mercoledì 29 ottobre 2008

I numeri che non abbiamo

Oggi, senza andare troppo sul filosofico, parliamo di numeri.
L’ignoranza – spesso rivendicata con orgoglio - di noi italiani in questa materia è un fenomeno antico, in cui hanno parecchie responsabilità Croce e Gentile.
Restando su un piano più terra terra, prendiamo la manifestazione del PD a Roma, sabato scorso: erano due milioni, duecentomila o diecimila? In fondo non dovrebbe essere difficile contarli: si prende qualche foto da Google earth, si scelgono un po’ di riquadri campione, si contano le capocce in quei riquadri e si moltiplica la media delle capocce per il numero di riquadri. In realtà è leggermente più complicato, ma vi assicuro che uno statistico come il GPZ vi saprebbe fare il calcolo aggiungendo, ovviamente, anche il margine di errore.
Invece qui ci piace parlare di milioni, a prescindere: erano milioni (sempre autocertificati, ovviamente) quelli scesi in piazza per il nano alfa due anni fa, e quindi non possono non essere milioni questi qui, pena l’etichetta di fiasco. Io propendo per le centinaia di migliaia, ma non ditelo a Veltroni.
In questo nostro stranissimo paese, poi, ci piace tanto erigere ardite costruzioni intellettuali senza un minimo di riscontro con la realtà, e quindi – ancora! – con i numeri. Si preferisce ragionare sui principi, come se questi dovessero essere necessariamente in contraddizione con la dimensione dei fenomeni; e se qualcuno prova a riportare l’intellettuale di turno sui binari della realtà, quello come minimo gli dà del “ragioniere”, sottintendendo meschinità e ristrettezza di vedute. Magari ne avessimo avuti, di ragionieri oculati, al posto dei condottieri di (s)ventura che ci siamo sempre ritrovati...
Si è fatta una guerra di religione durata due o tre anni sul famoso “scalone” della riforma pensionistica di Maroni, che riguardava lo zero virgola spiccioli dei pensionandi italiani; il nano beta Brunetta spara ogni giorno le cifre più fantasiose sul calo dell’assenteismo nel pubblico impiego senza che nessuno gli chieda dove li ha presi quei numeri, chi li certifica; e sull’entità di questo fenomeno, che a leggere le statistiche – quelle vere - è di poco superiore a quello del settore privato, ha costruito una fortuna politica. Basata peraltro sul rancore che molti italiani provano verso molti altri, invece che su argomenti razionali.
Il polverone sollevato da queste e altre battaglie insensate ha oscurato temi ben più pesanti che interessavano tutti. Qualche esempio? Il rinnovo del famigerato CIP6, che è il provvedimento con il quale noi cittadini (tutti) finanziamo con le nostre tasse inceneritori di rifiuti e raffinerie di petrolio quali produttori di “energie rinnovabili”; il finanziamento di 50 milioni di euro regalato dal Berlusca I ad una sola università privata, proprio mentre si affossavano quelle statali; e tante altre cose.
Rileggo ora quello che ho scritto, e mi rendo conto che è noioso; sì, alla fine mi annoio pure io a parlare di queste cose, nonostante siano il mio mestiere: è perché sono sì un mezzo matematico, ma prima ancora sono un italiano.
Le responsabilità, si diceva prima, sono antiche: Benedetto Croce teneva in supremo spregio “gli ingegni minuti” dei matematici, e quando il matematico Federico Enriques organizzò un’iniziativa di divulgazione – si era negli anni dieci del secolo scorso, davvero in anticipo sui tempi – si beccò dal pater della cultura italiana di allora una raffica di elegantissimi insulti; Giovanni Gentile, l’altro peso massimo della filosofia italiana di quell’epoca, proseguì su questa strada, e quando il Dux gli commissionò la riforma della scuola separò nettamente il percorso scientifico da quello umanistico. Come se la cultura potesse essere scissa; in realtà, il retropensiero era lo stesso di Croce: un percorso nobile, che passa attraverso lo studio delle arti e della letteratura, e uno tecnico, di bassa cucina, destinato agli “ingegni minuti”. In queste condizioni, l’aver sfornato economisti matematici come Pareto, fisici da Nobel come quelli del gruppo di via Panisperna e matematici come Ricci Curbastro o Levi Civita, senza le cui equazioni la teoria di Einstein forse non sarebbe nata, è qualcosa che non si spiega; sono le felici eccezioni di cui il nostro paese è sempre stato capace e di cui poi ci vantiamo pure, dopo averne tenacemente ostacolato la crescita. E sono sicuro che la maggior parte degli italiani non conosce quasi nessuno dei nomi che ho appena citato.
Io però credo che la cultura e le capacità di un paese si misurino sulla media, non sulle punte di eccellenza: a che serve avere un pugno di scienziati, se tutti gli altri sono semianalfabeti e a quei pochi scienziati guardano pure storto, perché non capiscono la loro opera e credono che stiano semplicemente sprecando risorse?
Questo disconoscimento della cultura quantitativa, dei numeri, secondo me spiega un sacco di cose; la proverbiale disorganizzazione italiana, per esempio: come si fa a programmare se – a priori – si ha orrore per le tabelle numeriche che riassumono i fenomeni che si devono dominare? Che siano le liste d’attesa degli ospedali o la frequenza delle corse dei mezzi pubblici. Se i nostri manager sono delle pippe lo dobbiamo anche a questo, non solo al familismo amorale che li ha collocati in posti di comando anziché a spazzare le strade.
E - altro danno enorme - quei pochi che, in questo paese, amano davvero la cultura, spesso non sanno neppure di perdersi metà del piacere: identificano la cultura con la letteratura, con le arti, con la filosofia quando va bene, e si fermano davanti alle scienze matematiche come cavalli recalcitranti davanti a un ostacolo; così non sapranno mai che l’eleganza di una dimostrazione matematica è la stessa di una scultura classica, che la febbre creativa che traspare dall’opera di un fisico teorico non ha niente di diverso dal genio malato di un van Gogh. E qui mi fermo, sennò la facciamo troppo lunga. Io non sono filoamericano, anzi, e la cultura anglosassone, presa in blocco, mi ispira un rapporto di amore permeato di diffidenza; però, credetemi, loro hanno davvero un’idea completa di che cosa sia la cultura, e noi no. E si vede, purtroppo; si vede molto.

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