Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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venerdì 9 ottobre 2009
martedì 29 settembre 2009
Lost in woods
Ma insomma, non interessa a nessuno sapere come è andata a finire l’avventurosa corsa del Gattopuzzo nei boschi di Sua Maestà Elizabeth?E io ve lo dico lo stesso. Con una notizia buona, almeno per me, che già avrete intuito: scrivo, ergo sum (vivo)! E non sto nemmeno granché acciaccato… Ah, le infinite risorse della stirpe dei gattopuzzi, ormai ridotti ad un solo esemplare eccetera eccetera. Del resto, com’è che recita la presentazione del GPZ in questo blog? "[…] Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo […]. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico".
E allora c’era da aspettarselo, che nella selva lo spirito silvestre che muove il Gattopuzzo lo avrebbe preservato e conservato.
Lo stesso non vale per Mustafà, che in realtà si chiama Feisal e non è libanese ma arabo di Ryad.
Mustafà-Feisal, che è alto e in evidente soprappeso, fuma un pacchetto abbondante di sigarette al giorno, beve come un cammello e tutte le mattine si presentava al corso con non meno di due ore di ritardo, gli occhi rossi, la barba lunga e l’aspetto molto stropicciato. Cosa facesse la notte, in quel posto desolato e remoto, per me è un mistero. Io in realtà non avevo fatto molto caso a queste sue abitudini, diciamo così, un po’ in contrasto con l’immagine dell’atleta che pretendeva di essere. Però le abitudini sono subito saltate fuori a presentargli il conto, perché non abbiamo fatto in tempo ad imboccare la via del bosco che ho cominciato a sentire, alle mie spalle, un ansimare come di mantice sfiatato. Io andavo piano per due motivi, il primo essendo che la finlandese è spirito caritatevole e, avendo capito con chi aveva a che fare, aveva rinunciato all’allenamento veloce, e il secondo che io, veloce, proprio non sarei stato capace di andare. Andavo piano, sì, ma Feisal sembrava lo stesso che stesse faticando a trattenere l’anima tra i denti. Uno si immagina un orgoglioso osservante fedele musulmano mondo dalle zozzerie che ti minano il fisico, così come prescrive Mohamed (sempre sia gloria al nome suo), e invece questo qui era tutto intossicato e grigio in faccia e pure quando sudava dava l’idea di star secernendo qualcosa di malsano. Fatto un mezzo chilometro, la più che caritatevole Mareit decide per una sosta, con la scusa di dover decidere che direzione prendere. Con il senso dell’orientamento che contraddistingue la razza dei Gattopuzzi (ormai limitati nella speciazione ad un solo esemplare eccetera), io sentenzio che it’s late, and if we don’t want to stay too long in the woods we should go left, because that path is clearly a small ring that will lead us back to the hotel. Ottenuto il consenso generale, prendiamo quindi a sinistra ormai camminando, la maratona boschiva trasformata in passeggiata da casa di riposo per non ammazzare anzitempo il probo suddito di re Fahd. L’orgoglio dell’Islam continuava però a dare segni di imminente soffocamento, per cui, non volendo dannarci in eterno provocando la prematura ascesa in cielo di un probabile futuro santo imam, procedevamo con andatura da ottuagenari, fingendo di essere incantati e rapiti dalla bellezza dei paesaggi per non metterlo troppo a disagio. E i paesaggi belli lo erano davvero: castagni, querce , faggi, tutti i colori dell’autunno, le sfumature dal giallo al rosso acceso, un silenzio cosmico interrotto solo da cinguetti e fruscii di foglie smosse nel sottobosco da una quantità stupefacente di leprotti che si aggiravano indisturbati in quel paradiso silvestre. E ogni tanto qualche casetta qua e una là che non solo non davano nessun fastidio, ma parevano quelle degli hobbit e avevi l’impressione che se bussavi si sarebbe affacciato Bilbo Baggins ad offrirti una fetta smisurata di torta di mele.

E invece non c’era anima viva, dal che si arguiva che ad abitare quelle dimore dovevano essere gli sfuggenti elfi, che senza dubbio ci stavano osservando nascosti sotto il nostro naso eppure invisibili alla gente grossolana come noi (la gente grossa, ci chiamano loro). Perso nelle fantasticherie, ogni tanto il fischio allarmante che scaturiva dai polmoni di Feisal mi riportava alla realtà, non essendoci nell’epopea del Signore degli Anelli alcun treno a cui attribuire un siffatto suono, così da poterlo inglobare nella mia fantasia. Oddio, volendo ci sarebbero stati i draghi, ma quelli mi avrebbero rovinato la pace interiore che lo spettacolo della natura mi ispirava, e avevo deciso di far finta che non esistessero (far finta… esistessero… anche il mio stato mentale non doveva essere proprio del tutto alieno da alterazioni).
Fantastica che ti fantastica, seguivamo quasi in silenzio questo public footpath le cui indicazioni erano un intrico di frecce che puntavano pressoché ovunque: a destra, a sinistra, a destra e sinistra insieme e una perfino verso l’alto, prova evidente che il footpath era stato in effetti pensato per essere percorso anche a dorso di drago. Specie della quale due cuccioli (ma forse erano orchetti) in forma di molossi si sono festosamente parati davanti ai nostri occhi quando, non si quando non si sa come, ci siamo ritrovati a calcare la morbida erbetta del giardino di una villa, deserta pure quella.

Segue la scena della nostra precipitosa e velocissima retromarcia, con momentanea incuria delle condizioni di salute del sublime principe del regno di Saud. Di nuovo ci ritroviamo nel bosco, e di nuovo attraversiamo il borghetto degli hobbit, altro non sapendo fare se non tornare indietro. Il buio avanza e si sa, in quelle lande la notte uno può incontrare le Mortombre e chissà quali altre creature demoniache, per cui non è prudente (e soprattutto è scomodo) decidere di passare la notte nei boschi, al freddo, a digiuno e senza materasso quando un paio di chilometri più in là – solo a sapere dove, porca putt… - c’è l’albergo che ti serve la pappa, il sidro e ti fa dormire sotto le calde coperte dopo una corroborante doccia.
Alla fine Mareit ha l’illuminazione, e decide di bussare alla porta di una delle casette. Al che, non so perché, la scena mi è cambiata e al posto del Signore degli Anelli mi sono ritrovato nel mondo di Hansel e Gretel, improvvisamente certo che quella casetta fosse di marzapane e ne sarebbe uscita una vecchina che era in realtà una perfida strega che si era già mangiata tutti i vicini di casa, il che spiegherebbe perché lì intorno c’erano tante case, ma non anima viva.
E invece, dopo una lunga attesa, ne è uscito un signore inglese, ma di un inglese che voi non avete idea. Non sto nemmeno a descriverlo: pensate a un inglese, non uno qualsiasi ma l’ur – inglese, l’archetipo, l’idea platonica di inglese, e quello era lui. Che, molto, gentilmente, ci ha fatto presente che: 1) avevamo scelto il sentiero sbagliato, perché se volevamo tornare in albergo dovevamo prendere a destra, non a sinistra, e 2) avevamo fatto talmente tanta strada in quel bosco che a tornare indietro ci avremmo messo non meno di una mezz’ora abbondante, col buio che avanzava.

E così è stato: uscimmo a riveder le stelle, per dirla con il Poeta, quando le stelle in cielo c’erano quasi per davvero, dopo due ore di vagabondaggio silvestre, con il povero Feisal ormai incapace perfino di lamentarsi e talmente grigio in faccia da essergli passata pure la voglia di fumare.
La sera, al bar, dopo una cena abbondante, l’ho trovato con in mano una bottiglia di sidro e - ovviamente! - una sigaretta in bocca, felice come uno scampato da Pearl Harbour, e quando gli ho fatto - Feisal, if we want to go again tomorrow, it may be better if you smoke less - lui mi fa - No, no… the problem, today, was that I am a little tired… you know, the jet lag…
Ma un buon musulmano, oltre che dal bere e dal fumare, non dovrebbe astenersi anche dalle cazzate?
martedì 22 settembre 2009
Il talento del Gattopuzzo
Era passato un po' di tempo dall'ultima volta che il Gatopuzzo aveva varcato le patrie frontiere, per cui capirete che non senza trepidazione ho intrapreso questa nuova trasferta in terra di Albione.Tre anni fa il bilancio fu insuperabile, tra gag piu' o meno (in)volontarie e duelli rusticani all'ultimo bicchiere di cabernet col professore di finanza; anche l'anno scorso non ando' male, con la corsa dei kart (adegutamente documentata qui) e dieci giorni di uscite a teatro e cene di gala, con la corsa delle scimmie a fare da gran finale. Stavolta l'uscita si e' presentata subito in tono minore: invece che a Londra, mi hanno spedito in questa amena campagna inglese tanto poetica, piena solo di silenzi e di fruscii di fronde, di cinguettii e di squittii, di boschi folti che a inoltrarsi un po' uno pensa di poter incontrare Gandalf e con lui tutta la Compagnia dell'Anello. Insomma, Wotton House: una specie di carcere soft dove, finite le ore di lezione, uno davvero rischia il suicidio per noia. Figuratevi che per la disperazione oggi pomeriggio mi sono messo le scarpe da ginnastica e, contravvenendo alla regola aurea a cui ho consacrato quarantaquattro anni di orgogliosa sedentarieta', sono andato a correre tra sentieri, prati e boschi.
E qui ho avuto la prova che la classe, davvero, non e' acqua, e il talento del Gattopuzzo per i guai puo' al massimo appennicarsi, ma eclissarsi giammai.
Uscendo dalla corte della dimora che potete ammirare in foto

e che ci ospita, intravedo la signora finlandese che segue il corso insieme a me in tenuta analoga alla mia ma piu' figa, e da tutt'altra parte indirizzata: alzo il braccio in segno di saluto e la abbandono ai sentieri suoi. Avevo gia' avuto modo di incontrarla ieri sera, sempre bardata per il cimento podistico, mentre io meno pretenziosamente passeggiavo per prati e boschi e rientravo precipitosamente all'apparire minaccioso e ululante di un pastore tedesco e altri due orchi (di razza non identificata per eccesso di velocita' di fuga). Avevo avuto modo di ammirare l'incedere fiacco della madama, nonche' la brevita' della performance, che mi aveva fatto gonogolare al pensiero di non essere l'unico a pretendere di chiamare jogging quel penoso trascinarsi in giro in mutandoni.
Schivati i cani, a cena me la ritrovo accanto.
- Hi Maurizio, I saw you going out for jogging, before dinner...
- Oh, yes... I had a very pleasant trip between fieds and woods, it was wonderful (se e' detto bene non lo so, ma questo e' l'inglese che parlo io e questo le ho detto. E comunque lei ha capito).
- I ran in the courtyard, instead... I had fear to go alone in the woods... But it was so boring running in a ring...
E qui che poteva combinare il Gattopuzzo? Per generosita', certo... E un po' per vanagloria, ma diciamole queste cose: - Oh, Maria, don't worry... If you want, tomorrow we can go together!
- Really? You are very kind! At six o'clock?
- At six o'clock.
- I am very happy about this, you know, I have to respect my training program, otherwise I will not be allowed to run my next Marathon....
Gelo per la schiena: - Marathon?
- Oh, yes, next month, in Helsinki, I will run with my team, We do it every year!
- (tra me e me) ma porca puttana, va bene che me la sono andata a cercare, ma proprio una maratoneta mi doveva capitare? A me, che se corro mezz'ora di fila gia' grido al miracolo... But... Maria, yersterday I saw you running very, very slow...
- Yes, it is a part of my training program, but don't worry, tomorrow I will start the new part, in which I have to run very very fast!
- (Ah, allora... )
E mentre sacramentavo in sanscrito, ecco che si aggiunge il libanese, li', come minchia si chiama, vabbe', facciamo Mustafa': - wonderful! I am used to run every day! May I come with you?
E all'unisono, ma con espressioni opposte (uno afflitto, l'altra esultante), io e Maria: - of course, Mustafa', of course!... (il punto esclamativo e' della finlandese, i puntini sono miei).
E adesso eccomi qui, come Galois la notte prima del duello, a scrivere febbrilmente affinche' resti di me quello che ho fatto, quello che ho pensato... E chissa' perche' a me non viene fuori una emerita ceppa, mentre quello li' scrisse un trattato di matematica superiore in una notte, prima di accomiatarsi da questa valle di lacrime per opera di un marito geloso, o forse dei servizi segreti, insomma almeno in modo romantico, cosa che non tocchera' a me, precocemente stroncato da due podisti forsennati in mezzo ai boschi inglesi, lontano da casa, dalla mia cucciolotta con tutti gli annessi e connessi... Ma non vi fa un po' pena il Gattopuzzo? E pero', se contro ogni pronostico avessi a sopravvivere, me lo fate il favore di rintuzzarmi, da oggi in poi, ogni volta che faccio pipi' fuori dal vasino?
Schivati i cani, a cena me la ritrovo accanto.
- Hi Maurizio, I saw you going out for jogging, before dinner...
- Oh, yes... I had a very pleasant trip between fieds and woods, it was wonderful (se e' detto bene non lo so, ma questo e' l'inglese che parlo io e questo le ho detto. E comunque lei ha capito).
- I ran in the courtyard, instead... I had fear to go alone in the woods... But it was so boring running in a ring...
E qui che poteva combinare il Gattopuzzo? Per generosita', certo... E un po' per vanagloria, ma diciamole queste cose: - Oh, Maria, don't worry... If you want, tomorrow we can go together!
- Really? You are very kind! At six o'clock?
- At six o'clock.
- I am very happy about this, you know, I have to respect my training program, otherwise I will not be allowed to run my next Marathon....
Gelo per la schiena: - Marathon?
- Oh, yes, next month, in Helsinki, I will run with my team, We do it every year!
- (tra me e me) ma porca puttana, va bene che me la sono andata a cercare, ma proprio una maratoneta mi doveva capitare? A me, che se corro mezz'ora di fila gia' grido al miracolo... But... Maria, yersterday I saw you running very, very slow...
- Yes, it is a part of my training program, but don't worry, tomorrow I will start the new part, in which I have to run very very fast!
- (Ah, allora... )
E mentre sacramentavo in sanscrito, ecco che si aggiunge il libanese, li', come minchia si chiama, vabbe', facciamo Mustafa': - wonderful! I am used to run every day! May I come with you?
E all'unisono, ma con espressioni opposte (uno afflitto, l'altra esultante), io e Maria: - of course, Mustafa', of course!... (il punto esclamativo e' della finlandese, i puntini sono miei).
E adesso eccomi qui, come Galois la notte prima del duello, a scrivere febbrilmente affinche' resti di me quello che ho fatto, quello che ho pensato... E chissa' perche' a me non viene fuori una emerita ceppa, mentre quello li' scrisse un trattato di matematica superiore in una notte, prima di accomiatarsi da questa valle di lacrime per opera di un marito geloso, o forse dei servizi segreti, insomma almeno in modo romantico, cosa che non tocchera' a me, precocemente stroncato da due podisti forsennati in mezzo ai boschi inglesi, lontano da casa, dalla mia cucciolotta con tutti gli annessi e connessi... Ma non vi fa un po' pena il Gattopuzzo? E pero', se contro ogni pronostico avessi a sopravvivere, me lo fate il favore di rintuzzarmi, da oggi in poi, ogni volta che faccio pipi' fuori dal vasino?
mercoledì 29 luglio 2009
La scuola nuova
nazionale grazie all’efficace pressing di politici di nuova leva come il già candidato sindaco a Firenze Giovanni Galli e di sempreverdi come l’onorevole Matteo Salvini. Quest’ultimo vorrebbe peraltro ampliare lo spettro delle nuove materie di insegnamento, inserendo nei programmi obbligatori del ministero i coretti da stadio e gli sfottò tra tifosi, espressione genuina delle nuove forme di comunicazione ampiamente sperimentate dai giovani e ingiustamente trascurate da una scuola paludata e troppo attaccata al proprio vuoto ritualismo linguistico.La svolta si deve a Roberto Calderoli, che invocan
do l’esame in dialetto locale per gli aspiranti professori in trasferta ha sollevato – probabilmente senza volerlo – un caso ben più grande di lui (alcuni commentatori hanno notato che non ci vuole molto, a onor del vero).Una volta accettato il principio, infatti, non c’è voluto molto per trarne le conseguenze: se un professore di Barletta che vuole insegnare a Belluno deve saper parlare il dialetto di quella zona, quanti dialetti dovrebbe saper parlare un dirigente scolastico regionale? E soprattutto, quanti ne dovrà parlare il ministro?
La logica ferrea che - come è giusto - governa implacabilmente le scelte delle nostre istituzioni non ha lasciato scampo: gli unici candidati veramente autorevoli per un incarico di questa delicatezza sono gli imitatori. E neanche tutti: a fronte dell’evidente improvvisa carenza di personale dirigenziale scolastico seguita all’adozione dei nuovi criteri di selezione, hanno provato in molti ad avanzare la propria candidatura, ovviamente subito respinta dalle inflessibili commissioni selezionatrici. Tra le vittime più illustri F
abio Fazio, che proditoriamente si era proposto come viceministro in virtù dei suoi lontani esordi nel mondo dello spettacolo e di una datatissima imitazione di mike Bongiorno; al popolare presentatore è stato fatto osservare che competenze di quel genere potevano al massimo tornargli utili per candidarsi a preside del liceo italo-americano, incarico per il quale erano però scaduti i termini di presentazione della domanda; avendo contestualmente ricevuto notifica della chiusura di Rai Tre per inosservanza linguistica (pare che in molti dei suoi personaggi di punta si sia riscontrata una eccessiva inclinazione alla calata vetero-sovietica, benché latente e non rilevabile a orecchio nudo), Fazio risulta ad oggi disoccupato. Stessa sorte per Neri Marcorè e Corrado Guzzanti, nonostante l’indiscutibile talento.
Non mancano, comunque, le sorprese e i ritorni: tra i nuovi provveditori agli studi troviamo il mitico Bagaglino al completo, da Gianfranco d’Angelo a Martufello passando per Aída Yéspica
abio Fazio, che proditoriamente si era proposto come viceministro in virtù dei suoi lontani esordi nel mondo dello spettacolo e di una datatissima imitazione di mike Bongiorno; al popolare presentatore è stato fatto osservare che competenze di quel genere potevano al massimo tornargli utili per candidarsi a preside del liceo italo-americano, incarico per il quale erano però scaduti i termini di presentazione della domanda; avendo contestualmente ricevuto notifica della chiusura di Rai Tre per inosservanza linguistica (pare che in molti dei suoi personaggi di punta si sia riscontrata una eccessiva inclinazione alla calata vetero-sovietica, benché latente e non rilevabile a orecchio nudo), Fazio risulta ad oggi disoccupato. Stessa sorte per Neri Marcorè e Corrado Guzzanti, nonostante l’indiscutibile talento.
(che non parla dialetti ma ha un body language giudicato transanazionale quanto l’esperanto: per unanime decisione del consiglio dei ministri, sovrintenderà all’insegnamento nelle scuole tecniche professionali a prevalente presenza maschile, come quella per tornitore in fabbrichètta); una menzione speciale per Leo Gullotta, comunista e gay, e quindi candidato di bandiera in nome del pluralismo e della tolleranza. Nei ranghi più bassi della gerarchia spopolano applauditissime compagnie di giro, che mai avrebbero immaginato una simile – meritatissima, aggiungiamo noi - opportunità di diversificazione del loro core business: approdano alla dirigenza scolastica nei più prestigiosi licei della penisola mostri sacri del poliglottismo italico come Max Tortora, ma anche artisti della comunicazione dal talento cristallino come I Fichi d’India, che non parlano alcun dialetto ma hanno la rara abilità di infiltrare i loro motti di spirito nel linguaggio giovanile di tutte le regioni della penisola, raggiungendo l’obiettivo della parlata dialettale mediante il percorso inverso: sono i dialetti e i gerghi di branco a conformarsi alla loro lingua.
E mentre, in nome della meritocrazia, la discussione istituzionale verte ora sulla composizione delle commissioni e sui criteri di selezione da adottare in futuro (Salsomaggiore? Sanremo?), duole rilevare che c’è almeno un’ombra a oscurare la nitidezza cristallina di questo attesissimo provvedimento: è ancora incerto il ruolo di Pippo Franco. Impossibile nominarlo ministro, come il curriculum avrebbe voluto, per oggettiva scarsa capacità di calarsi in dialetti diversi dal suo, è però vero che l’uomo è uno dei padri nobili del filone culturale d’appartenenza dei neodirigenti scolastici; sembra quindi poco equo il proposito del presidente del consiglio, che intenderebbe affidargli una cabina di regia, manco fosse un Miccichè qualsiasi.
Sarebbe ancora lungo l’elenco dei candidati e dei prescelti, ma lo spazio tiranno ci impedisce di dare a tutti loro il giusto lustro; in chiusura, però, ci sia consentito di rendere il dovuto omaggio a quei grandi personaggi che purtroppo non sono più tra noi, e che una concezione elitaria e snobistica della cultura ha sempre
martedì 23 giugno 2009
domenica 17 maggio 2009
Il prezzo del successo
E andiamo di nuovo ad esibire, con orgoglio, la crescita impetuosa del nostro blog. Non è che adesso a gestirlo siamo più di prima, però il plurale maiestatis è d’obbligo, nella celebrazione di successi tanto lusinghieri.
E si dia dunque il via alle danze con la nuda serie mensile delle visite, di per sé eloquente senza bisogno di commenti o chiose:
Certo, la strada è ancora lunga e non ci nascondiamo le difficoltà ulteriori che dovranno essere affrontate, sulla strada dell’affermazione planetaria; per rendersene conto, sia sufficiente questo secondo grafico, che altrettanto esplicitamente del primo mostra come la fidelizzazione dei lettori sia ancora di là da venire, se è vero che la maggior parte (felloni!) non per richiesta diretta ci raggiunge, avendo magari diligentemente provveduto ad aggiungere la URL nei bookmark, ma solo attraverso il motore di ricerca:
Ma, nella modestia operosa che rappresenta il nostro segno caratteristico, siamo consapevoli che sarebbe stata malsana presunzione pretendere il lancio nell’empireo degli opinion leader senza pagare il salato prezzo di dure fatiche e indefesso lavoro editoriale. Lo stesso, però, è difficile mantenere l’understetment, che pur da sempre ci contraddistingue, a fronte di risultati di questa portata, insperabili e insperati quando ci imbarcammo nell’impresa.
Che dire? Il puzzopensiero si sta ormai diffondendo a macchia d’olio nella rete, in attesa di straripare nel mondo reale… O almeno in un reality, che tanto di questi tempi fa lo stesso e anzi probabilmente è meglio assai.
Perché parlo così, chiedete? Ve lo dico subito. O meglio, ve lo dirà la terza statistica, quella chiave, anzi quella delle chiavi, intendendo per tali le chiavi di ricerca in base a cui i navigatori che osano sfidare i gorghi immani del Maelstrom della Rete approdano infine al nostro modesto eppur sicuro porticciolo. Ve le snocciolo così, senza stare a sottilizzare sulle quantità, cioè quante volte ricorre una chiave e quante un’altra, tanto più o meno le frequenze si equivalgono:
Cazzo
pesce cazzone
mastica cazzo
il cazzo grosso mentre lo ficca in culo
pisello torto
cazzone volante
nodo al cazzo
cazzo a chiave
vecchio cazzo marcio
testa de cazzi
Che c’è, vi siete stupiti? E questo è solo un assaggio! Leggete qui sotto, se volete divertirvi davvero:
cazzo in testa
gioco di cazzi in culo
cazzo in tiro
e poi una serie di varianti di una raffinatezza tale da indurre alla riflessione. Che avrà avuto in testa, per esempio, quello che ha dato in pasto a Google una chiave come cazzo in contemplazione? Sarà forse alla ricerca di un qualche nirvana sessuale?
Cambiando genere: esisterà davvero nell’elenco telefonico il sig. Giuseppe di Cazzo?
Più fantastica, invece, l’ispirazione di quelli che, evidentemente attratti dal post sui supereroi padani (i mitici Watchmen), sono giunti qui alla ricerca dei loro beniamini:
uomo cazzo
super cazzo
super cazzone
E anche di qualche fantastica creatura da bestiario:
pesce cazzo
pianta cazzo
così come non manca, sempre tra i padani, quello che invece si è spaventato leggendo delle imprese dei vu’ cumprà sulle spiagge romagnole (sempre nel post dedicato ai watchmen) e, da buon imprenditore, ha voluto documentarsi sull’offerta della concorrenza:
dimensioni pene nero
turco con il cazzo più lungo
e poi, evidentemente spaventato, si è rigirato da solo il coltello nella piaga, andando alla ricerca di un possibile termine di confronto con i prodotti della casa (capita, no? Che quando qualcosa ti fa male e non vuoi crederci vai a scavare in profondità, per essere proprio sicuro sicuro):
minidotati foto
Ma ci sono anche altre rappresentanze territoriali, oltre a quelle padane:
cazzo lazio
e non mancano copiosi riferimenti alla zootecnia, forse da parte di produttori o gourmet impegnati nello sviluppo di varianti gastronomiche da inserire nella carta di qualche prestigioso ristorante del circuito slow food (o almeno, speriamo che sia slow: anche il protagonista di tutti queste chiavi di ricerca, così come il cibo, pare venga poco apprezzato in versione speedy gonzales):
patate a forma di cazzo
salsiccia a forma di cazzo
C’è qualche amante del macabro:
bare per teste di cazzo
morto nella bara con il cazzo dritto
e qualche navigatore portato alle grandi domande metafisiche:
che cazzi esistono?
cazzo magico
cazzo simpatico
Qualcuno è più diretto (chissà, magari alla disperata ricerca di un amore perduto):
il cazzone di Gianni
Escluderei, comunque, che si tratti del mio amico Gianni (non perché sia minidotato, pettegoli: è solo che proprio non ce lo vedo, coinvolto in una storiaccia di sesso da strada).
Qualcun altro la butta in psicanalisi:
cazzi in testa
E infine, visto che ogni salmo finisce in gloria, chiudiamo l’elencazione puntigliosa delle chiavi di ricerca con quella più ecumenica:
mazzo di cazzi
così, senza andar troppo per il sottile: li cercano e se li accattano a fasci, come sono sono.
Con questo abbiamo esaurito la categoria delle ricerche trasversali. E sì, perché il riferimento all’entità così citata in tutte le chiavi suddette compare in più post, anche se pochi. C’è invece un vecchissimo post che sembra appartenere alla categoria dei long seller, continuando indefessamente a portare acqua al mulino del GPZ: è quello che tanti mesi fa dedicai alla vigilessa mia collega di tanti anni fa, che da sempre sfrizzola il velopendulo di quanti si lanciano nei marosi della rete alla ricerca di:
divisa polizziotta porca
polizziotta sexi
calze a rete vigilessa
vigilessa maiala
e non mi fa piacere il fatto che mi trovino, nonostante gli errori di ortografia (però io nel mio post non ne ho fatti, ho verificato) e altre infinite varianti sul tema che non sto qui ad elencare e che prima o poi raccoglierò in un post autonomo.
Carine anche le chiavi di ricerca che puntano al post della mia corsa in go-kart di novembre, a Londra:
maccine da corsa
machine da corsa
maccine da carsa
Anche qui, come vedete, ad uscire incidentata è pure l’ortografia, e non solo il Gattopuzzo che si schiantò all’ultimo giro.
Insomma, siamo diventati popolari. Adesso tocca lavorare per raffinare i gusti del pubblico… Oddio, si vede proprio che sono un pseudo intellettuale del cazzo (la parola ormai si può usare, tanto, più sdoganata di così…) cresciuto negli anni settanta: fossi più moderno, starei contento così come sto e anzi… Vi ricorda nessuno, questo particolare modo di accalappiare audience? Se rispondete di no, siete perfetti cittadini del nostro tempo, e però vi pregherei di sciacquarvi via dalle mie pagine alla velocità del lampo, che certamente tra noi l’amore non potrà sbocciare.
Concludendo: il successo ci arride, anche se non proprio del tipo che avevamo auspicato. Ma siamo di bocca buona, e ci accontentiamo. Unico problema, le pari opportunità: mi pare infatti che il pubblico sia decisamente monogenere. Il prossimo impegno, quindi, sarà quello di rimodulare la produzione editoriale per migliorare l’offerta al pubblico femminile. Sperando che almeno loro, le donne, siano in grado di dare un tocco di gentilezza alle mie statistiche. E pensare che è pure il mio mestiere, la statistica!
P.S. naturalmente, dopo questo post mi aspetto un'impennata delle visite al blog: vogliamo scommettere?
E si dia dunque il via alle danze con la nuda serie mensile delle visite, di per sé eloquente senza bisogno di commenti o chiose:
Che dire? Il puzzopensiero si sta ormai diffondendo a macchia d’olio nella rete, in attesa di straripare nel mondo reale… O almeno in un reality, che tanto di questi tempi fa lo stesso e anzi probabilmente è meglio assai.
Perché parlo così, chiedete? Ve lo dico subito. O meglio, ve lo dirà la terza statistica, quella chiave, anzi quella delle chiavi, intendendo per tali le chiavi di ricerca in base a cui i navigatori che osano sfidare i gorghi immani del Maelstrom della Rete approdano infine al nostro modesto eppur sicuro porticciolo. Ve le snocciolo così, senza stare a sottilizzare sulle quantità, cioè quante volte ricorre una chiave e quante un’altra, tanto più o meno le frequenze si equivalgono:
Cazzo
pesce cazzone
mastica cazzo
il cazzo grosso mentre lo ficca in culo
pisello torto
cazzone volante
nodo al cazzo
cazzo a chiave
vecchio cazzo marcio
testa de cazzi
Che c’è, vi siete stupiti? E questo è solo un assaggio! Leggete qui sotto, se volete divertirvi davvero:
cazzo in testa
gioco di cazzi in culo
cazzo in tiro
e poi una serie di varianti di una raffinatezza tale da indurre alla riflessione. Che avrà avuto in testa, per esempio, quello che ha dato in pasto a Google una chiave come cazzo in contemplazione? Sarà forse alla ricerca di un qualche nirvana sessuale?
Cambiando genere: esisterà davvero nell’elenco telefonico il sig. Giuseppe di Cazzo?
Più fantastica, invece, l’ispirazione di quelli che, evidentemente attratti dal post sui supereroi padani (i mitici Watchmen), sono giunti qui alla ricerca dei loro beniamini:
uomo cazzo
super cazzo
super cazzone
E anche di qualche fantastica creatura da bestiario:
pesce cazzo
pianta cazzo
così come non manca, sempre tra i padani, quello che invece si è spaventato leggendo delle imprese dei vu’ cumprà sulle spiagge romagnole (sempre nel post dedicato ai watchmen) e, da buon imprenditore, ha voluto documentarsi sull’offerta della concorrenza:
dimensioni pene nero
turco con il cazzo più lungo
e poi, evidentemente spaventato, si è rigirato da solo il coltello nella piaga, andando alla ricerca di un possibile termine di confronto con i prodotti della casa (capita, no? Che quando qualcosa ti fa male e non vuoi crederci vai a scavare in profondità, per essere proprio sicuro sicuro):
minidotati foto
Ma ci sono anche altre rappresentanze territoriali, oltre a quelle padane:
cazzo lazio
e non mancano copiosi riferimenti alla zootecnia, forse da parte di produttori o gourmet impegnati nello sviluppo di varianti gastronomiche da inserire nella carta di qualche prestigioso ristorante del circuito slow food (o almeno, speriamo che sia slow: anche il protagonista di tutti queste chiavi di ricerca, così come il cibo, pare venga poco apprezzato in versione speedy gonzales):
patate a forma di cazzo
salsiccia a forma di cazzo
C’è qualche amante del macabro:
bare per teste di cazzo
morto nella bara con il cazzo dritto
e qualche navigatore portato alle grandi domande metafisiche:
che cazzi esistono?
cazzo magico
cazzo simpatico
Qualcuno è più diretto (chissà, magari alla disperata ricerca di un amore perduto):
il cazzone di Gianni
Escluderei, comunque, che si tratti del mio amico Gianni (non perché sia minidotato, pettegoli: è solo che proprio non ce lo vedo, coinvolto in una storiaccia di sesso da strada).
Qualcun altro la butta in psicanalisi:
cazzi in testa
E infine, visto che ogni salmo finisce in gloria, chiudiamo l’elencazione puntigliosa delle chiavi di ricerca con quella più ecumenica:
mazzo di cazzi
così, senza andar troppo per il sottile: li cercano e se li accattano a fasci, come sono sono.
Con questo abbiamo esaurito la categoria delle ricerche trasversali. E sì, perché il riferimento all’entità così citata in tutte le chiavi suddette compare in più post, anche se pochi. C’è invece un vecchissimo post che sembra appartenere alla categoria dei long seller, continuando indefessamente a portare acqua al mulino del GPZ: è quello che tanti mesi fa dedicai alla vigilessa mia collega di tanti anni fa, che da sempre sfrizzola il velopendulo di quanti si lanciano nei marosi della rete alla ricerca di:
divisa polizziotta porca
polizziotta sexi
calze a rete vigilessa
vigilessa maiala
e non mi fa piacere il fatto che mi trovino, nonostante gli errori di ortografia (però io nel mio post non ne ho fatti, ho verificato) e altre infinite varianti sul tema che non sto qui ad elencare e che prima o poi raccoglierò in un post autonomo.
Carine anche le chiavi di ricerca che puntano al post della mia corsa in go-kart di novembre, a Londra:
maccine da corsa
machine da corsa
maccine da carsa
Anche qui, come vedete, ad uscire incidentata è pure l’ortografia, e non solo il Gattopuzzo che si schiantò all’ultimo giro.
Insomma, siamo diventati popolari. Adesso tocca lavorare per raffinare i gusti del pubblico… Oddio, si vede proprio che sono un pseudo intellettuale del cazzo (la parola ormai si può usare, tanto, più sdoganata di così…) cresciuto negli anni settanta: fossi più moderno, starei contento così come sto e anzi… Vi ricorda nessuno, questo particolare modo di accalappiare audience? Se rispondete di no, siete perfetti cittadini del nostro tempo, e però vi pregherei di sciacquarvi via dalle mie pagine alla velocità del lampo, che certamente tra noi l’amore non potrà sbocciare.
Concludendo: il successo ci arride, anche se non proprio del tipo che avevamo auspicato. Ma siamo di bocca buona, e ci accontentiamo. Unico problema, le pari opportunità: mi pare infatti che il pubblico sia decisamente monogenere. Il prossimo impegno, quindi, sarà quello di rimodulare la produzione editoriale per migliorare l’offerta al pubblico femminile. Sperando che almeno loro, le donne, siano in grado di dare un tocco di gentilezza alle mie statistiche. E pensare che è pure il mio mestiere, la statistica!
P.S. naturalmente, dopo questo post mi aspetto un'impennata delle visite al blog: vogliamo scommettere?
giovedì 7 maggio 2009
Gianni e Roberta
Qualche giorno fa sono andato a pranzo con Gianni e abbiamo parlato di politica, che è come parlare di calcio con Pelè. Gianni è un mio amico che per lavoro frequenta tutti i giorni gli ambienti della politica e sarebbe un ottimo insider, se solo non avesse un’etica professionale talmente inflessibile che in tanti anni non ero mai neppure riuscito a capire che pendeva a destra, tanto è attento a non far trasparire le sue opinioni. Adesso però l’ho capito e quando ci vediamo mi scatta spesso il tic di provocarlo, un po’ perché mi pare impossibile che una persona della sua intelligenza e della sua cultura, profondo conoscitore degli ambienti della politica internazionale e per di più nella posizione ideale per vedere da vicino le gesta di certa gente, possa pensare che in questo paese il meno peggio è Berlusconi; e un po’ nella speranza, che si rivela sempre vana, di scucirgli qualche informazione ghiotta, di quelle che a noi comuni mortali non è dato conoscere. Ovviamente lo devo fare con molto garbo, sennò non accetterebbe il confronto. Di solito la cosa si svolge così: io parto all’attacco con una stoccatina di fioretto, lui mi guarda, si prende il suo tempo per riflettere e poi comincia a girarmi al largo, quasi volesse invitarmi ad affondare altri colpi. Cosa che faccio sempre, ricavandone ogni volta la frustrantissima sensazione di non averlo neppure scalfito. Poi piano piano, lentamente, inizia lui a dispiegare la sua strategia. Che non è quella solita dei berluscones, gridata e prepotente, anzi: lui la sua inclinazione – per me perversa - la veste di necessità metastorica, evoca personaggi e scenari di cui spesso io non conosco neppure l’esistenza, cita tomi ponderosi di pensosissimi studiosi su cui si è formato, prende il nano alfa e tutta la sua corte di giullari e saltimbanchi e pure la disastratissima sinistra e li proietta in un cosmo in cui operano forze che agiscono e fanno la Storia, in un iperuranio in cui sono possibili cose che voi umani non potete immaginare, per dirla con il replicante di Blade Runner; e poi, dopo aver disposto tutti i pezzi del gioco in quella misteriosa iperscacchiera, ridistribuisce le ragioni e i torti, districa grovigli di cause ed effetti, svela fini che resterebbero per sempre oscuri se non fossero illuminati dalla luce gelida di quel luogo situato al di là dell’esistenza, e che anzi la contiene. Alla fine, com’è come non è, mi trovo a convenire che sì, insomma, quello che mi sembrava delittuoso forse proprio del tutto criminale non è, che in fondo in fondo forse sì, uno può anche pensare in buona fede quella cosa che magari non è proprio irragionevole come era sembrata a me, che certo, la sensibilità di ciascuno non si discute e il mio cuore batte da un’altra parte, però visto in questa prospettiva anche l’odiato nemico le sue ragioni ce le ha… a questo punto lui, elegantemente, sapendo di aver raggiunto lo scopo, si sfila dal confronto e riporta l’astronave sulla terra – allora, quand’è che ci vediamo a cena con le signore? Vorremmo farvi vedere la nostra nuova casa... E a quel punto capisco che l’ora della politica è finita, e mi ha bastonato un’altra volta...
Però quanto ho imparato! Appena torno in ufficio lo devo subito raccontare ad Antonio, il mio capo, che la pensa come me ed è fazioso più di me: gli devo dire, devo condividere, devo far capire anche a lui che ci sbagliamo, che il terreno del confronto è un altro, devo portare anche a lui quest’epifania delle ragioni dell’avversario, che se non le comprendiamo mai lo potremo sconfiggere... E mentre parlo mi incarto, e Antonio il toscanaccio mi guarda come se fossi uscito di senno – A Maurì, ma che 'azzo dici? – No, aspetta che non hai capito, io volevo dire… - Ma che? Tu me sta' a di'che le veline nel parlamento stanno bene lì, che la riforma della magistratura co' il pubblico ministero sotto il piede del ministro è 'na trovata che manco Cavour, e la Gelmini e pure la 'arfagna hanno da sta' lì indove stanno... Ma sei diventato tutto 'oglione? Guarda che 'l tu' giudizio quest'anno ancora 'un l'ho fatto mica, mi sa che faccio ancora in tempo a malmenarti, mi sa...
E in effetti io sto dicendo proprio quelle cose che dice Antonio, non vorrei ma questo dico, e porca miseria, ma dove si è persa quella trama grandiosa che intorno a queste faccende aveva intessuto Gianni, incastonandocele dentro come piccole pietre che necessariamente lì devono stare, o al più come minuscole imperfezioni nell'intarsio maestoso della Storia? Che fine ha fatto il Cosmo-oltre-la-Storia che mi aveva rivelato? Perché da solo non sono capace di tornarci? Corro corro per spiccare il volo e ci riesco quanto può riuscirci un tacchino, e poi a pensarci bene... ma davvero è possibile, sia pure nell’Ultramondo, dare un senso che non sia la decadenza al cavallo di Caligola in Senato? Perché, tornando tra i mortali, è di questo che stiamo parlando, e come cazzo ha fatto Gianni a irretirmi in quella maniera, a circuirmi e alla fine a ipnotizzarmi fino a farmi fare, adesso, questa figura di merda? Batto prontamente in ritirata adducendo una riunione che non ho, lascio Antonio a meditare esterrefatto sul mucchio di idiozie che gli ho appena sciorinato, mi chiudo in stanza, furibondo.
E fosse almeno finita qui... La sera dopo me ne tocca un’altra, del tutto diversa ma altrettanto frustrante, una gentile pulzella che ha nome Roberta e che, a differenza di Gianni, invece del fioretto usa la sciabola, così come io, quando non sono con Gianni, amo dare di piglio alla scimitarra o anche alla clava. E tra due soggetti così sono cornate furiose, trattenute solo dall’affetto e dall’amicizia, e mi sa che finiamo pure per fare due palle così a tutti gli altri partecipanti alla cena, con le disquisizioni che partono dal gazebo del PD (argh! lo detesto!) a piazza Vittorio e finiscono con me all’attacco del pensiero liberale e lei che si mastica Marx e tutti gli hegeliani insieme alle buonissime seppie ripiene di Marilena. E più parlo più mi gaso, e più mi gaso più mi radicalizzo, più mi radicalizzo più le sparo grosse, una videocamera mi ci vorrebbe, per rivedermi, che mi sa che sembro Stalin che vuole fare i piani quinquennali, e lei pure mica è da meno, adesso manco me lo ricordo quello che diceva, ma dimmi tu se uno fa una discussione con un’amica e invece di cercare di arricchirsi nel confronto si ingarella perché la vuole spuntare a tutti i costi (e lei pure però... Vero? Tanto lo so che prima o poi vieni qui a leggerti questo post, confessa che pure tu mi volevi stendere...). Insomma, siamo stati la rappresentazione vivente dello spettacolo indecoroso di tutto quello che la gente di sinistra fa per far vincere gli altri. Ovvero: parlare di cose di cui non frega niente al 99,9 per cento delle persone raziocinanti; ritenere quelle cose tanto fondamentali da rappresentare un solco insuperabile, anche se poi nel vivere quotidiano (che è la vera cartina da tornasole) le differenze significative tra noi ci vuole il microscopio a effetto tunnel per trovarle; fare – l’ho già detto – due palle così a chi ci stava intorno. Eppure ero proprio convinto di avere ragione! Anzi, ora che ci ripenso, è che la foga mi ha fatto incartare, perché altrimenti cara Roberta ti avrei detto… insomma, il mio pensiero... Quello che voglio dire… NON LO SO!!! Però c’ho ragione!
E con questo chiudo. Se vuoi approfondire la citazione colta dell’ultimo paragrafo, eccoti il link: http://www.youtube.com/watch?v=W_jKVgVBCpA&hl=it.
Guardatelo, è davvero divertente! Spero solo di non somigliargli troppo...
Però quanto ho imparato! Appena torno in ufficio lo devo subito raccontare ad Antonio, il mio capo, che la pensa come me ed è fazioso più di me: gli devo dire, devo condividere, devo far capire anche a lui che ci sbagliamo, che il terreno del confronto è un altro, devo portare anche a lui quest’epifania delle ragioni dell’avversario, che se non le comprendiamo mai lo potremo sconfiggere... E mentre parlo mi incarto, e Antonio il toscanaccio mi guarda come se fossi uscito di senno – A Maurì, ma che 'azzo dici? – No, aspetta che non hai capito, io volevo dire… - Ma che? Tu me sta' a di'che le veline nel parlamento stanno bene lì, che la riforma della magistratura co' il pubblico ministero sotto il piede del ministro è 'na trovata che manco Cavour, e la Gelmini e pure la 'arfagna hanno da sta' lì indove stanno... Ma sei diventato tutto 'oglione? Guarda che 'l tu' giudizio quest'anno ancora 'un l'ho fatto mica, mi sa che faccio ancora in tempo a malmenarti, mi sa...
E in effetti io sto dicendo proprio quelle cose che dice Antonio, non vorrei ma questo dico, e porca miseria, ma dove si è persa quella trama grandiosa che intorno a queste faccende aveva intessuto Gianni, incastonandocele dentro come piccole pietre che necessariamente lì devono stare, o al più come minuscole imperfezioni nell'intarsio maestoso della Storia? Che fine ha fatto il Cosmo-oltre-la-Storia che mi aveva rivelato? Perché da solo non sono capace di tornarci? Corro corro per spiccare il volo e ci riesco quanto può riuscirci un tacchino, e poi a pensarci bene... ma davvero è possibile, sia pure nell’Ultramondo, dare un senso che non sia la decadenza al cavallo di Caligola in Senato? Perché, tornando tra i mortali, è di questo che stiamo parlando, e come cazzo ha fatto Gianni a irretirmi in quella maniera, a circuirmi e alla fine a ipnotizzarmi fino a farmi fare, adesso, questa figura di merda? Batto prontamente in ritirata adducendo una riunione che non ho, lascio Antonio a meditare esterrefatto sul mucchio di idiozie che gli ho appena sciorinato, mi chiudo in stanza, furibondo.
E fosse almeno finita qui... La sera dopo me ne tocca un’altra, del tutto diversa ma altrettanto frustrante, una gentile pulzella che ha nome Roberta e che, a differenza di Gianni, invece del fioretto usa la sciabola, così come io, quando non sono con Gianni, amo dare di piglio alla scimitarra o anche alla clava. E tra due soggetti così sono cornate furiose, trattenute solo dall’affetto e dall’amicizia, e mi sa che finiamo pure per fare due palle così a tutti gli altri partecipanti alla cena, con le disquisizioni che partono dal gazebo del PD (argh! lo detesto!) a piazza Vittorio e finiscono con me all’attacco del pensiero liberale e lei che si mastica Marx e tutti gli hegeliani insieme alle buonissime seppie ripiene di Marilena. E più parlo più mi gaso, e più mi gaso più mi radicalizzo, più mi radicalizzo più le sparo grosse, una videocamera mi ci vorrebbe, per rivedermi, che mi sa che sembro Stalin che vuole fare i piani quinquennali, e lei pure mica è da meno, adesso manco me lo ricordo quello che diceva, ma dimmi tu se uno fa una discussione con un’amica e invece di cercare di arricchirsi nel confronto si ingarella perché la vuole spuntare a tutti i costi (e lei pure però... Vero? Tanto lo so che prima o poi vieni qui a leggerti questo post, confessa che pure tu mi volevi stendere...). Insomma, siamo stati la rappresentazione vivente dello spettacolo indecoroso di tutto quello che la gente di sinistra fa per far vincere gli altri. Ovvero: parlare di cose di cui non frega niente al 99,9 per cento delle persone raziocinanti; ritenere quelle cose tanto fondamentali da rappresentare un solco insuperabile, anche se poi nel vivere quotidiano (che è la vera cartina da tornasole) le differenze significative tra noi ci vuole il microscopio a effetto tunnel per trovarle; fare – l’ho già detto – due palle così a chi ci stava intorno. Eppure ero proprio convinto di avere ragione! Anzi, ora che ci ripenso, è che la foga mi ha fatto incartare, perché altrimenti cara Roberta ti avrei detto… insomma, il mio pensiero... Quello che voglio dire… NON LO SO!!! Però c’ho ragione!
E con questo chiudo. Se vuoi approfondire la citazione colta dell’ultimo paragrafo, eccoti il link: http://www.youtube.com/watch?v=W_jKVgVBCpA&hl=it.

Guardatelo, è davvero divertente! Spero solo di non somigliargli troppo...
giovedì 30 aprile 2009
Jesteśmy za utrzymaniem proporcjonalnego....
Jesteśmy za utrzymaniem proporcjonalnego podatku od dochodów osobistych i jesteśmy za niskim podatkiem od działalności gospodarczej. Uważamy, iż przedsiębiorcy powinni mieć ulgi za tworzenie pewnych, stałych i nowoczesnych miejsc pracy. Jako lewica wiemy jednak, że prawdziwy rozwój jest wtedy, gdy jest powszechny, gdy uczestniczą w nim szerokie grupy społeczne. (p.7) Postulujemy także co roczne określanie wysokości minimum socjalnego i minimum egzystencji, jako podstawy instytucjonalnej pomocy społecznej. (p.18) System podatkowy musi zawierać mechanizmy, silnie wspierające rodziny, które zdecydują się na posiadanie więcej niż jednego dziecka. Podstawowym celem działań lewicy w sferze socjalnej jest zapewnienie godnej pracy wszystkim, którzy są zdolni do jej podjęcia. Wraz z postępem technologicznym i wzrostem wydajności będzie zwiększała się liczba pracowników nie przystosowanych do coraz bardziej wymagającego rynku pracy. (p.18) (Biuletyn po Krajowej Konwencji Sojuszu Lewicy Demokratycznej, 2-3 czerwca 2007, www.sld.org.pl/download/index/biblioteka/22 - 30/03/2009).
Il Gattopuzzo è forse impazzito? Non proprio: questo altro non è che il programma elettorale che più mi si confà, secondo l'infallibile EuProfiler, disponibile on line all'indirizzo http://www.euprofiler.eu.
Basta che vai sul sito, rispondi alle domande e ti esce un bel profilo come questo:
dal quale si evince chiaramente che il mio partito ideale ahimè sta in Polonia, e questo è il suo programma elettorale:
Ci sarebbe il piccolissimo particolare di non aver capito una ceppa di ciò che con il mio voto andrei a sostenere...
Ma questo è già un grande passo in avanti, essendo la situazione odierna tale per cui non solo il programma elettorale non lo capisco lo stesso, ma non so neppure quale sarebbe il mio partito in patria. E poi in fondo, molto spesso, i miei pensieri non è che siano tanto più chiari del corsivo che apre questo post...
Morale: se voglio essere rappresentato devo emigrare in mezzo a campi di broccoli gelati e santini di papa Woitila. Ammesso, poi, che i polacchi siano disposti a concedere la cittadinanza a uno che va lì per praticare un'attività degradata e degradante - chissà, magari ormai illegale - come la politica.
Che sfiga! Ma non poteva stare in costa azzurra, 'sto cazzo di partito ideale?
Il Gattopuzzo è forse impazzito? Non proprio: questo altro non è che il programma elettorale che più mi si confà, secondo l'infallibile EuProfiler, disponibile on line all'indirizzo http://www.euprofiler.eu.
Basta che vai sul sito, rispondi alle domande e ti esce un bel profilo come questo:
dal quale si evince chiaramente che il mio partito ideale ahimè sta in Polonia, e questo è il suo programma elettorale:
Ma questo è già un grande passo in avanti, essendo la situazione odierna tale per cui non solo il programma elettorale non lo capisco lo stesso, ma non so neppure quale sarebbe il mio partito in patria. E poi in fondo, molto spesso, i miei pensieri non è che siano tanto più chiari del corsivo che apre questo post...
Morale: se voglio essere rappresentato devo emigrare in mezzo a campi di broccoli gelati e santini di papa Woitila. Ammesso, poi, che i polacchi siano disposti a concedere la cittadinanza a uno che va lì per praticare un'attività degradata e degradante - chissà, magari ormai illegale - come la politica.
Che sfiga! Ma non poteva stare in costa azzurra, 'sto cazzo di partito ideale?
giovedì 2 aprile 2009
Divento popolare
Il blog non lo aggiorno da più di una settimana, ma oggi è stato comunque un buon giorno in quanto a contatti, e ieri ancora meglio: record assoluto, con ventiquattro (che per me sono un’enormità) contatti.
E che è successo? Mica la gente si sarà improvvisamente accorta della profondità, dello spessore, della incommensurabile lucidità e preveggenza del puzzopensiero?
Beh, un po’ mi sento lusingato, lo ammetto, per un attimo sogno un miracolo del passaparola, e folle oceaniche che si accalcano alle porte (strettissime) del server blogger con la bava alla bocca del mouse, per gustare caldo caldo l’ultimo post appena sfornato…
E allora andiamo a vedere cosa può aver attirato questa piccola folla – si diventa subito furbi, eh? Fai ventiquattro contatti e subito sei pronto a scrivere di quello che la gente vuole leggere, invece che di ciò che ti pare importante.
Insomma, apriamo ShinyStat e leggiamo insieme:

(Fateci click sopra, sennò non si legge una mazza)
Bene, non mi leggono solo i parenti stretti, gli amici pietosi e quelli condotti per un orecchio da quella santa donna della mia cucciolotta: giungono a me turbe di viaggiatori dai motori di ricerca!
Vediamo, allora, vediamo quali chiavi di ricerca usano, ma così, eh, tanto per capire quali post sono stati più apprezzati, non sia mai che mi metto pure io a rincorrere l’audience!
E ancora viene in soccorso ShinyStat, il mitico motore delle statistiche, ed ecco, finalmente so!
Leggete sotto, e saprete anche voi:

(Fate click pure qui, sennò del senso del post davvero non capirete una ceppa)
Insomma, uno non è che pensa di essere la reincarnazione di Gramsci né il clone di Pavese o di Kant, e neppure – un po’ più modestamente - il figlio incognito di Gianni Brera; lo so da solo di essere un bischero* un tantino rompicoglioni (un vecchio amico mi chiamava Brontolo), per cui risparmiatevi pure la sghignazzata. Però, ammetterete, e che cazzo (questa aumenta i contatti, sono sicuro): è quasi un anno che mi scervello per cercare di rendere intelligibili prima di tutto a me, e poi si spera a qualcun altro, pulsioni socioemozionali talmente incasinate da mettere a durissima prova il mio povero lessico, e questo è il risultato? Cioè, odiens al massimo per aver messo un post con il fotomontaggio di uno con una minchia al posto della testa (un essere mitologico con il corpo di uomo e la testa di cazzo, che non è mai stato raro nell’Olimpo variegatissimo dei tipi umani), oltre che un altro post forse spiritosetto e forse no, in cui parlavo di una vecchia fiamma in divisa da vigila? E’ deprimente, lo ammetterete.
E vabbè, alla fine abbiamo capito: da oggi si cambia registro comunicativo, e allora vediamo se ci verrete, a leggere le perle del puzzopensiero, brutta banda di stronzi (questa fa almeno tre contatti).
Del resto, siamo pur sempre i sudditi di quel tizio che oggi si è fatto cazziare da Sua Maestà Britannica perché era rumoroso e cafoncello anzichenò, e chi sono io per permettermi di deviare dai suoi sacri precetti comportamentali?
Alla prossima, cazzo cazzo cazzo culo tette figa figa figa tette figa…
* dicesi bischero - sostantivo maschile usato soprattutto in Toscana quale sinonimo di coglione, cazzone et similia - un soggetto poco furbo, e anzi incline a porre in essere azioni che, dovendo in teoria favorirlo, in realtà lo danneggiano assai, come quei che il cetriol nel posteriore apprende, per dirla con le parole del sommo poeta. L'appellativo era in origine un cognome, la sostantivazione derivando dal fatto che esso era posseduto da una nobilissima famiglia fiorentina che, richiesta dalla municipalità di cedere a prezzo di mercato un proprio terreno per ragioni di pubblica utilità, si rifiutò e se lo vide così espropriare gratis et amore dei, guadagnandosi però così imperitura fama, seppur celata nei meandri del dialetto.
Questa proprio non la sapevate, eh?
E che è successo? Mica la gente si sarà improvvisamente accorta della profondità, dello spessore, della incommensurabile lucidità e preveggenza del puzzopensiero?
Beh, un po’ mi sento lusingato, lo ammetto, per un attimo sogno un miracolo del passaparola, e folle oceaniche che si accalcano alle porte (strettissime) del server blogger con la bava alla bocca del mouse, per gustare caldo caldo l’ultimo post appena sfornato…
E allora andiamo a vedere cosa può aver attirato questa piccola folla – si diventa subito furbi, eh? Fai ventiquattro contatti e subito sei pronto a scrivere di quello che la gente vuole leggere, invece che di ciò che ti pare importante.
Insomma, apriamo ShinyStat e leggiamo insieme:
(Fateci click sopra, sennò non si legge una mazza)
Bene, non mi leggono solo i parenti stretti, gli amici pietosi e quelli condotti per un orecchio da quella santa donna della mia cucciolotta: giungono a me turbe di viaggiatori dai motori di ricerca!
Vediamo, allora, vediamo quali chiavi di ricerca usano, ma così, eh, tanto per capire quali post sono stati più apprezzati, non sia mai che mi metto pure io a rincorrere l’audience!
E ancora viene in soccorso ShinyStat, il mitico motore delle statistiche, ed ecco, finalmente so!
Leggete sotto, e saprete anche voi:
(Fate click pure qui, sennò del senso del post davvero non capirete una ceppa)
Insomma, uno non è che pensa di essere la reincarnazione di Gramsci né il clone di Pavese o di Kant, e neppure – un po’ più modestamente - il figlio incognito di Gianni Brera; lo so da solo di essere un bischero* un tantino rompicoglioni (un vecchio amico mi chiamava Brontolo), per cui risparmiatevi pure la sghignazzata. Però, ammetterete, e che cazzo (questa aumenta i contatti, sono sicuro): è quasi un anno che mi scervello per cercare di rendere intelligibili prima di tutto a me, e poi si spera a qualcun altro, pulsioni socioemozionali talmente incasinate da mettere a durissima prova il mio povero lessico, e questo è il risultato? Cioè, odiens al massimo per aver messo un post con il fotomontaggio di uno con una minchia al posto della testa (un essere mitologico con il corpo di uomo e la testa di cazzo, che non è mai stato raro nell’Olimpo variegatissimo dei tipi umani), oltre che un altro post forse spiritosetto e forse no, in cui parlavo di una vecchia fiamma in divisa da vigila? E’ deprimente, lo ammetterete.
E vabbè, alla fine abbiamo capito: da oggi si cambia registro comunicativo, e allora vediamo se ci verrete, a leggere le perle del puzzopensiero, brutta banda di stronzi (questa fa almeno tre contatti).
Del resto, siamo pur sempre i sudditi di quel tizio che oggi si è fatto cazziare da Sua Maestà Britannica perché era rumoroso e cafoncello anzichenò, e chi sono io per permettermi di deviare dai suoi sacri precetti comportamentali?
Alla prossima, cazzo cazzo cazzo culo tette figa figa figa tette figa…
* dicesi bischero - sostantivo maschile usato soprattutto in Toscana quale sinonimo di coglione, cazzone et similia - un soggetto poco furbo, e anzi incline a porre in essere azioni che, dovendo in teoria favorirlo, in realtà lo danneggiano assai, come quei che il cetriol nel posteriore apprende, per dirla con le parole del sommo poeta. L'appellativo era in origine un cognome, la sostantivazione derivando dal fatto che esso era posseduto da una nobilissima famiglia fiorentina che, richiesta dalla municipalità di cedere a prezzo di mercato un proprio terreno per ragioni di pubblica utilità, si rifiutò e se lo vide così espropriare gratis et amore dei, guadagnandosi però così imperitura fama, seppur celata nei meandri del dialetto.
Questa proprio non la sapevate, eh?
martedì 24 febbraio 2009
Watchmen
Ma l’avranno fatto apposta?
Watchmen, dico: il film, quello tratto dalla graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons.

Con un po’ di buona volontà, il concetto non è troppo diverso da quello delle ronde: padan watchmen, suona bene. E io mi dovrò ricredere, ad aver amato quest’opera, la prima a mettere in scena supereroi senza superpoteri (tranne uno) e a mostrarli per quello che sarebbero se esistessero davvero, e cioè bischeri in costume (e qualcuno pure con la panza). Boh… Io nel dubbio il film me lo andrò a vedere lo stesso, però certo, il pensiero che sul più bello mi sovverrà che il tizio o la tizia che si agita sullo schermo è un commendator Brambilla mascherato, o una casalinga di Voghera… Beh, un po’ mi rovinerà il divertimento, questo mi tocca dirlo.
Adesso che gli hanno dato la licenza di mascherarsi, che combineranno i watchmen di casa nostra? Oddio, fino a mo’ non è che fossero proprio sobri nel vestire, guardate qua come si sono conciati questi:
Certo deve essere forte la scarica di adrenalina da supereroismo, se onesti operai, ragiunatt, baristi, arrivano ad esporsi al ridicolo in questo modo. In verde, poi: come se qualcuno potesse mai essere tanto coglione da confonderli con il mitico Green Lantern.
Non lo so se il vostro schermo è in grado di farvi vedere insieme le due immagini qui sopra, se non ce la fa forse è meglio, perché il paragone è davvero impietoso!
Comunque, adesso che la mascherata è stata sdoganata e il carnevale esteso a tutto l’anno, ci potremo divertire: finalmente avremo tra noi i GIUSTIZIERI MASCHERATI, proprio quelli dei fumetti che leggevamo da ragazzini! Sai che gusto, vedere l’UOMO RAGNO, IL MITICO THOR, I FANTASTICI QUATTRO e tutta la compagnia volante, scorrazzare tra Cesano Maderno e Casalpusterlengo, roba che se uno ha un po' di culo facile pure che li becca all'autogrill, quando si ferma a pisciare in autostrada!
Certo, questi non è che siano proprio uguali uguali: assomigliano un po’ di più ai watchmen di Moore e Gibbons, per l’appunto, con le loro panze e le loro sfighe. Anzi, a me un campionario dei futuri eroi mascherati (e non) è già venuto in mente. Ve li presento.

Superciuk, l’acerrimo nemico di Alan Ford con la micidiale fiatata alcolica, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Ha il pregio di essere ideologicamente molto vicino agli ispiratori politici del rondismo, e il difetto di essere del tutto indistinguibile dai rumeni ubriachi da cui i prodi watchmen ci vorrebbero liberare. Riuscirà ad affermarsi? Le sue chance dipendono tutte dalla velocità degli altri watchmen: se lo acchiappano lo bruciano, sicuro, e con tutto quell’alcol in corpo ahiahiahi… Mi sa che il nostro non avrà scampo. Primo supereroe vittima, è il caso di dirlo, di fuoco amico.
Willie: qui lo vediamo in un raro momento di meritato relax, sulle spiagge adriatiche, intento però a sorvegliare una spiaggia (i watchmen sono sempre al lavoro, anche quando riposano, da buoni figli della terra delle fabbrichètte, oltre che di ‘ndrocchia). Incombe sulle fighette verdi un'orda di dotatissimi (e assai appetiti) vu’ cumprà, e al nostro amico gli tocca fare gli straordinari, lui che s'è dato la missione di non far più crescer corna sulle crape padane, oggi che sono state dismesse quelle d'ordinanza, in dotazione con gli elmi celtici (e con gli idraulici di Caltanissetta). L’evidente espressione sorpresa è dovuta alla battuta estremamente originale del collega ritratto con lui, il Cazzone Invisibile, che gli sta sussurrando all’orecchio (invisibile) “che cazzo stai dicendo, Willie?”.

E infine, a chiudere la carrellata, non potevamo avere che lui, il magnifico, il superbo, il magico, l’Alto Involuzionista, il capo supremo di tutti i watchmen passati, presenti e futuri, lo stesso che con una sola battuta e i suoi superpoteri trasformò il suo mentore e creatore Gianfranco Miglio (oh yes, chi era costui? Non era Carneade…) in una scoreggia nello spazio…quello che nella sua immensità non può essere definito, e che infatti non definiamo, tanto l’immagine parla da sola:

Notate il gesto, la magia che si sprigiona dalle sue mani, le mani di un demiurgo, di uno che tutto tocca e tutto trasforma: in merda, dite? Non ho sentito...
Ecco, questi sono i miti che animeranno il nostro prossimo futuro: altro che Grande Fratello, altro che tronisti… E la De Filippi? Già, la De Filippi… Oh, ma l’avete visto che ore sono? E mica pretenderete che vi dico tutto stasera! Ma lo sapete a che ora me devo arzà domanimattina? E la Defilippi volete sapè, la Defilippi, la Defilippi, la Defilippi …
Watchmen, dico: il film, quello tratto dalla graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons.

Con un po’ di buona volontà, il concetto non è troppo diverso da quello delle ronde: padan watchmen, suona bene. E io mi dovrò ricredere, ad aver amato quest’opera, la prima a mettere in scena supereroi senza superpoteri (tranne uno) e a mostrarli per quello che sarebbero se esistessero davvero, e cioè bischeri in costume (e qualcuno pure con la panza). Boh… Io nel dubbio il film me lo andrò a vedere lo stesso, però certo, il pensiero che sul più bello mi sovverrà che il tizio o la tizia che si agita sullo schermo è un commendator Brambilla mascherato, o una casalinga di Voghera… Beh, un po’ mi rovinerà il divertimento, questo mi tocca dirlo.
Adesso che gli hanno dato la licenza di mascherarsi, che combineranno i watchmen di casa nostra? Oddio, fino a mo’ non è che fossero proprio sobri nel vestire, guardate qua come si sono conciati questi:
Certo deve essere forte la scarica di adrenalina da supereroismo, se onesti operai, ragiunatt, baristi, arrivano ad esporsi al ridicolo in questo modo. In verde, poi: come se qualcuno potesse mai essere tanto coglione da confonderli con il mitico Green Lantern.
Non lo so se il vostro schermo è in grado di farvi vedere insieme le due immagini qui sopra, se non ce la fa forse è meglio, perché il paragone è davvero impietoso!Comunque, adesso che la mascherata è stata sdoganata e il carnevale esteso a tutto l’anno, ci potremo divertire: finalmente avremo tra noi i GIUSTIZIERI MASCHERATI, proprio quelli dei fumetti che leggevamo da ragazzini! Sai che gusto, vedere l’UOMO RAGNO, IL MITICO THOR, I FANTASTICI QUATTRO e tutta la compagnia volante, scorrazzare tra Cesano Maderno e Casalpusterlengo, roba che se uno ha un po' di culo facile pure che li becca all'autogrill, quando si ferma a pisciare in autostrada!
Certo, questi non è che siano proprio uguali uguali: assomigliano un po’ di più ai watchmen di Moore e Gibbons, per l’appunto, con le loro panze e le loro sfighe. Anzi, a me un campionario dei futuri eroi mascherati (e non) è già venuto in mente. Ve li presento.Superciuk, l’acerrimo nemico di Alan Ford con la micidiale fiatata alcolica, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Ha il pregio di essere ideologicamente molto vicino agli ispiratori politici del rondismo, e il difetto di essere del tutto indistinguibile dai rumeni ubriachi da cui i prodi watchmen ci vorrebbero liberare. Riuscirà ad affermarsi? Le sue chance dipendono tutte dalla velocità degli altri watchmen: se lo acchiappano lo bruciano, sicuro, e con tutto quell’alcol in corpo ahiahiahi… Mi sa che il nostro non avrà scampo. Primo supereroe vittima, è il caso di dirlo, di fuoco amico.
Willie: qui lo vediamo in un raro momento di meritato relax, sulle spiagge adriatiche, intento però a sorvegliare una spiaggia (i watchmen sono sempre al lavoro, anche quando riposano, da buoni figli della terra delle fabbrichètte, oltre che di ‘ndrocchia). Incombe sulle fighette verdi un'orda di dotatissimi (e assai appetiti) vu’ cumprà, e al nostro amico gli tocca fare gli straordinari, lui che s'è dato la missione di non far più crescer corna sulle crape padane, oggi che sono state dismesse quelle d'ordinanza, in dotazione con gli elmi celtici (e con gli idraulici di Caltanissetta). L’evidente espressione sorpresa è dovuta alla battuta estremamente originale del collega ritratto con lui, il Cazzone Invisibile, che gli sta sussurrando all’orecchio (invisibile) “che cazzo stai dicendo, Willie?”.

E infine, a chiudere la carrellata, non potevamo avere che lui, il magnifico, il superbo, il magico, l’Alto Involuzionista, il capo supremo di tutti i watchmen passati, presenti e futuri, lo stesso che con una sola battuta e i suoi superpoteri trasformò il suo mentore e creatore Gianfranco Miglio (oh yes, chi era costui? Non era Carneade…) in una scoreggia nello spazio…quello che nella sua immensità non può essere definito, e che infatti non definiamo, tanto l’immagine parla da sola:

Notate il gesto, la magia che si sprigiona dalle sue mani, le mani di un demiurgo, di uno che tutto tocca e tutto trasforma: in merda, dite? Non ho sentito...
Ecco, questi sono i miti che animeranno il nostro prossimo futuro: altro che Grande Fratello, altro che tronisti… E la De Filippi? Già, la De Filippi… Oh, ma l’avete visto che ore sono? E mica pretenderete che vi dico tutto stasera! Ma lo sapete a che ora me devo arzà domanimattina? E la Defilippi volete sapè, la Defilippi, la Defilippi, la Defilippi …
sabato 10 gennaio 2009
Lezioni di economia
Ho pensato che non è giusto, in un momento di tale drammaticità per il paese e il mondo intero, che chi sa qualcosa - anche pochissimo, come il GPZ - di economia, non aiuti i propri amici a districarsi in questo ginepraio e a capirci qualcosina di più. Mi arrischio, quindi, a impartire poche e sommarie (ma pregnanti) lezioni della cosiddetta scienza triste, avvalendomi di supporti didattici atti a mitigare l'osticità della materia. Quella che segue è la prima lezione: le mie previsioni.
Baci a tutti
GPZ





Baci a tutti
GPZ
venerdì 9 gennaio 2009
Fuori luogo
Un paio di giorni prima di Natale, da Feltrinelli a Piazza Argentina, verso l’ora di chiusura, ad un certo punto vedo Gasparri. Sul momento ho pensato di essermi sbagliato: Gasparri in libreria? Si è perso, ha commentato Cristiana quando gliel’ho raccontato, oppure hai avuto le allucinazioni. Incedeva un po’ curvo, a scatti, con la capoccia in avanti e (giuro) la bocca semiaperta che si intravedeva la lingua, il che mi ha fatto dubitare, per un lungo momento, che si trattasse di Neri Marcorè che lo prendeva per i fondelli. Invece no, era proprio lui, in maglioncino a scacchi e pantalone di velluto, senza soprabito nonostante il freddo infame, come uno che è sceso da casa al volo per un’urgenza – tipo che s’era scordato le cipolle per il sugo e se n’era accorto quando i negozi stavano per chiudere – e qui sorge la domanda: un libro è addirittura un’urgenza per quest’uomo? Mica dovrò prendere atto di averlo sempre giudicato male, con la mia puzza sotto il naso di pseudointellettualoide di sinistra? Peccato non aver avuto la prontezza di riprendere la scena con il cellulare, su Youtube avrebbe spopolato, perché (giuro) Marcorè è fin troppo buono nel rappresentare questa autentica macchietta: lui di persona riesce molto peggio di come lo conciano gli imitatori. A fianco aveva una ragazzina bionda, avrà avuto un dodici anni, forse la figlia, che lo tampinava chiedendo qualche cosa; lui si è avvicinato a una commessa – fcufi, non è che me faprebbe di’ dove poffo trovare Cafonal? Ecco, adesso ho capito cosa ci facevi in libreria, mauri’…
mercoledì 3 dicembre 2008
The Monkey race
Concludiamo il resoconto dell’avventura inglese (in realtà già finita da una settimana) saltando direttamente all’ultimo giorno; dove si narra dell’epica sfida dei sette (team) che sono scesi in campo a fronteggiarsi sul terreno per tutti infido dell’asset allocation.
Dunque, la cosa funzionava così: nella solita sala in cui abbiamo patito per sette giorni ponderosissime e altrettanto pallose presentazioni, l’ottavo giorno abbiamo trovato – senza preavviso alcuno – un tabellone all’ingresso che recava l’enigmatico titolo di “portfolio in peril” e poi, dentro, sette tavoli tondi con sopra scritti nomi come “I gondolieri”, “Carnevale”, “San Marco” eccetera; trattandosi con ogni evidenza di una simulazione di portafoglio in uno scenario economico - diciamo così - tempestoso, la scelta della città dell’acqua alta era effettivamente pertinente, richiamando originalissime metafore quali “acqua alla gola”, “nave che affonda”, e via così.
C’era pure il megaschermo, che a intervalli regolari sparava finti tiggì economici con le notizie in base alle quali si dovevano prendere le decisioni di investimento.
Infine, un tocco di sadismo: tra i partecipanti, seduta a nessun tavolo, c’era La Scimmia. La scrivo con la maiuscola, perché La Scimmia è l’incubo che incombe su ogni onesto pedalatore della finanza: qualsiasi strategia di trading uno proponga, deve dimostrare di essere almeno in grado di battere La Scimmia, essendo La Scimmia l’ovvia metafora del trader che compra e vende a casaccio (ma io non sono così sicuro che una scimmia vera farebbe davvero così, al gran casinò della finanza globale; e soprattutto non sono sicuro che non siano invece i trader, a comprare e vendere a casaccio).
Ora capirete, un conto è arrivare ultimi su sette, e passi: al ritorno in azienda si può sempre dire di essere incappati in un’accolita di fenomeni; ma come giustificare un eventuale arrivo magari manco ultimi, e però alle spalle della Scimmia?
Alla sola vista del terribile cartello posto su un tavolo vuoto siamo sbiancati tutti, compresi quelli provenienti da paesi che garantiscono quella che il nostro mitico premier definisce abbronzatura naturale (a ciò che si dice di lui in giro per il mondo dedicherò un post a parte).
Insomma, per farla breve: solito briefing, con livelli di tensione palpabile, peggio che alle corse dei go-kart di sabato; tiggì finto, pronti, via!
Ed ecco menti eccelse scatenarsi in arditissimi ragionamenti macro e micro, su economia e finanza, e il tasso di interesse della banca centrale vietnamita, e il future sul caffè honduregno, e la supercazzola… E al primo giro, ecco che l’incredibile si verifica: perdiamo subito il 10% del capitale, e poco male, perdono quasi tutti; il dramma vero è che siamo subito ultimi, e La Scimmia è in fuga davanti a noi!
Secondo tiggì, di nuovo pronti, via! Nervosismo alle stelle, tempo che incalza, consultazioni convulse, compulsare frenetico di statistiche… Tutto inutile; arriviamo disfatti e trepidanti al verdetto della borsa, e vediamo le chiappe della scimmia sempre più lontane davanti a noi, e lei corre, corre sempre più veloce, e noi arranchiamo in fondo, già tutti a pensare a come fare per non dire, per non raccontare l’onta…
E poi per brevità non vi racconto il resto, ma sappiate, o lettori miscredenti, che le cose sono andate esattamente al contrario di come tutti vi aspettate: dal terzo giro in poi abbiamo vinto tutte le manche, nessuna esclusa, e l’ultima è stata una cosa da cardiopalmo: davanti a noi (che eravamo I Gondolieri) ci sono soltanto quelli del Danieli, e proprio di un’incollatura: e che ve lo dico a fare, li abbiamo bruciati proprio sulla linea d’arrivo, di un’inezia, e abbiamo vinto noi, salti di gioia, baci e abbracci, e pure una scatola di cioccolatini come trofeo! E vai che siamo dei fenomeni – pacca sulla spalla -, ma hai visto come abbiamo intuito subito la recessione in Cina, e poi la manovra di copertura, lo sapevo che il dollaro scendeva anche se tutti scommettevano al rialzo, e bla e bla bla bla bla!
BLA!
Per la verità, a me è parso più che altro che abbiamo avuto un culo mostruoso; alla luce delle notizie che, di tiggì in tiggì, giustificavano a posteriori le salite e le discese del nostro portafoglio, c’era davvero poco da intuire: recessione in Cina, sì, ma causata da un terremoto, e il dollaro crollava in seguito a non mi ricordo quale cataclisma geopolitico, e così via. Che è pure una bella lezione per tutti quelli che pensano che un gestore capace di fare profitti per un lungo periodo è bravo, e gli affidano tutti i propri risparmi: random walk chiamiamo questo fenomeno noi statistici, passeggiata aleatoria; si caratterizza per poter andare infinitamente su e anche infinitamente giù, infilando a volte serie consecutive di su-su-su o giù-giù-giù da far straparlare la gente di “chiare tendenze rialziste”, o ribassiste, mentre in realtà il mondo se ne va a casaccio e i risparmi a puttane.
E così la nostra gara, per il disappunto degli altri membri del team, io l’ho ribattezzata The monkey race: non c’era una sola scimmia, ce n’erano sette vere più una virtuale, e la gara è consistita non nel vedere chi era il gestore più bravo, ma solo quale fosse la scimmia più fortunata; ma, purtroppo…The trouble with the monkey race is that even if you win, you're still a monkey… Ma questa l’ho presa in prestito da Lily Tomlin che la disse a proposito di The rat race, dove i ratti stanno al posto delle scimmie.
Dunque, la cosa funzionava così: nella solita sala in cui abbiamo patito per sette giorni ponderosissime e altrettanto pallose presentazioni, l’ottavo giorno abbiamo trovato – senza preavviso alcuno – un tabellone all’ingresso che recava l’enigmatico titolo di “portfolio in peril” e poi, dentro, sette tavoli tondi con sopra scritti nomi come “I gondolieri”, “Carnevale”, “San Marco” eccetera; trattandosi con ogni evidenza di una simulazione di portafoglio in uno scenario economico - diciamo così - tempestoso, la scelta della città dell’acqua alta era effettivamente pertinente, richiamando originalissime metafore quali “acqua alla gola”, “nave che affonda”, e via così.
C’era pure il megaschermo, che a intervalli regolari sparava finti tiggì economici con le notizie in base alle quali si dovevano prendere le decisioni di investimento.
Infine, un tocco di sadismo: tra i partecipanti, seduta a nessun tavolo, c’era La Scimmia. La scrivo con la maiuscola, perché La Scimmia è l’incubo che incombe su ogni onesto pedalatore della finanza: qualsiasi strategia di trading uno proponga, deve dimostrare di essere almeno in grado di battere La Scimmia, essendo La Scimmia l’ovvia metafora del trader che compra e vende a casaccio (ma io non sono così sicuro che una scimmia vera farebbe davvero così, al gran casinò della finanza globale; e soprattutto non sono sicuro che non siano invece i trader, a comprare e vendere a casaccio).
Ora capirete, un conto è arrivare ultimi su sette, e passi: al ritorno in azienda si può sempre dire di essere incappati in un’accolita di fenomeni; ma come giustificare un eventuale arrivo magari manco ultimi, e però alle spalle della Scimmia?
Alla sola vista del terribile cartello posto su un tavolo vuoto siamo sbiancati tutti, compresi quelli provenienti da paesi che garantiscono quella che il nostro mitico premier definisce abbronzatura naturale (a ciò che si dice di lui in giro per il mondo dedicherò un post a parte).
Insomma, per farla breve: solito briefing, con livelli di tensione palpabile, peggio che alle corse dei go-kart di sabato; tiggì finto, pronti, via!
Ed ecco menti eccelse scatenarsi in arditissimi ragionamenti macro e micro, su economia e finanza, e il tasso di interesse della banca centrale vietnamita, e il future sul caffè honduregno, e la supercazzola… E al primo giro, ecco che l’incredibile si verifica: perdiamo subito il 10% del capitale, e poco male, perdono quasi tutti; il dramma vero è che siamo subito ultimi, e La Scimmia è in fuga davanti a noi!
Secondo tiggì, di nuovo pronti, via! Nervosismo alle stelle, tempo che incalza, consultazioni convulse, compulsare frenetico di statistiche… Tutto inutile; arriviamo disfatti e trepidanti al verdetto della borsa, e vediamo le chiappe della scimmia sempre più lontane davanti a noi, e lei corre, corre sempre più veloce, e noi arranchiamo in fondo, già tutti a pensare a come fare per non dire, per non raccontare l’onta…
E poi per brevità non vi racconto il resto, ma sappiate, o lettori miscredenti, che le cose sono andate esattamente al contrario di come tutti vi aspettate: dal terzo giro in poi abbiamo vinto tutte le manche, nessuna esclusa, e l’ultima è stata una cosa da cardiopalmo: davanti a noi (che eravamo I Gondolieri) ci sono soltanto quelli del Danieli, e proprio di un’incollatura: e che ve lo dico a fare, li abbiamo bruciati proprio sulla linea d’arrivo, di un’inezia, e abbiamo vinto noi, salti di gioia, baci e abbracci, e pure una scatola di cioccolatini come trofeo! E vai che siamo dei fenomeni – pacca sulla spalla -, ma hai visto come abbiamo intuito subito la recessione in Cina, e poi la manovra di copertura, lo sapevo che il dollaro scendeva anche se tutti scommettevano al rialzo, e bla e bla bla bla bla!
BLA!
Per la verità, a me è parso più che altro che abbiamo avuto un culo mostruoso; alla luce delle notizie che, di tiggì in tiggì, giustificavano a posteriori le salite e le discese del nostro portafoglio, c’era davvero poco da intuire: recessione in Cina, sì, ma causata da un terremoto, e il dollaro crollava in seguito a non mi ricordo quale cataclisma geopolitico, e così via. Che è pure una bella lezione per tutti quelli che pensano che un gestore capace di fare profitti per un lungo periodo è bravo, e gli affidano tutti i propri risparmi: random walk chiamiamo questo fenomeno noi statistici, passeggiata aleatoria; si caratterizza per poter andare infinitamente su e anche infinitamente giù, infilando a volte serie consecutive di su-su-su o giù-giù-giù da far straparlare la gente di “chiare tendenze rialziste”, o ribassiste, mentre in realtà il mondo se ne va a casaccio e i risparmi a puttane.
E così la nostra gara, per il disappunto degli altri membri del team, io l’ho ribattezzata The monkey race: non c’era una sola scimmia, ce n’erano sette vere più una virtuale, e la gara è consistita non nel vedere chi era il gestore più bravo, ma solo quale fosse la scimmia più fortunata; ma, purtroppo…The trouble with the monkey race is that even if you win, you're still a monkey… Ma questa l’ho presa in prestito da Lily Tomlin che la disse a proposito di The rat race, dove i ratti stanno al posto delle scimmie.
domenica 30 novembre 2008
Quei temerari sulle macchine da corsa

Alla fine dell’avventura inglese, il rammarico è di non aver avuto tempo a sufficienza per aggiornare il blog in diretta, come avevo iniziato a fare. OK, mi accontenterò di fare un sunto delle imperdibili (dis)avventure del Gattopuzzo a Londra, anche se certi episodi avrebbero meritato ben altro rilievo.
Cominciamo dal fine settimana, in cui noi sessanta prigionieri provenienti da trentacinque paesi diversi siamo stati messi in semilibertà. Solo semi, perché sabato ci hanno portato a fare le corse coi go kart, che non era come stare in aula ma non necessariamente era un divertimento… Ma, bontà, loro, non era obbligatorio, per cui tutto quello che ne è conseguito devo onestamente ammettere di essermelo andato a cercare.
La partenza (del pullman, non ancora della corsa) era alle 11, e dopo nemmeno mezz’ora eravamo già alla pista; il primo impatto con una cosa così non è proprio tranquillo: uno si immagina la macchinina a pedali della sua infanzia, e invece si trova ad ammirare dei mostriciattoli piuttosto lunghi e larghi che assomigliano pericolosamente, nell’estetica, ai mostri veri della formula 1; e non vanno per niente piano.

Il seguito non allenta la tensione, anzi: ci portano negli spogliatoi, ci danno tute caschi e guanti, ci fanno sedere tutti intorno a un tavolo e arriva un tizio molto smart – pure lui in tenuta da aviatore, chiaramente – che ci tiene un briefing che dovrebbe essere tranquillizzante, e invece è terrificante. A parte che è brasiliano e parla un inglese velocissimo e incomprensibile, c’è il problema che le regole da seguire durante questa corsa (perché proprio di competizione si tratta, non di giretti di pista come tutti avevamo creduto) sono talmente tante che è impossibile ricordarsele tutte, e non è che sia proprio innocuo fermarsi nel posto sbagliato o ripartire in un momento inopportuno, con il pericolo che ti piombi addosso qualcuno a ottanta all’ora mentre tu sei su un trabiccolo del tutto scoperto…

Vedo Wioletta, la ragazza polacca seduta accanto a me, impallidire progressivamente fino a confondersi con la parete: trattasi di creatura eterea e soave, già quasi trasparente di suo, e mi era sembrato strano assai che sì leggiadra creatura potesse trovare a sé confacente passatempo tanto ruvido e materiale; ad un certo punto mi tocca timidamente il gomito, la voce è quasi strozzata: - Maurizio, It was a terribile mistake, I can’t do these things, I’m very worried…I had been unwise... e io lì, da vero uomo, a rincuorarla insieme ad altri veri uomini e qualche vera donna – Don’t worry, Wioletta, it’s not as terribile as it seems, you will see… Now all is difficult for you, but when you will be driving you will enjoi, I am sure…- Cioè, questa è la trascrizione più o meno letterale di ciò che le ho detto nel mio inglese non proprio oxfordiano, non so se per lei sia stato intelligibile, come io spero. Del resto, erano una montagna di spacconate, perché io ero preoccupato quanto e più di lei, e facevo una fatica tremenda anche solo per non scappar via urlando. Insomma, com’è come non è, ci mettono in team insieme, io lei un lituano e un cinese, tale Wang, che aveva riso per tutto il tempo del briefing.
Il cinese si rivela subito pippa di proporzioni colossali: manco parte che già sta dietro a tutti, poi fa testacoda, poi alla fine non lo vedo più e non so che fine abbia fatto; io e il lituano, superata la paura iniziale, cominciamo a prenderci gusto e iniziamo la rimonta, attestandoci dignitosamente nella parte medio alta della graduatoria, subito dietro quelli che già ci avevano rifatto, e che però confesseranno solo a corsa finita; e Wioletta? Wioletta, la nostra diafana mascotte, all’abbassarsi della bandiera è schizzata fuori dalla griglia come un missile – per la paura, ha avuto l’ardire di dirmi poi -, si è posizionata tra i primi e da quel momento io di lei ho visto solo le ruote posteriori, e sempre più lontane. Ogni tanto davo un’occhiata al tabellone, e sconsolato constatavo che mi dava due secondi al giro, giro dopo giro, finché poi non l’ho proprio vista più.

E, mentre battagliavo per la settima o la nona posizione, a seconda dei giri, mi chiedevo pure che fine avesse fatto il cinese… Non fosse stato per lui, con la performance astronomica dell’angelo da corsa (così abbiamo ribattezzato la nostra polacchina) e quella più che dignitosa (fino a quel momento, almeno…) mia e del lituano avremmo potuto essere in testa… E invece quello era disperso, e noi penultimi! E allora dacci dentro Gattopuzzo, vai che ce la fai, dai che quelli davanti non sono poi così lontani, pigia senza paura sull’acceleratore che li puoi prendere… E infatti li ho presi: proprio frontali, dopo un doppio testa coda carpiato con salto di chicane e crash finale con avvitamento sulle due macchinine che mi precedevano e che nel volo ho superato, tagliandogli la strada attraverso la chicane. Risultato: finisco sì davanti a loro – in maniera non proprio sportiva , essendo stato il più lesto a ripartire -, ma la prodezza ci procura solo il terzultimo posto (al team) e un ginocchio come una zampogna (a me). Del cinese, nessuna notizia fino a dopo il traguardo: si era fermato e poi era ripartito con andatura da torpedone, per le ire dell’angelica fanciulla, che ha rinunciato a morsicarlo solo grazie all’intervento di peace enforcing del bravo lituano.

Conclusione della gloriosa giornata: Gattopuzzo in camera, sdraiato su poltrona reclinabile con poggiapiedi, urlante di dolore con sul ginocchio il ghiaccio dello champagne – e sì, in camera c’era anche quello, da quanto costava ho temuto che anche per l’uso del solo ghiaccio mi avrebbero estorto come minimo una ventina di pound, evento per fortuna non verificatosi.
Più tardi, verso le sei di sera, ho radunato quello che restava del coraggio (e dell’orgoglio) e mi sono avviato dignitosamente verso la hall dove ci attendevano per portarci a cena, ululando tra me e me per non zoppicare. E chi c’era nella hall? Ma Wioletta, e chi se no? Che stava lì a pavoneggiarsi davanti a un nugolo di maschi giovani, celibi e adoranti, evidentemente sedotti dai modi da dominatrice dell’angelica creatura, che appena mi vede mi scocca e un gran sorriso e poi, rivolta all’audience –I must to say to you, I have been able to do all thanks to Maurizio… Without his boost, I couldn’t did anything!
‘Tacci tua, ‘tacci…
sabato 22 novembre 2008
Io e la Tina
Stamattina, essendo sabato, il vostro Gattopuzzo gode della semiliberta’: fino alle 11.15 puo’ tranquillamente farsi gli affari suoi, che comprendono tutto tranne la colazione: i gentili organizzatori, infatti, non offrono questo servizio nei giorni in cui la conferenza viene sospesa, e a battere palmo a palmo tutta Canary Wharf non si trova un bar aperto che e’ uno, prima delle dieci. Certo, ci sarebbe quello dell’albergo, ma poi lunedi’ mattina, alla relazione sui mutuatari insolventi, potrei offrirmi come esempio antropologico vivente dell’originatore della crisi dei mutui, dell’untore. Una sorta di paziente zero, insomma. E aspettiamo le dieci, allora. Poi, a colazione fatta, verremo di nuovo imbrancati e costretti a una di quelle attivita’ che fanno tanto fico in certi ambienti, e che pero’ stavolta trovo divertente pure io: andiamo a correre su una pista di go-kart. Almeno spero che sia divertente, perche’ il mio ultimo go-kart aveva i pedali e io avevo cinque anni, non ho seguito l’evoluzione tecnologica che c’e’ stata in mezzo e magari il mostro rombante che mi metteranno sotto il sedere fra un po’ potrebbe essere difficile da domare, chissa’.
In questi due giorni in cui non ho avuto modo di tenervi aggiornati non e’ successo granche’; unico episodio degno di nota, il dialogo surreale tra il rustico Gattopuzzo (che, sia detto in confidenza, non e’ esattamente un madrelingua inglese) e una delle hostess del convegno: “will you join us for ‘tina’?” – “Sorry?” – “I asked you if you will join us for ‘tina’”…
Ohibo’, e mo’ chi e’ ‘sta Tina? E che vuole da me? Mica mi vorranno offrire pure l’escort... E perche’ poi 'join us'… Ma che fanno, le ammucchiate?
Il GPZ, che e’ un tradizionalista fedele e dalle sconosciute non accetta le caramelle - figuriamoci il resto -, se non fosse stato assolutamente incredulo avrebbe cominciato a sudare freddo e ad arricciare il pelo; ma poi e’ intervenuta in suo aiuto una seconda hostess, evidentemente allarmata dal soffiare felino che deve aver sentito alle sue spalle: “Ok sir, my colleague is asking you if you will come with us to Hush, the restaurant where we will have dinner”.
Ahahhh…. Pero’, che cavolo: vabbe’ che il mio orecchio non e’ proprio quello di un interprete, ma ‘tina’ per ‘ dinner’ mi pare quasi dialettale… O sbaglio? Ah, le sofferenze dei gattopuzzi emigranti…
In questi due giorni in cui non ho avuto modo di tenervi aggiornati non e’ successo granche’; unico episodio degno di nota, il dialogo surreale tra il rustico Gattopuzzo (che, sia detto in confidenza, non e’ esattamente un madrelingua inglese) e una delle hostess del convegno: “will you join us for ‘tina’?” – “Sorry?” – “I asked you if you will join us for ‘tina’”…
Ohibo’, e mo’ chi e’ ‘sta Tina? E che vuole da me? Mica mi vorranno offrire pure l’escort... E perche’ poi 'join us'… Ma che fanno, le ammucchiate?
Il GPZ, che e’ un tradizionalista fedele e dalle sconosciute non accetta le caramelle - figuriamoci il resto -, se non fosse stato assolutamente incredulo avrebbe cominciato a sudare freddo e ad arricciare il pelo; ma poi e’ intervenuta in suo aiuto una seconda hostess, evidentemente allarmata dal soffiare felino che deve aver sentito alle sue spalle: “Ok sir, my colleague is asking you if you will come with us to Hush, the restaurant where we will have dinner”.
Ahahhh…. Pero’, che cavolo: vabbe’ che il mio orecchio non e’ proprio quello di un interprete, ma ‘tina’ per ‘ dinner’ mi pare quasi dialettale… O sbaglio? Ah, le sofferenze dei gattopuzzi emigranti…
mercoledì 19 novembre 2008
La terza via
Primo giorno a Londra, e prima sospresa: niente disavventure. Che e’ davvero strano, dopo la piccola odissea di due anni fa (che un giorno vi raccontero’) e, soprattutto, dopo le difficolta’ pressoche’ insormontabili che ho trovato nel fare la valigia.
Lo dico senza pudori: il gattopuzzo, come del resto e’ adeguatamente spiegato nell’intestazione di questo blog, e’ uno spirito selvatico per antichissimo lignaggio; un mondo impietosamente cangiante e il tramonto della ruralita’ lo hanno costretto a riciclarsi nell’ambiente urbano (financo nella business community internazionale!) ed e’ anche riuscito a mimetizzarsi piuttosto bene nella fauna globale, ma resta fondamentalmente diffidente nei confronti di questi ambienti rarefatti e artificiali, e spesso si trova a soffiare il proprio disappunto, proprio come i felini di fronte all'odiato nemico abbaiante.
Gia’ e’ un indicibile sacrificio, tutte le mattine che ha fatto Dio, ficcarsi dentro una giacca e annodarsi una cravatta, eppero’ ormai a quello si e’ abituato, salvo concedersi svariati casual Friday anche quando venerdi’ non sarebbe (dove per casual si intende casual vero, con i jeans, per l’orrore dei suoi capi); capirete, pero’, che uno che si mette un vestito con lo stesso entusiasmo con cui indosserebbe una tuta da palombaro non sprechi molta fantasia nell’ideare varianti: e infatti il vostro GPZ si e’ comprato una serie di abiti sciccosi, molto ingessati, assolutamente impeccabili, e li indossa senza concedersi nemmeno una variante sulla cravatta, per paura di sbagliare accostamento.
E che dovrebbe fare uno cosi’, che si veste da ufficio come se camminasse sulle uova, alla lettura dell’invito in cui si raccomanda dressing code: business casual?
Ma va nel panico, mi pare assolutamente ovvio! Ho passato una serata intera, dalle sette a mezzanotte (con pausa cena, pero’) a smontare e rimontare il mio guardaroba, che come lo giri lo giri sempre e solo due dressing code tira fuori: o business o casual, ma niente che possa assomigliare a questa agognata terza via, che del resto neppure Berlinguer riusci’ a trovare.
Che fare? Rapido giro in internet, dove scopro che al business casual sono dedicate decine di migliaia di pagine, e anche di immagini; il dibattito verte sul corduroy (velluto a coste, che ce l'avrei pure): e’ o non e’ business casual? Certo, nelle jpeg che scarichi dalla rete lo indossano certi figaccioni che pure se gli metti addosso la giacchettina del nonno contadino sembrano neglettamente alteri, diceva Manzoni; ma io? Non e’ che con i gattopuzzi lo specchio funziona al contrario e rimanda l’immagine del nonno contadino anche se vado a spogliare l’emporio Armani?
Nel dubbio decido di astenermi; tento di promuovere accoppiamenti incestuosi tra la giacca con cui mi sono sposato e un paio di jeans seminuovi, o tra l’ultima grisaglia che mi sono comprato e un paio di pantaloni di tela grezza, ma niente: quelli proprio non ne vogliono sapere di stare assieme, l’amore non sboccia, e che vuoi farci? Se il magnetismo non c’e’…
Alla fine, esausto e sommerso di tessuti manco fossi in un sottoscala di sartine cinesi, mi arrendo: mi porto il business e mi porto il casual, e parto con l’unica improbabile accoppiata che sono riuscito a tenere insieme, jeans Timberland (pero’ marroni), giacca marrone superstite da vestito dimezzato, maglioncino verde.
Arrivo, mi vengono a prendere, mi portano in albergo: manco un’ora per riprendersi e c’e’ il cocktail di benvenuto, dal quale sono per l’appunto reduce or ora che sto scrivendo. Sono andato cosi’ come avevo viaggiato, e sapete come si erano vestiti i temutissimi figaccioni?
Allora, un africano si era messo in costume tradizionale, e passi, perche’ era davvero elegantissimo; l’ottanta percento pareva (ma pareva soltanto) in tiratissima tenuta business, perche’… il casual l’avevano spostato tutto sulle scarpe, che esibivano fogge assolutamente improbabili; gli orientali erano in tenuta da business, ma con accozzaglie di colori che manco a Carnevale. Si salvavano ovviamente le signore di ogni nazionalita', vuoi per un minimo di buon gusto in piu’ rispetto ai maschietti, vuoi per la maggiore varieta’ del loro abbigliamento.
Insomma, alla fine il GPZ, con la sua tenuta sobria ma non del tutto sbracata, ha fatto davvero un figurone!
Resta da vedere come mi vestiro’ domani, dato che l’unica cartuccia me la sono sparata questa sera…
Lo dico senza pudori: il gattopuzzo, come del resto e’ adeguatamente spiegato nell’intestazione di questo blog, e’ uno spirito selvatico per antichissimo lignaggio; un mondo impietosamente cangiante e il tramonto della ruralita’ lo hanno costretto a riciclarsi nell’ambiente urbano (financo nella business community internazionale!) ed e’ anche riuscito a mimetizzarsi piuttosto bene nella fauna globale, ma resta fondamentalmente diffidente nei confronti di questi ambienti rarefatti e artificiali, e spesso si trova a soffiare il proprio disappunto, proprio come i felini di fronte all'odiato nemico abbaiante.
Gia’ e’ un indicibile sacrificio, tutte le mattine che ha fatto Dio, ficcarsi dentro una giacca e annodarsi una cravatta, eppero’ ormai a quello si e’ abituato, salvo concedersi svariati casual Friday anche quando venerdi’ non sarebbe (dove per casual si intende casual vero, con i jeans, per l’orrore dei suoi capi); capirete, pero’, che uno che si mette un vestito con lo stesso entusiasmo con cui indosserebbe una tuta da palombaro non sprechi molta fantasia nell’ideare varianti: e infatti il vostro GPZ si e’ comprato una serie di abiti sciccosi, molto ingessati, assolutamente impeccabili, e li indossa senza concedersi nemmeno una variante sulla cravatta, per paura di sbagliare accostamento.
E che dovrebbe fare uno cosi’, che si veste da ufficio come se camminasse sulle uova, alla lettura dell’invito in cui si raccomanda dressing code: business casual?
Ma va nel panico, mi pare assolutamente ovvio! Ho passato una serata intera, dalle sette a mezzanotte (con pausa cena, pero’) a smontare e rimontare il mio guardaroba, che come lo giri lo giri sempre e solo due dressing code tira fuori: o business o casual, ma niente che possa assomigliare a questa agognata terza via, che del resto neppure Berlinguer riusci’ a trovare.
Che fare? Rapido giro in internet, dove scopro che al business casual sono dedicate decine di migliaia di pagine, e anche di immagini; il dibattito verte sul corduroy (velluto a coste, che ce l'avrei pure): e’ o non e’ business casual? Certo, nelle jpeg che scarichi dalla rete lo indossano certi figaccioni che pure se gli metti addosso la giacchettina del nonno contadino sembrano neglettamente alteri, diceva Manzoni; ma io? Non e’ che con i gattopuzzi lo specchio funziona al contrario e rimanda l’immagine del nonno contadino anche se vado a spogliare l’emporio Armani?
Nel dubbio decido di astenermi; tento di promuovere accoppiamenti incestuosi tra la giacca con cui mi sono sposato e un paio di jeans seminuovi, o tra l’ultima grisaglia che mi sono comprato e un paio di pantaloni di tela grezza, ma niente: quelli proprio non ne vogliono sapere di stare assieme, l’amore non sboccia, e che vuoi farci? Se il magnetismo non c’e’…
Alla fine, esausto e sommerso di tessuti manco fossi in un sottoscala di sartine cinesi, mi arrendo: mi porto il business e mi porto il casual, e parto con l’unica improbabile accoppiata che sono riuscito a tenere insieme, jeans Timberland (pero’ marroni), giacca marrone superstite da vestito dimezzato, maglioncino verde.
Arrivo, mi vengono a prendere, mi portano in albergo: manco un’ora per riprendersi e c’e’ il cocktail di benvenuto, dal quale sono per l’appunto reduce or ora che sto scrivendo. Sono andato cosi’ come avevo viaggiato, e sapete come si erano vestiti i temutissimi figaccioni?
Allora, un africano si era messo in costume tradizionale, e passi, perche’ era davvero elegantissimo; l’ottanta percento pareva (ma pareva soltanto) in tiratissima tenuta business, perche’… il casual l’avevano spostato tutto sulle scarpe, che esibivano fogge assolutamente improbabili; gli orientali erano in tenuta da business, ma con accozzaglie di colori che manco a Carnevale. Si salvavano ovviamente le signore di ogni nazionalita', vuoi per un minimo di buon gusto in piu’ rispetto ai maschietti, vuoi per la maggiore varieta’ del loro abbigliamento.
Insomma, alla fine il GPZ, con la sua tenuta sobria ma non del tutto sbracata, ha fatto davvero un figurone!
Resta da vedere come mi vestiro’ domani, dato che l’unica cartuccia me la sono sparata questa sera…
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