Cesare mi ha sempre abituato alle stranezze, per cui non replico. Mi accerto solo che continui a fare pure il suo mestiere storico, che è l’assicuratore, visto che la polizza ce l’ho da lui e questo suo eclettismo un po’ mi ha sempre preoccupato. Continua, mi dice. Gli faccio pure osservare che come facciamo a vederci e parlare, se lui sta dietro le quinte a proiettare battute sul computer di scena (ormai anche il gobbo è elettronico) e io invece me ne sto seduto in platea a guardare Max Giusti, ma lui dice che va bene così, chiacchieriamo prima o dopo. Ci sarebbe pure da dire che Max Giusti non è esattamente il genere che prediligo, ma mi pare poco simpatico ripagare così un gesto carino, e quindi sto zitto e abbozzo. Del resto, mi ricrederò.
Lo spettacolo me lo sono visto in compagnia di sua madre, che si era portato dietro a mia insaputa, ed è stata una bella sorpresa, perché
Fino a quel momento (e parlo di un’ora e più di monologo ininterrotto) solo italianità italiota: - Aho’ – rivolto a uno del pubblico, molto giovane, che si coccolava la findanzata – vedrai che prima o poi te sposi, e allora so’ cazzi! – e giù mezz’ora di tragica descrizione delle vicende tipiche del matrimonio italiota, tra camicie stirate male e baruffe tra suocera e nuora, fino al divorzio costosissimo e ai tristi tentativi di rimorchio in discoteca del neosingle, ormai quarantacinquenne e spompatissimo. E poi lazzi continui a una poveraccia che aveva il solo torto di essere molisana, messa in mezzo oltre ogni decenza. Insomma, ho guardato più l’orologio che il palcoscenico, per almeno un’ora e mezza (senza intervallo: il tizio è davvero una macchina da guerra).
Ma poi, improvvisamente, il miracolo: lo spettacolo vira decisamente sul politico, o almeno sul sociale, e qui si scopre che Max la pensa praticamente come me su quasi tutto. Dalla vicenda di Eluana Englaro al caso Alitalia, al Berlusca e agli extracomunitari, perfetta identità di vedute: non credo alle mie orecchie, e anzi mi becco pure una bella lezione. Sì, perché è vero che il pubblico in sala si era divertito molto di più (si capiva) alle battutacce dei primi due terzi di spettacolo, ma è anche vero che ora è costretto ad ascoltare cose da cui normalmente rifugge; e, quello che è meglio ancora, le può ascoltare nel suo linguaggio, modulate sui suoi toni; Max è del Trullo, e del Trullo è rimasto. Chi conosce Roma sa di cosa sto parlando. Per farla breve: parlando di Eluana e Beppino Englaro la sua indignazione era sincera, ma la parola laicità non l’ha pronunciata neppure una volta; ha alzato i toni descrivendo un padre che soffre, e una ragazza spenta che mai avrebbe voluto essere costretta in quelle condizioni, ma i massimi sistemi li ha lasciati fuori dalla porta. Su Alitalia si è superato, in una gag divertentissima: - I francesi c’hanno sempre fregato, a comincià da
Su Gesù Cristo è stato insuperabile – ma se nascesse oggi lo riconoscereste? In pratica lui era 1) figlio di una coppia di fatto, 2) clandestino in Galilea, 3) nato da fecondazione assistita e 4) in una capanna abusiva. ‘Nsomma, se ritornasse oggi nascerebbe da du’ rumeni accampati sotto ponte Garibaldi o dentro a un campo Rom. Secondo me se lo vedete lo mannate affanculo… E questo è stato davvero uno schiaffone a parecchia di quella gente che stava lì seduta ad applaudirlo.
Morale: fossi stato io su quel palco a dover parlare di certe cose, sarei stato preso a pomodorate da un pubblico pecoreccio e probabilmente berlusconiano anzichenò, che mi avrebbe disprezzato in quanto pseudointellettualoide non in grado di parlare “pane al pane e vino al vino”. E questo infatti è ciò che succede non a me, che sul palco non ci vado, ma a tutti i rappresentanti della sinistra.
Max Giusti, che parla un altro linguaggio ed è del Trullo, li ha costretti a riflettere. Certo, rispetto a quello che di solito diciamo noi – come definirci? Acculturati? – si è perso molto, a cominciare dalla complessità del mondo in cui viviamo. Però lui l’hanno capito, mentre io ormai non mi capisce più manco da solo.
Ecco, la nostra ormai estinta sinistra perché non ricomincia da un linguaggio così? Ovviamente parlato da qualcuno che non sia né Veltroni, né D’Alema, né i soliti noti, che non sarebbero credibili. Lo so che molti inorridiscono al solo pensiero, e un po’ agita anche me, questa idea che sto descrivendo; però, se noi siamo arrivati in vetta a un monte e gli altri stanno ancora a valle, non è che magari starebbe a noi aspettarli e non star lì a urlargli continuamente di salire su? Quelli, dati i gusti, è un pezzo che si sono fermati a valle a magiare la polenta con le salsicce, qualcuno insieme a Max Giusti, ma i più con Berlusconi, che gli serve ettolitri di vinaccio.
Un linguaggio come quello, e leader capaci di parlarlo, sarebbero moltissimo per una sinistra ormai del tutto incapace di comunicare. Il resto si può fare lo stesso senza stare a strombazzarlo (laicità dello stato, welfare, eccetera); e magari tra qualche anno, in un’Italia de-berlusconizzata, si potrebbe anche provare a riparlarne in modo esplicito, di temi alti: chissà che non sia la volta che finalmente li sdoganiamo. Ma questo, mi rendo conto, è solo un sogno. Mamma mia come siamo ridotti, se ormai il sogno di uno di sinistra è un leader che parli come Max Giusti… Che però, ci tengo a dirlo, alla fine un bel sette in pagella se lo è strameritato: un’ora e mezza penosa, ma gli ultimi tre quarti d’ora sono stati davvero una rivelazione.
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