giovedì 5 febbraio 2009

Quello che uno non dice

Sulla sorte molto triste della povera Eluana Englaro non avevo mai scritto nulla: se ne parla talmente e ne parla talmente tanta gente che tutto questo clamore mi sembra offensivo. Fossi io un suo congiunto, andrei in bestia al pensiero che cani e porci si sentono in diritto di dire quello che vogliono su una vicenda così tragica.

Ne scrivo solo perché il decreto di legge che il governo si appresta ad emanare per impedire in extremis l’adempimento di quella che – è provato – sarebbe stata la volontà di questa ragazza (morire in pace) rivela una cultura talmente violenta e prepotente da mettermi addosso una paura folle. Paura che – e davvero tremo a dirlo, e questo è un altro dei motivi per cui non avevo mai toccato questo caso -, nella malauguratissima ipotesi che toccasse un giorno proprio a me, o a una persona a me cara, quella tragica situazione, non mi sarebbe consentito andare e lasciar andare.

Provate a pensare: morte de facto, se va bene; o, se invece permane anche solo un fioco barlume di coscienza, l’inferno di un buio in cui risuona solo il proprio pensiero disperato, senza che mai possa penetrarvi un’immagine, un suono, una parola, una carezza. Un cervello a bagno in una vasca con le pareti schermate di nero, per tutta una vita. Riuscite a immaginare qualcosa di più orribile?

Una mia compagna di scuola sta così da ventitré anni: era una ragazza molto bella, aveva un marito e una bambina. Un ictus l’ha conciata peggio di Eluana, perché lei è cosciente. Cosciente ma cieca, sorda, muta e incapace anche di aprire gli occhi. Come abbiano stabilito che è cosciente non lo so, ma l’hanno stabilito. Quando penso a lei mi si aggroviglia lo stomaco. Al posto suo vorrei poter morire.

Allora, dato che da noi il testamento biologico è un’utopia e tutto quello che non dici potrà un giorno essere usato contro di te, io preferisco dire, pur con addosso la paura e i sudori freddi: se dovesse accadermi, lasciatemi andare. E se non riuscissi ad andarmene da solo, datemi una spinta. Ecco, alla fine l’ho detto. E’ questo il mio testamento biologico, scritto su questo blog. Ovviamente faccio tutti gli scongiuri del mondo perché non debba mai essere applicato, ma se fosse: provate a dire, carissimi ipocriti, che la volontà del soggetto non era stata accertata a dovere, come avete fatto per Eluana; io lo scrivo qui, dove può essere da me stesso cancellato. Se non lo cancello, vuol dire una sola cosa: ho espresso la mia volontà oggi, in piena coscienza e lucidità, e non ci ho mai ripensato.

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