di Cristiana Capagni - pubblicato su La Voce Democratica – n. 17-31/01/08
Camminando per la strada, entrando in banca, in un bar, nei negozi, non è raro provare la sensazione di aver già visto il volto di un passante, di un altro avventore. In parte ciò accade perché i lineamenti del viso umano, per quanto combinati fra loro in una incredibile varietà, sono riconducibili ad alcune tipologie: insomma, molte persone si somigliano davvero almeno un po’. Vi è poi l’opportunità – tanto maggiore quanto più è piccola la città in cui abitiamo – che effettivamente non sia la prima volta che incontriamo quella persona che ci è sembrato di aver già visto.
Sgomberato il campo da queste due possibilità, ve n’è una terza, per così dire più ‘moderna’: che su alcune persone siano intervenute delle modificazioni volontarie ed omologanti. Lo stile riscontrabile su diverse pazienti, pur senza che esse frequentino lo stesso chirurgo estetico, è l’espressione della moda del periodo. Perciò non è così peregrino incontrare più signore âgé che esibiscano gli stessi zigomi sporgenti, la stessa piega che rende le labbra forzosamente sorridenti, le stesse palpebre semichiuse che probabilmente vorrebbero conferire (ed è un “vorrei ma non posso”) agli occhi lo sguardo sognante dell’ineguagliabile Marylin, finendo molto spesso per dimostrare molti più anni di quelli che hanno effettivamente compiuto proprio a causa dei pesanti restyling cui si sottopongono, che le snaturano completamente e regalano a chi le incontra la fastidiosa sensazione di vivere in una società silenziosamente invasa da cloni, oltretutto anche un po’ macabri.
Viviamo in un'epoca in cui siamo governati da (falsi) ideali di bellezza, salute, successo, ricchezza... ma la vita, in quanto tale, contiene tutto ciò ed insieme il suo contrario che fa da contraltare.
Non può esistere il giorno senza la notte, né la salute senza la malattia, né il sorriso senza la tristezza o la gioventù senza la vecchiaia.
Abbiamo paura di accettare che sia così, nascondiamo la testa sotto la sabbia, cerchiamo di costruirci un'esistenza al riparo da qualsiasi dolore. Ed in questo modo viviamo una vita finta. Tanto il dolore e la delusione arrivano comunque. Allora basterebbe saperli accettare ed elaborare nel modo migliore. Servono a crescere. Così come serve a crescere la consapevolezza che non siamo eterni, se riusciamo ad ammetterlo con la maggiore serenità possibile.
Ma gli anni che stiamo vivendo sono anni di timore della morte, sono anni illuminati da una falsa luce e dunque assai bui.
Nel momento in cui avremo ben presente che il tempo che ci è concesso ha un limite, sia pur ignoto, allora vedremo ogni cosa sotto una luce diversa, più vera, e non avremo desiderio di sprecare il nostro tempo impiegando energie in fatue attività né destinando i nostri pensieri a cose del tutto inutili e senza senso. Forse smetteremo di rincorrere una finta eterna giovinezza per vivere finalmente il momento che ci è dato. Anche questo serve a crescere. E più cresceremo, più diventeremo capaci di indirizzare le nostre scelte in modo positivo, facendo un salto di qualità. E non avremo vissuto invano.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
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