martedì 21 ottobre 2008

Cercasi Marx disperatamente

Chi mi conosce sa che lavoro in Banca d’Italia, che è uno dei centri nevralgici della gestione della crisi finanziaria di questi mesi, almeno per il nostro paese e per l’Europa; quanto sto per scrivere non rappresenta però un punto di vista privilegiato: intanto il mio mestiere non è quello dell’economista, e a seguire la crisi sono colleghi più competenti di me in questa materia; e poi, se avessi informazioni riservate non potrei ovviamente rivelarle.
Parlerò quindi – tanto per cambiare – di massimi sistemi; l’unico vantaggio che mi deriva dal mio lavoro, in questo caso, è il fatto di poter spesso affrontare simili argomenti con colleghi di grandissima professionalità, cultura e con esperienza ultradecennale, il che mi dà – oggi – una ragionevole certezza di non dire troppe scemenze.
Cominciamo dal concetto di rischio: io penso che esso sia ampiamente sottovalutato, in Occidente, da almeno quarant’anni; le società sono nate, in fondo, proprio per gestire rischi esogeni, cioè provenienti dalla natura: fame soprattutto, ma anche malattie, esposizione a intemperie e predatori, e così via. Al posto di questi rischi, più o meno decentemente gestiti, le nostre società hanno però generato dei rischi endogeni, che sono esattamente quelli con cui ci stiamo confrontando in questo periodo: il rischio di impoverimento, di perdita della propria posizione sociale, o addirittura della casa e di altri beni necessari. Per molto tempo – potremmo dire per tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra a oggi - questo rischio è apparso talmente remoto da scomparire del tutto dalla percezione: fino agli anni settanta tutti erano certi di essere poveri, sì, ma anche convinti di star rapidamente migliorando la propria posizione, e che altrettanto sarebbe avvenuto in futuro; quando, nel decennio dei settanta, la crescita economica è cessata, ci si è dibattuti molto nella crisi, che infine è stata risolta per due vie: da un lato, usando lo strumento dell’indebitamento dello stato per finanziare la spesa corrente e, almeno in Italia, arruolare legioni di lavoratori pubblici inutili, fraintendendo dolosamente Keynes, che questo strumento lo vedeva a sostegno degli investimenti; questo ha spostato il costo della crisi di allora su chi avrebbe poi dovuto rimborsare quel debito, e cioè sulle generazioni future, che siamo noi: il debito italiano è una cifra che non riesco neppure a scrivere e ogni anno ci paghiamo sopra interessi per settanta miliardi di euro e oltre, che vengono sottratti ai servizi, alla scuola, al welfare e a tutto il resto. L’altra via è stato un affrancamento totale e incondizionato da qualsiasi controllo non del mercato, come si sente spesso ripetere, ma del grande capitale, che è una entità che il mercato tende più che altro a manipolarlo a proprio vantaggio; il grande capitale ha fatto il suo mestiere: ha intrapreso attività di ogni genere in giro per il mondo, si è moltiplicato a dismisura e le briciole sono state distribuite un po’ a tutti, finché la giostra è durata. Ed erano briciole importanti, che hanno creato un certo benessere e quindi hanno fatto chiudere tutti e due gli occhi sul modo in cui queste risorse venivano prodotte.
Hanno iniziato Reagan e la Tatcher, la caduta del muro ha dato ovvio impulso a queste politiche e, nel giro di un decennio, anche i maggiori partiti della sinistra mondiale – tipo il Labour di Tony Blair – si sono portati su indirizzi decisamente liberisti, lasciando l’onere di portare la falce e il martello a frange marginali destinate a scomparire.
Vedete, in questa rapida cavalcata il concetto di rischio ce lo siamo infine dimenticato anche noi; ma una politica liberista implica necessariamente una consapevole ricerca di rischi, che gli imprenditori si assumono perché vengano remunerati; la popolazione non ne veniva gravata perché per far funzionare il welfare (l’assicurazione contro i rischi per la gente comune) ci si indebitava, ma il gioco non poteva continuare per sempre, e infatti adesso il giocattolo si è rotto: molte imprese, tra cui le banche, grazie alle politiche amichevoli e permissive del liberismo sono diventate dei colossi transnazionali che nessuna legislazione statale può contenere, e hanno cominciato a trasferire parte dei rischi che si erano assunte sulla clientela, cioè su tutti noi. Lo hanno fatto facendoci inconsapevolmente partecipare ai loro investimenti, vendendoci prodotti di cui non capivamo niente e che erano in realtà pezzi (tranche, si dice in finanza) di crediti in capo a loro e che sono infine diventati inesigibili in una misura molto superiore a quanto stimato inizialmente; i famosi subprime, per esempio, e molto altro ancora. E poi a fare finanza non c’erano solo le banche: la finanziarizzazione è in realtà un momento pressoché inevitabile della fase finale dei cicli espansivi che caratterizzano il capitalismo, e si verifica quando i grandi capitali, non trovando più un impiego redditizio nell’industria -.perché troppo rischioso, o troppo costoso, o perché il mercato è saturo – si indirizzano verso l’ingegneria societaria e finanziaria: fusioni, acquisizioni, buy-out e così via. O verso la Cina, ma questa è un’altra storia e non è finanza, se non in parte.
Anche di fronte a tutto questo, uno potrebbe pensare che in fondo la cosa non lo riguarda, se non ha investimenti in borsa; ma questo non è vero, perché in borsa ci stiamo tutti, anche se non lo sappiamo: ci stiamo con l’indicizzazione del tasso di interesse del mutuo che abbiamo contratto, o con le quote del fondo pensione aziendale, che scendono a precipizio, o con il valore oscillante dei BOT che abbiamo sottoscritto. Insomma, una ricchezza che avevamo e che credevamo valesse un certo X ora vale molto meno, e se malauguratamente ci eravamo anche indebitati contando su quel valore finiamo in difficoltà. E il rischio, che credevamo di aver esorcizzato, rientra prepotentemente nella nostra vita. Con l’aggravio di un surplus – il debito abnorme - che non ci competerebbe, che viene dal passato, è stato scaricato su di noi per garantire il benessere a qualcun altro, ieri.
La finanza tocca la vita reale anche di chi non la fa, eccome se la tocca. Secondo me è ora di smettere di pensare alla finanza come al demonio o come a un casinò dalle regole incomprensibili, che si contrappone alla buona e sana economia reale; nella filiera produttiva del nostro mondo capitalistico la finanza è il luogo dove le imprese vanno a prendere in prestito i soldi per realizzare i propri progetti, e quindi i propri profitti, e quindi pagare i nostri stipendi. Può non piacere - e infatti a me non piace – ma è così, innegabilmente. Volere un mondo senza finanza è come voler cancellare – che ne so – l’industria dei trasporti.
Questo vuol dire che, in un mondo fatto come il nostro, non possiamo scandalizzarci se 850 miliardi di dollari più quasi 500 miliardi di euro per salvare le banche saltano fuori dalla sera alla mattina, e invece quei miseri trenta o anche meno miliardi di dollari l’anno per dimezzare gli affamati nel mondo non si sono mai trovati: le banche sono una colonna portante di questo sistema, l’impresa in sé lo è, e quindi vanno salvaguardate; se non lo facessimo, nel giro di pochi mesi saremmo tutti alla fame. Ma letteralmente, non per modo di dire.
Se ora ci scandalizziamo (io, almeno, mi scandalizzo molto) per il fatto che questi signori vogliono lo stato fuori quando fanno profitti e lo invocano invece a gran voce quando arriva la bufera, non è al semplice decoro che dobbiamo far riferimento: dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione la stessa architettura di base del nostro mondo capitalista. Il richiamo al decoro non ha mai portato nessun risultato: ora che c’è la tempesta siamo letteralmente obbligati a soccorrere lor signori, che altrimenti ci seppellirebbero sotto una montagna di macerie; e quando tornerà il sereno ci troveremo noi con il conto in mano, sotto forma di ulteriore debito pubblico, mentre questi imperi economici riprenderanno a dettar legge agli stati nazionali – cioè a tutti noi – semplicemente comprandosi governi e parlamenti. O insediandosi direttamente dentro di essi, come da noi.
Dice che l’unico che ha provato a inventare un sistema diverso ha dato vita a molti tra i peggiori regimi della storia: è vero. Ma è forse bello questo? E soprattutto, non è che sta per venire giù? Un nuovo Marx, più lungimirante dell’originale, urge moltissimo. Fossi un presidente del consiglio, quasi quasi bandirei un concorso.

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