mercoledì 1 luglio 2009

Se non leggo quello che scrivo...

Molta della gente che tiene un blog è semplicemente malata di egotismo, e i gattopuzzi non fanno eccezione.
Ormai lo faccio da più di un anno, e più passa il tempo più mi convinco che ci vuole una buona dose di presunzione per ritenere che quello che uno sbrodola sulla carta – pardon, sulla tastiera - possa essere di un qualche interesse per qualcuno. Il fatto è che nell’era della paleoscrittura occorreva passare una dura selezione per scrivere coram populo, perché si doveva farne una professione e quindi era necessario che qualcuno investisse su di te; adesso basta che ti apri un blog e puoi tentare la fortuna, spari un colpo e speri di far centro. Il pensiero sottinteso è: adesso vi faccio vedere io come si scrive e quali sono le cose importanti di cui parlare. In realtà non è che nell’era internettiana sia cambiato granché: anche il blog, per diventare qualcosa di più di un vomitatoio personale, deve avere le qualità per sfondare. Lo sbocco logico di questo discorso è che uno non si può lamentare se si trova con venti lettori (anzi no: venti visite, che mica tutti quelli che arrivano leggono davvero) al giorno, oltre la metà dei quali ti hanno raggiunto in questo anfratto remoto della rete con chiavi di lettura come “cazzo animale” e “polizziotta sexi”. E’ un bel bagno di umiltà, che male non fa mai. E poi uno aggiusta il tiro: alla fine mi sono accorto che in realtà non me fregava proprio niente già dall’inizio, di avere orde di lettori. E’ divertente così, ti fai un diario che altrimenti non faresti, tessi un filo che lega tra loro momenti diversi della tua vita, magari tra qualche anno ti sorprenderai a rileggerti e a ridere di come sei cambiato. E poi tieni in esercizio la penna e anche la testa. Come disse una volta un famoso giornalista americano adducendo uno sciopero per declinare l’invito ad un talk show, che con lo sciopero non c’entrava niente, se non leggo quello che scrivo, come faccio a sapere quello che penso?

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