sabato 2 maggio 2009

La fede e il rigore

Premesso che io non sono minimamente attrezzato per disquisire di teologia, questa lettera a un religioso (che non rispose mai) a me pare l'embrione di un manifesto per una chiesa e una dimensione pubblica della fede che purtroppo storicamente non sono esistite mai. L'autrice di questo libro è Simone Weil, figura eminente nel pensiero del secolo scorso; desidera ardentemente il battesimo e, anche se non lo dice, sa benissimo di avere poco da vivere, minata dalla tubercolosi; non per questo è disposta a venire a patti con la sua vocazione, che - chiarisce lei stessa - è quella di passare tutto al vaglio dell'intelligenza. E questo chiede, con chiarezza estrema che sconfina nella durezza, al religioso a cui si rivolge: posto che lei non è disposta ad abdicare all'uso della ragione, è disposta la Chiesa ad accoglierla così com'è? Sono conciliabili le sue opinioni con l'appartenenza alla Chiesa cattolica di Roma? Lei chiede con l'urgenza di chi ha bisogno, sollecita una risposta che non arriverà, e nel chiedere svela queste sue opinioni che altro non possono essere che eretiche, alle orecchie dei guardiani dell'ortodossia: la rivelazione non più come fatto storico circoscritto nel tempo e nei luoghi, ma piuttosto evento in accadimento perenne, che illumina tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni civiltà; la salvezza che non è dono esclusivo di una comunità, perché è invece disponibile per tutti, compresi gli atei che agiscono bene; i miracoli ridimensionati a fatti tutto sommato secondari, e comunque ricondotti a una dimensione potenzialmente razionale, senza che per questo cessino di essere ciò che sono, e cioè prodigi. E tra una domanda e l'altra si delinea l'immagine di una Chiesa che non impone, ma propone, che accetta nel suo seno coloro che si interrogano, che non rifiuta agli individui la ricerca, e che pone come unica condizione di appartenenza la fede in un Dio buono. Una chiesa vasta e inclusiva, il contrario di ciò che è diventata oggi. E che era anche allora, se in fondo la vera preoccupazione degli interlocutori della Weil era semplicemente trovare il modo di battezzarla, cosa che non avvenne mai. O forse sì, sul letto di morte, come qualche tardiva testimonianza è arrivata infine a notificarci. Per arruolare anche lei, lucida o no che fosse, nella legione sterminata di quelli che alla fine hanno comunque baciato la ciabatta.

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