Su Eluana Englaro mi mancano le parole, l’ho già detto. Tutto suona o troppo banale o troppo grossolano, fuori misura rispetto alla smisuratezza di questa tragedia, per un verso o per l’altro: troppo flebile, o troppo violento. Quello che si può fare è salire sulle spalle dei giganti, guardare la vicenda di lassù e usare parole che non sono nostre; le prendiamo in prestito da loro, dai giganti, anche se poi la conclusione resta la stessa: di fronte all’inaudito il silenzio soltanto è degno di rappresentazione.
Quelli che si riempiono la bocca di diritto naturale e pratiche contro natura come se stessero parlando di qualcosa di oggettivo, che esiste davvero al di là e al di fuori di noi e a cui noi dovremmo inchinarci, sono stati confutati a priori da almeno due secoli di pensiero. Che non c’è bisogno di riassumere, perché il problema non è nostro ma loro, e si chiama ignoranza; o malafede, come nel caso del papa, che certe cose le conosce – o almeno dice -, ma consapevolmente le aggira e le ignora.
Avessimo tra noi un Socrate, smonterebbe questa gente con le loro stesse parole: premettendo, lui per primo, di non sapere, chiederebbe loro di argomentare in favore della verità che invece pretendono di possedere, e li coglierebbe in fallo ad ogni contraddizione, ad ogni concetto vuoto. Del resto di concetti vuoti, cioè non definiti, accettati apoditticamente in nome del “buon senso” o della “sensibilità popolare”, della “filosofia naturale” e di chissà cos’altro sono pieni i discorsi di questo “popolo della vita” a cui la vita umana sta a cuore, secondo la felice e amarissima espressione di Ellekappa, solo “prima della nascita e dopo la morte”: potremmo cominciare proprio dal concetto di Dio, che viene piazzato lì come un monolito con la pretesa che la sua esistenza e la sua voglia di impicciarsi dei fatti nostri siano qualcosa di acclarato ed evidente a tutti, quando per me e per tanta altra gente questa evidenza proprio non c’è.
E qui cade bene una citazione dal Tractatus logicus – philosophicus di Wittgenstein, un po’ lunghetta ma del tutto appropriata, che sembra riprendere proprio il metodo socratico e la cui conclusione andrebbe secondo me presa alla lettera: […] ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro - egli non avrebbe il senso che gli insegniamo filosofia – eppure esso sarebbe l’unico rigorosamente corretto.
Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse (egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito).
Egli deve superare queste proposizioni: allora vede rettamente il mondo.
Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
domenica 8 febbraio 2009
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