domenica 22 febbraio 2009

Se le cassandre siamo noi

Ieri io e la mia cucciolotta eravamo a piazza Farnese, a Roma, alla manifestazione contro la legge attualmente in discussione in Parlamento e che, se approvata, ci esproprierebbe della nostra libertà ultima e più sacra: poter decidere in che modo lasciare questo mondo.
Chi non c'era, se vuole può guardare e ascoltare gli interventi sul sito di Radio radicale: http://www.radioradicale.it/scheda/273316/manifestazione-si-al-testamento-biologico-no-alla-tortura-di-stato.
Dicono che eravamo tanti, a me non è sembrato: la posta in palio è talmente alta che in piazza avrebbe dovuto esserci mezza Italia, e invece c’era solo una piazza, appunto, e piccolina, benché piena.
Bella era la gente, e molti oratori. Appassionata la Ravera, e acutissima nel giocare sul concetto di anima che guai a chi ce l’ha, perché almeno i cani – che secondo i preti non ce l’hanno – sono liberi di andarsene quando non ce la fanno più, mentre noi no, noi avendo l’anima non ci apparteniamo: apparteniamo a Moloch il crudele, che sia il Dio in terra di Hobbes che è lo stato o il Dio degli eserciti veterotestamentario, che nell’indifferenza dei più ha sfrattato la pietas che fu di Cristo e si è ripreso il posto che duemila anni fa gli era stato tolto. Di pietas ha parlato la Ravera: che amore è mai questo, che inchioda le persone alla croce delle loro sofferenze senza speranza e vuole murarle vive dentro il proprio corpo devastato, senza possibilità di vedere, sentire, parlare, comunicare in alcun modo?

E indimenticabile, commovente, immenso, Camilleri: - vi parla un vecchio di ottantatre anni – ha attaccato con accento graffiante e roco di siciliano – uno che ha vissuto quattro quinti della sua vita espropriato della libertà: soldato nell’esercito fascista, e poi ostaggio di volta in volta dell’ipocrisia democristiana, degli anni di piombo e infine della dittatura televisiva di Berlusconi. E questo vecchio – proseguiva così, con un piglio insolente e un umorismo al vetriolo di uno più giovane di me e di voi – questo vecchio che ama questo paese e soffre nel vederlo devastato dall’ottundimento delle menti, dalla barbarie trionfante dei linciaggi e della voglia di pogrom, dalla volgarità debordante dei grandi fratelli e delle isole dei famosi, dall’abusivismo edilizio che ne ha deturpato i paesaggi prima meravigliosi, dall’illegalità eletta a sistema, dalla pusillanimità; questo vecchio che ormai non ha più nulla da chiedere alla vita, ha ancora però qualcosa da dare, e vuole spenderla qui, perché quando verrà – presto – il suo momento di andare e sarà solo o con sé stesso o con Dio, se c’è, allora non vorrà salutare questo mondo e il suo paese con l’angoscia di aver lasciato ai suoi nipoti lo sfregio di essere stati espropriati della libertà più sacra per un essere umano, che è quella di decidere della propria vita e viene prima di tutti i diritti.

Che c’è da dire di più? Si è commosso lui e ha commosso tutta la piazza, nel salire e poi lasciare il palco portando con sé la fierezza della propria vecchiaia, sostenuto a braccetto da un accompagnatore ma a schiena diritta, con sguardo limpido.
Una cosa mi ha colpito più delle altre, anche se forse banale: il sottolineare l’amore per questo paese.
Ci rappresentano spesso, e lo stesso stanno facendo in queste ore con quella piazza gremita, come il popolo dei malcontenti, gli odiatori di professione, i gufi, le cassandre malevole; adesso, addirittura, come il popolo della morte. In gran parte è malafede, si sa; ma chi ci crede davvero, come fa a essere talmente ottuso da non capire che a muovere la maggior parte di chi scende in quelle piazze è semmai un eccesso di amore per questo paese, un amore dolente per quello che ha saputo essere, per l’arte e la cultura e la bellezza che ha saputo creare e che ora ha del tutto dimenticato, fino a sfregiare e imbruttire se stesso, a diventare lo zimbello dei paesi civili? In quale altro posto ci sono tutte insieme le ronde antistranieri, gli assalti di popolo ai campi Rom, i tentativi di linciaggio, i roghi umani dei senzatetto, un premier inquisito e condannato idolatrato da più del sessanta percento del paese, l’odio per lo stato- questo sì, c’è, e non siamo noi quegli odiatori -, due milioni di costruzioni abusive, un terzo del territorio in mano alla criminalità organizzata, cento miliardi di evasione fiscale; in quale altro posto?
E saremmo noi le cassandre? Noi, semplicemente perché questo non lo sopportiamo e lo denunciamo in piazza?
E’ davvero un grande, Camilleri: la vita ce l’ha più alle spalle che davanti, ma nella sua amarezza sfodera una speranza che, confesso, a me purtroppo appartiene sempre meno, e devo lottare ogni giorno perché non si spenga del tutto, perché le armi comunque non le voglio cedere, quand'anche non ci fosse più alcuna possibilità di redenzione. Quando se ne è andato, a passettini brevi ma decisi, sempre aggrappato al braccio del suo accompagnatore, non ho trovato di meglio che urlargli “bravo!”, perché l’emozione mi aveva annodato la lingua e i pensieri. Avrei voluto potergli stringere la mano e dirgli lì, sul palco, davanti a tutti, - Grazie, Maestro.

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