Cattivo! – ti dicevano da piccolo, quando ne combinavi una un po’ peggiore del tollerabile. Ma te lo dicevano pure gli amichetti e le amichette, se esageravi in esuberanza e facevi male a qualcuno, o eri prepotente. Il sottinteso era che essere cattivi è qualcosa di sbagliato, di ripugnante, e bisognerebbe invece sforzarsi di essere buoni.
Non so se tra i pargoli d’oggidì è ancora in voga l’uso di questo aggettivo in chiave di riprovazione; certamente non lo è tra gli adulti, che anzi sembrano apprezzare (ma questo da sempre, per la verità) una certa esibizione di cattiveria per i motivi più svariati: molti ritengono che sia un pregio per i militari, che se cattivi sarebbero più determinati nel combattere il nemico, così come per gli sportivi. Ci sono poi i cantori della natura ferina dell’essere umano, che apprezzano la cattiveria in quanto istinto primordiale e naturale, contrapposto all’essere buoni che sarebbe – secondo loro – una finzione indotta da incrostazioni culturali deteriori (ci metterei molta destra estrema in questa autogiustificazione della violenza). E ci sono quelli che sono cattivi e basta, che non stanno nemmeno a prendersi il disturbo di rivendicarne il diritto e anzi se ne stanno belli coperti, che gli fa più comodo se nessuno se ne accorge, che sono cattivi.
Tutta questa gente, dagli ideologi della cattiveria ai cattivi nella vita quotidiana, c’è sempre stata. Però erano pochi, e se pure erano tanti avevano comunque paura a venire allo scoperto, perché certi della condanna, magari ipocrita ma pur sempre stigmatizzante, della società. Oggi invece assistiamo all’esibizione truculenta e soddisfatta della cattiveria e soprattutto dei cattivi, in un moto catartico collettivo che finalmente li legittima e li libera dalle pastoie scomodissime della buona educazione, della moralità, del patto implicito di civile convivenza tra esseri umani. Che li libera anche dalla legge, che si torce e si deforma per poter assimilare, includere e infine giustificare gli atti di chi alla liturgia della Giustizia preferisce il rito orgiastico dell’ordalia.
Ieri a Roma un rifugiato politico congolese che si guadagna da vivere mettendo la pubblicità nelle cassette postali dei palazzi è stato aggredito nell’androne di un condominio da un tipo che poi, inseguendolo, ha trovato pure due altri complici spontanei, che si sono volentieri aggregati al tentativo di linciaggio improvvisato probabilmente senza neppure sapere perché quell’altro stava inseguendo quella persona. Gli è bastato il colore della pelle per decidere chi aveva ragione e chi torto.
Ma episodi così ormai succedono tutti i giorni e non lo riporterei, se non fosse per la frase surreale che gli hanno urlato nelle orecchie mentre lo pestavano: “Noi facciamo la volontà del Governo italiano”.
Difficile dargli torto: pochi mesi fa il Ministro dell’Interno ha esortato con un certo compiacimento ad “essere “cattivi” nei confronti degli immigrati, per scoraggiarli dal venire da noi. E, coerentemente, ha intrapreso la politica dei “respingimenti” (gente ributtata a morire in mezzo al deserto o, quando va bene, nelle carceri libiche) e ha predisposto un “pacchetto sicurezza” di chiaro stampo razzista, con tanto di ricorso a ronde parafasciste di cittadini “volonterosi” che non si fa fatica a immaginare violenti e, appunto, “cattivi”.
Chi vive in una grande città non può fare a meno di notare l’incremento esponenziale di gente che vive in strada: la voglia di pogrom è rivolta soprattutto ai Rom, Sinti o Kokaranè che dir si voglia, ma ci sono anche tanti altri disgraziati, spesso italiani messi pure peggio dei Rom. Marco Lodoli, nella cronaca di Roma di Repubblica di ieri, osservava come a questi poveracci abbiano tolto pure la possibilità di ripararsi nei corridoi sotterranei della stazione Termini, “bonificati” – è il termine usato per l’operazione – dalla loro presenza manco fossero ratti.
E pure qui: si è sgolato, il sindaco Alemanno, a condannare episodi di violenza razzista come quello descritto prima, ma come si fa a credere a uno che stigmatizza il razzismo con una celtica al collo? E infatti i suoi veri sentimenti sono sotto gli occhi di tutti, scritti nelle facce e sui corpi dei poveracci che vediamo trascinarsi per i marciapiedi. Spesso vittime di violenze che nemmeno denunciano, così che l’impressionante emergere di episodi di razzismo e di gratuita cattiveria è solo la parte visibile di una realtà dalle dimensioni molto, molto maggiori.
Quello che fa veramente rabbia è la vigliaccheria: ci hanno incitato alla cattiveria, ma al coraggio no, e infatti le vittime sono sempre quelli che non si possono difendere: stranieri già terrorizzati dalle forze dell’ordine – e che molto difficilmente, quindi, le chiamerebbero in soccorso – aggrediti in branco; ragazzini vessati per mesi da gang di compagni di scuola perché “sei un frocio”, chiaramente sempre dieci contro uno; gente che vive in strada, affamata e debilitata, picchiata e data alle fiamme da ragazzotti annoiati ipernutriti e tendenti all’obesità.
Se proprio volete essere cattivi, perché invece di prendervela con chi non si può difendere non andate a dimostrare la vostra esuberanza virile a qualcuno di quei ragazzoni africani formato armadio che spesso si incrociano per le nostre strade? Uno contro uno, però. E senza armi.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
lunedì 6 luglio 2009
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