Questa mi tocca farla seria anche se non sono all’altezza, perché se ne sentono di talmente grosse che a non dire niente prude la lingua. Oltre che le mani.
Allora, dice il nano alfa (e il suo commercialista – ora ministro dell’Economia - avalla) che perdere il due percento di prodotto interno lordo non è un dramma: è come tornare al 2006, quando certo non stavamo nelle caverne.
Premesso che piacerebbe anche a me vivere in un mondo in cui produrre meno (e quindi consumare meno, sprecare meno) non fosse un dramma, resta il fatto che noi viviamo invece in questo mondo, in cui il PIL è costretto a crescere sempre. Il perché si può spiegare in tanti modi, ma il nocciolo sta in due circostanze: la prima è che, a meno di non fermare del tutto l’innovazione, ogni anno diventa possibile produrre quello che si era prodotto l’anno prima usando meno risorse, e quindi generando disoccupazione; la seconda ragione è che se la popolazione in età lavorativa cresce bisogna dare lavoro a più gente, e quindi – ancora – il PIL deve crescere. Questa sembrerebbe riguardarci un po’ meno come paese, ma se pensiamo a quanta gente non lavora e vorrebbe (qualche volta dovrebbe) ci rendiamo conto che queste spine nel fianco ce le abbiamo tutte e due, senza circostanze attenuanti.
Che fare per uscirne? Fermiamo il progresso tecnico e organizzativo? Lo limitiamo a quei casi in cui serve al bene di tutti, cioè magari lo sdoganiamo quando si inventa un macchinario medicale e lo blocchiamo se invece qualcuno tira fuori una macchina che sostituisce il lavoro degli esseri umani? Difficile tracciare il confine, e oltretutto la cosa non mi pare possa avere successo: il paese che decidesse di fare così imboccherebbe la via del declino e, producendo a prezzi alti prodotti poco appetibili, verrebbe semplicemente surclassato da quelli che invece spingono sull’innovazione e sulla crescita della produttività; le sue aziende chiuderebbero e la gente – a milioni – resterebbe senza lavoro*.
Ecco, noi viviamo in un mondo così, in cui perdere due punti di PIL significa mandare a casa la gente; e quale gente, poi: non chi ha già consolidato una posizione economica e magari accumulato riserve che gli permetterebbero di passare la nottata, ma i precari, la gente al margine, quella più debole, che già oggi non si capisce bene se stia dentro o quasi fuori.
In un paese democratico la stampa e la TV spedirebbero legioni di giornalisti a intervistare un qualche guru dell’economia - di quelli a cui piace tanto pavoneggiarsi nei salotti, ma che in questo momento latitano - con un preciso mandato, che dovrebbe essere quello di fargli dire: “il Presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia hanno detto una solenne cazzata”. Prima sono uscito in bicicletta, ma di queste pattuglie in giro non ne ho viste…
* Oddio, mi sovviene che, se la mettiamo sulla produttività – che notoriamente da noi scende invece di salire, essendo i nostri illuminati capitalisti innovatori più o meno quanto lo sono i rumeni -, ci tocca concludere che è proprio la china discendente la strada che stiamo percorrendo; allora sì, dovremmo dire che il nano alfa ha ragione: non è un dramma perdere in un colpo due punti di PIL e i posti di lavoro annessi, tanto li avremmo persi comunque, solo un po’ più tardi. E si sa, a lui piace sempre portarsi avanti con il lavoro.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
martedì 20 gennaio 2009
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