martedì 17 febbraio 2009

Filosofia dell'Ultrauomo

Poi dice perché uno si appassiona alla filosofia: prendete un ragazzino di 13/14 anni, qual ero io quando lessi questo libro (infelicissimo titolo italiano: Il segreto dell'Ultrauomo, da cui il titolo di questo post); abbindolatelo con una trama golosissima, di quelle che non ti danno pace finché non sai come-va-a-finire, che è l'unica cosa che ti interessa a quell'età; e infine infarcitegli il percorso (accidentato) lungo cui lui vorrebbe correre alla fine della storia con una serie di citazioni e riflessioni che non potrà capire, data l'età, ma che si pianteranno nel suo cervello per tutti gli anni a venire. Poi il ragazzino crescerà, andrà al liceo, incontrerà poeti, romanzieri, filosofi e ogni tanto gli tornerà in mente quel particolare passo in cui si diceva che... E si accenderà una lampadina, una sinapsi brillerà, un collegamento verrà creato, fino a costruire una vasta rete che legherà le isole che quel libro ormai dimenticato aveva disseminato nella memoria.
Morale: del libro non mi ricordo praticamente niente, se non che c'era un tizio che poteva cambiare forma quando voleva e andare nello spazio, in aria o sotto il mare e, naturalmente, salvava il mondo; le riflessioni sulla società, sull'universo, sulla natura della coscienza e su quant'altro infiltrava proditoriamente la trama, peggio che andar di notte. Ma tutto ciò che da quegli inserti traditori è scaturito in termini di curiosità prima, e poi di apprendimento, e infine di cultura personale, quello sì, sarà sempre con me. Del resto, qualcuno disse che "quando tutto si è imparato e tutto si è dimenticato, quello che resta è la cultura". Tutto ho dimenticato, anche chi disse questa cosa. Ma aveva ragione.

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