nazionale grazie all’efficace pressing di politici di nuova leva come il già candidato sindaco a Firenze Giovanni Galli e di sempreverdi come l’onorevole Matteo Salvini. Quest’ultimo vorrebbe peraltro ampliare lo spettro delle nuove materie di insegnamento, inserendo nei programmi obbligatori del ministero i coretti da stadio e gli sfottò tra tifosi, espressione genuina delle nuove forme di comunicazione ampiamente sperimentate dai giovani e ingiustamente trascurate da una scuola paludata e troppo attaccata al proprio vuoto ritualismo linguistico.La svolta si deve a Roberto Calderoli, che invocan
do l’esame in dialetto locale per gli aspiranti professori in trasferta ha sollevato – probabilmente senza volerlo – un caso ben più grande di lui (alcuni commentatori hanno notato che non ci vuole molto, a onor del vero).Una volta accettato il principio, infatti, non c’è voluto molto per trarne le conseguenze: se un professore di Barletta che vuole insegnare a Belluno deve saper parlare il dialetto di quella zona, quanti dialetti dovrebbe saper parlare un dirigente scolastico regionale? E soprattutto, quanti ne dovrà parlare il ministro?
La logica ferrea che - come è giusto - governa implacabilmente le scelte delle nostre istituzioni non ha lasciato scampo: gli unici candidati veramente autorevoli per un incarico di questa delicatezza sono gli imitatori. E neanche tutti: a fronte dell’evidente improvvisa carenza di personale dirigenziale scolastico seguita all’adozione dei nuovi criteri di selezione, hanno provato in molti ad avanzare la propria candidatura, ovviamente subito respinta dalle inflessibili commissioni selezionatrici. Tra le vittime più illustri F
abio Fazio, che proditoriamente si era proposto come viceministro in virtù dei suoi lontani esordi nel mondo dello spettacolo e di una datatissima imitazione di mike Bongiorno; al popolare presentatore è stato fatto osservare che competenze di quel genere potevano al massimo tornargli utili per candidarsi a preside del liceo italo-americano, incarico per il quale erano però scaduti i termini di presentazione della domanda; avendo contestualmente ricevuto notifica della chiusura di Rai Tre per inosservanza linguistica (pare che in molti dei suoi personaggi di punta si sia riscontrata una eccessiva inclinazione alla calata vetero-sovietica, benché latente e non rilevabile a orecchio nudo), Fazio risulta ad oggi disoccupato. Stessa sorte per Neri Marcorè e Corrado Guzzanti, nonostante l’indiscutibile talento.
Non mancano, comunque, le sorprese e i ritorni: tra i nuovi provveditori agli studi troviamo il mitico Bagaglino al completo, da Gianfranco d’Angelo a Martufello passando per Aída Yéspica
abio Fazio, che proditoriamente si era proposto come viceministro in virtù dei suoi lontani esordi nel mondo dello spettacolo e di una datatissima imitazione di mike Bongiorno; al popolare presentatore è stato fatto osservare che competenze di quel genere potevano al massimo tornargli utili per candidarsi a preside del liceo italo-americano, incarico per il quale erano però scaduti i termini di presentazione della domanda; avendo contestualmente ricevuto notifica della chiusura di Rai Tre per inosservanza linguistica (pare che in molti dei suoi personaggi di punta si sia riscontrata una eccessiva inclinazione alla calata vetero-sovietica, benché latente e non rilevabile a orecchio nudo), Fazio risulta ad oggi disoccupato. Stessa sorte per Neri Marcorè e Corrado Guzzanti, nonostante l’indiscutibile talento.
(che non parla dialetti ma ha un body language giudicato transanazionale quanto l’esperanto: per unanime decisione del consiglio dei ministri, sovrintenderà all’insegnamento nelle scuole tecniche professionali a prevalente presenza maschile, come quella per tornitore in fabbrichètta); una menzione speciale per Leo Gullotta, comunista e gay, e quindi candidato di bandiera in nome del pluralismo e della tolleranza. Nei ranghi più bassi della gerarchia spopolano applauditissime compagnie di giro, che mai avrebbero immaginato una simile – meritatissima, aggiungiamo noi - opportunità di diversificazione del loro core business: approdano alla dirigenza scolastica nei più prestigiosi licei della penisola mostri sacri del poliglottismo italico come Max Tortora, ma anche artisti della comunicazione dal talento cristallino come I Fichi d’India, che non parlano alcun dialetto ma hanno la rara abilità di infiltrare i loro motti di spirito nel linguaggio giovanile di tutte le regioni della penisola, raggiungendo l’obiettivo della parlata dialettale mediante il percorso inverso: sono i dialetti e i gerghi di branco a conformarsi alla loro lingua.
E mentre, in nome della meritocrazia, la discussione istituzionale verte ora sulla composizione delle commissioni e sui criteri di selezione da adottare in futuro (Salsomaggiore? Sanremo?), duole rilevare che c’è almeno un’ombra a oscurare la nitidezza cristallina di questo attesissimo provvedimento: è ancora incerto il ruolo di Pippo Franco. Impossibile nominarlo ministro, come il curriculum avrebbe voluto, per oggettiva scarsa capacità di calarsi in dialetti diversi dal suo, è però vero che l’uomo è uno dei padri nobili del filone culturale d’appartenenza dei neodirigenti scolastici; sembra quindi poco equo il proposito del presidente del consiglio, che intenderebbe affidargli una cabina di regia, manco fosse un Miccichè qualsiasi.
Sarebbe ancora lungo l’elenco dei candidati e dei prescelti, ma lo spazio tiranno ci impedisce di dare a tutti loro il giusto lustro; in chiusura, però, ci sia consentito di rendere il dovuto omaggio a quei grandi personaggi che purtroppo non sono più tra noi, e che una concezione elitaria e snobistica della cultura ha sempre
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