
Un ritorno trionfale dopo una brevissima eclissi, un consenso oceanico, un paese innamorato di lui, una luna di miele come nessun capo di governo ha mai avuto: che poteva sperare di meglio? Quello che non è riuscito a noi “poveri comunisti”, come ci ha definito, è riuscito però a lui medesimo: farsi lo sgambetto sulla strada che porta al Colle.
Ci credeva davvero, stavolta. Conoscendo il soggetto ci crede ancora, ma ormai si mette male. Non tanto per puttanopoli in sé, che l’italiano medio un presidente puttaniere lo apprezzerebbe parecchio; più che altro, è l’immagine internazionale che si sta sciogliendo come un murale fatto coi pastelli quando piove. E lui urla al vento la sua disperazione, è il megacomplotto dei poteri forti del mondo contro uno del popolo che si è fatto da sé: Murdoch, Obama, la Merkel, il Financial Times, The Guardian, Zapatero, la Spectre, il dottor Destino e Superpippo, tutti contro Silvio.
Però, purtroppo, se uno vuole fare lo statista non è che può prescindere proprio del tutto dal contesto internazionale in cui è collocato il suo

paese. La tentazione dell’autarchia è forte, e quasi incoraggiata da un popolo che non si è mai distinto per eccesso di internazionalismo; la via di fuga da questo lato, però, forse è troppo pericolosa anche per uno rotto a tutti i colpi di mano come lui: uscire dall’euro e dall’Europa, ridurre definitivamente il paese in miseria e tagliarlo fuori dai sentieri maestri della Storia per i prossimi cinquanta anni. Ai contemporanei riusciresti pure a darla a bere, perché degli italiani non c’è da fidarsi troppo e sarebbero disposti a seguirti anche in questa follia, come già settanta e passi anni fa osannarono le invettive del Duce contro la perfida Albione. Ma i posteri? E’ così che vuoi essere ricordato, Silvio? No, tu vuoi il tuo mezzobusto nella galleria dei padri della patria, e meno male, alla fine sarà la tua megalomania la nostra unica speranza di salvezza. Anche se non sono del tutto sicuro che non vada a finire male, magari non per tua esplicita iniziativa, ma perché qualcuno ti farà il regalo di pregarci gentilmente di accomodarci fuori. Ma se nessuno ti farà la grazia, il tuo destino è segnato: all’apice del successo e contemporaneamente al tramonto, pugnalato da te stesso, impotente e accidioso di fronte allo specchio che restituisce l’immagine del puttaniere, e non dello Statista. Eppure ho fatto quindici anni di storia italiana, eppure mi amano a milioni…

Deve essere brutto davvero: passi una vita a cercare di evadere da te stesso – brutto, piccolo e cafone -, sali sulla scala del potere arrampicandoti su sacchi di soldi impilati, non potendo svettare per evidente carenza di phisique du role riesci ad abbassare il livello di un popolo intero pur di emergere un pochino al di sopra (quel tanto che ti permettono i rialzi delle scarpe), solo per accorgerti che nemmeno così potrai essere universalmente amato. Ah, fossi nato cinquant’anni prima! Ma oggi no, isolare tutto il paese, ma proprio tutto, al tempo di internet… non è fattibile. Non si può fare in Iran, figurati qui. Chi guarda fuori è minoranza vessata, irrisa, sbeffeggiata, silenziata perfino, ma c’è. E ti restituisce impietosa l’immagine ridicola che vede negli occhi di chi ti osserva da fuori i confini. Non puoi isolare l’Italia come vorresti, tuo malgrado siamo nel mondo e non possiamo chiuderlo fuori. E nel mondo il tuo canto ipnotico risuona per la cacofonia che è e non incanta nessuno: quelli hanno orecchio e cultura musicale molto superiore a quella degli italioti. E così, Silvio, non ti resta che guardarti allo specchio: c’eri quasi riuscito, ma ciò che davvero sei ti ha impedito di spiccare il volo. Forse, chissà, il tuo inconscio ha voluto impedirtelo. Forse c’è in te una parte più onesta di quanto tu stesso mai avresti voluto, ed è stato questo improvvido grillo parlante che, non potendo ricondurti alla ragione, pur di fermarti ti ha spinto al passo falso. Non hai saputo contenerti, non hai saputo usare discrezione, solo quella è la differenza tra te e puttanieri sublimi come Mitterand, come JFK, che forse ne hanno fatte di peggio delle tue, ma avevano classe da vendere. E (last but not least) le donne non le pagavano ed erano pure statisti veri. Peccato, Silvio: ad un passo dalla vetta, hai perso la maschera ed è apparso il volto del satiro. Poi magari in vetta qualcuno ti ci porterà lo stesso, ma non sarà la stessa cosa. Nella Storia ormai ci sei, ma non so se puoi esserne davvero felice. Il controllo spasmodico che eserciti oggi sulla parola detta e scritta, quello stesso controllo che già mostra di soffrire la distanza di quegli organi internazionali a cui non puoi mettere la sordina, come potrà mai reggere al tempo? Cosa si penserà di te, quando non sarai più qui? Il tuo incubo è un libro dalle pagine tutte bianche, in attesa della penna che lo vergherà con la tua storia che ormai in gran parte è già scritta e ti condanna. E non ti rimane più molto spazio per cambiarla, il tuo tempo è già molto in là, quello che sei non potrai esserlo ancora molto a lungo. Erano altre le cose che avresti voluto scrivessero di te, ma ormai è troppo tardi per cambiare il corso di quelle penne future. Tu provi ad eternare il tuo controllo proiettandolo disperatamente nel futuro attraverso una cultura di massa imbarbarita, ma un giorno verrà qualcuno che finalmente si sentirà libero, e parlerà! Pensa, Silvio: che si dirà di te, tra cinquant’anni?
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