Uscì negli anni sessanta, dopo l'esecuzione di Eichmann, sulla cui vicenda processuale il libro è imperniato. Eichmann, criminale nazista, fu rapito dai servizi israeliani in Argentina, dove era rimasto nascosto (neanche troppo) per quindici e più anni dopo la fine della guerra. Il processo si svolse a Gerusalemme tra squilli di tromba e fanfare; la Arendt - e forse solo lei poteva farlo, in quanto ebrea lei stessa - svela il gioco politico e propagandistico che sul processo fu montato: guardate - ci dice - che quest'uomo non è il demonio; questo, come millanta e millanta altri piccoli ometti come lui, è solo un conformista. E' per conformismo, per carrierismo al più, che si è prestato con tanto zelo a facilitare lo sterminio, di cui del resto non è stato ideatore e in fondo neppure esecutore, essendo in capo a lui responsabilità di tipo più che altro logistico. E comunque, sembra dire la Arendt, in quella vicenda di mostri non ce ne sono stati, a meno di non voler dare questa patente all'intero popolo tedesco, che tutto unito ha forse fatto sentire qualche mugugno, ma niente che assomigliasse ad un'ombra di opposizione per quello che stava accadendo e che, da un certo momento in poi, cessò di essere un segreto.
Eppure non è vero che l'apparato nazista fosse così monolitico da non lasciare spiragli a nessuna opposizione: basti vedere - argomenta la Arendt - cosa ha fatto in Danimarca il governo, che nonostante l'occupazione si è rifiutato di consegnare gli ebrei; o addirittura, in Bulgaria, tutto un popolo, che si è impegnato a nascondere, difendere, salvare pressoché tutti gli ebrei che vivevano lì. Per fare quello che è stato fatto nei campi di sterminio serviva collaborazione da parte di tutti, compresi - e qui sta la grande bestemmia della Arendt - i capi ebrei; e collaborazione fu data, con le motivazioni più varie, compresa quella aberrante dei consigli ebraici, che sostennero fosse meglio che fossero altri ebrei, piuttosto che i nazisti, a scegliere chi doveva vivere e chi no.
Il processo a Eichmann è stato vissuto da Israele, o almeno i suoi politici hanno tentato di farlo vivere, come rito fondante: un popolo che finalmente ha ritrovato una terra si leva a giudicare chi l'ha offeso; solo che questo sarebbe stato possibile riducendo in catene un Hitler, un Heidrich, un Himmler, non il grigio burocrate che era Eichmann; e allora Eichmann fu inventato genio del male, e lui si adattò a meraviglia a questo ruolo, che finalmente gli dava un palcoscenico dopo una vita passata nell'ombra, mero - benché zelante - esecutore di ordini altrui. Gloria finalmente, anche se a costo della vita. In questo Eichmann servì bene i suoi nuovi padroni, come in passato aveva servito bene i vecchi: ora si voleva da lui che indossasse la maschera dell'annientatore di popoli, e lui volentieri la indossò, così come in passato aveva altrettanto volentieri pianificato la deportazione di milioni di esseri umani che non odiava e contro cui non aveva assolutamente nulla, ma che gli era stato ordinato di cacciare come fossero prede.
Si capisce che l'autrice, con questa tonante denuncia della nudità del re, si sia attirata il biasimo, quando non l'odio, di molti altri appartenenti al suo popolo; e probabilmente anche di molti che ebrei non erano, perché alla fine il messaggio è devastante per tutti, nella sua evidenza solare eppure pervicacemente negata: il male è in tutti noi, i nazisti non erano mostri venuti da Marte, ma persone che un po' alla volta hanno abdicato alla propria umanità e hanno portato tutto un popolo a fare lo stesso, passo dopo passo. Varrebbe la pena riflettere su questo cammino sciagurato, adesso che lo stiamo ripercorrendo beatamente ignari della Arendt, della sua lezione e della storia: ronde, impronte digitali ai Rom, voglia di pogrom, aggressioni ormai quotidiane a stra
Altri libri di spessore sul tema dello sterminio degli ebrei - in generale sui meccanismi degenerativi che possono portare un uomo, o un popolo, a scordare del tutto la sua condivisione della condizione umana con qualche altro miliardo di viaggiatori a bordo di questo pianeta - sono La parte dell'altro, di Eric Emmanuel Schmitt, e Le benevole, di Jonathan Littell. Del primo c'è da dire che è un'opera letteraria di grande valore, oltre che un documento importante: l'autore fa l'esperimento terribile di ficcarsi dentro Hitler e immaginare per lui una storia alternativa, quella che avrebbe potuto avere se avesse deciso di affrontare i suoi fantasmi e le sue frustrazioni; il secondo, in forma di romanzo, non è - secondo me - un bel libro, dal punto
No, non è storia di mostri quella del nazismo, come non lo sono tutte le altre terribili storie di massacri e cattiveria di cui è costellata la nostra permanenza su questo pianeta, fin dal nostro apparire. E' che gli esseri umani - tutti gli esseri umani - sono capaci di efferatezze tali da far impallidire Barbablù, se posti nelle condizioni adatte; così come sono capaci di atti sublimi (meno spesso, purtroppo). La retorica dei vincitori e la propaganda hanno sfruttato la paura di identificarsi con carnefici così crudeli per edificare una mitologia in cui ci sono stati i cattivi e i buoni che li hanno affrontati e sconfitti, ma non è andata così, come testimoniano anche il bombardamento di Dresda e le bombe di Hiroshima e Nagasaki, assolutamente non necessarie se non in chiave di politica post bellica.
Se davvero vogliamo evitare che fatti come la Shoà, o il genocidio degli Armeni, o la mattanza tra Hutu e Tutsi in Ruanda, l'undici settembre, lo sterminio degli indios americani e mille e mille altri possano ripetersi, dobbiamo prendere atto del piccolo Hitler che vive dentro ognuno di noi. Solo sapendo che c'è possiamo trovare il modo di tenerlo a bada, perché se invece lo neghiamo - come lo stiamo negando da settanta anni - siamo fatalmente destinati ad esserne sopraffatti. E dovremmo anche avere il senso della Storia, la consapevolezza che questo mondo che abitiamo in Occidente - fatto, bene o male, di democrazia e di un certo benessere, di una certa libertà - non è scontato, è anzi un accidente della storia, esiste da nemmeno un secolo, e potrebbe scomparire in un batter d'occhio se certe tendenze sfuggissero di mano. Ma questo, forse, è già successo, e un altro passetto verso la barbarie è stato compiuto come casualmente, inosservato nell'assordante clangore della volgarità montante, che sempre più trasfigura in malvagità.
Nessun commento:
Posta un commento