luglio 2008
E’ più logico mangiare bio (logico)
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 5-19 giugno 2008
Quanti fra noi non hanno mai sostenuto che “le cose di una volta” erano migliori?
Eh, i pomodori del campo del contadino, e chi li trova più… Signora mia, oggi è tutto artefatto, per carità… Il rimpianto per “i sapori di una volta” è piuttosto comune. Eppure c’è una inspiegabile resistenza psicologica al biologico, che pure – a onor del vero – ha un trend in continuo aumento. Chi compera e consuma preferibilmente prodotti biologici avrà senz’altro provato quella fastidiosa sensazione di esser guardato come se fosse un ufo anche un po’ credulone, e non importa se le persone con cui sta parlando siano di mentalità aperta e buona cultura. Mangi biologico uguale povero illuso.
La contrarietà che viene più frequentemente espressa è che “tanto ormai è tutto inquinato”, pertanto sarebbe inutile illudersi che si possano coltivare dei vegetali esenti dalla contaminazione. Tuttavia ci arriva pure un bambino a capire che un prodotto coltivato in modo organico, senza pesticidi e fertilizzanti chimici, sarà comunque meno inquinato da tali sostanze (che pure potrebbero in minima misura essere presenti ovunque, visto che le hanno rinvenute anche tra i ghiacci del Polo) rispetto ad un vegetale industriale.
La seconda opposizione è “ma perché, ti fidi? Chissà che roba è, ti prendono in giro”. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, biologico o no: il rischio di frode esiste, e che non sia solo un rischio lo abbiamo visto di recente con i casi dell’olio extra vergine di oliva edulcorato, il vino avvelenato, la mozzarella di bufala alla diossina. Nessuno di questi prodotti era spacciato per biologico. Ciononostante il consumatore non pensava certo di mettersi nel piatto o nel bicchiere un compendio di prodotti chimici dannosi per la salute. Ed infatti era truffa. Perciò il rischio della truffa alimentare esiste in qualsiasi caso, biologico o non biologico.
Capita poi di imbattersi in tesi fantasiose, come quella che sostiene che i vegetali coltivati biologicamente sono rischiosi poiché al posto dei fertilizzanti chimici utilizzano i vecchi sistemi di una volta, ossia il letame, e che dunque bisognerebbe lavarli con maggior attenzione. Seguendo lo stesso ragionamento, viene da chiedersi perché mai allora non sostituire i prati con delle distese di erba artificiale, che a pensarci bene offrirebbe il vantaggio di non dover essere irrigata e di non sporcare le suole, e poi vogliamo mettere il vantaggio di sdraiarsi su di un prato senza formiche?
Se vogliamo consegnare alle future generazioni un mondo ancora capace di accogliere e nutrire le proprie specie, razza umana inclusa, dovremmo invece ricorrere quanto più possibile alle coltivazioni biologiche giacché – se anche non ci interessa cosa mettiamo nel piatto – non possiamo ignorare che l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contamina la terra ed anche le falde acquifere per molti anni a venire.
Secondo un vecchio proverbio indiano, noi non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori:l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. Dovremmo trattarla meglio, per fargliela trovare in buone condizioni quando sarà il loro turno.
La Voce Democratica – 5-19 giugno 2008
Quanti fra noi non hanno mai sostenuto che “le cose di una volta” erano migliori?
Eh, i pomodori del campo del contadino, e chi li trova più… Signora mia, oggi è tutto artefatto, per carità… Il rimpianto per “i sapori di una volta” è piuttosto comune. Eppure c’è una inspiegabile resistenza psicologica al biologico, che pure – a onor del vero – ha un trend in continuo aumento. Chi compera e consuma preferibilmente prodotti biologici avrà senz’altro provato quella fastidiosa sensazione di esser guardato come se fosse un ufo anche un po’ credulone, e non importa se le persone con cui sta parlando siano di mentalità aperta e buona cultura. Mangi biologico uguale povero illuso.
La contrarietà che viene più frequentemente espressa è che “tanto ormai è tutto inquinato”, pertanto sarebbe inutile illudersi che si possano coltivare dei vegetali esenti dalla contaminazione. Tuttavia ci arriva pure un bambino a capire che un prodotto coltivato in modo organico, senza pesticidi e fertilizzanti chimici, sarà comunque meno inquinato da tali sostanze (che pure potrebbero in minima misura essere presenti ovunque, visto che le hanno rinvenute anche tra i ghiacci del Polo) rispetto ad un vegetale industriale.
La seconda opposizione è “ma perché, ti fidi? Chissà che roba è, ti prendono in giro”. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, biologico o no: il rischio di frode esiste, e che non sia solo un rischio lo abbiamo visto di recente con i casi dell’olio extra vergine di oliva edulcorato, il vino avvelenato, la mozzarella di bufala alla diossina. Nessuno di questi prodotti era spacciato per biologico. Ciononostante il consumatore non pensava certo di mettersi nel piatto o nel bicchiere un compendio di prodotti chimici dannosi per la salute. Ed infatti era truffa. Perciò il rischio della truffa alimentare esiste in qualsiasi caso, biologico o non biologico.
Capita poi di imbattersi in tesi fantasiose, come quella che sostiene che i vegetali coltivati biologicamente sono rischiosi poiché al posto dei fertilizzanti chimici utilizzano i vecchi sistemi di una volta, ossia il letame, e che dunque bisognerebbe lavarli con maggior attenzione. Seguendo lo stesso ragionamento, viene da chiedersi perché mai allora non sostituire i prati con delle distese di erba artificiale, che a pensarci bene offrirebbe il vantaggio di non dover essere irrigata e di non sporcare le suole, e poi vogliamo mettere il vantaggio di sdraiarsi su di un prato senza formiche?
Se vogliamo consegnare alle future generazioni un mondo ancora capace di accogliere e nutrire le proprie specie, razza umana inclusa, dovremmo invece ricorrere quanto più possibile alle coltivazioni biologiche giacché – se anche non ci interessa cosa mettiamo nel piatto – non possiamo ignorare che l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici contamina la terra ed anche le falde acquifere per molti anni a venire.
Secondo un vecchio proverbio indiano, noi non abbiamo ereditato la Terra dai nostri genitori:l’abbiamo ricevuta in prestito dai nostri figli. Dovremmo trattarla meglio, per fargliela trovare in buone condizioni quando sarà il loro turno.
martedì 22 luglio 2008
Farsi un'idea
Oggi in Italia tutti hanno un'idea sull'energia nucleare, ed è un'idea prevalentemente a favore; appena due-tre anni fa, tutti avevano - anche allora - un'idea, ed era in massima parte un'idea contraria. Il dato comune a queste due situazioni è che, a fronte della maggioranza vastissima di persone che hanno un'opinione netta, sono pochissimi quelli che, oltre all'opinione, hanno anche un’idea chiara del tema su cui si esprimono.
Questo è un vero male nazionale che non riguarda solo la discussione sull'energia nucleare, riguarda tutto: dalla nazionale di calcio (i famosi sessanta milioni di commissari tecnici) alla politica monetaria della Banca Centrale Europea. Non c’è niente di male nell’esprimere opinioni, e anzi è quello che ci si aspetta dai cittadini in democrazia; il problema è che bisognerebbe anche sapere di cosa si sta parlando.
Il caso dell’energia nucleare è paradigmatico, e quindi lo propongo come esempio, anche per riprendere il post di Cristiana di qualche giorno fa.
Lei sollevava il problema dello smaltimento delle scorie, tuttora irrisolto, e andava senza mezzi termini al nodo centrale della questione, che è l’impossibilità di puntare sul risparmio in una società la cui economia è condannata ad aumentare perpetuamente i propri consumi per poter sopravvivere.
Io vorrei aggiungere alcune considerazioni di economia elementare che sarebbero di dominio pubblico, se solo “la ggente” prima di parlare avesse la diligenza minima di documentarsi. Per chi volesse farlo, io ho trovato molto utile Le energie pulite, un libricino scritto da Pietro Menna per Il Mulino e presentato nella collana Farsi un’idea, meritoria in quanto cerca proprio di andare incontro alle esigenze di documentazione minima dei cittadini, costretti oggi ad avventurarsi su terreni troppo impervi per poter essere esplorati senza l’aiuto di una guida indigena (medicina, bioetica, fisica, chimica, economia, ecc.).
Riguardo all’energia nucleare si capiscono subito alcune cose:
1) non è vero che è economica, in realtà costa molto di più di tutte le altre energie, ma il costo in bolletta sembra più basso perché non comprende mai lo stoccaggio delle scorie e neppure lo smantellamento della centrale, al termine del suo ciclo di vita.
2) Questi costi non vengono contabilizzati perché non sono mai sostenuti dal privato che realizza la centrale, ma dallo stato, e vengono finanziati attraverso le tasse; in soldoni (è proprio il caso di dirlo): oggi non esiste al mondo una sola compagnia che realizzi in toto (e in proprio) centrali nucleari; tutte godono di robuste sovvenzioni statali, per cui i cittadini si illudono di pagare poco l’elettricità quando ricevono la bolletta, mentre la strapagano senza saperlo quando fanno la denuncia dei redditi (e infatti la Francia è uno dei paesi con la pressione fiscale più alta al mondo, anche se c’è da dire che è più bassa della nostra e comunque loro, in cambio delle tasse, ai cittadini danno anche dei servizi, cosa che da noi non si usa).
3) L’uranio è in via di esaurimento esattamente come il petrolio, e infatti le sue quotazioni di borsa stanno salendo verso la stratosfera; questo nonostante siano diversi anni che al mondo di nuove centrali se ne vedano davvero pochine.
4) Al momento, non c’è modo di impedire ad uno stato che disponga di una centrale nucleare civile il suo uso a fini bellici (il caso dell’Iran dovrebbe essere un esempio lampante di questa problematica).
5) E’ stato calcolato che un serio piano di risparmio energetico darebbe al nostro paese un apporto pari a quello di quattro o cinque centrali di terza generazione; ovviamente, questo presupporrebbe il crollo del fatturato di colossi come ENEL, ENI, ACEA e compagnia, e quindi è fuori discussione.
A queste considerazioni dell’esperto aggiungo un po’ di buon senso pratico:
1) se il rischio di incidente è basso per la singola centrale (mettiamo uno ogni diecimila anni), questo si tradurrebbe in un incidente all’anno qualora avessimo diecimila centrali. Onestamente non so quant’è davvero il rischio e neppure quante centrali ci siano oggi nel mondo, ma che il rischio aumenta con il numero degli impianti lo capiscono anche i gatti veri, quelli di tipo felis catus, non c’è bisogno di un probabilista come il vostro Gattopuzzo.
2) L’unico vantaggio concreto che può derivare dal nucleare è quello della diversificazione, e cioè la riduzione della dipendenza da altre fonti (in particolare dal gas, verso cui è fortemente sbilanciato il mix italiano).
Ma se le cose stanno così a chi conviene il nucleare? La risposta a questa domanda, date le premesse fatte sopra, ormai è quasi banale: il nucleare conviene innanzitutto a chi lo realizza, perché intasca un oceano di fondi pubblici; e poi conviene all’industria, che scarica i costi dell’energia che usa sulla fiscalità generale (cioè sulle tasse che paghiamo tutti).
In Italia però il dibattito è sempre stato – in questo campo come in tanti altri - soprattutto emotivo, e il passaggio da una maggioranza di contrari ad una di favorevoli è stato facilmente conseguito dagli interessati attraverso adeguate campagne di stampa: è bastato averne i mezzi.
Ma quand’è che da burattini orientabili ci decideremo a trasformarci in cittadini veri?
Questo è un vero male nazionale che non riguarda solo la discussione sull'energia nucleare, riguarda tutto: dalla nazionale di calcio (i famosi sessanta milioni di commissari tecnici) alla politica monetaria della Banca Centrale Europea. Non c’è niente di male nell’esprimere opinioni, e anzi è quello che ci si aspetta dai cittadini in democrazia; il problema è che bisognerebbe anche sapere di cosa si sta parlando.
Il caso dell’energia nucleare è paradigmatico, e quindi lo propongo come esempio, anche per riprendere il post di Cristiana di qualche giorno fa.
Lei sollevava il problema dello smaltimento delle scorie, tuttora irrisolto, e andava senza mezzi termini al nodo centrale della questione, che è l’impossibilità di puntare sul risparmio in una società la cui economia è condannata ad aumentare perpetuamente i propri consumi per poter sopravvivere.
Io vorrei aggiungere alcune considerazioni di economia elementare che sarebbero di dominio pubblico, se solo “la ggente” prima di parlare avesse la diligenza minima di documentarsi. Per chi volesse farlo, io ho trovato molto utile Le energie pulite, un libricino scritto da Pietro Menna per Il Mulino e presentato nella collana Farsi un’idea, meritoria in quanto cerca proprio di andare incontro alle esigenze di documentazione minima dei cittadini, costretti oggi ad avventurarsi su terreni troppo impervi per poter essere esplorati senza l’aiuto di una guida indigena (medicina, bioetica, fisica, chimica, economia, ecc.).Riguardo all’energia nucleare si capiscono subito alcune cose:
1) non è vero che è economica, in realtà costa molto di più di tutte le altre energie, ma il costo in bolletta sembra più basso perché non comprende mai lo stoccaggio delle scorie e neppure lo smantellamento della centrale, al termine del suo ciclo di vita.
2) Questi costi non vengono contabilizzati perché non sono mai sostenuti dal privato che realizza la centrale, ma dallo stato, e vengono finanziati attraverso le tasse; in soldoni (è proprio il caso di dirlo): oggi non esiste al mondo una sola compagnia che realizzi in toto (e in proprio) centrali nucleari; tutte godono di robuste sovvenzioni statali, per cui i cittadini si illudono di pagare poco l’elettricità quando ricevono la bolletta, mentre la strapagano senza saperlo quando fanno la denuncia dei redditi (e infatti la Francia è uno dei paesi con la pressione fiscale più alta al mondo, anche se c’è da dire che è più bassa della nostra e comunque loro, in cambio delle tasse, ai cittadini danno anche dei servizi, cosa che da noi non si usa).
3) L’uranio è in via di esaurimento esattamente come il petrolio, e infatti le sue quotazioni di borsa stanno salendo verso la stratosfera; questo nonostante siano diversi anni che al mondo di nuove centrali se ne vedano davvero pochine.
4) Al momento, non c’è modo di impedire ad uno stato che disponga di una centrale nucleare civile il suo uso a fini bellici (il caso dell’Iran dovrebbe essere un esempio lampante di questa problematica).
5) E’ stato calcolato che un serio piano di risparmio energetico darebbe al nostro paese un apporto pari a quello di quattro o cinque centrali di terza generazione; ovviamente, questo presupporrebbe il crollo del fatturato di colossi come ENEL, ENI, ACEA e compagnia, e quindi è fuori discussione.
A queste considerazioni dell’esperto aggiungo un po’ di buon senso pratico:
1) se il rischio di incidente è basso per la singola centrale (mettiamo uno ogni diecimila anni), questo si tradurrebbe in un incidente all’anno qualora avessimo diecimila centrali. Onestamente non so quant’è davvero il rischio e neppure quante centrali ci siano oggi nel mondo, ma che il rischio aumenta con il numero degli impianti lo capiscono anche i gatti veri, quelli di tipo felis catus, non c’è bisogno di un probabilista come il vostro Gattopuzzo.
2) L’unico vantaggio concreto che può derivare dal nucleare è quello della diversificazione, e cioè la riduzione della dipendenza da altre fonti (in particolare dal gas, verso cui è fortemente sbilanciato il mix italiano).
Ma se le cose stanno così a chi conviene il nucleare? La risposta a questa domanda, date le premesse fatte sopra, ormai è quasi banale: il nucleare conviene innanzitutto a chi lo realizza, perché intasca un oceano di fondi pubblici; e poi conviene all’industria, che scarica i costi dell’energia che usa sulla fiscalità generale (cioè sulle tasse che paghiamo tutti).
In Italia però il dibattito è sempre stato – in questo campo come in tanti altri - soprattutto emotivo, e il passaggio da una maggioranza di contrari ad una di favorevoli è stato facilmente conseguito dagli interessati attraverso adeguate campagne di stampa: è bastato averne i mezzi.
Ma quand’è che da burattini orientabili ci decideremo a trasformarci in cittadini veri?
giovedì 17 luglio 2008
Questioni di omogeneità
di Cristiana Capagni
La Voce Democratica – 3/17 luglio 2008
Poniamo il caso che abbiate una casa con il terrazzo. Un terrazzo ampio e molto bello, che avete però arredato in modo disomogeneo: un lato è desolatamente vuoto, mentre gli altri lati sono eccessivamente gremiti di vasi con piante, arredi da esterni in ferro battuto, magari anche un dondolo. Un vostro amico architetto un giorno vi viene a trovare e vi mette in guardia dal pericolo che il peso eccessivo rappresenta: vi dice che il terrazzo potrebbe avere dei cedimenti strutturali dalla parte dove avete accumulato troppi oggetti pesanti.
Cosa fareste? E’ logico supporre che spostereste alcuni degli arredi o dei vasi più pesanti sul lato rimasto vuoto, così da distribuire il peso, che ora grava concentrato su pochi punti, su di una superficie più ampia.
E cosa pensereste di una persona che al vostro posto lasci il peso gravare sugli stessi punti ed in più aggiunga altri vasi stracolmi di terra e piante ed un tavolo in ferro e terracotta e delle seggiole pesanti e magari anche un ombrellone sul lato rimasto vuoto?
Se nella rappresentazione succitata sostituiamo alcuni elementi con altri e poniamo gli stessi interrogativi, si presume che delle risposte sensate non dovrebbero discostarsi troppo da quelle già date.
Sostituiamo quindi l’ambiente terrazzo con il pianeta Terra; i vasi, le piante e gli arredi con la popolazione mondiale; il lato vuoto sarà infine il nostro Paese: questa Italia che i demografi considerano sconsolatamente vuota.
E domandiamoci: che senso ha pianificare un incremento considerevole della popolazione italiana, che ci dicono essere in calo, quando il Pianeta contiene già ora più di sei miliardi di individui i quali, è bene ricordarlo, per la maggior parte non hanno accesso a cibo e ad acqua potabile in misura sufficiente?
E quando – come la coscienza ci impone – saremo riusciti a risolvere positivamente le disuguaglianze fra Primo e Terzo Mondo e quindi tutti i sei miliardi di abitanti potranno a giusta ragione bere, mangiare, lavarsi, vestirsi, rinfrescarsi e riscaldarsi ed andare in giro in auto e dunque peseranno non più quanto sei ma almeno quanto dieci o dodici miliardi di individui, cosa accadrà?
Le campagne per l’incremento demografico che tentano di convincerci che servono giovani che paghino le pensioni degli anziani appaiono il frutto di una mentalità vecchia di decenni e che non ha più riscontri nella realtà. Ci dicono che oggi i giovani sono pochi. Ebbene, di quei pochi, sono in gran numero i disoccupati o precari senza futuro.
Siamo così certi che se aumentassero di numero i giovani (disoccupati e precari), essi contribuirebbero a risanare il nostro disastrato sistema pensionistico?
Che sia così oppure no, la logica ci impone di distribuire al pari dei vasi e degli arredi da terrazzo gli esseri umani affinché non vi siano vuoti da colmare da un lato e pericolosissimi sovraffollamenti altrove. Se il terrazzo crolla, non c’è lato che si salvi.
La Voce Democratica – 3/17 luglio 2008
Poniamo il caso che abbiate una casa con il terrazzo. Un terrazzo ampio e molto bello, che avete però arredato in modo disomogeneo: un lato è desolatamente vuoto, mentre gli altri lati sono eccessivamente gremiti di vasi con piante, arredi da esterni in ferro battuto, magari anche un dondolo. Un vostro amico architetto un giorno vi viene a trovare e vi mette in guardia dal pericolo che il peso eccessivo rappresenta: vi dice che il terrazzo potrebbe avere dei cedimenti strutturali dalla parte dove avete accumulato troppi oggetti pesanti.
Cosa fareste? E’ logico supporre che spostereste alcuni degli arredi o dei vasi più pesanti sul lato rimasto vuoto, così da distribuire il peso, che ora grava concentrato su pochi punti, su di una superficie più ampia.
E cosa pensereste di una persona che al vostro posto lasci il peso gravare sugli stessi punti ed in più aggiunga altri vasi stracolmi di terra e piante ed un tavolo in ferro e terracotta e delle seggiole pesanti e magari anche un ombrellone sul lato rimasto vuoto?
Se nella rappresentazione succitata sostituiamo alcuni elementi con altri e poniamo gli stessi interrogativi, si presume che delle risposte sensate non dovrebbero discostarsi troppo da quelle già date.
Sostituiamo quindi l’ambiente terrazzo con il pianeta Terra; i vasi, le piante e gli arredi con la popolazione mondiale; il lato vuoto sarà infine il nostro Paese: questa Italia che i demografi considerano sconsolatamente vuota.
E domandiamoci: che senso ha pianificare un incremento considerevole della popolazione italiana, che ci dicono essere in calo, quando il Pianeta contiene già ora più di sei miliardi di individui i quali, è bene ricordarlo, per la maggior parte non hanno accesso a cibo e ad acqua potabile in misura sufficiente?
E quando – come la coscienza ci impone – saremo riusciti a risolvere positivamente le disuguaglianze fra Primo e Terzo Mondo e quindi tutti i sei miliardi di abitanti potranno a giusta ragione bere, mangiare, lavarsi, vestirsi, rinfrescarsi e riscaldarsi ed andare in giro in auto e dunque peseranno non più quanto sei ma almeno quanto dieci o dodici miliardi di individui, cosa accadrà?
Le campagne per l’incremento demografico che tentano di convincerci che servono giovani che paghino le pensioni degli anziani appaiono il frutto di una mentalità vecchia di decenni e che non ha più riscontri nella realtà. Ci dicono che oggi i giovani sono pochi. Ebbene, di quei pochi, sono in gran numero i disoccupati o precari senza futuro.
Siamo così certi che se aumentassero di numero i giovani (disoccupati e precari), essi contribuirebbero a risanare il nostro disastrato sistema pensionistico?
Che sia così oppure no, la logica ci impone di distribuire al pari dei vasi e degli arredi da terrazzo gli esseri umani affinché non vi siano vuoti da colmare da un lato e pericolosissimi sovraffollamenti altrove. Se il terrazzo crolla, non c’è lato che si salvi.
domenica 13 luglio 2008
Un'ospite molto gradita
Quello che trovate sotto è un articolo scritto dalla mia amica Cristiana per La Voce Democratica, quindicinale romano che ha anche un proprio sito web (http://www.lavocedemocratica.it/). Quello che scrive Cristiana non solo lo condivido, ma mi dà alcuni spunti che cercherò di sviluppare nei prossimi giorni. Spero che anche in futuro Cristiana continuerà a mandarmi materiali prodotti da lei: per incastrarla, le appiccico subito un'etichetta (Sostiene Cristiana: pretenziosissima, ma se non ci sbrodoliamo un po' tra noi...)
Buona lettura!
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