Visualizzazione post con etichetta scrittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrittura. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2009

Leggere fino in fondo? Se proprio devo...

Vi ho già elargito due post, ma non vi ho ancora detto che il lungo silenzio era dovuto alle ferie... Vabbè, non ci voleva la palla di cristallo per capirlo. Ferie, stravaccamento, e quindi goduriose, goduriosissime letture... Beh, quasi. Prendiamo questo romanzo di Gibson e Sterling, per esempio, che segna il ritorno al mio primo amore, la fantascienza (anche se questo, in realtà, fantascienza non è).More about La macchina della realtà
Erano... meglio che non lo dico quanti anni erano che lo volevo leggere, sennò mi prende la vertigine da vecchiaia. Era tanto, e tanta è stata la delusione. Già il titolo italiano è un crimine contro l'umanità (la macchina a cui si fa riferimento è the difference engine, il motore differenziale, e questo è il titolo dell'originale).
L'idea che regge l'intreccio è intrigante, ma questi due forse avrebbero fatto meglio a scrivere un trattatello di filosofia della storia, che se pure viene noioso si può sempre dire che dato il tema era inevitabile. E qual è questo tema? E' presto detto: la storia non è una successione ordinata di eventi che si compongono in modo necessario, nessuno dei quali potrebbe scambiarsi con quelli che lo precedono o lo seguono, pena il crollo di tutta l'impalcatura; no, la storia è un fiume turbolento, che scorre sì in un certo verso, ma è pieno di gorghi in cui gli accadimenti collassano e possono generare corsi alternativi. Il computer avrebbe potuto essere costruito nel diciottesimo secolo, Byron avrebbe potuto fare il primo ministro invece che il letterato, Marx trovare fortuna in America istituendo una comune a Manhattan e Gautier essere una specie di hacker a Parigi. Non è implausibile: Babbage aveva davvero progettato una macchina che non potè essere costruita, ma che, realizzata in via sperimentale negli anni ottanta del novecento, si rivelò essere un computer funzionante. E quanto a Byron, a Marx, Gautier e compagnia, sbagliano quelli che cercano di rintracciare nel romanzo un filo conduttore che ne spieghi la sorte: è la turbolenza, la casualità selvaggia della storia a spiegarne la posizione e le azioni, nient'altro. Per noi sono stati quello che sono stati, ma in modo altrettanto plausibile avrebbero potuto essere altro, e la stessa storia accaduta essere un'altra. Insomma, non sono propriamente dei marxisti gli autori, e nel caso uno non capisca le loro tendenze si danno molto da fare per dipingere Marx e seguaci come un branco di scimmie prive di qualsiasi barlume di intelligenza e di umanità. E passi pure questa caricatura, ma se almeno il tutto fosse ben scritto... Invece è faticoso, farraginoso, pesante al punto che penso non si siano potuti divertire nemmeno loro, a scriverlo. Uno di quei libri che, anziché farti palpitare per sapere come va a finire, ti tiene avvinto alla pagina per senso del dovere: capisci che c'è qualcosa che vale e ti imponi di finirlo, ma in fondo ne faresti volentieri a meno.

lunedì 17 agosto 2009

Un pessimo Paragone

In questa giornata torrida di un mese torrido di un’estate torrida, con Roma deserta e desolata sotto il sole che scioglie l’asfalto e il Gattopuzzo a tirare con i denti fino all’agognata partenza per le ferie, bisogna darsi un compito facile, altrimenti anche scrivere diventa una tortura. Insomma, il classico tiro a segno sulla croce rossa, che è sleale ma oggi è l’unica cosa che mi riesce di fare.
Meno male che c’è la razza padana, che in questi casi si presta davvero a meraviglia alla bisogna.
Dunque, Libero , degno giornale di cotanto popolo, pubblica un articolo a firma Gianluigi Paragone che non si può leggere in chiaro (sembra incredibile, ma evidentemente c’è qualcuno disposto a pagare per leggere questi qui) e che reca il titolo "Ridicola sinistra se ora gioca con la gru". Chi fosse interessato, comunque, lo può trovare nella rassegna stampa on line del Senato.
Il sofisticato ragionamento di questo raffinato intellettuale si articola secondo il seguente iter logico: atteso che i lavoratori della INSSE hanno vinto la loro battaglia a difesa del posto di lavoro issandosi su un gru e restandoci finché qualcuno non si è fatto carico del loro problema; dato che costoro hanno già trovato imitatori nei vigilantes che si sono accampati sul Colosseo e in un altro combattivo gruppuscolo di operai di una fabbrica laziale che sta chiudendo i battenti; accertato che la crisi è tutt’altro che finita e in autunno saranno migliaia le imprese che non riapriranno; date tutte queste premesse, ci aspetta verosimilmente un allarmante proliferare di queste iniziative pericolose per chi le mette in atto e socialmente dirompenti, perché sarà impossibile confezionare salvagente per tutti. E male fa il sindacato a rallegrarsi della vittoria di questi moderni stiliti, che rappresenta invece uno scavalcamento del sindacalismo.
Tutto questo può essere anche vero e anzi probabilmente lo è, ma le argomentazioni “ancillari” a questo filone argomentativo principale riescono contemporaneamente a far ridere per la pochezza e a far incazzare per la malefede. Unico dato positivo: adesso sappiamo che anche l’ottimismo d’ordinanza del valoroso manipolo dei giornali governativi registra qualche defezione, se un pasdaran come Paragone – già vice direttore di Libero, se non ricordo male, e ora ahimè del TG1, coi soldi nostri - si lascia sfuggire che “Centinaia e centinaia di lavoratori si ritroveranno a casa, alcuni scoperti dagli ammortizzatori […]”, alla faccia degli editti comunicativi del Berlusca che ancora va apparecchiando a chi ci vuole credere la frottola - di indubbio impatto mediatico, nel paese dei proclami - che “nessuno sarà lasciato indietro”.
Il nostro bravo opinionista si lascia andare ad una autentica intemerata: “Mi viene davvero difficile pensare che il sindacato […] possa davvero esultare per questa ‘nuova protesta di lotta non violenta’. Non violenta un corno! Mettere a repentaglio la vita è un gioco al ribasso. Aggiungo, squallido. […] Questo è un ricatto.” Il perché? Ma è ovvio: “Se un imprenditore chiude non lo fa mai a cuor leggero. Dobbiamo uscire dallo schema culturale cui ci spingono i sindacati e certe penne pseudo-riformiste (complice il balbettamento della
Confindustria) per cui i lavoratori sono sempre eroi mentre gli imprenditori, egoisti e carogne. […] A nessuno fa piacere mettere la gente per strada. […] chi chiuderà non lo farà comunque a cuor leggero
”.
Insomma, indulgenza per gli imprenditori, che hanno un cuore anche loro. Io personalmente non ho motivo di dubitarne, ma fa un po’ strano sentire parole così toccanti, al limite dell’intenerimento, dalle stesse bocche che pochi giorni fa hanno vomitato contumelie in grande copia sulle donne tutte, che invece un cuore non ce l’hanno e quando ricorrono all’aborto lo fanno con evidente compiacimento, tanto che ora addirittura vogliono rendere più dilettevole la pratica risolvendola con una caramella chimica che le sottrarrà, fellone, anche al giusto – benché minimo – castigo che è il ferro del chirurgo, unico residuo dei rischi mortali del tempo che fu. C’entra come i cavoli a merenda? Mica tanto: la lista dei condannati e degli assolti la dice tutta sulla scala dei valori di questa gente, su chi siano secondo loro i buoni e i cattivi, i soggetti da tutelare e quelli da mettere sotto schiaffo.
Ma il meglio arriva quando Paragone chiama in causa la cultura, anzi: nientemeno che la letteratura, benché di stampo scientifico-filosofico. E’ un’esposizione non meno che azzardata, dato il rapporto non proprio amichevole che notoriamente intercorre tra il popolo padano e tutto ciò che l’ingegno umano ha affidato alla carta stampata: “Secondo una certa letteratura l’imprenditore pensa solo al suo portafoglio, a danno dei lavoratori. Questa letteratura si incastra con il pensiero diffuso a sinistra[…]”.
Questa “certa letteratura” tanto cara alla sinistra, come la chiama nella foga della pugna il generoso e temerario Paragone, sta scritta nelle primissime pagine di tutti i libri di economia, da quelli dei ragionieri fino ai trattati dei premi Nobel. E c'è chi ne fa il motore stesso dell'economia, in particolare quelle teorie e quei sistemi di pensiero che hanno sempre rivendicato il diritto dell’imprenditore, per non dire il dovere, a perseguire il massimo profitto, e nient’altro che quello; o, se non lo hanno rivendicato, lo hanno comunque sempre accettato come dato di fatto, come premessa alla base di qualsiasi teoria: l’imprenditore ha un capitale e vuole accrescerlo. Punto.
Questo prima dell’avvento del pensiero di Paragone, ovviamente.
La teoria economica, così rudemente sconfessata, torna però buona e utile qualche riga dopo: “[…] non è esponendo il proprio corpo a un pericolo che si terranno in vita aziende decotte. Le aziende nascono e muoiono in virtù di diversi fattori, il più importante dei quali è l’incontro tra domanda e offerta[…]”. Meno male, almeno una delle leggi fondamentali l’abbiamo salvata.
Ma il sollievo dura poco, pochissimo, che ci aspetta la filippica finale: “Certo, è difficile da accettare in un Paese che generò l’equivoco già dall’articolo uno della Costituzione: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Un equivoco dogmatico che ha attrezzato una sociologia del lavoro, un diritto del lavoro una politica del lavoro, insomma un armamentario ideologico base di tanti equivoci nella dialettica tra industriali e lavoratori. L’icona del lavoratore che si immola su una torre o una gru o sul tetto rischia di essere l’ultimo abbaglio di una sinistra e di un sindacato in profonda crisi di identità. Esattamente come era stata la battaglia sui precari, dei quali il simbolo fu l’operatore del call center. Non c’era dibattito — ricorderete - in cui non usciva fuori il telefonista come caso emblematico del precariato. I dati elettorali e la segmentazione avrebbero dimostrato che per i giovani non esisteva nessun dramma precariato; avevano capito le opportunità di una equilibrata flessibilità[…]”.
Dice che l’antiberlusconismo non paga, che con gli avversari bisogna dialogare fino a trovare un punto d’intesa. Ma con uno così, uno che ad un certo punto dice pure chiaro e tondo che le proteste degli operai sono destinate a diventare più che altro un problema di ordine pubblico; con uno come questo, e soprattutto con quelli per cui lui scrive, mi sapete dire che cosa potrò mai avere a che spartire, a parte la disgrazia di essere nati sullo stesso suolo?

mercoledì 1 luglio 2009

Se non leggo quello che scrivo...

Molta della gente che tiene un blog è semplicemente malata di egotismo, e i gattopuzzi non fanno eccezione.
Ormai lo faccio da più di un anno, e più passa il tempo più mi convinco che ci vuole una buona dose di presunzione per ritenere che quello che uno sbrodola sulla carta – pardon, sulla tastiera - possa essere di un qualche interesse per qualcuno. Il fatto è che nell’era della paleoscrittura occorreva passare una dura selezione per scrivere coram populo, perché si doveva farne una professione e quindi era necessario che qualcuno investisse su di te; adesso basta che ti apri un blog e puoi tentare la fortuna, spari un colpo e speri di far centro. Il pensiero sottinteso è: adesso vi faccio vedere io come si scrive e quali sono le cose importanti di cui parlare. In realtà non è che nell’era internettiana sia cambiato granché: anche il blog, per diventare qualcosa di più di un vomitatoio personale, deve avere le qualità per sfondare. Lo sbocco logico di questo discorso è che uno non si può lamentare se si trova con venti lettori (anzi no: venti visite, che mica tutti quelli che arrivano leggono davvero) al giorno, oltre la metà dei quali ti hanno raggiunto in questo anfratto remoto della rete con chiavi di lettura come “cazzo animale” e “polizziotta sexi”. E’ un bel bagno di umiltà, che male non fa mai. E poi uno aggiusta il tiro: alla fine mi sono accorto che in realtà non me fregava proprio niente già dall’inizio, di avere orde di lettori. E’ divertente così, ti fai un diario che altrimenti non faresti, tessi un filo che lega tra loro momenti diversi della tua vita, magari tra qualche anno ti sorprenderai a rileggerti e a ridere di come sei cambiato. E poi tieni in esercizio la penna e anche la testa. Come disse una volta un famoso giornalista americano adducendo uno sciopero per declinare l’invito ad un talk show, che con lo sciopero non c’entrava niente, se non leggo quello che scrivo, come faccio a sapere quello che penso?

giovedì 29 gennaio 2009

Come si scrive in paradiso

Periodicamente, come penso accada a qualche altro milione di persone, mi salta su il ticchio di scrivere un mio libro: ci fantastico su, ne immagino la trama, l'incipit, il titolo, tutto funziona... Certo, manca il libro, ma ne sono capace, lo so!
Per evitare di perdere inutilmente tempo, di solito rileggo un racconto di Buzzati, tanto per toccare con mano cosa significa scrivere: che non è Moccia, ovviamente. Perché Buzzati è proprio un'altra cosa: stile, immaginazione, leggerezza, applicate al più terribile dei temi: l'insensatezza della nostra esistenza. E ahimè, io non sarò mai capace di tanto, per cui lasciar perdere è di certo l'opzione migliore. Meglio oziare in poltrona a godersi quello che ha scritto lui, piuttosto che sfacchinare alla tastiera nel tentativo vano di tirar fuori qualcosa di anche lontanamente paragonabile.

giovedì 29 maggio 2008

Perché si scrive?

E va bene, cominciamo... Tanto, se aspetto di completare il layout, è probabile che andrò in pensione prima di riuscire a scrivere qualcosa.
E' strano, ho sempre scritto per qualcun altro: lettere, post su altri blog, relazioni di lavoro; e adesso mi ritrovo a scrivere per me, almeno finché questo blog non avrà preso forma. Ci sta bene una piccola riflessione.
Tanti anni fa vidi un bellissimo film di cui purtroppo non ricordo il titolo, che girava tutto intorno a una domanda che un musicista si sentiva continuamente rivolgere: per chi si suona? La risposta implicita - mi è sembrato di capire - è che si suona sempre per qualcuno, e così penso io della scrittura: si scrive per comunicare idee, se si ha talento per trasmettere emozioni; si scrive alla persona amata il proprio amore, o la propria rabbia se l'amore declina (chi non l'ha fatto?); al limite, si scrive per raccontare un fatto. E poi sì, si scrive anche per se stessi, cosa che io a dire la verità non ho fatto mai. E adesso è paradossale che io inizi a tenere il mio blog proprio scrivendo per me, non avendo la presunzione di avere alcun lettore, e lo faccia su un mezzo che per sua natura è votato alla massima condivisione. Mi sarà certamente utile, potrò fare un po' di introspezione e magari asciugare la mia prolissità. E quindi, caro il mio rarissimo lettore, se ti trovi a passare di qui, dai un'occhiata: non ho niente di particolare da narrare se non qualcosa di me, cioè di un uomo; e in fondo, lo sai, questo vuol dire che sto parlando anche di te.