Vagabondando in rete mi sono imbattuto in un grosso pdf, tra i download di Repubblica.it, che raccoglieva un migliaio di scritti dei lettori sul tema "la meglio gioventù". Era di cinque anni fa (mamma mia, che paura! Avrei giurato che il film fosse più recente), e mi sono ricordato di aver partecipato anch'io. La promessa era che i migliori scritti sarebbero stati, appunto, pubblicati in pdf, ma a giudicare dalla mole del file è più verosimile che li abbiano pubblicati tutti. Ho cercato il mio, che tutto sommato mi piace ancora. Lo propongo qui. Se poi qualcuno avesse voglia di raccontare la sua, di meglio gioventù, lo ospiterò volentieri.
FARI SPENTI
Non era più tempo di contestazione, quella vera. Però la Pantera, nel '91, fu un'illusione, una rapida fiammata da braci ormai quasi spente. Avevamo 26 anni, andammo al nostro primo blocco ferroviario, io e Sandro. Fu anche l'ultimo della nostra vita: indossammo presto la cravatta, dopo quell'episodio. Ma ci credemmo, per qualche ora. Su un pendolino qualcuno aveva scritto: «non salire, merdoso padrone», e oggi che ci salgo spesso (ci salgono tutti) ogni volta mi trovo a pensare quanto sia strano che solo 12 anni fa qualcuno potesse considerare quel treno “un treno da padroni». Arrivò la celere - me ne ero già andato, Sandro era ancora lì. Non so perché tornai indietro: mi tremavano le ginocchia, nel passare il cerchio dei manganelli, gli sguardi che allora mi assalirono feroci - e oggi nel ricordo rivedo patetici - di quei poveracci in tenuta antisommossa. Però tornai, e rimasi con Sandro ad aspettare la carica che non arrivò. Non arrivò mai niente, per la nostra generazione: transizione tra furore e grigiore, piccoli fuochi subito spenti, e a fari spenti siamo arrivati fin qui, senza aver lasciato segni, se non dentro noi stessi. Ma lo stupore di Sandro nel vedermi tornare, e l'abbraccio: un attimo che da solo vale il fuoco che non divampò.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
venerdì 24 ottobre 2008
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