Epifani propone di tassare i redditi oltre i 150.000 euro per trovare le risorse necessarie a sostenere gli interventi contro la crisi. Confindustria (e non solo), spalleggiata da parecchi commentatori dal sopracciglio inarcato, oppone un rifiuto indignato (o spaventato?).
Si fronteggiano due menzogne di segno opposto.
La prima è di Epifani: tassare quei redditi sarebbe un segnale di equità e quindi un atto etico quasi doveroso, se fossimo un paese civile e solidale; ma lui non dice questo, dice che con quei soldi si possono attuare interventi anticrisi. Basta un’occhiata alle tabelle ISTAT della distribuzione dei redditi per mettersi a ridere, visto che a guadagnare (o meglio, a dichiarare) quella cifra è un manipolo talmente sparuto che sarebbe eroico, se non sorgesse subito il sospetto maligno che se dichiarano centocinquanta è solo perché evadono mille. Sono talmente pochi che nemmeno se li espropriassimo anche delle mutande firmate riusciremmo a rendere tangibile il loro contributo.
E’ la solita strategia populista: stavolta è il turno di Epifani, di inseguire un facile consenso a costo zero (tanto, quei tizi non saranno certo iscritti della CGIL, e nel caso improbabilissimo che lo fossero torna a valere il discorso che sono quattro gatti, cosa che Guglielmo sa benissimo).
La seconda menzogna arriva in risposta, da parte dell’esercito nascosto dei tanti Mazzarò che hanno da difendere la roba, e che accampano scuse surreali come un’ulteriore depressione dei consumi, in caso gli toccasse sottoporsi a salasso fiscale. Esercito nascosto, sì, perché il manipolo sparuto di cui sopra è ovviamente solo l’avanguardia, che fa da specchietto per le allodole mentre gli altri se ne stanno allineati e coperti, e magari la roba la portano all’estero.
Calo dei consumi: magari di caviale e di aragoste, ma mi sa che non è tanto in quel segmento che si concentra il lavoro degli italiani.
Insomma, è il solito vecchio egoismo muffito degli avari di ogni epoca e di ogni luogo. Avari che da noi sono quasi sempre anche ladri.
E' un gioco a somma zero: uno propone di mazziare qualcuno che sa benissimo non potrà mai essere mazziato, da quando non esiste più una sinistra degna di questo nome; l’altro mugugna infastidito e non vede l’ora che la rabbia si smonti e le urla si spengano, per scansare la ribalta e tornarsene nell’ombra ad aspettare che la bufera sia passata.
Ma è difficile che in questo modo la bufera possa passare davvero.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
lunedì 16 febbraio 2009
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