di Cristiana Capagni – pubblicato su La Voce Democratica – Giugno 2007
Chi ha combattuto le battaglie per la parità dei diritti fra uomo e donna probabilmente è consapevole del fatto che molto, moltissimo è stato fatto ma che ancora parecchio rimane da fare.
Tra l’altro è una questione che non può avere confini: bisogna impegnarsi perché gli esseri umani siano considerati tali senza alcuna distinzione in qualsiasi zona di mondo.
Ciononostante è innegabile che le donne occidentali hanno conquistato un livello di emancipazione decisamente più elevato rispetto ad alcune realtà di contesti culturali differenti.
Rimane il fatto che la questione è scarsamente considerata dalle nuove generazioni. In effetti, molte giovani donne non sentono il problema sulla propria pelle e sono convinte che il tema non riguardi le donne occidentali. Questo significa che a livello generale la guardia è stata abbassata, e questo non bisogna mai farlo, è molto pericoloso.
Ciò detto e sottolineato, mi domando se quando affrontiamo tali temi non siamo colpevoli di superficialità nei confronti dell’altro sesso, quello cui affibbiamo l’etichetta di brutale e che forse dovremo considerare con maggior attenzione senza fermarci alle apparenze. Prima di tutto, migliorare la condizione femminile non può essere un’attività che si svolge entro compartimenti stagni: si deve agire contestualmente sulla condizione maschile. Che dall’esterno appare come una condizione “privilegiata”, di forza e di comando, tuttavia l’uomo che agisce tramite violenza fisica o psicologica nei confronti della donna sta esprimendo un suo disagio ed è su questo che andrebbe focalizzata un po’ di attenzione, perché se non si modifica il contesto nel quale il maschio cresce assorbendo valori errati, tutti gli sforzi per migliorare la condizione femminile saranno vani.
Non si tratta dunque (o almeno: non solo) di armare le donne perché siano in grado di difendersi dagli uomini, ma di far deporre le armi a quegli uomini che non sanno farne a meno, probabilmente perché solo dietro di esse si sentono al sicuro. Un atteggiamento aggressivo ha sempre come matrice una profonda insicurezza.
La maggior parte degli uomini però, se pure è vero che all’interno di ogni uomo è subdolamente in agguato un maschilista, non sono dei bruti che menano le mani. Dovremmo imparare a guardare ad essi come esseri umani: con le loro fragilità, i loro dubbi, le loro incertezze, le difficoltà enormi del trovarsi senza un punto di riferimento. Abituati fino a ieri ad avere modelli che non sono più validi oggi. In cerca di un equilibrio che è difficile trovare se continuiamo a sparar loro addosso, magari anche solo con una cerbottana.
Fra questi uomini, vi sono anche vittime. Padri separati ai quali vengono sottratti i figli, utilizzati come mera merce di scambio per ottenere un assegno di mantenimento più elevato.
Mariti che subiscono angherie sotto il ricatto “se divorzi ti rovino” e tanto si sa che è così, poiché a tutt’oggi il “coniuge debole” che viene tutelato è sempre la donna, nessun giudice verifica alcunché. Non è maschilismo anche questo? Perché si deve partire dall’assioma che la donna debba essere tutelata tout-court in caso di divorzio, riconoscendole dunque uno status di inferiorità? Non potrebbe darsi che sia l’uomo a dover essere tutelato? Eppure quanti casi si citano in giurisprudenza di ex mariti mantenuti dalle ex mogli?
Uomini che subiscono violenza fisica. No, non fa ridere. E’ drammatico. Perché proprio quei valori “di ieri”, quelli che oggi non riconosciamo più perché cristallizzavano la figura dell’uomo dominatore, ebbene sono proprio gli stessi che ci fanno ridere se è la moglie a picchiare il marito, che ci rimandano alle barzellette, che ci fanno archiviare la cosa con un “no, non è possibile”. Uomini che subiscono violenza psicologica. Anche qui, stentiamo a credere. Perché “l’uomo è il sesso forte”.
Eh no, se siamo tutti uguali, non esiste più un sesso forte né uno debole. Esistono esseri umani, cui vanno riconosciuti pari diritti e pari dignità. Caso per caso, se non costa troppo sforzo.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
martedì 14 ottobre 2008
Donne, uomini e parità di diritti
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