“Traffico scorrevole. Porta Pia: tempo stimato 9 minuti”. Così recitava il cartello al neon appeso nella nebbia della piovosa serata di ieri davanti all’Ara Pacis, a Roma, dove la mia macchina aveva pensato bene di esalare l’ultimo respiro. Un serpentone ansimante gemiti metallici si contorceva a nemmeno un metro da me, eppure le lettere gialle risplendenti nella foschia assicuravano che la bestia avrebbe senz’altro spostato il suo ventre a Porta Pia entro nove minuti.
Del resto, una suadente voce femminile mi aveva rassicurato altrettanto fermamente che il soccorso stradale sarebbe giunto “entro quaranta minuti”, ed era appena passata un’ora dalla telefonata.
Aspettiamo. Fa freddo in macchina, mia moglie batte i denti, passano i vigili e ci intimano di smammare, e io lo farei tanto volentieri, se solo potessi.
Intanto il cartello cambia, ora dice “Traffico scorrevole. Porta Pia: tempo stimato 6 minuti”, e forse a monte di dove siamo le condizioni saranno migliorate, ma a vederla così io direi che non ci vuole meno di mezz’ora anche solo per arrivare a imboccare il sottopasso, cento metri più in là. Subentra l’apatia, ce ne stiamo in silenzio a guardare i fari delle macchine che ci si fermano accanto, prigioniere della morsa di metallo, e ovviamente a guardare i retrovisori, nella speranza di avvistare il carro attrezzi. Niente. Mi ritrovo a pensare a un vecchio racconto di fantascienza di Ray Bradbury, in cui una pattuglia di terrestri vaga senza posa su un pianeta battuto da una pioggia perenne che rende il paesaggio sempre lo stesso e sempre grigio; noi siamo al riparo, ma per il resto non ci trovo molta differenza: fari che ci passano accanto, pioggia, cielo plumbeo, buio. Unico elemento cangiante del paesaggio, il cartello luminoso: “Traffico scorrevole. Porta Pia: tempo stimato 7 minuti”. Mi chiedo quale sia l’algoritmo capace di elaborare previsioni così precise laddove io vedo solo un’immutabile marmellata di metallo colorato. Mi ricordo di un algoritmo altrettanto mirabile, quello che sul sito del comune mostrava un bel sole splendente il giorno della piena del Tevere: che sia la stessa società a curare le previsioni del traffico?
Guardo l’orologio: le sei e tre quarti, è passata un’ora e mezza da quando la signorina dell’ACI mi ha assicurato che in quaranta minuti mi avrebbero rimorchiato. Chi sa poi per dove, visto che la gentilissima pulzella non è stata in grado di dirmi né se i soccorritori sarebbero stati in grado di recapitarmi una batteria nuova (il problema è quello lì, ne sono certo), né dove si trovasse l’officina convenzionata più vicina. E in un’ora e mezza niente di niente: né il mezzo di soccorso, né un avviso di ritardo. Il vuoto assoluto. Richiamo, mi risponde Beethoven. L’inno alla gioia, però, mi pare decisamente una presa per il culo. Non me ne vorrà il geniale crucco per gli sfanculamenti con cui ho salutato la sua opera, spero, ma comincio a essere veramente stufo. Alla fine si fa viva una certa Tea, che mi chiede se sono certo di aver chiesto soccorso all’ACI. La salva da una morsicatura via etere il provvidenziale esaurimento della batteria del mio cellulare (pure quella! Ma che gli ho fatto io di male ad Alessandro Volta?). Richiamo, altri dieci minuti in compagnia di Ludwig, poi prende l’iniziativa Luana (ma come funziona, non le prendono se non hanno un nome da Pornostar?). E’ spiacente Luana, ma c’è grande richiesta, pare che sia rimasta appiedata mezza Italia, non è proprio in grado di dirmi dove sia il mio mezzo di soccorso, anzi non sa nemmeno se è partito… C’è bisogno di altri commenti? Ruggisco, sfanculo, le dico che è meglio se non si presentano, sennò gli metto le mani addosso. Attacco il telefono, risolvo all’italiana, e cioè con gli amici: conosco un garagista, quello è gentile e mi dice di andare da lui, mi presterà un ordigno che pesa venti chili e che mi dovrò portare in collo fino alla macchina (taxi a Roma, in centro, sotto le feste di Natale quando piove, ovviamente manco a parlarne). L’ordigno genererà la scintilla che farà ripartire la mia povera vecchia Fiat Marea, poi penserà l'amico garagista a ricaricarmi la batteria, nottetempo, nel suo garage.
Ho fatto tutto questo, alla fine saranno state le otto quando finalmente ho tolto la macchina dalla scomodissima posizione in cui era, e guardando le facce nelle macchine che si muovevano a passo d’uomo accanto a me mi è sembrato che fossero le stesse di mezz’ora prima, quando mi ero allontanato a piedi per andare a prelevare l’ordigno salvifico. Eppure il cartello diceva: “Traffico scorrevole. Porta Pia: tempo stimato 5 minuti. Buone feste”.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
domenica 28 dicembre 2008
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