Beh, direi che mo’ è ora di finirla davvero con ‘sti fagottari. Già ci hanno rotto le scatole in vacanza, mi pare che di importanza gliene stiamo dando pure troppa. Certo, le avventure ai limiti della (sur)realtà sono state tante e tali che è forte la tentazione di raccontarle tutte (ma ti ricordi quello là… - sì, e allora quell’altro che…); ma direi che possiamo chiudere, con grande vantaggio per i cabbasisi di tutti, con qualche hit raccolta qua e là.
Hit nr. 1: il GPZ è semisdraiato sulla sua amatissima sediola da spiaggia e sta leggendo, incurante della torma selvaggia che ormai lo accerchia; arrivano tre ragazzini manco troppo piccoli, diciamo tra i dieci e i quattordici, e si mettono a giocare a bocce a trenta centimetri dai suoi puzzopiedi. Avendo ormai definitivamente represso lo spirito selvatico di ‘U Gattupuzzu, l’urbanissimo GPZ si limita a guatarli stortissimo e a soffiare feroce ogni volta che le bocce (non proprio leggerissime) gli sfiorano le zampette, ma la cosa non sembra turbare affatto i fagotto-marmocchi. Ad un certo punto il GPZ vede avvicinarsi la mamma di uno dei tre, e sta per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo, se non fosse che… Voi credete che la mammina padana abbia vigorosamente richiamato alle regole della civile convivenza i pargoletti? Ma manco per sogno: - Uhè, ma che bèllooo!!! Qua, date anche a me, che voglio giocare anch’io…
Hit nr. 2: spiaggia di Lozari, quella di cui ho già raccontato, bellissima, scoscesa e ventosa; GPZ e Cucciolotta stavolta sono fieramente determinati a tenere a debita distanza gli orchi, e quindi non solo arrivano presto, ma si fanno un buon mezzo chilometro con i fagotti (anche loro!) in collo, prima di eleggere domicilio. Il fagottaro, infatti, normalmente è animale assai pigro e abitudinario, e difficilmente si spinge ad esplorare lidi estremi al di fuori del suo rassicurante orizzonte abituale, e in questo modo speriamo di seminarli. Fidando nelle caratteristiche della specie così acutamente annotate dal GPZ, ci disponiamo perciò a godere di una meritata giornata fagotto-free. Anticipo subito che la furbissima concatenazione ipotetico-deduttiva si è rivelata assolutamente giusta: per tutto il giorno, abbiamo goduto in santa pace del sole, del mare, della spiaggia e della compagnia dei nostri amici, ma, ahimè… Ci siamo persi uno spettacolo davvero mirabile, di quelli che capitano una volta nella vita, tipo un’eclissi totale di sole… Anche dalla remota distanza da cui l’abbiamo ammirato, lo spettacolo è apparso davvero stupefacente: da dietro una duna è apparso, piccolo piccolo per la distanza, il maschio alfa (ho dimenticato di dirlo, ma l’orda è ordinata secondo un rigido schema gerarchico-funzionale di branco); dietro hanno cominciato a snodarsi le processionarie (come vedete, anche la terminologia scientifica per la descrizione della specie si sta pian piano sedimentando). La fila era interminabile, più di qualsiasi altra vista fino a quel giorno; per un momento abbiamo temuto che ci avrebbero raggiunto e spazzato via, ma per fortuna la teoria della sedentarietà tendenziale dell’orda si è rivelata giusta. Fatte poche decine di metri, il maschio alfa ha dato il segnale (confesso di non essere ancora riuscito a identificarlo con certezza, ma propendo per l’ipotesi che esso coincida con una serie di suoni gutturali come “Ohè, belin…Ostia, Uhè…” e similari); la colonna si è fermata, e in perfetto stile militaresco si è divisa in due, poi in quattro, finché sono emersi con chiarezza i ruoli e i compiti di ciascuno: le femmine a disporre in bell’ordine frigoriferi da viaggio, teli da mare, parei e a menare ceffoni d’ordinanza alla volta della schiera dei marmocchi; i maschi a fare il lavoro duro: gonfiare materassini, aprire sedie pieghevoli e sdraio e rizzare ombrelloni con un impegno che manco stessero tirando su l’acquartieramento dell’esercito americano dopo lo sbarco in Normandia. Il risultato è semplicemente sbalorditivo: dal nulla sorge in pochi minuti sulla sabbia scoscesa di Lozari una tendopoli, un vero e proprio slum, una favela in miniatura con i suoi vicoli, i suoi sentieri, le piazzette dove la gente si incontra vociante e urlante, con papà e nonni che tirano fuori canne da pesca ed effettuano lanci dimostrativi di lenze (per fortuna senza amo) incuranti della gente a cui il filo di nylon sibila a dieci centimetri dalla testa, con mamme che rincorrono pargoli ipereccitati per tutta la spiaggia, con gran pericolo per tutti i malcapitati che si vengono a trovare sulle traiettorie di fuga e di inseguimento.
Confesso che di fronte a siffatto spettacolo ho rimpianto – evidentemente il mio rapporto con la specie fagottara è quanto meno ambiguo – di non essermi accampato più vicino, per poter meglio ammirare la perfezione - oserei dire paradigmatica - di questa colonia.
Il nostro amico russo, che non sa stare fermo e passeggia in continuazione in spiaggia, passandogli accanto ne ha contati quarantasette, tutti stretti stretti, core a core, autocostretti in una enclave a densità giapponese che di tanto in tanto si apriva pericolosamente al mondo esterno, vomitando fuori palloni e bocce, lenze da pesca e frisbee, turbini di sabbia e di urla, per lo scoramento collettivo di tutti quanti gli stavano intorno, che infatti si sono a poco rarefatti fino a scomparire del tutto, lasciando l’isola degli orchi ben delineata e visibile in mezzo al mare di sabbia, sguaiata e gongolante, e naturalmente anche intrinsecamente, irresistibilmente, purissimamente PADANA.
Hit nr. 3: e con questa la finiamo davvero. La scena è Ghineparu, la spiaggia bella con gli scogli. Stavolta le processionarie arrivano presto, appena una mezz’ora dopo GPZ e signora; incredibile uditu da parte di una femmina della colonia: - Né, ma che meraviglia a quest’ora la spiaggia, quando non c’è nessuno…
Poi sono arrivati i maschi, guidati da quello alfa che si è piazzato a pianificare la campagna di colonizzazione, in piedi petto in fuori come un generale, mentre i fuchi hanno cominciato a trafficare e uno di loro che si è potuto inventare? La cosa più logica del mondo: visto che io e la mia cucciolotta ci eravamo messi piuttosto in avanti, quasi sul bagnasciuga, per goderci meglio quel mare meraviglioso, lui prende e comincia a carreggiare una quantità stratosferica di materassini, coccodrilli, aeroplani, moto di gomma, orche assassine, insomma tutto lo scibile gonfiabile (già gonfiato) e ingombrante che la fantasia di un giocattolaio cretino può partorire, e ammucchia tutto in una montagna alta non meno di un metro e mezzo proprio davanti a noi; ché nella sua malconcia rete neuronale, evidentemente, ci eravamo piazzati lì proprio in attesa che lui ci mettesse in condizione di rimirare il meraviglioso giocattolame dei pargoli padani.
Il GPZ, orfano come detto più volte di ‘U Gattupuzzu, si è accasciato vinto; ma la signora Cucciola, infinitamente più reattiva, ha deciso di piazzare la zampata: - Senta, scusi, non è che sarebbe così gentile da spostare questi giocattoli, di modo che io e mio marito si possa continuare ad avere la visuale sul mare, che è esattamente il motivo per cui ci eravamo piazzati qui, essendo che oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza e trarremmo piacere dal portare via nelle nostre pupille l’immagine del cielo azzurro che si tuffa nel verde del mare?
Il bruto, così apostrofato, vacilla: lentamente si gira, spalanca gli occhi a palla, socchiude la bocca e poi la richiude, nel tentativo di articolare un suono che possa degnamente rispondere all’interrogativa buttata lì dalla mia cucciolotta, e di cui lui però non ha proprio capito nemmeno una virgola. Poi sembra riprendersi, qualche neurone superstite deve aver fatto gli straordinari e avergli fornito almeno la chiave interpretativa minima, spostare – giocattoli, ed essendo incapace di motivare il no decide incredibilmente di eseguire, sia pur mugugnando – uh, ma tanto siam così tanti… adesso arrivano anche gli altri… Argomento che non si capisce, con tutta la buona volontà, che nesso logico possa avere con il nostro diritto (rivendicato) a vedere il mare.
Confesso che mi ha fatto una pena tale che mi sono precipitato ad aiutarlo, la qual cosa lui non ha saputo come interpretare, e infatti ha continuato a mugugnare (senza però che fosse più intelligibile quanto andava grugnendo) guardandosi bene dal dirmi almeno “grazie”.
La mia cucciola sostiene di aver intravisto, verso la fine della scena, un barlume di intelligenza affacciarsi faticosamente allo sguardo del fuco, e si picca tuttora di aver gettato un seme, di averlo forse addirittura redento, mettendolo in grado – finalmente - di capire; ma queste, io penso, sono illusioni tipicamente femminili, tipiche di queste deliziose creature che si illudono ancora che il mondo possa essere salvato da cose come la gentilezza, il dialogo, la condivisione. Il GPZ è molto più pessimista e, pur ammirando sconfinatamene il piccolo miracolo compiuto dalla sua signora che ha domato l’orco, non crede che questo potrà mai ripetersi in futuro; e per questo, se – come davvero vorremmo – in futuro dovessimo tornare a godere di questa terra meravigliosa, le cose sono due: o verremo a luglio, quando (almeno in base all’esperienza dell’anno scorso) gli orchi erano infinitamente di meno; oppure fagottari temete, perché stavolta non farò più nessuno sforzo di continenza e non sarà più il GPZ a fronteggiarvi: ve la dovrete vedere con… ‘U GATTUPUZZUUUUUUUUUUUUUU!!!!!!!!!!
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
lunedì 8 settembre 2008
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento