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venerdì 30 ottobre 2009

Libertà vo' cercando...

Non aver mai pubblicato Saadat Hasan Manto, se mi si concede la licenza di una esagerazione, dovrebbe pesare sulla coscienza degli editori italiani come una colpa grave, ora fortunatamente emendata da una casa editrice indipendente che ne ha fatto il suo libro d'esordio (curiosamente, si chiamano Fuorilinea: www.fuorilinea.it).
Conobbi Manto qualche anno fa, consigliato da un amico indiano. Feci fatica a credere alle sue parole, che mi parlavano di uno dei maestri mondiali del genere short story: come mai un simile portento era ignoto non solo a me, ma a tutti i bibliofili che conoscevo? Lo scetticismo me lo sono dovuto rimangiare tutto in un boccone pochi giorni fa, dopo aver divorato in due giorni tutti i racconti di questa selezione. Tragico, sorridente, cinico, ghignante, sornione, Manto sta sempre dietro (e spesso dentro) a ciò che narra, con il suo carattere ingombrante e il suo sorriso bonario. Da vero narratore, non ha bisogno di enunciare tesi: fa parlare le sue storie, e ''Se trovate che i miei racconti siano osceni, è la societa' in cui vivete a esserlo. Con i miei racconti, io mi limito ad esporre la verita''. C’è tutto Manto in questa affermazione: l’uomo libero di mente che nacque indiano e musulmano, nel 1912, e morì pakistano e alcolista a poco più di quarant’anni. La cesura artificiale che tagliò via il Pakistan dall’India – la Partizione - divenne per la sua anima la frattura dolorosa dalla quale scaturì però la fonte della sua ispirazione più autentica: i suoi sono racconti di persone comuni, contadini, perfino matti nel bellissimo “Toba Tek Singh”, che non comprendono la logica – questa sì, davvero folle – della separazione dall’amico di ieri, dell’odio nazionalistico e del fanatismo religioso; non la comprendono eppure vi soccombono, proprio come in ogni tempo, compreso il nostro, gli inconsapevoli sono spesso vittime (e strumenti, o addirittura complici) di progetti che necessariamente li travolgono. Ma c’è anche molto altro, nel mondo di Manto: Bombay, esagerata allora come sempre, con il suo sottobosco di prostitute, magnaccia, perdigiorno, attori scombinati e lo stesso Manto, che a Bombay è giornalista, critico, scrittore di teatro e di cinema e, infine, protagonista e comprimario delle storie che racconta. Più volte processato per oscenità, e non sempre assolto, dopo la forzata emigrazione in Pakistan per proteggere la famiglia dalle rappresaglie degli Indù cedette all’alcol, che lo portò alla tomba. Non aspettatevi di leggere denunce vibranti o intemerate contro il potere: Manto non era un moralista, era un uomo che lucidamente vedeva e lucidamente descriveva. Fatti, persone e anime. Ha scritto storie sincere, prima ancora che belle. Per la sua libertà interiore ha pagato un prezzo alto, e chissà se ha finalmente avuto risposta alla domanda che volle come suo epitaffio: “Here lies Saadat Hasan Manto. With him lie buried all the arts and mysteries of short-story writing… Under tons of earth he lies, wondering who of the two is the greater short-story writer: God or he”.

venerdì 2 ottobre 2009

Re Carlo tornava dalla guerra...


Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor;

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il cimiero
d'identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor

vi ricorda nessuno?
Ma andiamo avanti:

"se ansia di gloria e sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave"

così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

"De' cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò

ma più dell'onor poté il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò

codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

lasciamo da parte la maestà, che in queste lande piuttosto bisogna parlare di satrapi (e in effetti non vedo nessuno della statura Carlo Martello). Il canovaccio, comunque, resta valido: un signore potente, una signora piacente.

"Se voi non foste il mio sovrano"
Carlo si sfila il pesante spadone
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore"
Carlo si toglie l'intero gabbione
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore"

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì

anche qui… a Carlo non serviva il viagra e men che mai le punture sul pisello… Vabbè, possiamo sempre pensare che la sua prestanza fosse dovuta alle arti oscure di qualche negromante.

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

"Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor"

"E' mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

Anche adesso Carlo fa un figura leggermente migliore rispetto a Silvio: lui, almeno, non lo sapeva davvero che la signora era ben che avvezza a un certo tipo di concessioni.
Il seguito dell’avventura, però, annulla ogni distanza. Di secoli e di stile.

anche sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"

Il re tira sul prezzo...

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Alla fine – incredibile! – si dà alla fuga senza pagare, come un cialtrone qualsiasi. Come Silvio, che promette alla D’Addario di interessarsi della sua concessione edilizia e di candidarla alle europee, e alla fine la lascia con niente in mano.

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor

al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor.

L’armatura di Carlo alla fine risplenderà comunque: è stato un puttaniere vigliacco, ma un grande re. Secondo certa dottrina gesuitica va assolto, ha fatto bene il suo mestiere. Ma Silvio? Che ne sarà del povero Silvio al cospetto della Storia, quando di lui resterà soltanto il ciarpame? Unica consolazione: non ha la statura perché la sua memoria possa durare mille anni. Presto la sua triste era uscirà anche dai libri di scuola, e finalmente – se non noi – i posteri almeno potranno dimenticarlo.
Comunque, la canzone è bellissima: è di De André, non so se semplicemente ispirata dalla poetica dello chansonnier francese George Brassens, o addirittura scritta da lui e poi tradotta in italiano da Fabrizio. La mia cultura musicale, ahimè, lascia molto a desiderare. Chi la volesse ascoltare può cliccare qui sotto:

lunedì 7 settembre 2009

Sindrome cinese



In Cina volevano chiudere internet prima delle Olimpiadi e anche adesso provano a mettere il guinzaglio ai navigatori. Con qualche successo, se è vero che tempo fa pure Yahoo alla fine cedette e fornì alle ruvide autorità cinesi nomi e cognomi di blogger e altri pericolosi controrivoluzionari, che pagarono molto cara la licenza di critica al regime che si erano autoattribuiti. Anche Ahmadinejad non scherza, con risultati però meno spettacolari: le immagini della repressione post truffa elettorale degli Ayatollah hanno fatto il giro del mondo, evidentemente i mullah non sono smanati come i capitalisti di stato mandarini, a imbrigliare le rotte dei naviganti telematici. Di quello che combina Gheddafi non so i particolari, ma viste le affinità esibite e riesibite con il nostro nano alfa – a cui ormai è rimasto solo il libico a cui dare pacche sulle spalle – immagino che non disdegni neppure lui l’arma sempre seducente della censura.
Il Berlusca sta compiendo la sua parabola: ha iniziato riversandoci addosso un fiume di parole che ha rincoglionito l’ottanta percento degli italiani, poi è passato alle urla per impedire che si sentisse anche la voce degli altri e adesso, finalmente, arriva alla pratica che più di tutte rivela il suo concetto del mondo: il manganello. Finora mediatico, almeno per quanto ne so io, ma non mi stupirei se si venisse a sapere che qualcuno ha assaggiato anche quello vero, e non per semplice esagerazione di qualche sodale troppo zelante.
Come i capitalisti di stato cinesi, Silvio nostro ha potere assoluto su tutti gli affari che si trattano e si concludono in questo paese: che si tratti di televisioni o di assicurazioni, di banche o di palazzine, lo zampino suo possiamo star sicuri che lo troviamo sempre ben intinto nel sugo. Una volta disse che il conflitto di interessi non esisteva, perché lui sarebbe uscito dall’aula ogni volta che si fosse votato su temi che lo riguardavano. L’avesse fatto davvero, farlo presidente del consiglio si sarebbe rivelata l’arma migliore per togliercelo dalle scatole: non avrebbe potuto decidere nemmeno quali merendine mettere nel cestino dei bambini. Purtroppo non l’ha fatto, mica è scemo. E, sempre in omaggio alla tradizione mandarina, adesso si è messo a menare legnate contro quel minimo di stampa semilibera che abbiamo ancora in questo paese. Denuncia gente che gli fa delle domande, ne vuole portare in tribunale altra per fargli rimangiare di aver detto che non gli si rizza, quando il primo a dirlo fu Bossi - “Silvio ha la sua età…” - seguito a ruota proprio da Feltri – “dopo l’operazione che ha subito… basterebbe che esibisse il certificato medico…”.
Rispetto all’universo totalitario cinese tutto questo manca di Pathos, sa più di commedia all’italiana che di dittatura, ma conviene non fare troppo affidamento su queste considerazioni: se gli riesce di fare in modo che i quotidiani (e soprattutto i TG) italiani non possano più riportare i titoli di quelli stranieri da lui ritenuti offensivi, l’isolamento del paese è bello che compiuto. Che io o voi siamo capaci di navigare in rete e di leggere le notizie in inglese dove ci pare, a lui non gliene frega quasi niente: quanti siamo noi? In Italia a saper usare un PC è ancora una minoranza di persone drammaticamente esigua, mai ingigantita da quelle “tre i” (inglese, internet, impresa) che rappresentarono, a suo tempo, il suo slogan ultratruffaldino. E in questa minoranza sono ancora meno quelli che masticano uno straccio di lingua, che d’altra parte ai più non servirebbe, perché i giochi in rete e i siti porno si trovano abbondantemente anche in italiano.
La strategia cinese, pure all’amatriciana come la sanno cucinare lui e l’impareggiabile Ghedini, in un paese di semianalfabeti del tutto disinteressati alla tutela dei propri spazi informativi può riuscire ancora meglio che in Cina. Poi, a quel punto, sarebbe inevitabile per il nostro cercare di chiudere la bocca anche alle pulci come me e come voi: spingersi sempre un pochino più in là, non accontentarsi mai, è nella natura del soggetto, e non ci si può illudere che non ci proverebbe. Probabilmente con effetti tragicomici, ma volete scommettere che, magari anche solo per educarne cento al prezzo di una vittima sola, riuscirebbe comunque a far male a qualcuno?

martedì 11 agosto 2009

Mille città

Ogni giorno attraversiamo universi che si compenetrano con il nostro, e non li vediamo.
Io vado al lavoro a piedi passando in rassegna quotidiana meraviglie che i più non vedranno nell’arco di una vita: San Pietro, Castel Sant’Angelo, Piazza Navona, il Pantheon, Fontana di Trevi. Se cambio itinerario: Campo de’ Fiori, i vicoli del Ghetto. E sempre mille e mille angoli di geenna, tutti in piena luce, in questa città odorosa di paradiso e dell’incenso di millanta chiese.
Appena uscito di casa vedo l’anziano stracciato e maleodorante in piazza Pia, che rumina borborigmi che giungono all’orecchio come un rombo di tuono lontano e ininterrotto, malevolo forse, non si capisce, non potrò mai dirlo. Poi attraverso il ponte, su cui implora silenziosa la vecchia zingara che elemosina prostrata a toccar terra con la fronte, con davanti l’immagine di un santino. A via della Scrofa (quando devio da quella parte) c’è un signore dalla gran barba bianca e dall’età incognita che ti sorride anche se non gli lasci niente. E tanti, tanti altri: Angelo, barba lunga e bianca pure lui, da sempre a domicilio variabile tra via dei Serpenti e via Nazionale, quasi sempre calmo, a volte rissoso che è meglio se passi avanti e fai finta di non averlo visto; una donna giovane che ha sempre su una faccia amara e una volta sì e una no è ubriaca, spesso sporca, ma i capelli lunghissimi e ricci li tiene sempre in ordine e puliti: come, dove se li lavi non è dato sapere; un tizio che sembra pakistano o indiano e vive sdraiato alla fine di via del Plebiscito, sempre sporco, non capisci se non parla perché non sa la lingua o perché è via di testa, o perché non ne ha voglia e basta. Zingare che vagano, di ogni età, disperati giovani e di mezza età, un paio di signori anziani che si aggirano con sulla pelle le stimmate dell’umiliazione: devono aver deragliato proprio verso la fine, adesso che non hanno più la forza di reagire, dopo una vita borghese e probabilmente ristretta ma sempre dignitosa. A Largo Argentina un’africana in carne come una mami che ride sempre di cuore con al collo un cartello “sono povera ma felice”, davanti a Feltrinelli una tizia magrissima ondeggia sulle anche e stride le arie di un’opera sconosciuta torturando le corde vocali ad emettere un suono di violino scordato che maciulla i timpani anche all’analfabeta musicale che sono io. Poi quello che l’altro giorno mi ha fregato, il professionista dello sguardo vacuo che pare non ti guardi e a cui la mano trema improvvisa proprio mentre stai per passare oltre, e ti spinge a pensare – mamma mia, ma questo sta male per davvero! –, tanto che mi sono trovato l’unica moneta che avevo in tasca, due euro, e glieli ho dati, e solo mentre glieli davo si è tradito, afferrandoli rapace e quasi senza ringraziare, ma ormai...
Vivono in un’altra città. Calchiamo le stesse strade, incrociamo tutti i giorni i nostri passi, ma viviamo in due città diversissime e remote l’una all’altra. Dov’è che abitano loro? Abitare non è stare: abiti se hai relazioni, se vivi i luoghi, se nell’impararli usi il corpo fino a trovare quelli che sembra che ti avvolgano e ti accolgano, se sai riconoscere quelli ostili e spigolosi, da cui stare alla larga. Questo popolo che guarda la città dal basso del selciato e dell’asfalto, che la setaccia alla ricerca di avanzi,di oggetti, di cibo e di elemosina, che la fruga e la perquisisce fin dentro l’immondizia, abita Roma molto più di quanto la potrò mai abitare io, che la percorro due volte al giorno attraversandone i pavimenti sporchi e sconnessi e il palcoscenici sontuosi come su un cuscino d’aria, senza mai toccarne realmente la carne e senza esserne toccato.
Non è la mia città, Roma. Ci piacciamo, ma non ci apparteniamo. Un giorno ci separeremo. Ma a tanti, anche romani, la materialità del suolo e dei luoghi sfugge ormai, sfuma e si dissolve nella rarefazione degli ambienti asettici in cui non si suda e non si rabbrividisce: uffici, case. In mezzo corrono percorsi come binari sospesi, che attraversiamo con in mano il giornale o pensando ad altri luoghi, altri spazi, ascoltando altri suoni che non quelli del mondo che preme intorno ai nostri passi.
C’è una città dei mendicanti, una città degli zingari, una dei banditi, una dei ragazzi, un’altra degli anziani e nessuno può dire quante altre: regni che condividono un territorio. Ognuno di noi può brevemente intravedere qualche reame confinante, dipende da quanto è fitta la nebbia che avvolge la città che abita.
A me è dato di scorgere, tutti i giorni, i confini della città dei mendicanti: è il reame più vicino a quello che abita la maggior parte di noi, si può anche visitare, e parecchi hanno finito per andarci ad abitare. Tra le tante città che si sovrappongono in quest’unica Roma è quella che più sta crescendo, e fa paura: gli si muove guerra, si dà la caccia ai suoi abitanti, li si porta via, lontano, solo per vederli di nuovo brulicare il giorno dopo, ancora intenti a cingere d’assedio la città che abitiamo noi e che la loro semplice presenza sempre più sfilaccia, rende opaca, meno vera. Ad essere sempre più vera è la città che abitano loro e che ora anche noi vediamo bene, con gli stracci e i cartoni a trasformare in casa ogni vicolo, ogni anfratto, ogni gradino in grado di offrire un riparo minimo.
Chi è andato a stare là vede questo mondo crescere e occupare gli stessi spazi di quello che gli si è dissolto intorno, esplora un universo nuovo, conosce cose che non credeva potessero coesistere nella città che già credeva di abitare.
Ma ci sono conoscenze che i più preferirebbero lasciare nell’oblio.

venerdì 31 luglio 2009

Luglio, again


Mario aveva un nome semplice e non era una persona banale. L’ho conosciuto poco, come si conoscono poco i familiari degli amici: il fratello più piccolo di un’amica lo conosci che tu sei adoloscente e lui ha dodici anni e poi lo vedi una, due volte l’anno fino a che ne ha più di trenta, non lo conosci ma lo hai visto crescere, mentre crescevi anche tu. Ciao Mario, come stai? E una battuta, una chiacchierata di pochi minuti, poi lui via, deve scappare, ha un impegno oppure ce l’hai tu, e del resto non sei andato a trovare lui ma sua sorella, l’amica: Mario ogni tanto pensi che sarebbe bello conoscerlo meglio, frequentarlo, con quel suo carattere franco e aperto, sempre di buon umore senza essere chiassoso: una persona luminosa. Ma non hai tempo tu, non ce l’ha lui, la vita ha scelto per noi percorsi paralleli che ogni tanto si incrociano, e niente più.
Mario ha centrato in pieno un paletto del guard rail, con la sua moto. Dieci centimetri a destra o a sinistra o sopra o sotto e non sarebbe successo niente, ma invece quei dieci centimetri non si sono spostati da nessuna parte. Non si è rotto niente Mario, è intatto perfino il cellulare: solo la sua testa è devastata. E ci ha messo un mese e mezzo a volare via, mentre intorno a lui apparecchiature ostinate gli ronzavano nelle orecchie una sinistra canzone che non poteva più ascoltare. Adesso Mario è andato, e anche questo luglio ha avuto il suo tributo. Lo salutiamo con alcuni versi di una vecchia, bellissima canzone di Iannacci che non pare scritta per lui, se non in certe parti. Ma quelle sono veramente belle: sono per te, Mario.

chi lo sa forse è giusto, forse è sbagliato
forse sarà destino
Mario, non ti resta che ascoltare
Mario, non c'è più la tua canzone
Mario, dicevi adesso io vado
ad aprire l'ultima porta
Mario, dicevi adesso io vado via
forse per l'ultima volta
dicevi adesso io vado, io vado
a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentire più
il ritmo strano della vita […]
Mario, non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale

mercoledì 8 luglio 2009

La tragedia di un uomo ridicolo

Un ritorno trionfale dopo una brevissima eclissi, un consenso oceanico, un paese innamorato di lui, una luna di miele come nessun capo di governo ha mai avuto: che poteva sperare di meglio? Quello che non è riuscito a noi “poveri comunisti”, come ci ha definito, è riuscito però a lui medesimo: farsi lo sgambetto sulla strada che porta al Colle.
Ci credeva davvero, stavolta. Conoscendo il soggetto ci crede ancora, ma ormai si mette male. Non tanto per puttanopoli in sé, che l’italiano medio un presidente puttaniere lo apprezzerebbe parecchio; più che altro, è l’immagine internazionale che si sta sciogliendo come un murale fatto coi pastelli quando piove. E lui urla al vento la sua disperazione, è il megacomplotto dei poteri forti del mondo contro uno del popolo che si è fatto da sé: Murdoch, Obama, la Merkel, il Financial Times, The Guardian, Zapatero, la Spectre, il dottor Destino e Superpippo, tutti contro Silvio.
Però, purtroppo, se uno vuole fare lo statista non è che può prescindere proprio del tutto dal contesto internazionale in cui è collocato il suo paese. La tentazione dell’autarchia è forte, e quasi incoraggiata da un popolo che non si è mai distinto per eccesso di internazionalismo; la via di fuga da questo lato, però, forse è troppo pericolosa anche per uno rotto a tutti i colpi di mano come lui: uscire dall’euro e dall’Europa, ridurre definitivamente il paese in miseria e tagliarlo fuori dai sentieri maestri della Storia per i prossimi cinquanta anni. Ai contemporanei riusciresti pure a darla a bere, perché degli italiani non c’è da fidarsi troppo e sarebbero disposti a seguirti anche in questa follia, come già settanta e passi anni fa osannarono le invettive del Duce contro la perfida Albione. Ma i posteri? E’ così che vuoi essere ricordato, Silvio? No, tu vuoi il tuo mezzobusto nella galleria dei padri della patria, e meno male, alla fine sarà la tua megalomania la nostra unica speranza di salvezza. Anche se non sono del tutto sicuro che non vada a finire male, magari non per tua esplicita iniziativa, ma perché qualcuno ti farà il regalo di pregarci gentilmente di accomodarci fuori. Ma se nessuno ti farà la grazia, il tuo destino è segnato: all’apice del successo e contemporaneamente al tramonto, pugnalato da te stesso, impotente e accidioso di fronte allo specchio che restituisce l’immagine del puttaniere, e non dello Statista. Eppure ho fatto quindici anni di storia italiana, eppure mi amano a milioni…
Deve essere brutto davvero: passi una vita a cercare di evadere da te stesso – brutto, piccolo e cafone -, sali sulla scala del potere arrampicandoti su sacchi di soldi impilati, non potendo svettare per evidente carenza di phisique du role riesci ad abbassare il livello di un popolo intero pur di emergere un pochino al di sopra (quel tanto che ti permettono i rialzi delle scarpe), solo per accorgerti che nemmeno così potrai essere universalmente amato. Ah, fossi nato cinquant’anni prima! Ma oggi no, isolare tutto il paese, ma proprio tutto, al tempo di internet… non è fattibile. Non si può fare in Iran, figurati qui. Chi guarda fuori è minoranza vessata, irrisa, sbeffeggiata, silenziata perfino, ma c’è. E ti restituisce impietosa l’immagine ridicola che vede negli occhi di chi ti osserva da fuori i confini. Non puoi isolare l’Italia come vorresti, tuo malgrado siamo nel mondo e non possiamo chiuderlo fuori. E nel mondo il tuo canto ipnotico risuona per la cacofonia che è e non incanta nessuno: quelli hanno orecchio e cultura musicale molto superiore a quella degli italioti. E così, Silvio, non ti resta che guardarti allo specchio: c’eri quasi riuscito, ma ciò che davvero sei ti ha impedito di spiccare il volo. Forse, chissà, il tuo inconscio ha voluto impedirtelo. Forse c’è in te una parte più onesta di quanto tu stesso mai avresti voluto, ed è stato questo improvvido grillo parlante che, non potendo ricondurti alla ragione, pur di fermarti ti ha spinto al passo falso. Non hai saputo contenerti, non hai saputo usare discrezione, solo quella è la differenza tra te e puttanieri sublimi come Mitterand, come JFK, che forse ne hanno fatte di peggio delle tue, ma avevano classe da vendere. E (last but not least) le donne non le pagavano ed erano pure statisti veri. Peccato, Silvio: ad un passo dalla vetta, hai perso la maschera ed è apparso il volto del satiro. Poi magari in vetta qualcuno ti ci porterà lo stesso, ma non sarà la stessa cosa. Nella Storia ormai ci sei, ma non so se puoi esserne davvero felice. Il controllo spasmodico che eserciti oggi sulla parola detta e scritta, quello stesso controllo che già mostra di soffrire la distanza di quegli organi internazionali a cui non puoi mettere la sordina, come potrà mai reggere al tempo? Cosa si penserà di te, quando non sarai più qui? Il tuo incubo è un libro dalle pagine tutte bianche, in attesa della penna che lo vergherà con la tua storia che ormai in gran parte è già scritta e ti condanna. E non ti rimane più molto spazio per cambiarla, il tuo tempo è già molto in là, quello che sei non potrai esserlo ancora molto a lungo. Erano altre le cose che avresti voluto scrivessero di te, ma ormai è troppo tardi per cambiare il corso di quelle penne future. Tu provi ad eternare il tuo controllo proiettandolo disperatamente nel futuro attraverso una cultura di massa imbarbarita, ma un giorno verrà qualcuno che finalmente si sentirà libero, e parlerà! Pensa, Silvio: che si dirà di te, tra cinquant’anni?

lunedì 22 giugno 2009

O' Scarrafone

Sarebbe carino fondarlo davvero, su Facebook, il gruppo “Che altro deve fare Berlusconi per farti cambiare idea, trombarsi tua nonna?”, invocato da Giulio (azionecatodica.blogspot.com).
Però sono pigro, e invece di fondare il gruppo preferisco limitarmi a postare qualcuna delle considerazioni che l’ipotetico titolo mi ispira.
Intanto, quella che molti di noi hanno coltivato per tanti anni in illustre compagnia – Montanelli, tanto per dirne uno - era con tutta evidenza un’illusione: noi pensavamo che alla fine la forza dei fatti avrebbe costretto tutti ad ammettere l’abbaglio collettivo, ma non era vero: non ci sono fatti che possano far cambiare idea agli italiani su questo personaggio.
Uno si interroga (io non più, la risposta me la sono data e un po' più sotto la condivido con voi): ma che deve dire e fare la sinistra per fare breccia nel cuore degli italiani, o almeno nel loro portafoglio? E giù a tentare di tutto: dalla radicalizzazione verso le estreme – la logica essendo che si prevale marcando fortemente la propria diversità – allo snaturamento - vincerò se sposerò le sue stesse tesi (questa non l’ho mai capita, ma io sono vetero e non particolarmente intelligente, e non faccio testo).
La storia dice che di questo tutto non ha funzionato niente, mentre invece a lui è riuscita qualsiasi cosa, alla faccia della coerenza: prima si è presentato come alfiere del liberismo e Grande Innovatore, poi è arrivato a gettare la maschera chiarendo con i fatti, se non con le parole, che lui è il rappresentante più che altro di se stesso, e infine è diventato strenuo difensore del ruolo dello Stato e Grande Protettore degli italiani aggrediti da orde di uomini neri vomitati dal mare e da torvi profittatori finanziari; in tandem con ranocchietto Tremonti bercia tutti i giorni contro la sregolatezza che ha generato la crisi, come se le anime nere della finanza internazionale non fossero i suoi amichetti e tutti quelli come lui, che negli anni belli della finanza d’assalto hanno fatto soldi a camionate. Riuscire a dare all’avversario prima del comunista e poi del bieco finanziere affamatore di popoli è un capolavoro ineguagliato e ineguagliabile: è come se il tuo partner prima ti cornificasse per insoddisfazione sessuale e poi riuscisse a ottenere una sentenza di divorzio per il tuo priapismo (o la ninfomania, a seconda del genere: decidete voi).
Di fronte a virtuosismi di questo livello, ma che potrà mai fare non dico la nostra sgangheratissima sinistra, ma anche una compagine politica degna di questo nome?
La verità è che il discorso andrebbe rovesciato: chiedersi affannosamente, come a sinistra si fa da anni, “che cosa devo dire o fare per avere il consenso degli italiani”, presuppone che gli italiani abbiano in testa un’idea, e che se uno la indovina a quel punto gli resta solo da gridarla a squarciagola, per orribile che sia l’idea, per salire nella considerazione generale; invece gli italiani l’idea non ce l’hanno e non ce l’hanno avuta mai, nemmeno quando qualche milione di loro votava per il PCI (e infatti quelli adesso votano per la Lega, che proprio marxista a occhio non mi pare): gli italiani l’idea, quale che sia, l’aspettano da Berlusconi, così come tutti noi pendiamo spesso dalle labbra dell’amata o dell’amato. E, come a tutti e a tutte nella vita almeno una volta è capitato, ci sono delle carogne infami a cui si perdona tutto: infedeltà, bugie, umiliazioni, addirittura violenze; gli amici stanno là a dirti “ma non vedi?” e tu no, non vedi perché non vuoi vedere, e più grossa te la fa più grossa la dovrai ingoiare, lo sai: stai lì, tremante e speranzoso nella bugia che ti salverà dal dover ammettere che quello o quella che tu vuoi vedere come un angelo è un essere immondo, uno schifo, la quintessenza di tutto ciò che è ripugnante. E si sta approfittando di te. Così quando la panzana arriva, salvifica e tonificante, te la bevi come fossi un assetato finalmente ristorato con purissima acqua di fonte, dopo aver traversato il deserto. E’ un gioco, lo sappiamo, che può durare all’infinito: più ci si umilia, più grossa diventa la fetta di vita che dovremmo rinnegare ammettendo l’abbaglio e più duro il colpo che dovremmo infliggere all’immagine che abbiamo di noi stessi, con conseguenze devastanti per l’autostima. Meglio, quindi, continuare a subire, ingoiare rospi e mentire a se stessi.
Qui non servono le famigerate analisi politiche della fase o le complesse elaborazioni intellettuali sui mutamenti del tessuto sociale: serve Donna Letizia, o magari una intelligente come Natalia Aspesi, qualcuno che sia in grado di sbrogliare una aggrovigliatissima matassa di amorosi sensi, altro che Letta o Bersani o D’Alema.
Perché la domanda vera è: “che cosa si può fare per rimettere davanti agli occhi di un popolo sdilinquito oltre ogni decenza l’immagine dello scarrafone, che è bello sempre a mamma sua (la fu Rosa) ma scarrafone dovrebbe pur sempre rimanere?". Se finalmente la quinta colonna berlusconiana a sinistra, i paladini del “no all’antiberlusconismo”, della “legittimazione dell’avversario” (ma legittimazione di che? Di ciò che è incostituzionale e illegale?) si togliessero dagli zebedei, forse una speranza di far vedere lo scarrafone dietro al velo ci sarebbe; così, invece, viene da rispolverare il grido di dolore di Nanni Moretti di qualche anno fa: con questa gente non vinceremo mai! Loro sono fra quelli che, ogni volta che la cortina fumogena minaccia di dissolversi, si mettono tra gli occhi e il velo, a proteggere l’illusione che mimetizza l’orrendo insetto.
Poi, certo, dopo aver disvelato il bacarozzo, bisognerebbe porsi anche la domanda “come posso fare, adesso, perché questa gente si innamori di me?” o, addirittura, la domanda vera che dovrebbe porsi una sinistra: “come fare perché questa, che adesso è un’accozzaglia, diventi popolo di cittadini che non si innamorano di nessuno e maturino invece delle idee proprie, pretendendo dai politici che si impegnino a metterle in pratica e mandandoli a casa se non lo fanno?” Ma qui, mi rendo conto, stiamo davvero riavviandoci sulla strada tra le nuvole che conduce al regno di Utopia.

lunedì 1 giugno 2009

I had a dream...

....diceva così, un tipo molto ganzo, qualche decennio fa… Ma io no, I had a nightmare, questa notte!
Dunque, vi racconto; io sognavo, e il mio corpo astrale – che, come tutti sanno, è libero di andare e venire come gli pare e piace oltre le barriere dello spazio e del tempo – si è preso una licenza di troppo. Prima si è librato per la stanza, poi su, oltre il terrazzo, e per il quartiere, ma sempre più su, e alla fine non lo so dove è finito, perché ho sentito una specie di vertigine, come se il mondo mi scappasse da sotto e un vortice blu mi risucchiasse, terribile!
Per un lunghissimo terrificante momento ho temuto di perdermi, la mia anima disintegrarsi in mille e mille filamenti, brandelli di sogni, sparire per sempre, come non essere mai esistito…
E invece ecco che all’improvviso sono di nuovo in qualche dove. Un dove proprio strano, perché il corpo astrale era partito di notte e adesso è giorno, ma parlano italiano, e allora non sono dall’altra parte del pianeta… ma dove cavolo mi trovo? Ci sono una mandria di bambini, la stanza è graziosa, anche se un po’ sgarrupata. Ci sono tutte quelle cose che stanno sempre nelle scuole: un sacco di disegni alle pareti, i banchi, le finestre grandi da dove entrano i raggi caldi del sole, si vede fuori il giardino tutto verde, per cui almeno non sono finito fuori stagione, dato che pure qui era maggio, quando sono andato a letto. Fanno un casino micidiale questi marmocchi, mi sa che è una seconda o una terza elementare, non la invidio davvero, questa povera crista della maestra. Cioè, comunque si vede che le piace quello che fa, e anche quando alza la voce e batte forte il palmo sulla cattedra ha come un sorriso sotto i baffi, fa fatica a nasconderlo, “bambini, adesso basta!!!”, sì, vabbè, come se non lo sapesse che tanto quelli continueranno a sgarrupargli l’aula. Lo sa, sì, ma non le importa, si vede che è contenta, li deve amare davvero, questi guastatori in erba.
Alla fine, com’è come non è, riesce ad ottenere la loro attenzione. E’ proprio una tipa curiosa, questa maestra: pare la maestrina dalla penna rossa del libro Cuore, con questo look un po’ all’antica, la gonna lunga stretta sotto al ginocchio, la camicetta bianca, una spruzzata di lentiggini e gli occhiali su cui spiove una ciocca riccia un po’ ribelle, sfuggita all’acconciatura castigata che non riesce a essere severa. E il sorriso, appunto, il sorriso trattenuto che sembra sempre sul punto di sbocciare a illuminarle il viso. Ma mi sono distratto, e lei ha iniziato a parlare, sono curioso. E chissà che, ascoltandola, non riesca anche a capire dove cavolo mi ha portato questo rincoglionito di un corpo astrale, che poi voglio proprio vedere come la ritrova, la strada di casa…
- ….uunaaaa storia! Allora bambini, vi va di ascoltare una storia?
- Sììììììììì!!!!!
Dall’entusiasmo, si direbbe che questa maestra sia un vero asso nel raccontare storie.
- e che storia vorreste ascoltare oggi? Solo storie vere, però, che dobbiamo andare avanti con il programma! La scuola sta per chiudere, è estate e ancora non abbiamo finito, le favole le lasciamo per l’anno prossimo!
- Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!!
I marmocchi scandiscono manco fossero allo stadio, io non so di che si parla perché l’unica fondazione che conosco è la trilogia di fantascienza di Asimov, ma questa ha premesso che vuole raccontare una storia vera… Vabbè, stiamo a sentire, prima o poi qualcosa capirò. E lei comincia.
- In un tempo non molto lontano, ma prima dell’anno zero…
Oh cavolo, ma che dice? Di quale anno zero va cianciando? Io non mi ricordo di ripartenze del calendario in tempi recenti!
- … il nostro paese era scosso dalle lotte. Erano innumerevoli anni che le fazioni si fronteggiavano, e solo di recente il Bene aveva iniziato a prevalere. Ma non era ancora finita, non era ancora finita…
- Chi erano i nemici, maestra?
- Donne e uomini cattivi…
Però… Politically correct, prima le signore, anche se perfide…
- … che avevano tanto potere, opprimevano il popolo e si rifiutavano di andarsene per fare posto ai Buoni, che volevano restituire a tutti la Libertà!
- E come vivevano le persone, senza libertà?
- Male bambini, molto male. Pensate che esisteva addirittura un Ordine Nero, un’associazione malvagia di persone che pretendevano di avere il diritto di decidere sulla vita degli altri, e se a loro giudizio uno faceva qualcosa che non andava fatta, lo perseguitavano per anni!
- Come le Guardie Azzurre?
- Noooooo!!! Non dire mai una cosa del genere, Filippo! Le Guardie Azzurre ci proteggono, vigilano sulla nostra libertà…
- Allora come le Lanterne Verdi?
- Lorenzo, non dire mai più una scemenza del genere!
… Si sta alterando… Ma che minchia sono queste Guardie Azzurre e queste Lanterne Verdi? Sarò mica finito in un fumetto? Ma ecco che riprende.
- Le Lanterne Verdi vegliano sulla nostra sicurezza, battono palmo a palmo le strade mentre noi dormiamo, snidano i cattivi che ancora, nonostante tutto, si nascondono tra noi, magari arrivando da lontano, gli Uomini Neri…
- Ma l’altra notte hanno pestato il papà di mio cugino…
- Adesso basta, Lorenzo! Non interrompere! E non dire bugie! Le Lanterne non pestano nessuno, al massimo l’avranno riaccompagnato a casa, magari aveva bevuto un po’ troppo e si è fatto male da solo, sarà caduto…
- Veramente l’hanno sbattuto in una cella…
- E si vede che ha fatto qualcosa di sbagliato! Piantala di fare il bastian contrario! Valerio, tu che hai più giudizio, mettiti vicino a tuo fratello e fallo tacere, che dobbiamo andare avanti con il programma!
Vedo un bimbetto dall’aria assorta mettersi vicino all’altro e stringergli di soppiatto un braccio, mentre gli fa un gesto inequivocabile,da adulto, visibile solo al fratellino e che in ogni lingua può significare solo “aspetta…”. Mi sa che non ha del tutto ragione, la tizia, a giudicare quest’acqua cheta… Prevedo che le darà un oceano di guai, senza neanche darsi il disturbo di farle capire da che parte sono arrivati.
- … Allora, bambini, riprendiamo. Dunque, dicevamo degli ostacoli che i Buoni hanno superare per far trionfare la libertà… Dovete sapere che a quell’epoca, un’epoca in cui, ripetiamo, i cattivi avevano dominato per tanto tempo, si era persa anche la conoscenza delle cose più elementari. C’era addirittura gente che sosteneva che la Libertà c’era già, che le cose andavano bene in quel modo, e che si era tutti uguali, cose folli! Pensate che esistevano perfino persone pagate per scrivere menzogne, erano i cattivi a pagarle, e così giravano pagine e pagine di calunnie sui Buoni, che venivano descritti come se i cattivi fossero loro!
- Ma tu, maestra, come fai a sapere queste cose?
- Perché io sono più grande di voi, Maria. Io c’ero già, anche se non ero ancora adulta c’ero, e ho visto con i miei occhi.
- E non ti sei battuta anche tu per riconquistare la Libertà?
- Beh, una lezione importante è che ognuno deve fare solo le cose che sa fare bene, e io sapevo già allora che a lottare per me c’erano persone molto più brave a fare quel mestiere.
- E tu, maestra? Che hai fatto?
- Io ho servito la causa diventando quello che sono adesso, una maestra. Fin da quando ero bambina sono sempre stata brava a raccontare storie, e quindi mi hanno selezionato per fare questo mestiere, per raccontare a voi come stanno le cose. Ma andiamo avanti. Dicevamo delle menzogne: la più grossa fu l’accusa rivolta al capo dei Buoni proprio nel momento in cui era più vicino al trionfo: si permisero, incredibilmente, di rinfacciargli l’amicizia con una bambina un po’ più grande di voi!
- E quanti anni aveva?
- Diciassette…
- No, lui.
- Ma che c’entra, piccola? Il capo dei Buoni è come tutti gli eroi, è sempre giovane e bello!
- Come L’Uomo del Popolo?
- Sì, brava! Mi hai anticipato, perché era proprio lui il capo dei buoni…
- Daaaavveeeeerooooo? Ma quello è un vecchio tutto rugoso…
- Eh, no! Non si può parlare così della Suprema Guida! Lui, che tanto si è sacrificato per tutti noi…
- E che c’entra la ragazzina?
- Adesso basta! La ragazzina era sua amica, gli teneva compagnia quando si sentiva solo…
- A me mica garberebbe tanto dover tenere compagnia a un vecchio rugoso tutto spelacchiato. E quando parla sputazza, pure…
- Tu non sei una buona bambina! Invece devi imparare a esserlo, come lo sono le cinquanta che tutti gli anni hanno l’onore di festeggiare il nuovo anno con Lui!
E poi, ricolta ad un maschietto:
- Tu, bada a tua sorella, che mi sta facendo perdere il filo.
Ed ecco che il bimbo furbetto, svelto svelto, si mette seduto vicino alla sorellina e le fa un sorrisetto complice, e lei si quieta.
E in questo esatto momento provo una strana sensazione, come se li conoscessi già, questi due bambini… E anche Valerio e Lorenzo, i due fratellini di prima… Un deja vu, chissà. Ma è la storia, adesso, che mi incuriosisce: di che parla la maestra? Ma ecco, ora riprende:
- Allora, bambini, dove eravamo rimasti?
- I buoni, i buoni!!!!
- Ah, sì. Allora, dovete sapere che la Guida Suprema è paziente, molto paziente, e nella sua bontà aveva deciso di sopportare: che dicessero pure quello che volevano! Tanto, il popolo era con lui.
Ma ecco, questa cosa dell’amicizia con la ragazzina, quest’amicizia nobile e pura, che gli veniva rimproverata come una cosa sporca… Ecco, questo lo fece davvero infuriare. ‘Ma come?’ Si arrovellava, "io faccio del bene a questa ragazzina, la strappo a un futuro di povertà, mi impegno per lei, disinteressatamente, in cambio solo di un po’ di compagnia, le concedo anche qualche gioco di quelli che lei tanto ama e che solo gente malata può defnire immorale… E questo è il ringraziamento?"
Erano già anni che Sua Eccellenza sopportava in silenzio gli insulti degli uomini in toga, che anche questa volta si stavano preparando ad aggredirlo; da ancora più tempo sopportava le cattiverie che su di lui scrivevano i giornali, ed era anche tanto che desiderava ricevere la comunione, e si era dovuto rassegnare a non poter accedere a questo sacramento – lui, così devoto - per l’intransigenza fanatica di una Chiesa che non la concedeva ai divorziati; e adesso, addirittura, si permettevano anche loro di rimproverarlo per quella innocente amicizia! Dopo quello che aveva fatto per loro!
Non perse più tempo: la sua prima mossa, a sorpresa, fu quella di ritirare la richiesta di divorzio da sua moglie. In nome della tolleranza religiosa, chiese di poter risposare lei e poi prendere in moglie anche Noemi, la ragazza, con rito musulmano. Per dare un esempio di apertura ai costumi dei nuovi italiani. SI presentò dal vecchio che si faceva chiamare Papa, così, con la moglie e Noemi, tutte e due consenzienti, e altre centoventisette giovani pronte a chiederlo in marito, in condominio. E, quando il vecchio si rifiutò di celebrare il multimatrimonio, la Somma Guida dichiarò lo scisma: prima di lui, solo Enrico ottavo aveva osato tanto. Ma non si comanda al cuore, né alla generosità: Noemi, Veronica e le altre centoventisette, tutte, furono sposate a Silvio e la cerimonia la officiò lui stesso, finalmente Grande Sacerdote dell’Unica, Vera, Ultima Grande Religione Rivelata. E i cattivi li cacciò semplicemente via. E’ troppo buono, Silvio, per poter far loro del male: li mandò in vacanza, lontano da qui. Antartide, Siberia, Sahara: luoghi esotici, bambini, lo so che non li conoscete, ormai la TV trasmette – giustamente – solo programmi atti a non turbare le coscienze pure del popolo, e questi luoghi non sono così importanti da richiedere che voi li conosciate… Ma sono posti fantastici, veri villaggi vacanze. E speriamo che almeno laggiù i cattivi se ne stiano buoni, a spese di Papi!
- Papi?
- Sì, è il titolo di capo della Nuova Grande Chiesa Rivelata Ultima Universale; quello di prima si chiamava Papa… E adesso invece abbiamo finalmente il Papi, che va bene pure come eroe civile, e infatti abbiamo anche l’altare al Papi della Patria! E domani lui compie ottantuno anni, ed è più giovane di me e di voi! Ma non è meraviglioso? Pensate, per i festeggiamenti si offriranno in quattromila per sposarlo! Quattromila!
- Anche tu, maestra?
Era Valerio a parlare. La maestra arrossì, compiaciuta ed emozionata.
- Sì….
Lo disse con voce rotta, al colmo della passione.
- Non volevo ancora dirvelo, ma sì… Non so perché, ma ha scelto anche me il Sommo Papi… Me, capite? Che non sono bella, che non sono niente! Pensate, quanto è generoso!
- Eh sì, maestra… proprio generoso!
E mentre diceva così, il piccolo lestofante le si avvicinava fin quasi a scomparire sotto le sue sottane, e con mossa da borseggiatore le infilava un topo morto nelle mutande, mentre Lorenzo e gli altri due di prima sghignazzavano paonazzi nello sforzo di trattenersi – Regalo per Papi! Regalo per Papi!
- Che cosa, bambini? Volete fare un regalo a Papi?
- Sììììì!!! Sììììì!!!!!!!
E i quattro erano i più scalmanati, esagitati, e la maestrina, commossa, li accarezzava, se li baciava – Lo sapevo, piccoli miei! Lo sapevo, che non potevate essere sul serio così insensibili! Lo sapevo che quelle cose brutte che avete detto prima non le sentivate davvero nei vostri cuoricini… Ma ditemi, chi ve le ha dette? Dove le avete sentite? Perché sapete, alle Guardie Azzurre lo dobbiamo dire, che ci sono ancora dei cattivi… Loro se ne occuperanno, li manderanno in vacanza con gli altri… E vedevo i quattro farsi seri seri, e poi si avvicinavano, con le faccine compunte e le sussurravano all’orecchio qualcosa… E lei sbiancava…
- Oh mio Papi! Ma no, ma non potete dire sul serio! Per favore, guardatemi in faccia!
E loro la guardavano, sì, sull’orlo del pianto si sarebbe detto, e poi abbassavano lo sguardo vergognosi, e con un filo di voce ripetevano, li poteva udire solo lei – sì, maestrina… non volevamo darti un dispiacere, ma sono stati proprio loro… il tuo paparino e la tua mammina, l’altro giorno, quando li hai portati qui a conoscere i tuoi bambini, cioè noi…
Piccole iene! Ma che goduria, però! Goditelo adesso, maestrina dalla penna rossa, il tuo matrimonio in multiproprietà! Sai che divertimento!
E però rabbrividivo, perché finalmente avevo capito che non ero andato in un altro luogo, ma in un altro quando, e che quel rincoglionito del corpo astrale stava scrutando, chissà, forse… il futuro! E pure vicino, l’animaccia sua!
Non ho retto più, mi sono riprecipitato nel vortice azzurro (che coloraccio, mamma mia!): che si sbrindelli pure l’anima, ma in questo universaccio non voglio starci un secondo di più, che se tanto è il futuro troppo a lungo mi toccherà starci, vedrete… A meno di non essere mandato in vacanza pure io, ovvio!
E mi sono risvegliato nel mio letto, tutto sudato e con il mal di testa, vicino a me c’era la mia cucciolotta… E allora ho ricominciato a respirare, e pure un po’ a sperare: coraggio! Magari era un futuro alternativo, un universo parallelo… Magari qui da noi non finirà così… Magari….

domenica 24 maggio 2009

Ciao, nonno

Ascoltando Radio 24 ho scoperto l'esistenza di un progetto bellissimo, che è la banca della memoria. Si tratta di un sito che raccoglie materiale - soprattutto interviste - a persone anziane che hanno qualcosa da raccontare. E quale persona anziana non ne ha? Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia, dice un vecchio proverbio africano. Purtroppo oggi di biblioteche ne stiamo lasciando bruciare a migliaia, senza fare granché per preservarle, per cui questo progetto mi pare davvero meritevole. Ma se volete saperne di più, andate alla fonte: http://www.bancadellamemoria.it).
C'è una sezione del sito in cui il visitatore è invitato a postare un ricordo di un nonno, e di questa occasione sono davvero grato: mio nonno è una delle persone che più ho amato, e purtroppo mi ha lasciato che ero ancora bambino; stranamente, non mi era mai venuto in mente di scrivere su di lui. Ora ho colmato la lacuna, e il suo ricordo lo propongo anche a voi. Non è un capolavoro, ma per me è davvero una perla. Ciao nonno, è passato tanto tempo, ma mi manchi ancora. Mi mancherai sempre.


Nonno Emanuele era un vecchio alto e secco dagli occhi azzurri, con una piega all’angolo della bocca sottile, come una smorfia. Per tutta la vita pastore, in gioventù quasi mai aveva dormito dentro una casa: capanne e grotte, nel buio, al freddo, alla pioggia, in un tempo oggi così remoto da sembrare di fiaba, in quell’Abruzzo aspro che gli aveva modellato il corpo, nodoso e severo. Un anno dopo l’altro, sulla montagna dietro alle greggi, e poi transumare: Puglia, Agro Pontino, campagna romana, dove infine eresse l’ultima capanna, che diventò casale e infine casa per quattro figli trapiantati, la più giovane sposò un fabbro che fece di lui mio nonno. Io giocavo sulla scalinata fiorita della capanna ormai sbocciata in una linda casetta e lui raccontava, mai stanco; la voce sommessa e continua, quasi assorto, pareva parlasse tra sé e invece gli urgeva di incidere in me, come con il coltello nella corteccia di un tronco giovane, la memoria dei suoi cieli e dei suoi pascoli, e di un dolore antico, mineralizzato nelle ossa di una stirpe di faticatori senza nome, il dolore dei poveri di ogni tempo. Parlava e parlava, le parole fluivano dalle sue labbra inseguendosi l’un l’altra, come l’acqua di un ruscello che scavalchi una roccia dopo essere sceso dai picchi innevati giù, sempre più dentro alle valli ormai ombrose della sua memoria. Io ascoltavo del cane Morgante, il coraggioso cacciatore di lupi, del possente toro Colonna che portava in groppa il nonno bambino e che durante la grande guerra era diventato carne da sbobba per l’esercito; in silenzio raccoglievo in me tutta la poesia del vecchio pastore che scioglieva la sua vita calante in un inno appena mormorato agli alberi, alla roccia, all’erba, al sole e alla neve. Di poesia traboccava, quel vecchio mite che nella vita vagabonda aveva sempre portato nella bisaccia pane, vino, formaggio e due libri consunti: Orlando Furioso, Gerusalemme Liberata. Furono quelle le mie favole: non Biancaneve o Cenerentola, ma la spada Durlindana, l’Ippogrifo, Astolfo sulla Luna, il senno perduto di Orlando, l’armi pietose e il capitano… Quando se ne andò fu lieve. Disse di lui un poeta che non ha peso, la semplicità.

mercoledì 8 aprile 2009

Senza cuore

Il Gattopuzzo è di origine abruzzese. Non direttamente: a nascere tra le montagne è stata mia madre, ma io mi sono sempre sentito molto legato a quella terra dura, e spesso mi presento come abruzzese. In queste ore terribili della distruzione dell'Aquila, di Olla e di tanti altri paesini di quella che considero la mia patria d'adozione dovrei essere devastato, e non lo sono. La cosa mi fa sentire colpevole, e vale la pena cercare di capire cos'è che (non) mi fa sentire come mi dovrei sentire. Non è niente di nobile: è solo incazzatura. Passerà, e allora soffrirò, come altre volte mi è successo in passato.
Avere le radici affondate in un qualche luogo di questo mondo significa non potersene liberare. Spesso anche non volersene liberare, ed è quanto capita a me rispetto al tenue legame che continuo a coltivare dentro di me con l'Abruzzo. Amo quelle montagne aspre e pelate, quei paesaggi di terra e di sassi dove puoi camminare fino allo sfinimento prima di incontrare un essere umano, una casa, un semplice recinto per le pecore. Su quelle montagne mio nonno ha faticato buona parte della sua vita, tra pecore cani e capanne, e mia nonna si è rotta la schiena per far crescere patate e rape in mezzo alle pietre. Di mia nonna non ricordo quasi niente, è morta che avevo due anni; ricordo bene il nonno, un vecchio alto e diritto, con gli occhi chiari e una piega all'angolo della bocca, come una smorfia di sofferenza. Era di una bontà disarmante. Altri vecchi della mia famiglia non erano come lui: la pietra, il vento e la neve li avevano induriti, avevano cotto la loro anima come la pelle della loro faccia, diventata cuoio. Erano macchine da sopravvivenza, avvezzi alle tempeste e alle guerre, che in gioventù avevano combattuto a ripetizione accettandole come si accettano la pioggia e la neve. E di generazione in generazione questi vecchi colore del cuoio hanno annichilito il cuore e addestrato il cervello a fare a meno di qualsiasi pensiero astratto, perpetuando una genìa tristemente concreta, dedita a sposarsi e riprodursi in un ciclo sempre uguale, e a tirar su casa. Tirar su casa: so di sacrifici inenarrabili fatti come se non fosse possibile altra scelta, e forse nella mente di quelle persone era davvero così. Cubi di cemento, di mattoni, di calce tirati su per ogni dove, in mezzo ai prati come sulle pendici scoscese delle montagne, dove costruivano quelle case assurde di tre piani in cui potevi entrare o dal piamo terra, come in tutte le case di questo mondo, oppure direttamente dal terzo piano, se facevi il giro della casa e ti arrampicavi su per l'erta dove l'avevano ancorata, tra la parete di roccia e il cielo. Nessuna concessione all'estetica, edifici brutti e squadrati che sono sorti come funghi, uno dopo l'altro, a snaturare un paesaggio immacolato inframmezzandolo di grigio e di recinzioni di rete, di filo spinato, di mattoni, di legno, ognuna fatta a modo suo, senza armonia, in una cacofonia di colori, di madonne da giardino e di infissi di alluminio. Paesaggi gloriosi perduti per sempre, trasformati in distese dove lo sguardo non si riposa, inciampa continuamente in ostacoli massicci o sottili, ma tutti ugualmente brutti.
Tante volte ho litigato con i vecchi della mia famiglia, per questa loro concezione del mondo che esilia ogni forma di bellezza. Mi hanno sempre risposto che la bellezza è un lusso, che io me la posso permettere perché loro si sono spaccati la schiena per offrire a figli e nipoti qualcosa di più, e però loro non hanno mai voluto capire me quando gli chiedevo come mai, se adesso era possibile permettersi quel lusso, non se lo permettevano pure loro, e soprattutto come mai non si permettevano e non si permettono ancora oggi nessun riposo; come mai stanno ancora lì a tirar su blocchetti e a pagare condoni - quello che costruiscono è rigorosamente abusivo, fatto con il cemento più scadente e, ovviamente, brutto - ora che noi figli, noi nipoti siamo grandi e le nostre case le abbiamo, oppure paghiamo l'affitto se non abbiamo voglia di fare la vita che hanno fatto loro. Ma niente, pare che un uomo non sia un uomo se non suda come un animale tra carriole, carrucole e cazzuole, e una donna non sia una donna se non lo sostiene nell'impresa accudendo i figli, preparando puntuale il pranzo e la cena, lavando e stirando. Non c'è festa comandata in cui io e mio zio non ci azzanniamo, subito dopo pranzo, su queste nostre opposte concezioni del mondo, e lui mi commisera, lo vedo, per non essere capace - pensa - di fare quello che lui ha fatto: uomo senza spina dorsale, senza senso della famiglia e dell'onore.
Certe cose ai vecchi si perdonano, ma un po' di veleno rimane.
Ed ecco che una notte la terra trema, e la sentiamo anche a Roma; e il mattino dopo ci alziamo e la TV, o il vicino di casa, o il collega in ufficio ci dicono che è stata una tragedia, che è venuta giù mezza città dell'Aquila e vari paesini, e la notizia stordisce. I parenti, gli amici... Tutti salvi, quasi per miracolo, ma parecchi hanno perso la casa. Racconti drammatici di corse per le scale come se si corresse sull'acqua, che quelle si disfacevano mentre ci posavi i piedi sopra. I pianti al telefono, le urla di quelli che in meno di un minuto hanno visto tutte le loro cose venire giù, e anche la casa tirata su con tanta fatica è venuta giù, insieme a tutta la loro vita, ai ricordi, al servizio buono regalato dalla zia per le nozze, le foto, tutto perso.
E' troppo per poter partecipare, un lago nero mi si allarga nel cuore, come sangue vischioso. E' un dolore antico che non ho voglia di riconoscere, preferisco lasciarlo dov'è, ignorarlo. Meglio lasciar guidare la testa, quella testa che, dopo aver tirato un sospiro di sollievo - avete perso tutto, ma almeno siete vivi - comincia a giudicare. E a ricordare di quante infinite discussioni furono oggetto quelle case orrende e insicure, messe insieme alla meno peggio perché tanto sarebbero state comunque meglio di una capanna e invece no, oggi sono diventate trappole mortali e sarebbe stato cento, mille volte meglio avere sulla testa un tetto di paglia o anche di lamiera, una cosa che cadendo almeno non ppossa farti male. Il dolore che confino laggiù, in fondo al cuore, deve essere quello antico che io non ho provato mai e che però nel sangue mi deve essere filtrato lo stesso, da quelle generazioni senza nome che giù, giù per li rami e fino alle radici più antiche e profonde dell'albero genealogico hanno vissuto vagabonde tra grotte e capanne dietro alle pecore e alle capre, su per le montagne senza un filo d'erba. I cafoni, i pecorari sporchi e ignoranti che pietra dopo pietra hanno costruito qualcosa sì, ma non per se stessi: l'hanno costruita per me e per i miei coetanei, che abbiamo l'ardire che a loro è mancato, quello di osare anche di godere, di quel poco o tanto di cui disponiamo. L'incazzatura è quella che tutti a quindici anni hanno provato contro il padre, che improvvisamente non era più perfetto, solo che io adesso non ho quindici anni e vado anzi per i quarantaquattro, e non mi fa piacere constatare che sono ancora un po' incazzato, parecchio incazzato con questi qui, che pure mi hanno messo in grado di fare ciò che ho fatto.
Vedo in TV le loro povere case venute giù come fossero fatte con i mattoncini Lego, vedo l'inutilità di tutti quei sacrifici e mi incazzo. Con loro, mi incazzo: perché lo sapevano che una casa fatta male con il terremoto ti cade in testa, ma lo stesso hanno risparmiato sul cemento, sul progetto, sulla loro stessa vita per farne due, tre, al prezzo di uno, di quegli orrori. E magari uno gli sarebbe pure bastato, ma no, nella vita si deve crescere, ci si deve espandere. E che problema c'è se lì non si può, tanto c'è sempre un assessore che si può comprare - da quelle parti una volta bastava una caciotta - e alla fine siamo in Italia, un condono prima o poi rimetterà le cose a posto.
La testa guida, la testa giudica, e il dolore se ne resta confinato in fondo al cuore. La Ragione, unica dea, dice che questi miei familiari, e chissà quanti come loro, sono stati vittime della propria stessa ottusità. E giudica più forte, questa testa senza più freni, per dimenticare il dolore antico che altrimenti vorrebbe gridare. L'ignoranza è una colpa, disse Manzoni, e una volta tanto questa testa gli dà ragione.
Ma c'è Fiorella che piange disperata; Fiorella, che ha quasi sessant'anni ed è nata zoppa, non ha mai preso un diploma e da più di quindici anni ha perso anche il lavoro. Fiorella, che fa la pulizie per vivere e non può operarsi perché non può permettersi di non lavorare, ma non camminerà più se non si opera. Fiorella che non si è mai sposata, e dall'altra notte non ha più nemmeno una casa.
Mi chiama mia madre, dice facciamo una colletta, e ci mancherebbe che mi tiro indietro. E poi dopo aver attaccato il telefono penso a lei, parecchio a lungo. Mi sento colpevole del mio rancore verso quel ramo antico della mia famiglia rimasto là, prigioniero della montagna, quel ramo di cui lei è una delle ultime foglie: quando anche loro cadranno, forse più niente resterà a raccontare quello che ci portiamo nel sangue, il freddo, la neve, la puzza delle pecore, la vita agra, il dolore senza nome di generazioni di paria. E a volte un sacro terrore mi coglie, la consapevolezza che in fondo porto solo una maschera, che in realtà è quello stesso albero che mi ha generato, l'albero dei paria, e basterebbe niente perché la maschera cada e a tutti si rivelino la vergogna e il dolore. E' una paura che mi insegue da sempre e mi assale spesso senza preavviso, che mi serra nel suo abbraccio gelido all'improvviso anche mentre sto camminando per Roma, ben vestito, in un bel tramonto estivo. Sono appena uscito da un ufficio dove le pulizie le fa qualcun altro (persone come Fiorella?), dove posso lavorare al caldo in inverno e al fresco in estate. Ho soldi in tasca quanti ne bastano per togliermi qualche sfizio lungo la strada, tipo comprare un libro, o un paio di scarpe. Sto camminando verso una casa bella e accogliente, dove una donna che amo mi sta aspettando. Come ci sente a non avere niente di tutto questo? Come ci si sente a non avere niente? Né soldi in tasca, né amore, né un posto dove andare? E a veder distrutta l'unica cosa che nel corso della tua vita eri riuscita a mettere insieme - un appartamentino in un condominio orrendo, che per te però è probabilmente una piccola reggia, a confronto con la stamberga in alta quota in cui sei venuta al mondo e hai passato l'infanzia?
Già, come ci si sente?
Non lo so come ci si sente, e l'ignoranza non è una colpa, è una tragedia, una calamità peggiore di un uragano, di un cataclisma. Peggiore di un terremoto.
Chi ridarà a Fiorella la sua casa? Dovremo mettere il sale sulla coda al costruttore che gliela vendette trenta e più anni fa, una scatola di cartongesso spacciata per appartamento antisismico? O andrà a vivere nella new town che il nostro esimio nano alfa ha subito proposto di realizzare, e che cazzo, gli affari sono pur sempre affari, e chissenefrega se tocca aspettare un terremoto per superare una buona volta 'sti cazzo di vincoli, quando il terremoto arriva facciamola una bella colata di cemento accanto alle macerie, anche se la gente lì non ci vorrebbe andare, anche se Fiorella rivorrebbe la sua, di casa, e al nano il voto glielo ha dato lei, ma a Berlusconia no, proprio non ci vuole andare.
Nessuno consolerà mai Fiorella. Ma chi non è ignorante, chi ha cultura anche minima e capacità di ragionare, cioè noi tutti, ma anche quelli si sono arricchiti sull'ignoranza sua e di quelli che come lei certi mezzi non se li sono potuti permettere; in una società davvero civile, tutti noi non dovremmo forse farci carico delle situazioni che l'hanno condotta là dove è arrivata adesso? Lei e tutti quelli come lei? E' civile un paese dove un costruttore ti contrabbanda per casa una baracca e gli uffici comunali avallano, dove non ti puoi operare perché non ti puoi permettere di smettere di lavorare (al nero), dove alla fine resti pure senza un tetto e se non avessi una sorella che ti si prende in casa finiresti sotto i ponti, perché figurati se qualcuno ti metterà mai ingrado di pagarti un affitto? E' civile un paese che - a differenza di me, che ho preferito spegnere il cuore - per non giudicarsi per quello che è spegne la Ragione e mette in scena solo le lacrime, il pianto interminabile di chi ha perso ogni cosa, servito puntuale a colazione, pranzo e cena dai Bruno Vespa, dagli Aldo Forbice e da tutti gli altri pennivendoli di regime?
Passerà anche questa, come tante altre ne sono passate, e purtroppo non cambierà questo mondo piccolo: fra cinque, dieci, quindici anni staremo lì a denunciare le malefatte della ricostruzione, e quelli che pure su questa tragedia hanno avuto il coraggio di succhiare soldi, e snoccioleremo uno ad uno tutti gli altri luoghi comuni di questo paese che sempre più diventa un non luogo, un posto senza legalità, senza giustizia, senza morale. Senza amor proprio, e con nessuna stima di se stesso. Senza cuore, nonostante il piagnisteo televisivo quotidiano, che proprio a mascherare questo vuoto serve.

lunedì 16 marzo 2009

Ai confini della demenza

- Ma sì che so’ stati loro, ancora ‘sta storia della prova del DNA…
- Come “’sta storia”? Cioè, come fanno a essere stati loro se il DNA non è il loro?
- Ma dai… Ma hai visto che facce? E quello ha pure confessato, poi…

La conversazione è “campionata”, nel senso che è rappresentativa delle tante a cui mi è capitato di partecipare (o anche solo ascoltare) sul caso dei due rumeni accusati di aver stuprato una quattordicenne il giorno di San Valentino, e poi (quello con la faccia più brutta) anche una quarantenne, qualche giorno prima, a Primavalle, a Roma.

- E allora di chi è questo DNA?
- Ma che ne so… E poi quello che ha confessato ha raccontato cose che le potevano sape’ solo i colpevoli, come faceva a saperle lui? Oh, coincideva tutto con quello che aveva detto il ragazzetto, hai sentito, no? E so’ stati riconosciuti, che altro vuoi?
- No, queste cose sono state dette sul momento, a caldo, subito dopo la confessione, ma poi è venuto fuori che c’erano parecchie cose che non coincidevano, e addirittura il ragazzo aveva riconosciuto anche un terzo uomo, oltre a loro due, uno che però non poteva essere lì perché era in Romania.
- E allora com’è che a quello con la faccia da pugile l’ha riconosciuto pure la donna stuprata a Primavalle?
- Ecco, appunto… Prima l’ha riconosciuto e poi ha detto che in realtà non era sicura… E alla fine è venuto fuori che su di lei il DNA non è che era diverso, non l’hanno proprio trovato. Anzi, hanno trovato quello di un egiziano con cui era stata la mattina di sua volontà, quello sì, e invece quello di chi l’ha aggredita la sera no, non l’hanno trovato. Mi pare un po’ poco, un riconoscimento ritrattato, per incriminare qualcuno.
- Sì, vabbè… Però stanno ancora in galera, segno che qualche cosa hanno fatto.

Insomma, per la maggior parte dei nostri concittadini il caso è chiuso a dispetto dei fatti: DEVONO essere stati loro.
Questo dovrebbe dare, a quei pochi che ancora sono capaci di usare il cervello, la misura dello sfregio che trent’anni di televisione commerciale e quindici di egemonia berlusconiana hanno rappresentato per la democrazia e la civiltà in questo paese.
Ormai la polizia e i giudici hanno ragione a scatola chiusa se bastonano i rumeni, e hanno torto per definizione se intercettano qualche politico o se cercano (sempre meno) di fare qualcosa contro il tifo ultras; stranieri colpevoli “a prescindere”, diceva Totò, e gli altri…

- Beh, sì, non saranno stinchi di santo, ma in fondo in Italia per rubare si è sempre rubato eppure siamo sempre sopravvissuti… Anzi, finché c’è stata la DC e c’era Craxi rubavano, ma almeno i soldi li facevano gira’ e ce n’era per tutti, invece guarda che cazzo hanno combinato questi della sinistra co’ ‘sta storia de Mani Pulite, e tutti ‘sti stranieri che hanno fatto entrà, che schifo! Se stanno a preoccupà de quello che ha preso la bustarella all’ufficio tecnico e invece a questi che arrivano, sporcano, rubano, violentano je vorrebbero dà pure la casa popolare… Giuro che se ce provano li vado a buttà fora co’ le mani mia… Li ributto in mare io, li ributto…

Pure questa tirata è campionata, nel senso che non ho sentito proprio questa qui, ma ne ho sentite decine e decine di equivalenti; il dialetto è quello romano del posto in cui vivo, ma non c’è copyright: è stata e viene quotidianamente riprodotta in milanese, in napoletano, in barese, in torinese e chi più ne ha più ne metta.
Ecco, questa è la “rabbia popolare” che tanto piace a tanti nostri concittadini, che ci sguazzano per esorcizzare frustrazioni e insufficienze sociali e personali. Chi l’ha suscitata gongola, chi la esprime (un popolo con il cervello ormai all’ammasso) è ormai solo capace di ululare: hanno sete di sangue, non importa di chi. E intanto uno o più stupratori veri sono in giro e due poveracci invece stanno in galera, e quotidianamente a tutti noi – anche a chi ulula, ma tanto loro non sanno che farsene – viene sottratto un pezzo in più di libertà, e qualche diritto scompare ogni giorno (quello di decidere da soli come vivere e come morire, quello di pagare i servizi pubblici il giusto, e non anche per chi le tasse non le paga, quello di avere una scuola decente, e mille altri).
Poi, se a questa marmaglia berciante e ormai pronta a impugnare i forconi andate a chiedere, uno per uno, quali problemi abbiano avuto con gli stranieri, quali furti abbiano subito loro, quali pericoli abbiano corso le loro donne, li vedrete boccheggiare come tanti pesci rimasti senza ossigeno; in compenso la mancanza di lavoro, una scuola che ai loro figli non insegna più una ceppa, una sanità sempre meno pronta a soccorrerci, un inquinamento che fa dell’Italia l’unico paese occidentale con un incremento della mortalità infantile per tumore, queste cose sì, le patiscono…

- E te pare che so’ questi i problemi? Io quanno esco pe’ strada vojo sta’ sicuro, no che me devo guarda’ le spalle che sennò qualcuno me ce pianta un cortello…
- No, scusa, ma quanta gente conosci che uno straniero gli ha piantato un coltello tra le spalle?
- Aho’, ma che palle! E mo’ ricominci?
- Ricomincio sì, perché ti vorrei far ragionare: ti stanno derubando con la tua stessa complicità, ti stanno togliendo tutto grazie al tuo stesso voto.
- Ma che dici?
- Che ti prendono per il culo.
- E come farebbero, scusa?
- Per esempio con la televisione…
- E sì che so’ cojone! Che te credi, che non so’ capace de giudicà le cose co’ la testa mia?
- Mi sa di no… Per esempio, nella storia di questi due rumeni non ti è proprio passato per la testa che forse la confessione a quello gliel’hanno estorta i poliziotti rumeni a forza di botte o con un ricatto, perché non si erano coordinati con la polizia italiana e pensavano che quelli, di fronte alla confessione, il test del DNA non l’avrebbero fatto…
- Seeee, vabbè! Me sa che guardi un po’ troppi film, tu…
- Forse sì, abbastanza per sapere che il DNA lascia margini di dubbio (molto piccoli) quando viene identificato, ma dà certezza pressoché assoluta quando invece non coincide: quindi non possono essere stati loro.
- Mamma mia che palle! Ancora ‘sta storia del DNA…

giovedì 12 marzo 2009

Se i messaggi sono quelli Giusti

Cesare mi telefona e mi fa: - perché non ci vediamo stasera? – Va bene – sono un po’ stupito in realtà, perché Cesare è un amico d’infanzia di quelli che però ormai non frequento più da qualche decennio – e dove vogliamo vederci? - Al teatro Olimpico, ti faccio accreditare all’ingresso. Ti vedi lo spettacolo di Max Giusti, io lavoro: sono il gobbo.

Cesare mi ha sempre abituato alle stranezze, per cui non replico. Mi accerto solo che continui a fare pure il suo mestiere storico, che è l’assicuratore, visto che la polizza ce l’ho da lui e questo suo eclettismo un po’ mi ha sempre preoccupato. Continua, mi dice. Gli faccio pure osservare che come facciamo a vederci e parlare, se lui sta dietro le quinte a proiettare battute sul computer di scena (ormai anche il gobbo è elettronico) e io invece me ne sto seduto in platea a guardare Max Giusti, ma lui dice che va bene così, chiacchieriamo prima o dopo. Ci sarebbe pure da dire che Max Giusti non è esattamente il genere che prediligo, ma mi pare poco simpatico ripagare così un gesto carino, e quindi sto zitto e abbozzo. Del resto, mi ricrederò.

Lo spettacolo me lo sono visto in compagnia di sua madre, che si era portato dietro a mia insaputa, ed è stata una bella sorpresa, perché la Sandra quando eravamo piccoli era un po’ mamma anche mia, e lo stesso per lui la mia, di mamma. Lei si è divertita moltissimo, io a metà spettacolo ero indeciso se fingere un malore o soprassedere perché tanto mi sarei sentito male davvero.

Fino a quel momento (e parlo di un’ora e più di monologo ininterrotto) solo italianità italiota: - Aho’ – rivolto a uno del pubblico, molto giovane, che si coccolava la findanzata – vedrai che prima o poi te sposi, e allora so’ cazzi! – e giù mezz’ora di tragica descrizione delle vicende tipiche del matrimonio italiota, tra camicie stirate male e baruffe tra suocera e nuora, fino al divorzio costosissimo e ai tristi tentativi di rimorchio in discoteca del neosingle, ormai quarantacinquenne e spompatissimo. E poi lazzi continui a una poveraccia che aveva il solo torto di essere molisana, messa in mezzo oltre ogni decenza. Insomma, ho guardato più l’orologio che il palcoscenico, per almeno un’ora e mezza (senza intervallo: il tizio è davvero una macchina da guerra).

Ma poi, improvvisamente, il miracolo: lo spettacolo vira decisamente sul politico, o almeno sul sociale, e qui si scopre che Max la pensa praticamente come me su quasi tutto. Dalla vicenda di Eluana Englaro al caso Alitalia, al Berlusca e agli extracomunitari, perfetta identità di vedute: non credo alle mie orecchie, e anzi mi becco pure una bella lezione. Sì, perché è vero che il pubblico in sala si era divertito molto di più (si capiva) alle battutacce dei primi due terzi di spettacolo, ma è anche vero che ora è costretto ad ascoltare cose da cui normalmente rifugge; e, quello che è meglio ancora, le può ascoltare nel suo linguaggio, modulate sui suoi toni; Max è del Trullo, e del Trullo è rimasto. Chi conosce Roma sa di cosa sto parlando. Per farla breve: parlando di Eluana e Beppino Englaro la sua indignazione era sincera, ma la parola laicità non l’ha pronunciata neppure una volta; ha alzato i toni descrivendo un padre che soffre, e una ragazza spenta che mai avrebbe voluto essere costretta in quelle condizioni, ma i massimi sistemi li ha lasciati fuori dalla porta. Su Alitalia si è superato, in una gag divertentissima: - I francesi c’hanno sempre fregato, a comincià da la Gioconda. Pe’ ‘na vorta che stavano a ‘mboccà co’ tutte le scarpe (se la comprano, zitto che se la comprano…) arriva quello e se ne esce ‘in nome del supremo interesse nazionale… l’italianità….’. E niente tirate sul conflitto di interessi, mai nominato: però un esempio che più concreto non si può l’ha fatto, e la conclusione è stata impeccabile – ma com’è che co’ li sordi sua l’affari li fa in un modo e co’ i nostri in un antro modo?

Su Gesù Cristo è stato insuperabile – ma se nascesse oggi lo riconoscereste? In pratica lui era 1) figlio di una coppia di fatto, 2) clandestino in Galilea, 3) nato da fecondazione assistita e 4) in una capanna abusiva. ‘Nsomma, se ritornasse oggi nascerebbe da du’ rumeni accampati sotto ponte Garibaldi o dentro a un campo Rom. Secondo me se lo vedete lo mannate affanculo… E questo è stato davvero uno schiaffone a parecchia di quella gente che stava lì seduta ad applaudirlo.
Morale: fossi stato io su quel palco a dover parlare di certe cose, sarei stato preso a pomodorate da un pubblico pecoreccio e probabilmente berlusconiano anzichenò, che mi avrebbe disprezzato in quanto pseudointellettualoide non in grado di parlare “pane al pane e vino al vino”. E questo infatti è ciò che succede non a me, che sul palco non ci vado, ma a tutti i rappresentanti della sinistra.

Max Giusti, che parla un altro linguaggio ed è del Trullo, li ha costretti a riflettere. Certo, rispetto a quello che di solito diciamo noi – come definirci? Acculturati? – si è perso molto, a cominciare dalla complessità del mondo in cui viviamo. Però lui l’hanno capito, mentre io ormai non mi capisce più manco da solo.

Ecco, la nostra ormai estinta sinistra perché non ricomincia da un linguaggio così? Ovviamente parlato da qualcuno che non sia né Veltroni, né D’Alema, né i soliti noti, che non sarebbero credibili. Lo so che molti inorridiscono al solo pensiero, e un po’ agita anche me, questa idea che sto descrivendo; però, se noi siamo arrivati in vetta a un monte e gli altri stanno ancora a valle, non è che magari starebbe a noi aspettarli e non star lì a urlargli continuamente di salire su? Quelli, dati i gusti, è un pezzo che si sono fermati a valle a magiare la polenta con le salsicce, qualcuno insieme a Max Giusti, ma i più con Berlusconi, che gli serve ettolitri di vinaccio.

Un linguaggio come quello, e leader capaci di parlarlo, sarebbero moltissimo per una sinistra ormai del tutto incapace di comunicare. Il resto si può fare lo stesso senza stare a strombazzarlo (laicità dello stato, welfare, eccetera); e magari tra qualche anno, in un’Italia de-berlusconizzata, si potrebbe anche provare a riparlarne in modo esplicito, di temi alti: chissà che non sia la volta che finalmente li sdoganiamo. Ma questo, mi rendo conto, è solo un sogno. Mamma mia come siamo ridotti, se ormai il sogno di uno di sinistra è un leader che parli come Max Giusti… Che però, ci tengo a dirlo, alla fine un bel sette in pagella se lo è strameritato: un’ora e mezza penosa, ma gli ultimi tre quarti d’ora sono stati davvero una rivelazione.

venerdì 27 febbraio 2009

Ti va di correre?

Questo lo capiranno in pochi, perché a pochi è indirizzato. E' un regalo di benvenuto, e un saluto entusiasta a Luca e Marilena. Spero solo di essere stato all'altezza. Buona lettura!

- Ti va di correre fino a là? –
T., che se ne stava raggomitolato a contemplare il vasto mondo, sollevò appena il capino e ricambiò con uno sguardo poco convinto.
- Adesso?
- E quando, sennò? – ribatté spazientito l’altro – Quando gli altri si saranno presi tutto?
- T. si stirò, pigro. – Vedi, anch’io quando ho visto tutto quel bailamme mi sono incuriosito… Ma che ci sarà mai laggiù? Poi, però, ho pensato che non sarei mai arrivato in tempo in mezzo a tutto quel macello, mi avrebbero travolto, e alla fine sarei potuto arrivare solo… come dire?
– Per una botta di culo? – rispose l’altro, sempre più impaziente.
- Ecco, sì, io non mi sarei espresso in termini così poco urbani, ma insomma… E’ quello che intendevo.
- E allora cosa vuoi fare? Aspettare che inventino il teletrasporto?
T. guardò stupito l’importuno interlocutore: - ma che dici… ma non lo sai che l’entanglement…
- Lentangleche? – fu la risposta immediata del tipo smilzo, che cominciava a pentirsi amaramente di aver pensato di coinvolgere nel gioco un compagno così improbabile.
T. sospirò: ma come era possibile che la gente trovasse tanto normale sguazzare nell’ignoranza? Poi attaccò, con il tono paziente del professore che spiega un concetto elementare ad un alunno un po’ tardo di comprendonio: - l’entanglement… insomma, il teletrasporto (oddìo che sto dicendo, non è esatto, non è esatto… ma questo non capirà mai se non mi esprimo al suo livello)… Il teletrasporto è possibile, ma non in senso fisico… Quella che viene teleportata è l’informazione, ed inoltre la cosa avviene solo in termini di probabilità…
- Insomma – interruppe l’altro – funziona a casaccio, OK? Non sei mai sicuro che quello che spedisci arrivi poi come l’hai spedito… Magari tu pensi di inviare un mazzo di rose rosse e di là arriva un cesto di pesce marcio!
T. lo guardò stupefatto: - Beh, semplificando molto… è un po’ impreciso, dovremmo parlare di bit di informazione, non di rose e pesci, ma… sì, più o meno è così.
- Ecco, allora, visto che il tuo entl… entlgl…
- Entanglement.
- Eh, sì, quella roba lì! Visto che non funziona, ti va o no, per l’ultima volta, di alzare le tue chiappette e andarci in modo più convenzionale, laggiù?
T. era sempre più stupefatto: non era poi così scemo il tizio, più che altro sembrava divorato da una frenesia che gli impediva di mettere a punto ben chiari, lineari, i suoi stessi pensieri… Però cavoli, quant’era veloce! Di mente e di fisico: smilzo e sempre in moto, mentre parlavano non si era fermato un attimo, quasi correva sul posto, e andava avanti e indietro, gesticolava, faceva le smorfie, un vero furetto.
L’altro, da parte sua, aveva appiccicato su T. uno sguardo tra l’affascinato e il disgustato: si era pentito di averlo chiamato a giocare, questo pomposetto intellettualoide sedentario, e adesso rischiava di arrivare tardi, dietro tutti gli altri, che correvano come lepri ed erano già lontani, sempre più lontani… Ma non voleva essere scortese, ed esitava ad andarsene, lasciandolo lì da solo.
- Bene – riprese T., tirandosi su - direi che in questo hai senz’altro ragione: se vogliamo divertirci, dobbiamo andarci con le nostre forze, fin là.
Si stiracchiò un po’, si raddrizzò e, senza dire nient’altro, si avviò di buona lena.
Lo smilzo era sorpreso: non si aspettava più di riuscire a coinvolgerlo, e del resto ormai era tardi. Qualunque cosa ci fosse stata laggiù, per quando sarebbero arrivati non ci sarebbe stata più, travolta dalla folla urlante e scalciante che sciamava alla velocità del fulmine. E però la frenesia lo spingeva a correre lo stesso, mentre invece T. sembrava non volersi nemmeno spettinare – Ehi, ma hai visto quanto siamo indietro? Muoviti, dai! - E gli diede una pacca sulla testa.
- Ma che modi! Almeno dimmi come ti chiami, prima di prenderti certe confidenze! Non ci siamo neppure presentati!
- OK, io sono T. E adesso sbrigati.
- Piacere – disse T. con il fiatone – io mi chiamo T. Abbiamo la stessa iniziale! Sai qual è la probabilità che…
- No, non la so e non me ne frega niente. Spicciati, che quelli non ci lasciano neanche le briciole, sennò!
- Ma che poca lungimiranza! Davvero vuoi andare a confonderti con tutta quella marmaglia?
- Perché, hai qualche altra idea? Conosci un modo per arrivare prima di loro senza superarli?
- Mhm… Questa mi ricorda il paradosso del moto di Zenone… E la freccia scagliata e ferma…
- Ma basta! Ma ti vuoi dare un mossa! Ma chi me l’ha fatto fare…
- E calmati un momento! Ecco, adesso… Fermati un attimo. Sta a guardare…
T. lo smilzo stava per lasciarselo dietro, ormai definitivamente pentito di essersi messo a cavillare con quel culo di piombo, ma… Fece appena in tempo a fermarsi, prima di inciampare nel mucchio informe di teste ed estremità in furiosa agitazione appena davanti a lui. Era accaduto l’insperabile: la turba, vittima della sua stessa foga, si era come accartocciata su se stessa, l’inciampo di uno era diventato la rovina di tutti, e adesso quelle migliaia e migliaia si calpestavano, si colpivano, si ostacolavano a vicenda, nel tentativo di riprendere la corsa.
T. lo smilzo guardò T. il pacioso, che se la rideva e con tutta calma aggirava il mucchio selvaggio. Per un attimo provò quasi una fitta di invidia per quel modo così diverso di affrontare le cose, per quella calma olimpica, ma fu solo un momento: qualcuno stava districandosi dal groviglio dei migliaia, tipi decisi e veloci che da quella specie di melassa gelatinosa si distaccavano come bollicine e riprendevano la corsa. Ma T. il placido continuava imperturbabile per la sua strada, quasi senza accorgersi che lo stavano già riprendendo, e quasi superando. E allora no, così non va. Ok amico, va bene il ragionamento e l’entnglm e quello che vuoi tu, la tua parte l’hai fatta egregiamente, ma adesso solo una cosa serve: azione!
E prima di finire il pensiero letteralmente decollò, manco avesse acceso i retrorazzi, affiancò il T. lento e lo afferrò per la vita sottile – nuota! E quell’altro non fece in tempo a capire cosa l’avesse travolto, in quale vorticoso tunnel fosse precipitato, quale piega dello spazio-tempo lo stesse inghiottendo… Entanglement? Può essere che ci si senta così? E disperatamente nuotava, nuotava per non perdere il passo con quell’altro T. che sempre tenendolo per la vita gli saettava ora a destra ora a sinistra, sempre davanti però, mentre indietro restavano tutti gli altri, manco stessero fermi, e invece si agitavano, eccome se si agitavano! Ma senza speranza, non potevano competere con il fulmine, con il Grande Fotone in persona, erano inesorabilmente destinati a scomparire dietro, in un orizzonte lontano lontano di possibilità che non si sarebbero avverate. Un’altra volta, forse: adesso tocca a T&T.
Non seppe mai, il T. lento, quanto tempo avesse trascorso alla velocità della luce… e lui per primo sapeva che era una contraddizione parlare di tempo in una situazione in cui, per definizione, il tempo è fermo. L’altro T., invece, proprio non se ne preoccupò, e si curò solo di accelerare, accelerare ancora, per fermarsi solo al cospetto della luce che, ancora remota, aveva tuttavia messo in moto tutto quel pandemonio.
Restarono in silenzio, attoniti e quasi spauriti: la sfera era enorme, solo a fatica se ne intuiva la forma, tanto i suoi confini si perdevano oltre lo sguardo, che non riusciva a contenerla. Pulsava sospesa nel vuoto, emettendo una luminescenza calda che sembrava fuoriuscire da una fessura minuscola proprio lì, davanti a loro, diffondendo un tepore che sapeva di intimità e di dolcezza, una promessa di altri mondi, di un universo nuovo, di spiagge sconosciute, di orizzonti vasti e solenni.
Per la prima volta in vita sua, T. il placido non trovò parole per esprimere ciò che aveva davanti. Persino i pensieri sembravano inadeguati al cospetto di quella magia grande e terribile, solo confuse emozioni gli erano rimaste dentro.
Era forse Dio quella cosa? Il solo pensiero bastò a tramortirlo, a renderlo del tutto incapace di discernimento, ormai completamente assente a se stesso.
E intanto, dietro, lontano lontano, si cominciava ad intravedere la sagoma di qualche raro nuotatore attardato, ombre pietosamente arrancanti e ormai sfinite, eppure ancora determinate, che sembravano trarre rinnovato vigore dalla vista della divinità.
Fu allora che T. il Veloce, ammiccando verso il Lento, lo riscosse dalla contemplazione mistica e, indicando con la codina la fessura – di’ un po’ – gli disse – ti va di correre fin là?

martedì 23 settembre 2008

Non buttiamoci giù

Mamma mia, che roba da incubo è diventato questo blog! Ma perché nessuno mi dice niente? Ho riletto un po’ di post, sono pieni di figuri tristi, cose brutte, scenari apocalittici!
Ma insomma: uno ha un successo planetario (certificato: voi non lo sapete, ma abbiamo sfondato già il tetto dei dieci visitatori quotidiani e ce ne sono almeno quattro tra Inghilterra e Stati Uniti, di cui due a me sconosciuti!) e nessuno che gli fa osservare che sta scivolando nemmeno troppo lentamente su una china cimiteriale! E mica si fa così!
Però certo… l’ispirazione a scrivere di cose belle ed edificanti di questi tempi proprio non mi viene… Come si fa?
E allora facciamo così: se proprio di loschi figuri dobbiamo parlare, almeno divertiamoci un po’ alle loro spalle. Nell’ultimo post profetizzavo la fine di certi pseudopolitici della fu sinistra radicale, che finiranno probabilmente a fare, prima o poi, i tristissimi mestieri che da sempre avrebbero dovuto praticare, invece di infelicitare tutti noi; propongo di giocare insieme. Io avevo iniziato con:

Paolo Cento, Verdi per la Pace, ex sottosegretario all’economia con Padoa Schioppa: uscere in divisa blu in un museo abbandonato, tipo quello della Civiltà Romana all’Eur, che totalizzerà sì e no una ventina di visitatori l’anno. E a tutti dice: "voi oggi mi vedete qui, ma io vent'anni fa ero sottosegretario..." facendoli scappare.

Voi che (e chi) suggerite? Scrivete le vostre profezie nei commenti, anche a cinque per volta se volete, parlando di chi vi pare, anche se non è di sinistra e magari non fa neppure il politico; poi ci penso io a sistemarle per bene in un post come si deve.

martedì 16 settembre 2008

La vita secondo P.

Se il bullismo è una esasperazione caricaturale di alcune caratteristiche di genere, si capisce perché di solito a finire sul giornale sono i maschi, che nel tentativo di rafforzare una identità (anche di genere, appunto) percepita debole passano con facilità il confine della violenza fisica.
Il bullismo femminile, quindi, non è quello delle adolescenti che scimmiottano i maschietti e se ne vanno in giro con il culo di fuori, bestemmiando ruttando e menando le mani: specularmente, secondo questa mia personalissima visione del fenomeno, il bullismo femminile va cercato nell’atteggiamento di quelle donne che fondano rigidamente la propria identità su uno stereotipo di donna quale madre, moglie e signora della famiglia, e brandiscono questa immagine come una clava per farsi largo nella vita cercando di mettere in mora chi moglie e madre non è, o chi moglie e figli non ha, gente che ai loro occhi appare fondamentalmente come uno sgorbio di natura, la cui esistenza in vita è a malapena tollerabile.
Questa riflessione, che ripropongo oggi senza un motivo preciso, la feci anni fa, quando lavoravo in un’altra azienda e dividevo la stanza con P.
P. era una ragazza senza grilli per la testa, molto concreta, che diceva di sapere molto bene cosa voleva dalla vita: si era laureata in economia piuttosto giovane, si era sposata, aveva trovato un lavoro, aveva avuto una figlia ed era più giovane di qualche anno del GPZ, che invece era ancora al palo, fatta eccezione per laurea e lavoro.
La convivenza procedeva bene: P. e il GPZ non erano proprio amici per la pelle, ma c’era un rapporto di forte rispetto reciproco, ci si aiutava spessissimo e si scambiavano anche ben più che due chiacchiere; che vertevano per lo più sulle vicende familiari di P., dato che lei faceva un po’ fatica e nemmeno troppo nascostamente si annoiava ad ascoltare delle prodi zingarate del GPZ, o delle sue spedizioni estive negli angoli più remoti del pianeta.
La profondità dell’abisso che ci divideva la scoprii tutta in una volta, e in modo assolutamente inatteso, quando si andò a votare per quel disgraziatissimo referendum sulla procreazione medicalmente assistita; all’epoca non potevo sapere quanto poi quei temi sarebbero entrati di prepotenza nella mia vita, ma di non andare a votare non mi passò manco per l’anticamera del cervello: primo perché condividevo i quesiti referendari (abolizione, nell’ordine, del divieto di diagnosi pre-impianto e di fecondazione eterologa, e dell’obbligo di impiantare tre-embrioni-tre), e secondo, ma non meno importante, perché se pure fossi stato contrario ci sarei andato lo stesso a votare, essendo il GPZ un animaletto scrupolosamente osservante dei doveri civili.
Più per fare conversazione che per altro, chiesi a P. come la pensava in proposito; quello che segue è il resoconto di ciò che sortì dalla mia imprudentissima uscita.
- P.(quasi imbarazzata): mah… io il senso di sprecare soldi per questo referendum non lo capisco proprio.
- GPZ: perché?
- P.(prende baldanza): perché se vuoi fare figli ti sposi e li fai, che è ‘sta cosa che ti devi far prestare gli ovuli o lo sperma e se sei sposato o no non fa niente…
- GPZ (si sforza di non soffiare come i gatti): ma questo è solo uno dei tre quesiti, e capisco che forse è anche il meno facile da condividere, però gli altri due mi sembrano sacrosanti…
- P.: che dicono gli altri due?
- GPZ (avatar attuale: gattopuzzus patiens patiens): adesso la legge vieta di effettuare la diagnosi sull’embrione e c’è il rischio che venga impiantato un embrione malato che poi porterà alla necessità di un aborto…
- P. (infervorata): no, scusa, e che io quando sono rimasta incinta ho fatto la diagnosi pre-impianto?
- GPZ (tra sé e sé: certo che no, a meno che tuo marito non abbia uno scanner montato sul pisello): l’amniocentesi l’avrai fatta…
- P. (con noncurante orgoglio): per la verità no…
- GPZ (devo capire!): sei cattolica?
- P.: non praticante.
- GPZ: però comunque sei credente.
- P.: sì.
- GPZ (forse riesco a farla ragionare…): e va bene, è stata una tua scelta personale quella di portare avanti la tua gravidanza in qualsiasi caso, ma perché vuoi togliere ad altre persone la possibilità di risparmiarsi un aborto al quarto mese?
- P. (ieratica): io penso che una donna ha una responsabilità verso la vita, e non ha la libertà di scegliere se portarla avanti o meno.
- GPZ (sforzo sovrumano per non piantarle le unghie negli occhi): ripeto, è una tua idea… E guarda che a ricorrere a queste tecniche è gente che ha problemi, persone portatrici sane di malattie genetiche che avrebbero una elevatissima probabilità di generare embrioni non in grado di arrivare alla fine della gravidanza, o addirittura figli malati di sindromi gravissime… O persone un po’ in là con gli anni, che sono arrivate tardi alla decisione di avere un figlio e quindi rischiano, oltre che di non riuscirci, anche la sindrome di down…
- P.: senti, a me questa gente non fa pena per niente. Se volevano figli potevano pensarci prima, come ho fatto io. Si sono voluti godere la vita, si sono voluti “realizzare”, come dicono loro? Adesso paghino il prezzo.
- GPZ (mo’ la pio a sediate): e con le coppie a rischio di anemia mediterranea e altro come la metti?
- P.: mah… adesso tutti lì a dire quanto è difficile avere figli, e a piagnucolare… quello che so è che io ho sempre avuto le idee chiare su quello che volevo e non ho avuto nessun problema a ottenerlo. Il resto sono chiacchiere. Ma le nostre madri come hanno fatto? Mica ce l’avevano loro, la diagnosi pre-impianto e la fecondazione assistita, ma ci hanno partorito e ci hanno allevato come si deve. Chi vuole fare figli si metta in testa che si fa così, altrimenti non è adatto, punto e basta.
E la discussione sarebbe andata avanti per ore o magari sarebbe finita subito lì, con un omicidio, se il capo una volta tanto non si fosse rivelato provvidenziale entrando in stanza come un ciclone con una delle sue infinite crisi isteriche per urgenze che erano tali solo per lui, come fa ogni capo che si rispetti.
Ovviamente, questo discorso non l’ho mai più affrontato, con P.; altrettanto ovviamente, la mia stima nei suoi confronti è scesa sotto il livello di guardia; e, ancora più ovviamente, non solo il referendum l’ha vinto lei, ma di lì a tre, quattro anni i conti con le conseguenze di quel (non) voto criminale mi è toccato patirle a me, che ci faccio ancora i conti, mica a lei, che invece (ri-ovviamente) dopo qualche mese è rimasta incinta per la seconda volta. Sarà perché il Grande Cocomero nume tutelare di tutte le pance gravide esiste davvero e ha voluto premiare lei che lo venera e punire invece il GPZ agnostico, che lo ignora?
Certo che, se è così, allora questo Padreterno è parecchio diverso da come mi ricordo che me lo descrivevano da ragazzino, tutto buono e misericordioso, mentre invece non vede l’ora di beccarti in castagna e farti il culo… Perché alla fine il GPZ non solo s’è beccato l’esibizione di bullismo appena raccontata, ma gli è toccata in sorte pure la nemesi di andare a toccare con mano le situazioni di cui allora parlava in astratto…
Uno dei paradossi che discendono dalle idee di Cantor sull’infinito matematico è che Dio c’è, ma è contraddittorio; questa storia ne genera invece un altro, e cioè che Dio c’è, ma è berlusconiano*…
E che dite, non sarà mica il caso che il GPZ metta da parte tutti i vecchi rancori e decida di far incontrare P. con IRRSC (http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/07/perch-gli-italiani-sono-diventati.html)? Ne potrebbe nascere una bella amicizia...

* Mi rendo conto che qui il nano pelato c’entra come i cavoli a merenda, ma il blog è mio e anche gli insulti me li gestisco io.