Qualche giorno fa Nadia si è sposata, e ora sta partendo per il Brasile. Non sa cosa farà, laggiù, ma Nadia vive così: non si prepara la strada in anticipo, va e scopre sul posto cosa può offrirle il luogo, e che cosa al luogo può dare lei.
Nadia ve la faccio conoscere attraverso le parole di Sara, che con questo testo ha vinto l'anno scorso il premio Napoli (http://www.premionapoli.it). Nadia è mia cugina, Sara una delle mie amiche più care.
Napoli salta la corda
Sara Ventroni racconta il proprio rapporto con città
Le prime sere accendeva la torcia elettrica per controllare che non ci fossero topi lungo le scale del condominio. Ma questo accadeva anche a Roma, nelle case a pianoterra col cortile interno a ballatoio. Per il resto, si trovava bene. Il balcone della sua camera dava su vicolo Maiorani, tra via dei Tribunali e San Biagio dei Librai, e lì metteva al sicuro il motorino, in una cantina improvvisata a garage. Qualche metro più su, un’icona illuminata ipnotizzava i passanti come le vecchie insegne a spirali dei barbieri: la Madonna Blu di Spaccanapoli ti fissava dalla teca con l’aria trasognata di una Monnalisa elettrica. Il suo alone enigmatico e fluorescente non aveva nulla da invidiare alle installazione al neon di Mario Merz.
Di edicole votate alla Madonna era piena anche Roma, ma quelle napoletane erano più eccentriche e tutto sommato anche più operative. Come quella d’ ‘e rrose, a vicolo San Liborio, che Filumena Marturano aveva preso di petto per sapere se doveva tenere il figlio oppure no. Alla domanda incalzante di Filumena, la Madonna se ne stava zitta, non dava consiglio, non si scomponeva. Poi aveva trovato modo di risponderle attraverso la sicumera di una voce, quella del popolo, che scandisce l’oracolo dalle persiane accostate. Ma a Filumena era bastato per capire quello che c’era da fare.
Nadia non aveva niente da chiedere, forse perché un fatto miracoloso era già accaduto: da Roma si era mossa verso Napoli e aveva trovato un lavoro.
Bisogna entrare in una nuova città col piede giusto, come a salta-la-corda: prendere il ritmo al balzo ed evitare una frustata in testa. La prima regola del gioco ha sempre a che fare con la lingua. E Nadia da subito aveva permesso alla modulazione del dialetto di annidarsi nella sua calata, ma senza quel retrogusto blasé di chi s’impossessa delle cose che non gli riguardano.
Lavorava in una casa-famiglia dalle parti del Centro Direzionale, coi picchiatelli, come li chiamava lei, uomini e donne sottoposti al TSO eppoi internati per un attacco di panico, una sensibilità fuori dal comune, un’omosessualità latente o per un male di vivere che sdoppia il cervello, lo sfilaccia in mille voci fino all’esplosione di quel centro unificante chiamato Io. Nadia lavorava con queste creature di generazione pre-Basaglia, un tempo rese inoffensive dai ripetuti elettrochoc eppoi placidamente governate dalla chimica dei giusti dosaggi di farmaci. Anche Michele Murri, ex rappresentante di gioielli, era diventato un picchiatello con il pallino del discorso-che-fila e l’ossessione per l’accuratezza linguistica. Bisognava dirgli sempre di sì. Ma a essere onesti anche Teresina, la sorella sana di Michele, mostrava qualche segno di nevrosi, con quelle manine rigide e le mosse meccaniche da burattino di latta.
L’andavo a trovare e mi fermavo per una sera, un fine settimana, un capodanno; qualsiasi motivo era buono per scendere a Napoli. Spesso Nadia veniva a prendermi alla stazione col motorino, altre volte andavamo a piedi, volutamente a casaccio tra un vicolo e l’altro. Anch’io iniziavo a orientarmi per i quartieri, tenendo sempre a mente la posizione del Golfo, anche quando scompariva dietro gli alberghi di lusso del lungomare.
Napoli, prima di frequentarla, per me non era un luogo comune. Non era maschere e malavita. Camorra e Pulcinella. Non era nemmeno Giambattista Vico, la Federico II, l’erre rotante da nobiltà decaduta o una terrazza con vista.
Napoli, prima di conoscerla, aveva il viso scavato di Eduardo De Filippo.
Non abbiamo origini napoletane e quindi non so ancora spiegarmelo. È un fatto, però, che nella mia famiglia Eduardo ha svolto la funzione di una bibbia profana, con le battute al posto delle parabole. Altre volte era un campionario di espressioni da cui pescare per fare il verso a un atteggiamento bizzarro, per imitare uno sguardo, per dire una cosa molto seria; altre volte ancora era una scusa per stare insieme una serata, anche se sapevamo a memoria tutte le commedie e per sfinimento il vhs s’inceppava. Eravamo e siamo ancora bambini che vogliono ascoltare le stesse storie per ridere e piangere nei soliti passaggi, o per mettere in risalto piccoli dettagli che erano sfuggiti.
Altre volte invece anticipavamo una frase, un gesto, una scena intera per dimostrare che Eduardo ormai era di tutti e di nessuno, e come ogni grande classico non apparteneva più solo a sé stesso. Non è il caso di spiegare cosa ha significato Eduardo per Napoli e viceversa; è certo però che quanto più dava voce alla sua città, alla sua lingua, al suo tempo, tanto più diventava universale.
C’è chi sceglie il prete e chi il medico. Per noi Eduardo è stato un punto di riferimento, una specie di maestro laico. Uno di famiglia.
Anch’io c’ero entrata col piede giusto e mi sentivo di casa, forse perché non avevo mai avuto frenesia di vedere Napoli, piuttosto mi ci ero mossa dentro, animata da quella lenteur che segna il passo quando hai la certezza che un luogo non ti sfugge.
La spesa a Forcella, una pizza da Di Matteo o da Bombolo, una passeggiata soprappensiero a Mergellina, i fuochi a mare, la macchina incagliata in retro su una scalinata ai Quartieri, il fiato sospeso davanti al Cristo Velato, il pesce all’alba ai mercati generali, un divano su cui papariare di primo pomeriggio, un caffè all’aperto dalle parti di piazza San Domenico.
Nadia non era certo una sprovveduta, e anche se sotto Natale andava a vedere i presepi e le luminarie tra i banchi di San Gregorio, non si lasciava sempre incantare dall’atmosfera rumorosamente colorata che Napoli, quando vuole, ti butta davanti agli occhi tanto per rassicurarti. Dalla finestra della sua cucina (aveva subito preso l’abitudine di calare il cestino con la corda), una volta m’aveva indicato i traffichini del quartiere, compreso il pezzo forte, un uomo che se ne stava seduto tutto il giorno su una sedia di paglia in mezzo alla piazzetta a controllare chi andava, chi veniva e chi, con ossequioso rispetto, si fermava a salutarlo.
Quando uno se ne va poi si chiede cosa resta, in quale parte del corpo una città è diventata per sempre nostra.
Ci sentiamo al telefono, ci scriviamo. Spesso, telepaticamente, siamo contente quando le cose vanno bene per entrambe. Ci conosciamo da sempre, d’altra parte.
Sono stata a trovarla a Madrid, dove è andata a vivere dopo tre anni di Napoli e uno di Siena. A quanto pare, ora si sta organizzando per il Brasile. Ma un conto è viaggiare, un conto è ricominciare daccapo ogni volta, senza un lavoro, in una città diversa, dentro una lingua straniera che magari ignora quell’ “italiano emotivo” - la parlata della gioia e della rabbia - fondamentale per dare carattere alla semplice comunicazione.
Nadia non sa spiegarselo bene: ancora adesso, quando è felice, la sua voce cambia sensibilmente registro per seguire l’invisibile sali-e-scendi dell’italiano modulato sulla vecchia frequenza del napoletano.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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