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venerdì 30 ottobre 2009

Libertà vo' cercando...

Non aver mai pubblicato Saadat Hasan Manto, se mi si concede la licenza di una esagerazione, dovrebbe pesare sulla coscienza degli editori italiani come una colpa grave, ora fortunatamente emendata da una casa editrice indipendente che ne ha fatto il suo libro d'esordio (curiosamente, si chiamano Fuorilinea: www.fuorilinea.it).
Conobbi Manto qualche anno fa, consigliato da un amico indiano. Feci fatica a credere alle sue parole, che mi parlavano di uno dei maestri mondiali del genere short story: come mai un simile portento era ignoto non solo a me, ma a tutti i bibliofili che conoscevo? Lo scetticismo me lo sono dovuto rimangiare tutto in un boccone pochi giorni fa, dopo aver divorato in due giorni tutti i racconti di questa selezione. Tragico, sorridente, cinico, ghignante, sornione, Manto sta sempre dietro (e spesso dentro) a ciò che narra, con il suo carattere ingombrante e il suo sorriso bonario. Da vero narratore, non ha bisogno di enunciare tesi: fa parlare le sue storie, e ''Se trovate che i miei racconti siano osceni, è la societa' in cui vivete a esserlo. Con i miei racconti, io mi limito ad esporre la verita''. C’è tutto Manto in questa affermazione: l’uomo libero di mente che nacque indiano e musulmano, nel 1912, e morì pakistano e alcolista a poco più di quarant’anni. La cesura artificiale che tagliò via il Pakistan dall’India – la Partizione - divenne per la sua anima la frattura dolorosa dalla quale scaturì però la fonte della sua ispirazione più autentica: i suoi sono racconti di persone comuni, contadini, perfino matti nel bellissimo “Toba Tek Singh”, che non comprendono la logica – questa sì, davvero folle – della separazione dall’amico di ieri, dell’odio nazionalistico e del fanatismo religioso; non la comprendono eppure vi soccombono, proprio come in ogni tempo, compreso il nostro, gli inconsapevoli sono spesso vittime (e strumenti, o addirittura complici) di progetti che necessariamente li travolgono. Ma c’è anche molto altro, nel mondo di Manto: Bombay, esagerata allora come sempre, con il suo sottobosco di prostitute, magnaccia, perdigiorno, attori scombinati e lo stesso Manto, che a Bombay è giornalista, critico, scrittore di teatro e di cinema e, infine, protagonista e comprimario delle storie che racconta. Più volte processato per oscenità, e non sempre assolto, dopo la forzata emigrazione in Pakistan per proteggere la famiglia dalle rappresaglie degli Indù cedette all’alcol, che lo portò alla tomba. Non aspettatevi di leggere denunce vibranti o intemerate contro il potere: Manto non era un moralista, era un uomo che lucidamente vedeva e lucidamente descriveva. Fatti, persone e anime. Ha scritto storie sincere, prima ancora che belle. Per la sua libertà interiore ha pagato un prezzo alto, e chissà se ha finalmente avuto risposta alla domanda che volle come suo epitaffio: “Here lies Saadat Hasan Manto. With him lie buried all the arts and mysteries of short-story writing… Under tons of earth he lies, wondering who of the two is the greater short-story writer: God or he”.

martedì 29 settembre 2009

Lost in woods

Ma insomma, non interessa a nessuno sapere come è andata a finire l’avventurosa corsa del Gattopuzzo nei boschi di Sua Maestà Elizabeth?
E io ve lo dico lo stesso. Con una notizia buona, almeno per me, che già avrete intuito: scrivo, ergo sum (vivo)! E non sto nemmeno granché acciaccato… Ah, le infinite risorse della stirpe dei gattopuzzi, ormai ridotti ad un solo esemplare eccetera eccetera. Del resto, com’è che recita la presentazione del GPZ in questo blog? "[…] Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo […]. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico".
E allora c’era da aspettarselo, che nella selva lo spirito silvestre che muove il Gattopuzzo lo avrebbe preservato e conservato.
Lo stesso non vale per Mustafà, che in realtà si chiama Feisal e non è libanese ma arabo di Ryad.
Mustafà-Feisal, che è alto e in evidente soprappeso, fuma un pacchetto abbondante di sigarette al giorno, beve come un cammello e tutte le mattine si presentava al corso con non meno di due ore di ritardo, gli occhi rossi, la barba lunga e l’aspetto molto stropicciato. Cosa facesse la notte, in quel posto desolato e remoto, per me è un mistero. Io in realtà non avevo fatto molto caso a queste sue abitudini, diciamo così, un po’ in contrasto con l’immagine dell’atleta che pretendeva di essere. Però le abitudini sono subito saltate fuori a presentargli il conto, perché non abbiamo fatto in tempo ad imboccare la via del bosco che ho cominciato a sentire, alle mie spalle, un ansimare come di mantice sfiatato. Io andavo piano per due motivi, il primo essendo che la finlandese è spirito caritatevole e, avendo capito con chi aveva a che fare, aveva rinunciato all’allenamento veloce, e il secondo che io, veloce, proprio non sarei stato capace di andare. Andavo piano, sì, ma Feisal sembrava lo stesso che stesse faticando a trattenere l’anima tra i denti. Uno si immagina un orgoglioso osservante fedele musulmano mondo dalle zozzerie che ti minano il fisico, così come prescrive Mohamed (sempre sia gloria al nome suo), e invece questo qui era tutto intossicato e grigio in faccia e pure quando sudava dava l’idea di star secernendo qualcosa di malsano. Fatto un mezzo chilometro, la più che caritatevole Mareit decide per una sosta, con la scusa di dover decidere che direzione prendere. Con il senso dell’orientamento che contraddistingue la razza dei Gattopuzzi (ormai limitati nella speciazione ad un solo esemplare eccetera), io sentenzio che it’s late, and if we don’t want to stay too long in the woods we should go left, because that path is clearly a small ring that will lead us back to the hotel. Ottenuto il consenso generale, prendiamo quindi a sinistra ormai camminando, la maratona boschiva trasformata in passeggiata da casa di riposo per non ammazzare anzitempo il probo suddito di re Fahd. L’orgoglio dell’Islam continuava però a dare segni di imminente soffocamento, per cui, non volendo dannarci in eterno provocando la prematura ascesa in cielo di un probabile futuro santo imam, procedevamo con andatura da ottuagenari, fingendo di essere incantati e rapiti dalla bellezza dei paesaggi per non metterlo troppo a disagio. E i paesaggi belli lo erano davvero: castagni, querce , faggi, tutti i colori dell’autunno, le sfumature dal giallo al rosso acceso, un silenzio cosmico interrotto solo da cinguetti e fruscii di foglie smosse nel sottobosco da una quantità stupefacente di leprotti che si aggiravano indisturbati in quel paradiso silvestre. E ogni tanto qualche casetta qua e una là che non solo non davano nessun fastidio, ma parevano quelle degli hobbit e avevi l’impressione che se bussavi si sarebbe affacciato Bilbo Baggins ad offrirti una fetta smisurata di torta di mele.

E invece non c’era anima viva, dal che si arguiva che ad abitare quelle dimore dovevano essere gli sfuggenti elfi, che senza dubbio ci stavano osservando nascosti sotto il nostro naso eppure invisibili alla gente grossolana come noi (la gente grossa, ci chiamano loro). Perso nelle fantasticherie, ogni tanto il fischio allarmante che scaturiva dai polmoni di Feisal mi riportava alla realtà, non essendoci nell’epopea del Signore degli Anelli alcun treno a cui attribuire un siffatto suono, così da poterlo inglobare nella mia fantasia. Oddio, volendo ci sarebbero stati i draghi, ma quelli mi avrebbero rovinato la pace interiore che lo spettacolo della natura mi ispirava, e avevo deciso di far finta che non esistessero (far finta… esistessero… anche il mio stato mentale non doveva essere proprio del tutto alieno da alterazioni).
Fantastica che ti fantastica, seguivamo quasi in silenzio questo public footpath le cui indicazioni erano un intrico di frecce che puntavano pressoché ovunque: a destra, a sinistra, a destra e sinistra insieme e una perfino verso l’alto, prova evidente che il footpath era stato in effetti pensato per essere percorso anche a dorso di drago. Specie della quale due cuccioli (ma forse erano orchetti) in forma di molossi si sono festosamente parati davanti ai nostri occhi quando, non si quando non si sa come, ci siamo ritrovati a calcare la morbida erbetta del giardino di una villa, deserta pure quella.
Segue la scena della nostra precipitosa e velocissima retromarcia, con momentanea incuria delle condizioni di salute del sublime principe del regno di Saud. Di nuovo ci ritroviamo nel bosco, e di nuovo attraversiamo il borghetto degli hobbit, altro non sapendo fare se non tornare indietro. Il buio avanza e si sa, in quelle lande la notte uno può incontrare le Mortombre e chissà quali altre creature demoniache, per cui non è prudente (e soprattutto è scomodo) decidere di passare la notte nei boschi, al freddo, a digiuno e senza materasso quando un paio di chilometri più in là – solo a sapere dove, porca putt… - c’è l’albergo che ti serve la pappa, il sidro e ti fa dormire sotto le calde coperte dopo una corroborante doccia. Alla fine Mareit ha l’illuminazione, e decide di bussare alla porta di una delle casette. Al che, non so perché, la scena mi è cambiata e al posto del Signore degli Anelli mi sono ritrovato nel mondo di Hansel e Gretel, improvvisamente certo che quella casetta fosse di marzapane e ne sarebbe uscita una vecchina che era in realtà una perfida strega che si era già mangiata tutti i vicini di casa, il che spiegherebbe perché lì intorno c’erano tante case, ma non anima viva.
E invece, dopo una lunga attesa, ne è uscito un signore inglese, ma di un inglese che voi non avete idea. Non sto nemmeno a descriverlo: pensate a un inglese, non uno qualsiasi ma l’ur – inglese, l’archetipo, l’idea platonica di inglese, e quello era lui. Che, molto, gentilmente, ci ha fatto presente che: 1) avevamo scelto il sentiero sbagliato, perché se volevamo tornare in albergo dovevamo prendere a destra, non a sinistra, e 2) avevamo fatto talmente tanta strada in quel bosco che a tornare indietro ci avremmo messo non meno di una mezz’ora abbondante, col buio che avanzava.
E così è stato: uscimmo a riveder le stelle, per dirla con il Poeta, quando le stelle in cielo c’erano quasi per davvero, dopo due ore di vagabondaggio silvestre, con il povero Feisal ormai incapace perfino di lamentarsi e talmente grigio in faccia da essergli passata pure la voglia di fumare.
La sera, al bar, dopo una cena abbondante, l’ho trovato con in mano una bottiglia di sidro e - ovviamente! - una sigaretta in bocca, felice come uno scampato da Pearl Harbour, e quando gli ho fatto - Feisal, if we want to go again tomorrow, it may be better if you smoke less - lui mi fa - No, no… the problem, today, was that I am a little tired… you know, the jet lag…
Ma un buon musulmano, oltre che dal bere e dal fumare, non dovrebbe astenersi anche dalle cazzate?

martedì 22 settembre 2009

Il talento del Gattopuzzo

Era passato un po' di tempo dall'ultima volta che il Gatopuzzo aveva varcato le patrie frontiere, per cui capirete che non senza trepidazione ho intrapreso questa nuova trasferta in terra di Albione.
Tre anni fa il bilancio fu insuperabile, tra gag piu' o meno (in)volontarie e duelli rusticani all'ultimo bicchiere di cabernet col professore di finanza; anche l'anno scorso non ando' male, con la corsa dei kart (adegutamente documentata qui) e dieci giorni di uscite a teatro e cene di gala, con la corsa delle scimmie a fare da gran finale. Stavolta l'uscita si e' presentata subito in tono minore: invece che a Londra, mi hanno spedito in questa amena campagna inglese tanto poetica, piena solo di silenzi e di fruscii di fronde, di cinguettii e di squittii, di boschi folti che a inoltrarsi un po' uno pensa di poter incontrare Gandalf e con lui tutta la Compagnia dell'Anello. Insomma, Wotton House: una specie di carcere soft dove, finite le ore di lezione, uno davvero rischia il suicidio per noia. Figuratevi che per la disperazione oggi pomeriggio mi sono messo le scarpe da ginnastica e, contravvenendo alla regola aurea a cui ho consacrato quarantaquattro anni di orgogliosa sedentarieta', sono andato a correre tra sentieri, prati e boschi.
E qui ho avuto la prova che la classe, davvero, non e' acqua, e il talento del Gattopuzzo per i guai puo' al massimo appennicarsi, ma eclissarsi giammai.
Uscendo dalla corte della dimora che potete ammirare in foto
e che ci ospita, intravedo la signora finlandese che segue il corso insieme a me in tenuta analoga alla mia ma piu' figa, e da tutt'altra parte indirizzata: alzo il braccio in segno di saluto e la abbandono ai sentieri suoi. Avevo gia' avuto modo di incontrarla ieri sera, sempre bardata per il cimento podistico, mentre io meno pretenziosamente passeggiavo per prati e boschi e rientravo precipitosamente all'apparire minaccioso e ululante di un pastore tedesco e altri due orchi (di razza non identificata per eccesso di velocita' di fuga). Avevo avuto modo di ammirare l'incedere fiacco della madama, nonche' la brevita' della performance, che mi aveva fatto gonogolare al pensiero di non essere l'unico a pretendere di chiamare jogging quel penoso trascinarsi in giro in mutandoni.
Schivati i cani, a cena me la ritrovo accanto.
- Hi Maurizio, I saw you going out for jogging, before dinner...
- Oh, yes... I had a very pleasant trip between fieds and woods, it was wonderful (se e' detto bene non lo so, ma questo e' l'inglese che parlo io e questo le ho detto. E comunque lei ha capito).
- I ran in the courtyard, instead... I had fear to go alone in the woods... But it was so boring running in a ring...
E qui che poteva combinare il Gattopuzzo? Per generosita', certo... E un po' per vanagloria, ma diciamole queste cose: - Oh, Maria, don't worry... If you want, tomorrow we can go together!
- Really? You are very kind! At six o'clock?
- At six o'clock.
- I am very happy about this, you know, I have to respect my training program, otherwise I will not be allowed to run my next Marathon....
Gelo per la schiena: - Marathon?
- Oh, yes, next month, in Helsinki, I will run with my team, We do it every year!
- (tra me e me) ma porca puttana, va bene che me la sono andata a cercare, ma proprio una maratoneta mi doveva capitare? A me, che se corro mezz'ora di fila gia' grido al miracolo... But... Maria, yersterday I saw you running very, very slow...
- Yes, it is a part of my training program, but don't worry, tomorrow I will start the new part, in which I have to run very very fast!
- (Ah, allora... )
E mentre sacramentavo in sanscrito, ecco che si aggiunge il libanese, li', come minchia si chiama, vabbe', facciamo Mustafa': - wonderful! I am used to run every day! May I come with you?
E all'unisono, ma con espressioni opposte (uno afflitto, l'altra esultante), io e Maria: - of course, Mustafa', of course!... (il punto esclamativo e' della finlandese, i puntini sono miei).
E adesso eccomi qui, come Galois la notte prima del duello, a scrivere febbrilmente affinche' resti di me quello che ho fatto, quello che ho pensato... E chissa' perche' a me non viene fuori una emerita ceppa, mentre quello li' scrisse un trattato di matematica superiore in una notte, prima di accomiatarsi da questa valle di lacrime per opera di un marito geloso, o forse dei servizi segreti, insomma almeno in modo romantico, cosa che non tocchera' a me, precocemente stroncato da due podisti forsennati in mezzo ai boschi inglesi, lontano da casa, dalla mia cucciolotta con tutti gli annessi e connessi... Ma non vi fa un po' pena il Gattopuzzo? E pero', se contro ogni pronostico avessi a sopravvivere, me lo fate il favore di rintuzzarmi, da oggi in poi, ogni volta che faccio pipi' fuori dal vasino?

lunedì 1 giugno 2009

I had a dream...

....diceva così, un tipo molto ganzo, qualche decennio fa… Ma io no, I had a nightmare, questa notte!
Dunque, vi racconto; io sognavo, e il mio corpo astrale – che, come tutti sanno, è libero di andare e venire come gli pare e piace oltre le barriere dello spazio e del tempo – si è preso una licenza di troppo. Prima si è librato per la stanza, poi su, oltre il terrazzo, e per il quartiere, ma sempre più su, e alla fine non lo so dove è finito, perché ho sentito una specie di vertigine, come se il mondo mi scappasse da sotto e un vortice blu mi risucchiasse, terribile!
Per un lunghissimo terrificante momento ho temuto di perdermi, la mia anima disintegrarsi in mille e mille filamenti, brandelli di sogni, sparire per sempre, come non essere mai esistito…
E invece ecco che all’improvviso sono di nuovo in qualche dove. Un dove proprio strano, perché il corpo astrale era partito di notte e adesso è giorno, ma parlano italiano, e allora non sono dall’altra parte del pianeta… ma dove cavolo mi trovo? Ci sono una mandria di bambini, la stanza è graziosa, anche se un po’ sgarrupata. Ci sono tutte quelle cose che stanno sempre nelle scuole: un sacco di disegni alle pareti, i banchi, le finestre grandi da dove entrano i raggi caldi del sole, si vede fuori il giardino tutto verde, per cui almeno non sono finito fuori stagione, dato che pure qui era maggio, quando sono andato a letto. Fanno un casino micidiale questi marmocchi, mi sa che è una seconda o una terza elementare, non la invidio davvero, questa povera crista della maestra. Cioè, comunque si vede che le piace quello che fa, e anche quando alza la voce e batte forte il palmo sulla cattedra ha come un sorriso sotto i baffi, fa fatica a nasconderlo, “bambini, adesso basta!!!”, sì, vabbè, come se non lo sapesse che tanto quelli continueranno a sgarrupargli l’aula. Lo sa, sì, ma non le importa, si vede che è contenta, li deve amare davvero, questi guastatori in erba.
Alla fine, com’è come non è, riesce ad ottenere la loro attenzione. E’ proprio una tipa curiosa, questa maestra: pare la maestrina dalla penna rossa del libro Cuore, con questo look un po’ all’antica, la gonna lunga stretta sotto al ginocchio, la camicetta bianca, una spruzzata di lentiggini e gli occhiali su cui spiove una ciocca riccia un po’ ribelle, sfuggita all’acconciatura castigata che non riesce a essere severa. E il sorriso, appunto, il sorriso trattenuto che sembra sempre sul punto di sbocciare a illuminarle il viso. Ma mi sono distratto, e lei ha iniziato a parlare, sono curioso. E chissà che, ascoltandola, non riesca anche a capire dove cavolo mi ha portato questo rincoglionito di un corpo astrale, che poi voglio proprio vedere come la ritrova, la strada di casa…
- ….uunaaaa storia! Allora bambini, vi va di ascoltare una storia?
- Sììììììììì!!!!!
Dall’entusiasmo, si direbbe che questa maestra sia un vero asso nel raccontare storie.
- e che storia vorreste ascoltare oggi? Solo storie vere, però, che dobbiamo andare avanti con il programma! La scuola sta per chiudere, è estate e ancora non abbiamo finito, le favole le lasciamo per l’anno prossimo!
- Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!! Fon-da-zio-ne!!!
I marmocchi scandiscono manco fossero allo stadio, io non so di che si parla perché l’unica fondazione che conosco è la trilogia di fantascienza di Asimov, ma questa ha premesso che vuole raccontare una storia vera… Vabbè, stiamo a sentire, prima o poi qualcosa capirò. E lei comincia.
- In un tempo non molto lontano, ma prima dell’anno zero…
Oh cavolo, ma che dice? Di quale anno zero va cianciando? Io non mi ricordo di ripartenze del calendario in tempi recenti!
- … il nostro paese era scosso dalle lotte. Erano innumerevoli anni che le fazioni si fronteggiavano, e solo di recente il Bene aveva iniziato a prevalere. Ma non era ancora finita, non era ancora finita…
- Chi erano i nemici, maestra?
- Donne e uomini cattivi…
Però… Politically correct, prima le signore, anche se perfide…
- … che avevano tanto potere, opprimevano il popolo e si rifiutavano di andarsene per fare posto ai Buoni, che volevano restituire a tutti la Libertà!
- E come vivevano le persone, senza libertà?
- Male bambini, molto male. Pensate che esisteva addirittura un Ordine Nero, un’associazione malvagia di persone che pretendevano di avere il diritto di decidere sulla vita degli altri, e se a loro giudizio uno faceva qualcosa che non andava fatta, lo perseguitavano per anni!
- Come le Guardie Azzurre?
- Noooooo!!! Non dire mai una cosa del genere, Filippo! Le Guardie Azzurre ci proteggono, vigilano sulla nostra libertà…
- Allora come le Lanterne Verdi?
- Lorenzo, non dire mai più una scemenza del genere!
… Si sta alterando… Ma che minchia sono queste Guardie Azzurre e queste Lanterne Verdi? Sarò mica finito in un fumetto? Ma ecco che riprende.
- Le Lanterne Verdi vegliano sulla nostra sicurezza, battono palmo a palmo le strade mentre noi dormiamo, snidano i cattivi che ancora, nonostante tutto, si nascondono tra noi, magari arrivando da lontano, gli Uomini Neri…
- Ma l’altra notte hanno pestato il papà di mio cugino…
- Adesso basta, Lorenzo! Non interrompere! E non dire bugie! Le Lanterne non pestano nessuno, al massimo l’avranno riaccompagnato a casa, magari aveva bevuto un po’ troppo e si è fatto male da solo, sarà caduto…
- Veramente l’hanno sbattuto in una cella…
- E si vede che ha fatto qualcosa di sbagliato! Piantala di fare il bastian contrario! Valerio, tu che hai più giudizio, mettiti vicino a tuo fratello e fallo tacere, che dobbiamo andare avanti con il programma!
Vedo un bimbetto dall’aria assorta mettersi vicino all’altro e stringergli di soppiatto un braccio, mentre gli fa un gesto inequivocabile,da adulto, visibile solo al fratellino e che in ogni lingua può significare solo “aspetta…”. Mi sa che non ha del tutto ragione, la tizia, a giudicare quest’acqua cheta… Prevedo che le darà un oceano di guai, senza neanche darsi il disturbo di farle capire da che parte sono arrivati.
- … Allora, bambini, riprendiamo. Dunque, dicevamo degli ostacoli che i Buoni hanno superare per far trionfare la libertà… Dovete sapere che a quell’epoca, un’epoca in cui, ripetiamo, i cattivi avevano dominato per tanto tempo, si era persa anche la conoscenza delle cose più elementari. C’era addirittura gente che sosteneva che la Libertà c’era già, che le cose andavano bene in quel modo, e che si era tutti uguali, cose folli! Pensate che esistevano perfino persone pagate per scrivere menzogne, erano i cattivi a pagarle, e così giravano pagine e pagine di calunnie sui Buoni, che venivano descritti come se i cattivi fossero loro!
- Ma tu, maestra, come fai a sapere queste cose?
- Perché io sono più grande di voi, Maria. Io c’ero già, anche se non ero ancora adulta c’ero, e ho visto con i miei occhi.
- E non ti sei battuta anche tu per riconquistare la Libertà?
- Beh, una lezione importante è che ognuno deve fare solo le cose che sa fare bene, e io sapevo già allora che a lottare per me c’erano persone molto più brave a fare quel mestiere.
- E tu, maestra? Che hai fatto?
- Io ho servito la causa diventando quello che sono adesso, una maestra. Fin da quando ero bambina sono sempre stata brava a raccontare storie, e quindi mi hanno selezionato per fare questo mestiere, per raccontare a voi come stanno le cose. Ma andiamo avanti. Dicevamo delle menzogne: la più grossa fu l’accusa rivolta al capo dei Buoni proprio nel momento in cui era più vicino al trionfo: si permisero, incredibilmente, di rinfacciargli l’amicizia con una bambina un po’ più grande di voi!
- E quanti anni aveva?
- Diciassette…
- No, lui.
- Ma che c’entra, piccola? Il capo dei Buoni è come tutti gli eroi, è sempre giovane e bello!
- Come L’Uomo del Popolo?
- Sì, brava! Mi hai anticipato, perché era proprio lui il capo dei buoni…
- Daaaavveeeeerooooo? Ma quello è un vecchio tutto rugoso…
- Eh, no! Non si può parlare così della Suprema Guida! Lui, che tanto si è sacrificato per tutti noi…
- E che c’entra la ragazzina?
- Adesso basta! La ragazzina era sua amica, gli teneva compagnia quando si sentiva solo…
- A me mica garberebbe tanto dover tenere compagnia a un vecchio rugoso tutto spelacchiato. E quando parla sputazza, pure…
- Tu non sei una buona bambina! Invece devi imparare a esserlo, come lo sono le cinquanta che tutti gli anni hanno l’onore di festeggiare il nuovo anno con Lui!
E poi, ricolta ad un maschietto:
- Tu, bada a tua sorella, che mi sta facendo perdere il filo.
Ed ecco che il bimbo furbetto, svelto svelto, si mette seduto vicino alla sorellina e le fa un sorrisetto complice, e lei si quieta.
E in questo esatto momento provo una strana sensazione, come se li conoscessi già, questi due bambini… E anche Valerio e Lorenzo, i due fratellini di prima… Un deja vu, chissà. Ma è la storia, adesso, che mi incuriosisce: di che parla la maestra? Ma ecco, ora riprende:
- Allora, bambini, dove eravamo rimasti?
- I buoni, i buoni!!!!
- Ah, sì. Allora, dovete sapere che la Guida Suprema è paziente, molto paziente, e nella sua bontà aveva deciso di sopportare: che dicessero pure quello che volevano! Tanto, il popolo era con lui.
Ma ecco, questa cosa dell’amicizia con la ragazzina, quest’amicizia nobile e pura, che gli veniva rimproverata come una cosa sporca… Ecco, questo lo fece davvero infuriare. ‘Ma come?’ Si arrovellava, "io faccio del bene a questa ragazzina, la strappo a un futuro di povertà, mi impegno per lei, disinteressatamente, in cambio solo di un po’ di compagnia, le concedo anche qualche gioco di quelli che lei tanto ama e che solo gente malata può defnire immorale… E questo è il ringraziamento?"
Erano già anni che Sua Eccellenza sopportava in silenzio gli insulti degli uomini in toga, che anche questa volta si stavano preparando ad aggredirlo; da ancora più tempo sopportava le cattiverie che su di lui scrivevano i giornali, ed era anche tanto che desiderava ricevere la comunione, e si era dovuto rassegnare a non poter accedere a questo sacramento – lui, così devoto - per l’intransigenza fanatica di una Chiesa che non la concedeva ai divorziati; e adesso, addirittura, si permettevano anche loro di rimproverarlo per quella innocente amicizia! Dopo quello che aveva fatto per loro!
Non perse più tempo: la sua prima mossa, a sorpresa, fu quella di ritirare la richiesta di divorzio da sua moglie. In nome della tolleranza religiosa, chiese di poter risposare lei e poi prendere in moglie anche Noemi, la ragazza, con rito musulmano. Per dare un esempio di apertura ai costumi dei nuovi italiani. SI presentò dal vecchio che si faceva chiamare Papa, così, con la moglie e Noemi, tutte e due consenzienti, e altre centoventisette giovani pronte a chiederlo in marito, in condominio. E, quando il vecchio si rifiutò di celebrare il multimatrimonio, la Somma Guida dichiarò lo scisma: prima di lui, solo Enrico ottavo aveva osato tanto. Ma non si comanda al cuore, né alla generosità: Noemi, Veronica e le altre centoventisette, tutte, furono sposate a Silvio e la cerimonia la officiò lui stesso, finalmente Grande Sacerdote dell’Unica, Vera, Ultima Grande Religione Rivelata. E i cattivi li cacciò semplicemente via. E’ troppo buono, Silvio, per poter far loro del male: li mandò in vacanza, lontano da qui. Antartide, Siberia, Sahara: luoghi esotici, bambini, lo so che non li conoscete, ormai la TV trasmette – giustamente – solo programmi atti a non turbare le coscienze pure del popolo, e questi luoghi non sono così importanti da richiedere che voi li conosciate… Ma sono posti fantastici, veri villaggi vacanze. E speriamo che almeno laggiù i cattivi se ne stiano buoni, a spese di Papi!
- Papi?
- Sì, è il titolo di capo della Nuova Grande Chiesa Rivelata Ultima Universale; quello di prima si chiamava Papa… E adesso invece abbiamo finalmente il Papi, che va bene pure come eroe civile, e infatti abbiamo anche l’altare al Papi della Patria! E domani lui compie ottantuno anni, ed è più giovane di me e di voi! Ma non è meraviglioso? Pensate, per i festeggiamenti si offriranno in quattromila per sposarlo! Quattromila!
- Anche tu, maestra?
Era Valerio a parlare. La maestra arrossì, compiaciuta ed emozionata.
- Sì….
Lo disse con voce rotta, al colmo della passione.
- Non volevo ancora dirvelo, ma sì… Non so perché, ma ha scelto anche me il Sommo Papi… Me, capite? Che non sono bella, che non sono niente! Pensate, quanto è generoso!
- Eh sì, maestra… proprio generoso!
E mentre diceva così, il piccolo lestofante le si avvicinava fin quasi a scomparire sotto le sue sottane, e con mossa da borseggiatore le infilava un topo morto nelle mutande, mentre Lorenzo e gli altri due di prima sghignazzavano paonazzi nello sforzo di trattenersi – Regalo per Papi! Regalo per Papi!
- Che cosa, bambini? Volete fare un regalo a Papi?
- Sììììì!!! Sììììì!!!!!!!
E i quattro erano i più scalmanati, esagitati, e la maestrina, commossa, li accarezzava, se li baciava – Lo sapevo, piccoli miei! Lo sapevo, che non potevate essere sul serio così insensibili! Lo sapevo che quelle cose brutte che avete detto prima non le sentivate davvero nei vostri cuoricini… Ma ditemi, chi ve le ha dette? Dove le avete sentite? Perché sapete, alle Guardie Azzurre lo dobbiamo dire, che ci sono ancora dei cattivi… Loro se ne occuperanno, li manderanno in vacanza con gli altri… E vedevo i quattro farsi seri seri, e poi si avvicinavano, con le faccine compunte e le sussurravano all’orecchio qualcosa… E lei sbiancava…
- Oh mio Papi! Ma no, ma non potete dire sul serio! Per favore, guardatemi in faccia!
E loro la guardavano, sì, sull’orlo del pianto si sarebbe detto, e poi abbassavano lo sguardo vergognosi, e con un filo di voce ripetevano, li poteva udire solo lei – sì, maestrina… non volevamo darti un dispiacere, ma sono stati proprio loro… il tuo paparino e la tua mammina, l’altro giorno, quando li hai portati qui a conoscere i tuoi bambini, cioè noi…
Piccole iene! Ma che goduria, però! Goditelo adesso, maestrina dalla penna rossa, il tuo matrimonio in multiproprietà! Sai che divertimento!
E però rabbrividivo, perché finalmente avevo capito che non ero andato in un altro luogo, ma in un altro quando, e che quel rincoglionito del corpo astrale stava scrutando, chissà, forse… il futuro! E pure vicino, l’animaccia sua!
Non ho retto più, mi sono riprecipitato nel vortice azzurro (che coloraccio, mamma mia!): che si sbrindelli pure l’anima, ma in questo universaccio non voglio starci un secondo di più, che se tanto è il futuro troppo a lungo mi toccherà starci, vedrete… A meno di non essere mandato in vacanza pure io, ovvio!
E mi sono risvegliato nel mio letto, tutto sudato e con il mal di testa, vicino a me c’era la mia cucciolotta… E allora ho ricominciato a respirare, e pure un po’ a sperare: coraggio! Magari era un futuro alternativo, un universo parallelo… Magari qui da noi non finirà così… Magari….

venerdì 27 febbraio 2009

Ti va di correre?

Questo lo capiranno in pochi, perché a pochi è indirizzato. E' un regalo di benvenuto, e un saluto entusiasta a Luca e Marilena. Spero solo di essere stato all'altezza. Buona lettura!

- Ti va di correre fino a là? –
T., che se ne stava raggomitolato a contemplare il vasto mondo, sollevò appena il capino e ricambiò con uno sguardo poco convinto.
- Adesso?
- E quando, sennò? – ribatté spazientito l’altro – Quando gli altri si saranno presi tutto?
- T. si stirò, pigro. – Vedi, anch’io quando ho visto tutto quel bailamme mi sono incuriosito… Ma che ci sarà mai laggiù? Poi, però, ho pensato che non sarei mai arrivato in tempo in mezzo a tutto quel macello, mi avrebbero travolto, e alla fine sarei potuto arrivare solo… come dire?
– Per una botta di culo? – rispose l’altro, sempre più impaziente.
- Ecco, sì, io non mi sarei espresso in termini così poco urbani, ma insomma… E’ quello che intendevo.
- E allora cosa vuoi fare? Aspettare che inventino il teletrasporto?
T. guardò stupito l’importuno interlocutore: - ma che dici… ma non lo sai che l’entanglement…
- Lentangleche? – fu la risposta immediata del tipo smilzo, che cominciava a pentirsi amaramente di aver pensato di coinvolgere nel gioco un compagno così improbabile.
T. sospirò: ma come era possibile che la gente trovasse tanto normale sguazzare nell’ignoranza? Poi attaccò, con il tono paziente del professore che spiega un concetto elementare ad un alunno un po’ tardo di comprendonio: - l’entanglement… insomma, il teletrasporto (oddìo che sto dicendo, non è esatto, non è esatto… ma questo non capirà mai se non mi esprimo al suo livello)… Il teletrasporto è possibile, ma non in senso fisico… Quella che viene teleportata è l’informazione, ed inoltre la cosa avviene solo in termini di probabilità…
- Insomma – interruppe l’altro – funziona a casaccio, OK? Non sei mai sicuro che quello che spedisci arrivi poi come l’hai spedito… Magari tu pensi di inviare un mazzo di rose rosse e di là arriva un cesto di pesce marcio!
T. lo guardò stupefatto: - Beh, semplificando molto… è un po’ impreciso, dovremmo parlare di bit di informazione, non di rose e pesci, ma… sì, più o meno è così.
- Ecco, allora, visto che il tuo entl… entlgl…
- Entanglement.
- Eh, sì, quella roba lì! Visto che non funziona, ti va o no, per l’ultima volta, di alzare le tue chiappette e andarci in modo più convenzionale, laggiù?
T. era sempre più stupefatto: non era poi così scemo il tizio, più che altro sembrava divorato da una frenesia che gli impediva di mettere a punto ben chiari, lineari, i suoi stessi pensieri… Però cavoli, quant’era veloce! Di mente e di fisico: smilzo e sempre in moto, mentre parlavano non si era fermato un attimo, quasi correva sul posto, e andava avanti e indietro, gesticolava, faceva le smorfie, un vero furetto.
L’altro, da parte sua, aveva appiccicato su T. uno sguardo tra l’affascinato e il disgustato: si era pentito di averlo chiamato a giocare, questo pomposetto intellettualoide sedentario, e adesso rischiava di arrivare tardi, dietro tutti gli altri, che correvano come lepri ed erano già lontani, sempre più lontani… Ma non voleva essere scortese, ed esitava ad andarsene, lasciandolo lì da solo.
- Bene – riprese T., tirandosi su - direi che in questo hai senz’altro ragione: se vogliamo divertirci, dobbiamo andarci con le nostre forze, fin là.
Si stiracchiò un po’, si raddrizzò e, senza dire nient’altro, si avviò di buona lena.
Lo smilzo era sorpreso: non si aspettava più di riuscire a coinvolgerlo, e del resto ormai era tardi. Qualunque cosa ci fosse stata laggiù, per quando sarebbero arrivati non ci sarebbe stata più, travolta dalla folla urlante e scalciante che sciamava alla velocità del fulmine. E però la frenesia lo spingeva a correre lo stesso, mentre invece T. sembrava non volersi nemmeno spettinare – Ehi, ma hai visto quanto siamo indietro? Muoviti, dai! - E gli diede una pacca sulla testa.
- Ma che modi! Almeno dimmi come ti chiami, prima di prenderti certe confidenze! Non ci siamo neppure presentati!
- OK, io sono T. E adesso sbrigati.
- Piacere – disse T. con il fiatone – io mi chiamo T. Abbiamo la stessa iniziale! Sai qual è la probabilità che…
- No, non la so e non me ne frega niente. Spicciati, che quelli non ci lasciano neanche le briciole, sennò!
- Ma che poca lungimiranza! Davvero vuoi andare a confonderti con tutta quella marmaglia?
- Perché, hai qualche altra idea? Conosci un modo per arrivare prima di loro senza superarli?
- Mhm… Questa mi ricorda il paradosso del moto di Zenone… E la freccia scagliata e ferma…
- Ma basta! Ma ti vuoi dare un mossa! Ma chi me l’ha fatto fare…
- E calmati un momento! Ecco, adesso… Fermati un attimo. Sta a guardare…
T. lo smilzo stava per lasciarselo dietro, ormai definitivamente pentito di essersi messo a cavillare con quel culo di piombo, ma… Fece appena in tempo a fermarsi, prima di inciampare nel mucchio informe di teste ed estremità in furiosa agitazione appena davanti a lui. Era accaduto l’insperabile: la turba, vittima della sua stessa foga, si era come accartocciata su se stessa, l’inciampo di uno era diventato la rovina di tutti, e adesso quelle migliaia e migliaia si calpestavano, si colpivano, si ostacolavano a vicenda, nel tentativo di riprendere la corsa.
T. lo smilzo guardò T. il pacioso, che se la rideva e con tutta calma aggirava il mucchio selvaggio. Per un attimo provò quasi una fitta di invidia per quel modo così diverso di affrontare le cose, per quella calma olimpica, ma fu solo un momento: qualcuno stava districandosi dal groviglio dei migliaia, tipi decisi e veloci che da quella specie di melassa gelatinosa si distaccavano come bollicine e riprendevano la corsa. Ma T. il placido continuava imperturbabile per la sua strada, quasi senza accorgersi che lo stavano già riprendendo, e quasi superando. E allora no, così non va. Ok amico, va bene il ragionamento e l’entnglm e quello che vuoi tu, la tua parte l’hai fatta egregiamente, ma adesso solo una cosa serve: azione!
E prima di finire il pensiero letteralmente decollò, manco avesse acceso i retrorazzi, affiancò il T. lento e lo afferrò per la vita sottile – nuota! E quell’altro non fece in tempo a capire cosa l’avesse travolto, in quale vorticoso tunnel fosse precipitato, quale piega dello spazio-tempo lo stesse inghiottendo… Entanglement? Può essere che ci si senta così? E disperatamente nuotava, nuotava per non perdere il passo con quell’altro T. che sempre tenendolo per la vita gli saettava ora a destra ora a sinistra, sempre davanti però, mentre indietro restavano tutti gli altri, manco stessero fermi, e invece si agitavano, eccome se si agitavano! Ma senza speranza, non potevano competere con il fulmine, con il Grande Fotone in persona, erano inesorabilmente destinati a scomparire dietro, in un orizzonte lontano lontano di possibilità che non si sarebbero avverate. Un’altra volta, forse: adesso tocca a T&T.
Non seppe mai, il T. lento, quanto tempo avesse trascorso alla velocità della luce… e lui per primo sapeva che era una contraddizione parlare di tempo in una situazione in cui, per definizione, il tempo è fermo. L’altro T., invece, proprio non se ne preoccupò, e si curò solo di accelerare, accelerare ancora, per fermarsi solo al cospetto della luce che, ancora remota, aveva tuttavia messo in moto tutto quel pandemonio.
Restarono in silenzio, attoniti e quasi spauriti: la sfera era enorme, solo a fatica se ne intuiva la forma, tanto i suoi confini si perdevano oltre lo sguardo, che non riusciva a contenerla. Pulsava sospesa nel vuoto, emettendo una luminescenza calda che sembrava fuoriuscire da una fessura minuscola proprio lì, davanti a loro, diffondendo un tepore che sapeva di intimità e di dolcezza, una promessa di altri mondi, di un universo nuovo, di spiagge sconosciute, di orizzonti vasti e solenni.
Per la prima volta in vita sua, T. il placido non trovò parole per esprimere ciò che aveva davanti. Persino i pensieri sembravano inadeguati al cospetto di quella magia grande e terribile, solo confuse emozioni gli erano rimaste dentro.
Era forse Dio quella cosa? Il solo pensiero bastò a tramortirlo, a renderlo del tutto incapace di discernimento, ormai completamente assente a se stesso.
E intanto, dietro, lontano lontano, si cominciava ad intravedere la sagoma di qualche raro nuotatore attardato, ombre pietosamente arrancanti e ormai sfinite, eppure ancora determinate, che sembravano trarre rinnovato vigore dalla vista della divinità.
Fu allora che T. il Veloce, ammiccando verso il Lento, lo riscosse dalla contemplazione mistica e, indicando con la codina la fessura – di’ un po’ – gli disse – ti va di correre fin là?

mercoledì 3 dicembre 2008

The Monkey race

Concludiamo il resoconto dell’avventura inglese (in realtà già finita da una settimana) saltando direttamente all’ultimo giorno; dove si narra dell’epica sfida dei sette (team) che sono scesi in campo a fronteggiarsi sul terreno per tutti infido dell’asset allocation.
Dunque, la cosa funzionava così: nella solita sala in cui abbiamo patito per sette giorni ponderosissime e altrettanto pallose presentazioni, l’ottavo giorno abbiamo trovato – senza preavviso alcuno – un tabellone all’ingresso che recava l’enigmatico titolo di “portfolio in peril” e poi, dentro, sette tavoli tondi con sopra scritti nomi come “I gondolieri”, “Carnevale”, “San Marco” eccetera; trattandosi con ogni evidenza di una simulazione di portafoglio in uno scenario economico - diciamo così - tempestoso, la scelta della città dell’acqua alta era effettivamente pertinente, richiamando originalissime metafore quali “acqua alla gola”, “nave che affonda”, e via così.
C’era pure il megaschermo, che a intervalli regolari sparava finti tiggì economici con le notizie in base alle quali si dovevano prendere le decisioni di investimento.
Infine, un tocco di sadismo: tra i partecipanti, seduta a nessun tavolo, c’era La Scimmia. La scrivo con la maiuscola, perché La Scimmia è l’incubo che incombe su ogni onesto pedalatore della finanza: qualsiasi strategia di trading uno proponga, deve dimostrare di essere almeno in grado di battere La Scimmia, essendo La Scimmia l’ovvia metafora del trader che compra e vende a casaccio (ma io non sono così sicuro che una scimmia vera farebbe davvero così, al gran casinò della finanza globale; e soprattutto non sono sicuro che non siano invece i trader, a comprare e vendere a casaccio).
Ora capirete, un conto è arrivare ultimi su sette, e passi: al ritorno in azienda si può sempre dire di essere incappati in un’accolita di fenomeni; ma come giustificare un eventuale arrivo magari manco ultimi, e però alle spalle della Scimmia?
Alla sola vista del terribile cartello posto su un tavolo vuoto siamo sbiancati tutti, compresi quelli provenienti da paesi che garantiscono quella che il nostro mitico premier definisce abbronzatura naturale (a ciò che si dice di lui in giro per il mondo dedicherò un post a parte).
Insomma, per farla breve: solito briefing, con livelli di tensione palpabile, peggio che alle corse dei go-kart di sabato; tiggì finto, pronti, via!
Ed ecco menti eccelse scatenarsi in arditissimi ragionamenti macro e micro, su economia e finanza, e il tasso di interesse della banca centrale vietnamita, e il future sul caffè honduregno, e la supercazzola… E al primo giro, ecco che l’incredibile si verifica: perdiamo subito il 10% del capitale, e poco male, perdono quasi tutti; il dramma vero è che siamo subito ultimi, e La Scimmia è in fuga davanti a noi!
Secondo tiggì, di nuovo pronti, via! Nervosismo alle stelle, tempo che incalza, consultazioni convulse, compulsare frenetico di statistiche… Tutto inutile; arriviamo disfatti e trepidanti al verdetto della borsa, e vediamo le chiappe della scimmia sempre più lontane davanti a noi, e lei corre, corre sempre più veloce, e noi arranchiamo in fondo, già tutti a pensare a come fare per non dire, per non raccontare l’onta…
E poi per brevità non vi racconto il resto, ma sappiate, o lettori miscredenti, che le cose sono andate esattamente al contrario di come tutti vi aspettate: dal terzo giro in poi abbiamo vinto tutte le manche, nessuna esclusa, e l’ultima è stata una cosa da cardiopalmo: davanti a noi (che eravamo I Gondolieri) ci sono soltanto quelli del Danieli, e proprio di un’incollatura: e che ve lo dico a fare, li abbiamo bruciati proprio sulla linea d’arrivo, di un’inezia, e abbiamo vinto noi, salti di gioia, baci e abbracci, e pure una scatola di cioccolatini come trofeo! E vai che siamo dei fenomeni – pacca sulla spalla -, ma hai visto come abbiamo intuito subito la recessione in Cina, e poi la manovra di copertura, lo sapevo che il dollaro scendeva anche se tutti scommettevano al rialzo, e bla e bla bla bla bla!
BLA!
Per la verità, a me è parso più che altro che abbiamo avuto un culo mostruoso; alla luce delle notizie che, di tiggì in tiggì, giustificavano a posteriori le salite e le discese del nostro portafoglio, c’era davvero poco da intuire: recessione in Cina, sì, ma causata da un terremoto, e il dollaro crollava in seguito a non mi ricordo quale cataclisma geopolitico, e così via. Che è pure una bella lezione per tutti quelli che pensano che un gestore capace di fare profitti per un lungo periodo è bravo, e gli affidano tutti i propri risparmi: random walk chiamiamo questo fenomeno noi statistici, passeggiata aleatoria; si caratterizza per poter andare infinitamente su e anche infinitamente giù, infilando a volte serie consecutive di su-su-su o giù-giù-giù da far straparlare la gente di “chiare tendenze rialziste”, o ribassiste, mentre in realtà il mondo se ne va a casaccio e i risparmi a puttane.
E così la nostra gara, per il disappunto degli altri membri del team, io l’ho ribattezzata The monkey race: non c’era una sola scimmia, ce n’erano sette vere più una virtuale, e la gara è consistita non nel vedere chi era il gestore più bravo, ma solo quale fosse la scimmia più fortunata; ma, purtroppo…The trouble with the monkey race is that even if you win, you're still a monkey… Ma questa l’ho presa in prestito da Lily Tomlin che la disse a proposito di The rat race, dove i ratti stanno al posto delle scimmie.

domenica 30 novembre 2008

Quei temerari sulle macchine da corsa


Alla fine dell’avventura inglese, il rammarico è di non aver avuto tempo a sufficienza per aggiornare il blog in diretta, come avevo iniziato a fare. OK, mi accontenterò di fare un sunto delle imperdibili (dis)avventure del Gattopuzzo a Londra, anche se certi episodi avrebbero meritato ben altro rilievo.
Cominciamo dal fine settimana, in cui noi sessanta prigionieri provenienti da trentacinque paesi diversi siamo stati messi in semilibertà. Solo semi, perché sabato ci hanno portato a fare le corse coi go kart, che non era come stare in aula ma non necessariamente era un divertimento… Ma, bontà, loro, non era obbligatorio, per cui tutto quello che ne è conseguito devo onestamente ammettere di essermelo andato a cercare.
La partenza (del pullman, non ancora della corsa) era alle 11, e dopo nemmeno mezz’ora eravamo già alla pista; il primo impatto con una cosa così non è proprio tranquillo: uno si immagina la macchinina a pedali della sua infanzia, e invece si trova ad ammirare dei mostriciattoli piuttosto lunghi e larghi che assomigliano pericolosamente, nell’estetica, ai mostri veri della formula 1; e non vanno per niente piano.

Il seguito non allenta la tensione, anzi: ci portano negli spogliatoi, ci danno tute caschi e guanti, ci fanno sedere tutti intorno a un tavolo e arriva un tizio molto smart – pure lui in tenuta da aviatore, chiaramente – che ci tiene un briefing che dovrebbe essere tranquillizzante, e invece è terrificante. A parte che è brasiliano e parla un inglese velocissimo e incomprensibile, c’è il problema che le regole da seguire durante questa corsa (perché proprio di competizione si tratta, non di giretti di pista come tutti avevamo creduto) sono talmente tante che è impossibile ricordarsele tutte, e non è che sia proprio innocuo fermarsi nel posto sbagliato o ripartire in un momento inopportuno, con il pericolo che ti piombi addosso qualcuno a ottanta all’ora mentre tu sei su un trabiccolo del tutto scoperto…


Vedo Wioletta, la ragazza polacca seduta accanto a me, impallidire progressivamente fino a confondersi con la parete: trattasi di creatura eterea e soave, già quasi trasparente di suo, e mi era sembrato strano assai che sì leggiadra creatura potesse trovare a sé confacente passatempo tanto ruvido e materiale; ad un certo punto mi tocca timidamente il gomito, la voce è quasi strozzata: - Maurizio, It was a terribile mistake, I can’t do these things, I’m very worried…I had been unwise... e io lì, da vero uomo, a rincuorarla insieme ad altri veri uomini e qualche vera donna – Don’t worry, Wioletta, it’s not as terribile as it seems, you will see… Now all is difficult for you, but when you will be driving you will enjoi, I am sure…- Cioè, questa è la trascrizione più o meno letterale di ciò che le ho detto nel mio inglese non proprio oxfordiano, non so se per lei sia stato intelligibile, come io spero. Del resto, erano una montagna di spacconate, perché io ero preoccupato quanto e più di lei, e facevo una fatica tremenda anche solo per non scappar via urlando. Insomma, com’è come non è, ci mettono in team insieme, io lei un lituano e un cinese, tale Wang, che aveva riso per tutto il tempo del briefing.
Il cinese si rivela subito pippa di proporzioni colossali: manco parte che già sta dietro a tutti, poi fa testacoda, poi alla fine non lo vedo più e non so che fine abbia fatto; io e il lituano, superata la paura iniziale, cominciamo a prenderci gusto e iniziamo la rimonta, attestandoci dignitosamente nella parte medio alta della graduatoria, subito dietro quelli che già ci avevano rifatto, e che però confesseranno solo a corsa finita; e Wioletta? Wioletta, la nostra diafana mascotte, all’abbassarsi della bandiera è schizzata fuori dalla griglia come un missile – per la paura, ha avuto l’ardire di dirmi poi -, si è posizionata tra i primi e da quel momento io di lei ho visto solo le ruote posteriori, e sempre più lontane. Ogni tanto davo un’occhiata al tabellone, e sconsolato constatavo che mi dava due secondi al giro, giro dopo giro, finché poi non l’ho proprio vista più.

E, mentre battagliavo per la settima o la nona posizione, a seconda dei giri, mi chiedevo pure che fine avesse fatto il cinese… Non fosse stato per lui, con la performance astronomica dell’angelo da corsa (così abbiamo ribattezzato la nostra polacchina) e quella più che dignitosa (fino a quel momento, almeno…) mia e del lituano avremmo potuto essere in testa… E invece quello era disperso, e noi penultimi! E allora dacci dentro Gattopuzzo, vai che ce la fai, dai che quelli davanti non sono poi così lontani, pigia senza paura sull’acceleratore che li puoi prendere… E infatti li ho presi: proprio frontali, dopo un doppio testa coda carpiato con salto di chicane e crash finale con avvitamento sulle due macchinine che mi precedevano e che nel volo ho superato, tagliandogli la strada attraverso la chicane. Risultato: finisco sì davanti a loro – in maniera non proprio sportiva , essendo stato il più lesto a ripartire -, ma la prodezza ci procura solo il terzultimo posto (al team) e un ginocchio come una zampogna (a me). Del cinese, nessuna notizia fino a dopo il traguardo: si era fermato e poi era ripartito con andatura da torpedone, per le ire dell’angelica fanciulla, che ha rinunciato a morsicarlo solo grazie all’intervento di peace enforcing del bravo lituano.

Conclusione della gloriosa giornata: Gattopuzzo in camera, sdraiato su poltrona reclinabile con poggiapiedi, urlante di dolore con sul ginocchio il ghiaccio dello champagne – e sì, in camera c’era anche quello, da quanto costava ho temuto che anche per l’uso del solo ghiaccio mi avrebbero estorto come minimo una ventina di pound, evento per fortuna non verificatosi.
Più tardi, verso le sei di sera, ho radunato quello che restava del coraggio (e dell’orgoglio) e mi sono avviato dignitosamente verso la hall dove ci attendevano per portarci a cena, ululando tra me e me per non zoppicare. E chi c’era nella hall? Ma Wioletta, e chi se no? Che stava lì a pavoneggiarsi davanti a un nugolo di maschi giovani, celibi e adoranti, evidentemente sedotti dai modi da dominatrice dell’angelica creatura, che appena mi vede mi scocca e un gran sorriso e poi, rivolta all’audience –I must to say to you, I have been able to do all thanks to Maurizio… Without his boost, I couldn’t did anything!
‘Tacci tua, ‘tacci…

sabato 22 novembre 2008

Io e la Tina

Stamattina, essendo sabato, il vostro Gattopuzzo gode della semiliberta’: fino alle 11.15 puo’ tranquillamente farsi gli affari suoi, che comprendono tutto tranne la colazione: i gentili organizzatori, infatti, non offrono questo servizio nei giorni in cui la conferenza viene sospesa, e a battere palmo a palmo tutta Canary Wharf non si trova un bar aperto che e’ uno, prima delle dieci. Certo, ci sarebbe quello dell’albergo, ma poi lunedi’ mattina, alla relazione sui mutuatari insolventi, potrei offrirmi come esempio antropologico vivente dell’originatore della crisi dei mutui, dell’untore. Una sorta di paziente zero, insomma. E aspettiamo le dieci, allora. Poi, a colazione fatta, verremo di nuovo imbrancati e costretti a una di quelle attivita’ che fanno tanto fico in certi ambienti, e che pero’ stavolta trovo divertente pure io: andiamo a correre su una pista di go-kart. Almeno spero che sia divertente, perche’ il mio ultimo go-kart aveva i pedali e io avevo cinque anni, non ho seguito l’evoluzione tecnologica che c’e’ stata in mezzo e magari il mostro rombante che mi metteranno sotto il sedere fra un po’ potrebbe essere difficile da domare, chissa’.
In questi due giorni in cui non ho avuto modo di tenervi aggiornati non e’ successo granche’; unico episodio degno di nota, il dialogo surreale tra il rustico Gattopuzzo (che, sia detto in confidenza, non e’ esattamente un madrelingua inglese) e una delle hostess del convegno: “will you join us for ‘tina’?” – “Sorry?” – “I asked you if you will join us for ‘tina’”…
Ohibo’, e mo’ chi e’ ‘sta Tina? E che vuole da me? Mica mi vorranno offrire pure l’escort... E perche’ poi 'join us'… Ma che fanno, le ammucchiate?
Il GPZ, che e’ un tradizionalista fedele e dalle sconosciute non accetta le caramelle - figuriamoci il resto -, se non fosse stato assolutamente incredulo avrebbe cominciato a sudare freddo e ad arricciare il pelo; ma poi e’ intervenuta in suo aiuto una seconda hostess, evidentemente allarmata dal soffiare felino che deve aver sentito alle sue spalle: “Ok sir, my colleague is asking you if you will come with us to Hush, the restaurant where we will have dinner”.
Ahahhh…. Pero’, che cavolo: vabbe’ che il mio orecchio non e’ proprio quello di un interprete, ma ‘tina’ per ‘ dinner’ mi pare quasi dialettale… O sbaglio? Ah, le sofferenze dei gattopuzzi emigranti…

mercoledì 19 novembre 2008

La terza via

Primo giorno a Londra, e prima sospresa: niente disavventure. Che e’ davvero strano, dopo la piccola odissea di due anni fa (che un giorno vi raccontero’) e, soprattutto, dopo le difficolta’ pressoche’ insormontabili che ho trovato nel fare la valigia.
Lo dico senza pudori: il gattopuzzo, come del resto e’ adeguatamente spiegato nell’intestazione di questo blog, e’ uno spirito selvatico per antichissimo lignaggio; un mondo impietosamente cangiante e il tramonto della ruralita’ lo hanno costretto a riciclarsi nell’ambiente urbano (financo nella business community internazionale!) ed e’ anche riuscito a mimetizzarsi piuttosto bene nella fauna globale, ma resta fondamentalmente diffidente nei confronti di questi ambienti rarefatti e artificiali, e spesso si trova a soffiare il proprio disappunto, proprio come i felini di fronte all'odiato nemico abbaiante.
Gia’ e’ un indicibile sacrificio, tutte le mattine che ha fatto Dio, ficcarsi dentro una giacca e annodarsi una cravatta, eppero’ ormai a quello si e’ abituato, salvo concedersi svariati casual Friday anche quando venerdi’ non sarebbe (dove per casual si intende casual vero, con i jeans, per l’orrore dei suoi capi); capirete, pero’, che uno che si mette un vestito con lo stesso entusiasmo con cui indosserebbe una tuta da palombaro non sprechi molta fantasia nell’ideare varianti: e infatti il vostro GPZ si e’ comprato una serie di abiti sciccosi, molto ingessati, assolutamente impeccabili, e li indossa senza concedersi nemmeno una variante sulla cravatta, per paura di sbagliare accostamento.
E che dovrebbe fare uno cosi’, che si veste da ufficio come se camminasse sulle uova, alla lettura dell’invito in cui si raccomanda dressing code: business casual?
Ma va nel panico, mi pare assolutamente ovvio! Ho passato una serata intera, dalle sette a mezzanotte (con pausa cena, pero’) a smontare e rimontare il mio guardaroba, che come lo giri lo giri sempre e solo due dressing code tira fuori: o business o casual, ma niente che possa assomigliare a questa agognata terza via, che del resto neppure Berlinguer riusci’ a trovare.
Che fare? Rapido giro in internet, dove scopro che al business casual sono dedicate decine di migliaia di pagine, e anche di immagini; il dibattito verte sul corduroy (velluto a coste, che ce l'avrei pure): e’ o non e’ business casual? Certo, nelle jpeg che scarichi dalla rete lo indossano certi figaccioni che pure se gli metti addosso la giacchettina del nonno contadino sembrano neglettamente alteri, diceva Manzoni; ma io? Non e’ che con i gattopuzzi lo specchio funziona al contrario e rimanda l’immagine del nonno contadino anche se vado a spogliare l’emporio Armani?
Nel dubbio decido di astenermi; tento di promuovere accoppiamenti incestuosi tra la giacca con cui mi sono sposato e un paio di jeans seminuovi, o tra l’ultima grisaglia che mi sono comprato e un paio di pantaloni di tela grezza, ma niente: quelli proprio non ne vogliono sapere di stare assieme, l’amore non sboccia, e che vuoi farci? Se il magnetismo non c’e’…
Alla fine, esausto e sommerso di tessuti manco fossi in un sottoscala di sartine cinesi, mi arrendo: mi porto il business e mi porto il casual, e parto con l’unica improbabile accoppiata che sono riuscito a tenere insieme, jeans Timberland (pero’ marroni), giacca marrone superstite da vestito dimezzato, maglioncino verde.
Arrivo, mi vengono a prendere, mi portano in albergo: manco un’ora per riprendersi e c’e’ il cocktail di benvenuto, dal quale sono per l’appunto reduce or ora che sto scrivendo. Sono andato cosi’ come avevo viaggiato, e sapete come si erano vestiti i temutissimi figaccioni?
Allora, un africano si era messo in costume tradizionale, e passi, perche’ era davvero elegantissimo; l’ottanta percento pareva (ma pareva soltanto) in tiratissima tenuta business, perche’… il casual l’avevano spostato tutto sulle scarpe, che esibivano fogge assolutamente improbabili; gli orientali erano in tenuta da business, ma con accozzaglie di colori che manco a Carnevale. Si salvavano ovviamente le signore di ogni nazionalita', vuoi per un minimo di buon gusto in piu’ rispetto ai maschietti, vuoi per la maggiore varieta’ del loro abbigliamento.
Insomma, alla fine il GPZ, con la sua tenuta sobria ma non del tutto sbracata, ha fatto davvero un figurone!
Resta da vedere come mi vestiro’ domani, dato che l’unica cartuccia me la sono sparata questa sera…

martedì 18 novembre 2008

Gattopuzzo migratore

L’anno scorso il GPZ volò a Londra: ne scaturirono una serie di disavventure esilaranti, tutte documentate da accuratissime e-mail scritte là per là, e ora custodite gelosamente dalla signora Cucciola, in attesa di probabile pubblicazione, uno di questi giorni, quando non avrò la voglia e la presunzione di scrivere qualcosa di nuovo.
La notizia è che l’avventura sta per ripetersi: domani mattina il vostro magnifico GPZ si getterà tra le braccia della perfida Albione, ospite nientepopodimenoché di Morgan Stanley (se non fallisce prima, of course: dirlo non sarà elegante, ma di questi tempi un’altra merchant bank che salta in aria non mi stupirebbe affatto).
Le disavventure, in realtà, sono già iniziate: mai valigia è stata più difficile di questa. Il perché? Ve lo dirò al ritorno, my beloved friends… Per ora pazientate: giovedì 28 sarò di ritorno, e vi prometto un resoconto con i fiocchi!
Bye

GPZ

martedì 30 settembre 2008

Il posto magico



Almeno stasera voglio astenermi dal parlare male di qualcosa o di qualcuno. Pare quasi che gente come me viva solo per sputare veleno sul mondo, quando l’unica cosa che davvero mi sento di rimproverami, rispetto al mondo, è di amarlo troppo. Molti non capiranno questo che pare un ossimoro, ma le persone che mi interessano capiranno benissimo, e gli altri tanto non sanno manco cos’è un ossimoro; se sono capitati qui per caso hanno già smesso di leggere, e comunque non vale la pena di perdere tempo a scrivere per loro. Sciò!
Dunque, miei selezionatissimi lettori, oggi parlerò di quello che è forse il luogo che più amo al mondo; non pretendo che sia il più bello, e però bello lo è davvero. Di tutti quelli che ci ho portato (e sono tanti, l’ultima proprio sabato scorso) nessuno è mai rimasto deluso, e quindi facciamo parlare le immagini, anche se non rendono piena giustizia alla magia del posto.







Bello, eh?
E allora sappiate che il GPZ in questo posto ci è nato, e anche ora che il lavoro lo relega nell’ambiente urbano, tra catrame e cemento come il ragazzo della via Gluck, non perde occasione di tornarci.
E’ il luogo dove sta il mio cuore, il posto dove vado a godere delle cose che amo di più e dove mi rifugio quando ho bisogno di leccarmi le ferite. Quando sono immerso in quel mondo tutto mi appare così naturale e così giusto che, come dice Branduardi, "forse anche morire non fa male": tutto può starci, in fondo, sempre di natura si tratta, e non ci sarebbe da farne un dramma.
Ma siamo vivi, per fortuna, e questa meraviglia ce la possiamo godere. Quante cose potrei raccontare su questo posto, che non interesserebbero nessuno, ma che io non mi stancherei mai di narrare: le scorribande da bambino, le scampagnate da ragazzo (quelle con le ragazze erano chiaramente le più belle), le battaglie giovanili del mio gruppo di ventenni visionari che riuscì infine a far dichiarare tutta quest’area riserva naturale integrale, come è ancora oggi, anche se non so per quanto ancora, con l’aria che tira e con le aggressioni speculative incessanti di cui tuttora è oggetto questo territorio; ma si facciano pure avanti, finora questi speculatorucoli sono sempre tornati a casa con le corna rotte, quando hanno provato a toccare questo gioiello: il GPZ e la sua tribù non solo l’hanno fatta, la riserva naturale, ma la difendono con i denti.
Insomma, passa tutto per questo posto: il mio affacciarmi al mondo, il modo in cui ho imparato a conoscerlo, il mio romanzo di formazione, la passione per la natura della mia maturità.
Andate a conoscerlo, vi accoglierà.

lunedì 8 settembre 2008

Autonomia fagottara - ultimo atto

Beh, direi che mo’ è ora di finirla davvero con ‘sti fagottari. Già ci hanno rotto le scatole in vacanza, mi pare che di importanza gliene stiamo dando pure troppa. Certo, le avventure ai limiti della (sur)realtà sono state tante e tali che è forte la tentazione di raccontarle tutte (ma ti ricordi quello là… - sì, e allora quell’altro che…); ma direi che possiamo chiudere, con grande vantaggio per i cabbasisi di tutti, con qualche hit raccolta qua e là.

Hit nr. 1: il GPZ è semisdraiato sulla sua amatissima sediola da spiaggia e sta leggendo, incurante della torma selvaggia che ormai lo accerchia; arrivano tre ragazzini manco troppo piccoli, diciamo tra i dieci e i quattordici, e si mettono a giocare a bocce a trenta centimetri dai suoi puzzopiedi. Avendo ormai definitivamente represso lo spirito selvatico di ‘U Gattupuzzu, l’urbanissimo GPZ si limita a guatarli stortissimo e a soffiare feroce ogni volta che le bocce (non proprio leggerissime) gli sfiorano le zampette, ma la cosa non sembra turbare affatto i fagotto-marmocchi. Ad un certo punto il GPZ vede avvicinarsi la mamma di uno dei tre, e sta per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo, se non fosse che… Voi credete che la mammina padana abbia vigorosamente richiamato alle regole della civile convivenza i pargoletti? Ma manco per sogno: - Uhè, ma che bèllooo!!! Qua, date anche a me, che voglio giocare anch’io…

Hit nr. 2: spiaggia di Lozari, quella di cui ho già raccontato, bellissima, scoscesa e ventosa; GPZ e Cucciolotta stavolta sono fieramente determinati a tenere a debita distanza gli orchi, e quindi non solo arrivano presto, ma si fanno un buon mezzo chilometro con i fagotti (anche loro!) in collo, prima di eleggere domicilio. Il fagottaro, infatti, normalmente è animale assai pigro e abitudinario, e difficilmente si spinge ad esplorare lidi estremi al di fuori del suo rassicurante orizzonte abituale, e in questo modo speriamo di seminarli. Fidando nelle caratteristiche della specie così acutamente annotate dal GPZ, ci disponiamo perciò a godere di una meritata giornata fagotto-free. Anticipo subito che la furbissima concatenazione ipotetico-deduttiva si è rivelata assolutamente giusta: per tutto il giorno, abbiamo goduto in santa pace del sole, del mare, della spiaggia e della compagnia dei nostri amici, ma, ahimè… Ci siamo persi uno spettacolo davvero mirabile, di quelli che capitano una volta nella vita, tipo un’eclissi totale di sole… Anche dalla remota distanza da cui l’abbiamo ammirato, lo spettacolo è apparso davvero stupefacente: da dietro una duna è apparso, piccolo piccolo per la distanza, il maschio alfa (ho dimenticato di dirlo, ma l’orda è ordinata secondo un rigido schema gerarchico-funzionale di branco); dietro hanno cominciato a snodarsi le processionarie (come vedete, anche la terminologia scientifica per la descrizione della specie si sta pian piano sedimentando). La fila era interminabile, più di qualsiasi altra vista fino a quel giorno; per un momento abbiamo temuto che ci avrebbero raggiunto e spazzato via, ma per fortuna la teoria della sedentarietà tendenziale dell’orda si è rivelata giusta. Fatte poche decine di metri, il maschio alfa ha dato il segnale (confesso di non essere ancora riuscito a identificarlo con certezza, ma propendo per l’ipotesi che esso coincida con una serie di suoni gutturali come “Ohè, belin…Ostia, Uhè…” e similari); la colonna si è fermata, e in perfetto stile militaresco si è divisa in due, poi in quattro, finché sono emersi con chiarezza i ruoli e i compiti di ciascuno: le femmine a disporre in bell’ordine frigoriferi da viaggio, teli da mare, parei e a menare ceffoni d’ordinanza alla volta della schiera dei marmocchi; i maschi a fare il lavoro duro: gonfiare materassini, aprire sedie pieghevoli e sdraio e rizzare ombrelloni con un impegno che manco stessero tirando su l’acquartieramento dell’esercito americano dopo lo sbarco in Normandia. Il risultato è semplicemente sbalorditivo: dal nulla sorge in pochi minuti sulla sabbia scoscesa di Lozari una tendopoli, un vero e proprio slum, una favela in miniatura con i suoi vicoli, i suoi sentieri, le piazzette dove la gente si incontra vociante e urlante, con papà e nonni che tirano fuori canne da pesca ed effettuano lanci dimostrativi di lenze (per fortuna senza amo) incuranti della gente a cui il filo di nylon sibila a dieci centimetri dalla testa, con mamme che rincorrono pargoli ipereccitati per tutta la spiaggia, con gran pericolo per tutti i malcapitati che si vengono a trovare sulle traiettorie di fuga e di inseguimento.
Confesso che di fronte a siffatto spettacolo ho rimpianto – evidentemente il mio rapporto con la specie fagottara è quanto meno ambiguo – di non essermi accampato più vicino, per poter meglio ammirare la perfezione - oserei dire paradigmatica - di questa colonia.
Il nostro amico russo, che non sa stare fermo e passeggia in continuazione in spiaggia, passandogli accanto ne ha contati quarantasette, tutti stretti stretti, core a core, autocostretti in una enclave a densità giapponese che di tanto in tanto si apriva pericolosamente al mondo esterno, vomitando fuori palloni e bocce, lenze da pesca e frisbee, turbini di sabbia e di urla, per lo scoramento collettivo di tutti quanti gli stavano intorno, che infatti si sono a poco rarefatti fino a scomparire del tutto, lasciando l’isola degli orchi ben delineata e visibile in mezzo al mare di sabbia, sguaiata e gongolante, e naturalmente anche intrinsecamente, irresistibilmente, purissimamente PADANA.

Hit nr. 3: e con questa la finiamo davvero. La scena è Ghineparu, la spiaggia bella con gli scogli. Stavolta le processionarie arrivano presto, appena una mezz’ora dopo GPZ e signora; incredibile uditu da parte di una femmina della colonia: - Né, ma che meraviglia a quest’ora la spiaggia, quando non c’è nessuno…
Poi sono arrivati i maschi, guidati da quello alfa che si è piazzato a pianificare la campagna di colonizzazione, in piedi petto in fuori come un generale, mentre i fuchi hanno cominciato a trafficare e uno di loro che si è potuto inventare? La cosa più logica del mondo: visto che io e la mia cucciolotta ci eravamo messi piuttosto in avanti, quasi sul bagnasciuga, per goderci meglio quel mare meraviglioso, lui prende e comincia a carreggiare una quantità stratosferica di materassini, coccodrilli, aeroplani, moto di gomma, orche assassine, insomma tutto lo scibile gonfiabile (già gonfiato) e ingombrante che la fantasia di un giocattolaio cretino può partorire, e ammucchia tutto in una montagna alta non meno di un metro e mezzo proprio davanti a noi; ché nella sua malconcia rete neuronale, evidentemente, ci eravamo piazzati lì proprio in attesa che lui ci mettesse in condizione di rimirare il meraviglioso giocattolame dei pargoli padani.
Il GPZ, orfano come detto più volte di ‘U Gattupuzzu, si è accasciato vinto; ma la signora Cucciola, infinitamente più reattiva, ha deciso di piazzare la zampata: - Senta, scusi, non è che sarebbe così gentile da spostare questi giocattoli, di modo che io e mio marito si possa continuare ad avere la visuale sul mare, che è esattamente il motivo per cui ci eravamo piazzati qui, essendo che oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza e trarremmo piacere dal portare via nelle nostre pupille l’immagine del cielo azzurro che si tuffa nel verde del mare?
Il bruto, così apostrofato, vacilla: lentamente si gira, spalanca gli occhi a palla, socchiude la bocca e poi la richiude, nel tentativo di articolare un suono che possa degnamente rispondere all’interrogativa buttata lì dalla mia cucciolotta, e di cui lui però non ha proprio capito nemmeno una virgola. Poi sembra riprendersi, qualche neurone superstite deve aver fatto gli straordinari e avergli fornito almeno la chiave interpretativa minima, spostare – giocattoli, ed essendo incapace di motivare il no decide incredibilmente di eseguire, sia pur mugugnando – uh, ma tanto siam così tanti… adesso arrivano anche gli altri… Argomento che non si capisce, con tutta la buona volontà, che nesso logico possa avere con il nostro diritto (rivendicato) a vedere il mare.
Confesso che mi ha fatto una pena tale che mi sono precipitato ad aiutarlo, la qual cosa lui non ha saputo come interpretare, e infatti ha continuato a mugugnare (senza però che fosse più intelligibile quanto andava grugnendo) guardandosi bene dal dirmi almeno “grazie”.
La mia cucciola sostiene di aver intravisto, verso la fine della scena, un barlume di intelligenza affacciarsi faticosamente allo sguardo del fuco, e si picca tuttora di aver gettato un seme, di averlo forse addirittura redento, mettendolo in grado – finalmente - di capire; ma queste, io penso, sono illusioni tipicamente femminili, tipiche di queste deliziose creature che si illudono ancora che il mondo possa essere salvato da cose come la gentilezza, il dialogo, la condivisione. Il GPZ è molto più pessimista e, pur ammirando sconfinatamene il piccolo miracolo compiuto dalla sua signora che ha domato l’orco, non crede che questo potrà mai ripetersi in futuro; e per questo, se – come davvero vorremmo – in futuro dovessimo tornare a godere di questa terra meravigliosa, le cose sono due: o verremo a luglio, quando (almeno in base all’esperienza dell’anno scorso) gli orchi erano infinitamente di meno; oppure fagottari temete, perché stavolta non farò più nessuno sforzo di continenza e non sarà più il GPZ a fronteggiarvi: ve la dovrete vedere con… ‘U GATTUPUZZUUUUUUUUUUUUUU!!!!!!!!!!

domenica 7 settembre 2008

Autonomia fagottara - terza parte

Dunque, ci siamo: raccontati gli antefatti, è ora di concludere l’epica narrazione dello scontro GPZ versus Fagottari. Che poi scontro non è stato, dato che, tenendo a freno ‘U Gattutpuzzu (leggi più sotto, http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/09/autonomia-fagottara-intermezzo.html, n.d.r.), il GPZ si è condannato da solo ad una desolante e desolata passività, tipica di chi non è sempre capace di far valere le proprie ragioni senza ricorrere alla viuuuleeeenza più estrema e si rassegna, quindi, ad abbozzare. Ma per fortuna c’era anche la signora cucciola, che almeno una zampata l’ha piazzata.
Altra spiaggia, altri esemplari: il paradiso di Ghineparu, subito dopo Ile Russe, si raggiunge dopo breve migrazione podistica per un sentierino che attraversa la ferrovia, e si caratterizza per la presenza di alcuni scoglietti, proprio alla fne del sentiero, davvero deliziosi: ci puoi appoggiare l’asciugamano, fanno ombra alla bottiglia dell’acqua, ma soprattutto movimentano il paesaggio e proseguono in acqua, scurendo con la loro massa la tonalità verde smeraldo e rendendo lo spettacolo, già favoloso, ancor più fantastico. Naturale, quindi, che GPZ e signora Cucciolotta stazionino lì, arrivando la mattina presto quando ancora non c’è nessuno nei paraggi.
La pacchia, ovvio, dura poco, perché anche qui si appalesano presto, infestanti e infiniti come una fila di processionarie, gli italioti portatori di fagotti.
Intendiamoci, non è che noi abbiamo nulla contro i fagotti in sé, anzi: carichi come siamo di panini, acqua, ombrelloni e materassino possiamo senz’altro incorrere a nostra volta nel temuto appellativo, e non mi sentirei di rimbeccare chi dovesse affibbiarmelo; e non dimentichiamo, poi, che l’archetipo del fagottaro è il popolano del secondo dopoguerra che finalmente si può permettere il mare, dopo secoli di penuria, e però è costretto a portarsi tutto da casa perché, poverino, i soldini per arrivare al mare in cinquecento (marito moglie suocera e due marmocchi) ce li ha, ma basta così, e non può certo scendere in stabilimento ad affittare l’ombrellone e pasteggiare al ristorantino sulla spiaggia; si tratta di una figura quasi nobile della rinascita italiana, dunque, benché più volte derisa, e su quel tipo di fagottaro e sui suoi eredi (a breve dedicherò un post anche a loro) mai mi sognerei di affondare lo stiletto polemico. Ma qui è di altri fagottari che si sta parlando, della degenerazione della specie, e mi perdonerete se, in cerca di chiarezza e incisività, mi sono risolto ad adoperare lo stesso vocabolo per designare i barbari da spiaggia.
Arrivano tutte le mattine in fila indiana, non meno di venti-venticinque, e fin qui niente di male; bambini urlanti e scalcianti sabbia sugli altri frequentatori della spiaggia, come noi, e nessun genitore che si perita di richiamarli; piantano i loro ombrelloni dove gli pare, incuranti della presenza degli altri, che si ritrovano all’improvviso, a seconda dei casi, o circondati alla distanza d’ordinanza di dieci centimetri o ombreggiati senza mai aver chiesto questo beneficio.
L’accampamento viene rizzato con una velocità e un’efficienza da far invidia alle truppe di Giulio Cesare, e qui si vede senz’altro la superiorità del longobardo sul romano: e sì, perché il gruppone è tutto padano, fino al midollo, e l’idioma tutt’altro che sussurrato non lascia dubbio alcuno. Non sono solo i bambini a urlare, genitori e nonni non sono affatto da meno, anzi… Proviamo ad analizzare, ancora una volta con lo spirito freddo e scientifico dell’entomologo, un campione di dialogo tra due esemplari maschi adulti della suddetta orda: - Uhè Mario, non è che mi daresti una mano con l’orecchio? Sai, mi shi è tappato… Mi han detto che tu sai fare da solo, è vero? – Ma scertooo… l’ultima volta che scion andato dallo stappatore (sic!) mi ha scucito ottanta euri… E allora mi scion detto ma va là, che scion capace anche da solo… - allora che faccio, vengo da te stasera? – OK, ti aspetto in camera, porta una bacinella, eh, che ne esce di roba… - Ma davvero? – Ehhh… Non pare, ma un orecchio ne può contenere di robaccia, altrochè se ne può contenere…
Analizziamo…
Ma che cazzo c’è da analizzare? A me sta venendo da vomitare solo a ricordarlo, e questi due cazzoni l’hanno urlato in faccia a una spiaggia intera, e fortunati i crucchi e i francesi che almeno non hanno capito una parola!
Bleah! Razza padana, sì… Ma se vogliono fare la secessione, perché non gliela facciamo fare davvero? Ma voi la sentireste la mancanza di questa gente? Basta, il GPZ ha lo stomaco delicato, non ce la faccio più a raccontare queste efferatezze… E mi manca ancora di narrare l’insurrezione della cucciola, e tanto tanto altro… Vabbè, mi rassegno, non sarà questo l’ultimo atto, ne seguirà almeno un altro, e chissà, forse anche altri due…
Buona vita a tutti voi!

venerdì 5 settembre 2008

Autonomia fagottara - seconda parte

Avete letto l’intermezzo (il post sotto a questo)? Sì? Bene, allora possiamo proseguire. Però leggetelo, perché è propedeutico.
Dunque, in cerca di una nuova spiaggia d’elezione, il GPZ e Signora Cucciola (dismettiamo gli avatar francesi, che alla fine mi danno sui nervi) si fiondano su Lozari: un po’ scoscesa e molto, molto ventosa, ma comunque superlativa. Qui, soprattutto arrivando presto, si sta davvero bene, e questo noi facciamo, mentre le due famigliole che sono con noi se la prendono comoda e ci raggiungono più tardi. Il GPZ sarebbe un vile mentitore se raccontasse di essere stato infastidito anche qui dagli italici portatori di fagotti, ma qualcosa da raccontare c’è lo stesso.
Intanto, l’incontro con una rarissima famigliola di fagottari germanici: io non ho mai capito l’impulso che spinge la gente, su una spiaggia enorme e completamente deserta, a piazzarsi a dieci centimetri dal tuo asciugamano, e giuro che prima o poi lo chiederò a qualche eminente sociologo, o psicologo, o magari direttamente al molestatore. Sta di fatto che il GPZ deve avere una specie di calamita per questi soggetti, perché il primo giorno sulla nuova spiaggia (ribadisco: deserta), dopo dieci minuti che eravamo lì, eccoci di nuovo: arriva una tizia bianchiccia, flaccida e tutta vestita, con una faccia che in fondo – penso – Lombroso proprio del tutto torto in fondo non aveva, e che fa? Piazza l’asciugamano accanto al mio e mi si accoccola vicino.
Seguono quattro marmocchi più marito pingue, bassottino e grassottello con occhialini d’ordinanza, che non si toglie nemmeno quando entra in acqua.
L’entomologo che è in me mi ha salvato dal dare libero sfogo a ‘U Gattupuzzu, che premeva per uscire e prenderli seduta stante a calci tutti quanti, fino ai valichi alpini della natìa Alemagna; perché era davvero interessante osservare con occhio scientifico, senza ombra di pregiudizio, il comportamento (a)sociale di questi magnifici esemplari: della fisiognomica dei genitori ho già detto, di quella dei figli non c’è molto da dire, se non che ce n’era uno inspiegabilmente bellino. La mattinata il papino l’ha trascorsa tutta in acqua, manco fosse una foca, mentre mammina non si è bagnata mai, ma soprattutto non si è neppure (alleluia!) spogliata: si è limitata a stazionare al limitare della nostra ombra, aggiungendo la sua (sgradita) a quella degli ombrelloni nostri e dei nostri amici.
Il GPZ, perfido, leggeva, ma da dietro al libro gli occhi emergevano a scrutare impietosi i giochi (pietosi, quelli invece sì) del papino-otaria e dei suoi figlioli: la signora Cucciola, che l’idioma crucco lo capisce, mi assicurava la totale insipienza dell’intera conversazione, che a quanto pare si è svolta per intero mediante l’uso di quattro-cinque vocaboli di base tipo “salta”, “tuffati-che-papino-ti-prende”, “adesso-tutti-insieme”, “sorridi-alla-mamma-sulla-spiaggia”.
La classificazione della specie non è stata difficile: trattavasi indubbiamente di esemplari di Gioventù Ardente Mariana, o Focolarini (Fagottarini, magari? Ci sono?), o qualche altra perniciosissima setta.
A quel punto, perso ogni interesse, ho concluso la mia indagine scientifica e ho spostato l’asciugamano e la sediola. Quando se ne sono andati non me ne sono accorto, ma era certamente troppo tardi.
Sono seguite ore languide e bellissime di bagni e di sole, durante le quali ho finalmente riassaporato la Corsica che avevo conosciuto l’anno scorso, accogliente e discreta.
Ma credete davvero che la tenzone GPZ versus Fagottari sia finita qui? Eh, no, cari miei! Sarebbe stato troppo bello, e probabilmente non sarebbe valso nemmeno la pena raccontarla…
Ma restate su questi schermi, vi prometto che entro lunedì vi racconto il resto.
Buon week end a tutti!

Autonomia fagottara - intermezzo

Eh sì, lo so… Vi sentite trascurati e abbandonati dal vostro GPZ, che dopo avervi abbindolato con il miraggio dei succulenti resoconti delle vacanze corse si è dato alla macchia, inseguendo la sua natura silvestre…
Niente paura, si tratta solo di shock post vacanziero, il GPZ si riorganizzerà presto e ricomincerà a intrattenervi quotidianamente, come le vostre eccellentissime persone indubbiamente meritano.
Dunque, eravamo rimasti alla ritirata strategica, per dirla come Rommel, di Monsieur le ChatPuz e Madame Cucciolà dalla mirifica spiaggia di Ostriconi, ormai perduta all’Eden e irreversibilmente inghiottita dall’Orda dei Fagottari, al cui confronto gli orchi del Signore degli Anelli possono tranquillamente passare per compassati gentleman oxfordiani.
Vi chiederete, tra parentesi, la ragione dei vezzosi appellativi che hanno designato GPZ e signora nella puntata precedente, che sono tra l’altro francesi, e quindi poco rispettosi della fiera anima autonomista del popolo corso che ci ha ospitato; ebbene, dovete sapere che il Gattopuzzo (e per estensione la sua signora, familiarmente detta Cucciola) è un animale localizzativo, o se preferite un cambiaforma, un metamorfo: insomma, la specie è forse l’ultima a conservare quella rarissima capacità che ormai appartiene solo ai software, e che consiste nell’assumere la forma esteriore che più si confà all’ambiente in cui si è immersi. Si tratta di una manifestazione del principio di conservazione dell’energia, in virtù del quale la forma assunta da ciascuna specie vivente è quella che meglio consente di utilizzare l’energia, dati i vincoli ambientali; nel caso del GPZ, la cosa si estende anche al nome e a quello della sua signora.
Ora capirete, quindi, le remote origini delle fosche leggende che appena appena si osa sussurrare accanto al fuoco nelle notti buie di tante contrade dell’orbe terracqueo, e che narrano di misteriosi esseri che di volta in volta in volta si manifestano come Gattopuzzo (Italia, con l’aggiunta della variante Jatte Puzze in Abruzzo e Molise), ChatPuz (Francia), El Gato Puzo (aree di influenza spagnola, in Europa e in Sudamerica), e così via.
La localizzazione corsa – ‘U Gattupuzzu - è particolarmente feroce e bellicosa, e per questo il vostro amichevolissimo GPZ aveva optato per la versione francese, più gentile e urbana, essendo lui e la sua signora di grandissimo buonumore all’inizio della vacanza e non volendo affliggere gli amici con le ruvide manifestazioni di territorialità del selvaticissimo Gattupuzzu.
Vi anticipo subito che durante la vacanza ‘U Gattupuzzu non si è mai manifestato, grazie alle fatiche immani che il GPZ ha profuso per evitare la metamorfosi, che è molto più cruenta di quella che trasforma il povero Bruce Banner in quel pupazzone verde noto ai più come l’incredibile Hulk, e che si crede chissà chi solo perché non ha mai incocciato ‘U Gattupuzzu, che ne farebbe in pochissimi minuti una appetitosissima lasagna verde degna della migliore cucina emiliana.
Ora però sono pentito, perché l’Orda un bel ruggito in faccia se lo sarebbe senz’altro meritato, altroché…
Ma passate oltre questo intermezzo, vedrete che qualcosa poi è successo!

martedì 2 settembre 2008

Autonomia fagottara - prima parte

Ciao a tutti, il GPZ è tornato!
A dire la verità, il vostro felino preferito è già in circolazione per la città eterna da un paio di giorni, ma è ancora stordito dal dolce fancazzismo della vacanza appena trascorsa e non è particolarmente ispirato alla scrittura. Mi piego per senso del dovere verso il mio blog e soprattutto per gratitudine verso la Corsica, che è talmente bella da non meritare la mia pigrizia; però chiedo subito perdono alle legioni di lettori per lo stile evidentemente pesante, lo sento che non sono in vena. Vabbè, mica sempre si può volare alto…
Il GPZ, per il secondo anno consecutivo (cosa mai successa prima), è andato in vacanza in Corsica, accompagnato dalla sua signora Cucciola, dalla coautrice di tanti post Cristiana (e famiglia) e da una simpatica famigliola russo-romana di amici loro, che adesso sono pure amici nostri.
Le bellezze della Corsica non le decanto, per i miei gusti ci ho trovato pure troppa gente e avrei preferito potermele godere in maggiore solitudine; per cui, onde evitare di invogliare troppo qualche lettore di passaggio, mi tengo per me foto ed emozioni sperando così di non incrementare ulteriormente il numero spropositato di compatrioti che ne affollano le coste. E qui arriviamo alle dolenti note, ahi ahi ahi…
Se non fossi il Gattopuzzo che sono - ruspante, campagnolo e ben fiero delle mie origini contadine, benché perfettamente mimetizzato nell’ambiente urbano - non mi arrischierei a scrivere quanto sto per scrivere, perché già lo so che più di uno mi darà dello snob; e allora passiamo direttamente ai fatti, che parlano da soli e mi evitano pure di dover fare lo spiritoso per tirare su il tono del post.

Scena 1 - Spiaggia L’Ostriconi

L’Ostriconi è un fiume che si getta nel mare in un posto fantastico, una spiaggia di sabbia bianchissima con acqua di un verde caraibico dalle trasparenze luminosissime, il fiume alle spalle e il mare davanti, una cosa da urlo. L’anno scorso (ma venimmo a luglio) questo posto diventò la nostra spiaggia di elezione, passammo lì quasi tutta la vacanza. Quest’anno ci siamo fiondati appena arrivati, la mattina presto, e ci siamo sparapanzati a godere (pensavamo noi). Questo il tristissimo svolgimento della mattinata:
- Monsieur Le ChatPuz: che meraviglia!
- Madame Cucciolà: sembra davvero di stare ai Caraibi!
- Monsieur Le ChatPuz: …….. (sospiro metafisico)….
- Madame Cucciolà: …… (silenzio mistico)…..
- Monsieur Le ChatPuz: certo che quest’anno è proprio sporca però… guarda qua che schifezza! Bottiglie di plastica, tovaglioli… Lì c’è un cestino, aspetta che do una pulita, mi sembra davvero un crimine sporcare questo paradiso… Ecco fatto, adesso va decisamente meglio!
- Madame Cucciolà: mmhh… sì, in effetti l’anno scorso non abbiamo mai visto rifiuti abbandonati, è strano...
- Monsieur Le ChatPuz: però… guarda un po’ la gente che sta scendendo…
- Madame Cucciolà: sì, ma la spiaggia è talmente grande… e poi anche l’anno scorso - ti ricordi, no? Erano tutte persone tranquillissime… Piuttosto ‘ste vespe… Mamma mia, ma quante ce ne sono?
- Monsieur Le ChatPuz: mi sa che il gruppone che arriva sono tutti italiani, certo quest’anno ce ne sono proprio tanti!
- Madame Cucciolà: mmmhhh…. Lasciami leggere, che chiacchieri troppo!
- Monsieur Le ChatPuz: …….. (nuovo sospiro metafisico)….
- Madame Cucciolà: …… (prolungato silenzio mistico)…..
- Monsieur Le ChatPuz: ma… e no, che cavolo! Ma di tutto questo spazio proprio a dieci centimetri mi si dovevano appiccicare questi?
- Madame Cucciolà: e diglielo!
- Monsieur Le ChatPuz: e che gli dico? Dovrei fare un comizio, non hai visto quanti sono? Ci hanno circondato!
- Madame Cucciolà: e che cazz… questo ci si è piazzato proprio davanti, non si vede più nemmeno il mare! Ci manca solo che ci prende l’ombrellone e ce lo sposta!
- Monsieur Le ChatPuz (alzando gli occhi verso il sentiero): oddio, ma che è? Sembra la fila delle formiche quando rientrano al formicaio! Ma quanti cazzarola sono?
Fagottari (parlando in una radiolina!): uhè, ma dove siete? Noi siam già qui… vi abbiam preso il posto, vi abbiam preso… sta con voi il Luca?
- Madame Cucciolà: non ci posso credere… ma chi sono questi selvaggi? E guarda che macello che hanno fatto in dieci minuti, sono loro che hanno lasciato tutta quella spazzatura! Ma sono degli animali!
- Monsieur Le ChatPuz: e sono pure tutti italiani…
- Madame Cucciolà: italiani un cavolo… questi sono padani, se vogliono fare gli autonomisti lasciaglielo fare, che meno ci confondiamo con loro e meglio è!
- Monsieur Le ChatPuz: oddio, e questi adesso che fanno? Pure dietro ci si piazzano, e sempre a dieci centimetri! Ma che è, soffrono di solitudine?
- Madame Cucciolà: aiuto! Le vespe, i fagottari della Padania… Io qui non ci sto un altro minuto, ‘fanculo L’Ostriconi, quest’anno se è così non mi vede proprio!
- Monsieur Le ChatPuz (tristemente annuisce): e io che pensavo di averli lasciati tutti a Rimini…

Monsieur Le ChatPuz e Madame Cucciolà, a questo punto, raccolgono le loro cose indignati e desolati e se ne vanno, abbandonando il campo alla masnada, che tanto non potrebbero far nulla per contrastare. Ma questa è solo la prima puntata della puzzonovela del GPZ in Corsica, vacanze 2008: aspettate i prossimi post, e ne leggerete delle belle…
Fine prima puntata - continua