domenica 11 gennaio 2009

Dietro al sipario

Voto o non voto?
Avessi detto una cosa del genere davanti a mio padre, sarei stato cacciato di casa e disconosciuto come figlio. Ma questo sarebbe potuto accadere vent’anni fa: ora lui non c’è più, e io vivo in una casa e in un mondo che non sono più i suoi. A volte, a dire il vero, questo mondo mi sembra anche poco mio, nonostante io non sia certo Matusalemme.
Il fatto è che la scuola che ho frequentato io era molto trombona e anche conformista, ma comunque antifascista e impregnata di valori risorgimentali, e a casa un papà comunista come “er Principe” di Verdone - quello che diceva di non essere comunista “così”, e faceva il saluto a pugno chiuso con un braccio, ma “così”, e rifaceva il saluto con tutte e due le braccia – la sera mi cantava “fischia il vento” e “Bella ciao”; mi hanno cresciuto con gli aneddoti edificanti di Enrico Toti che va al fronte senza una gamba e tira la stampella al nemico, mi hanno fatto una capa tanta con la spedizione dei Mille, l’Italia una “di memorie, di lingua, di sangue e di cor”, e poi con le lotte contadine per la terra, in cui il nonno imbracciò forcone e roncola ed era pure stato uno degli eroici ragazzi del ’99 a cui il Piave mormorò, e Sacco e Vanzetti, i partigiani, Salvo D’Acquisto, I fratelli Cervi, Don Camillo e Peppone, Berlinguer… E basta così, perché tutto quello che è venuto dopo è da dimenticare.
Allora, lo so pure io che in questo minestrone c’è di tutto, dalla fedeltà al re alle rivendicazioni anarchiche fino all’avanspettacolo, e che si tratta di una zuppa fatta da ingredienti che non stanno insieme; però non si può negare che ci sia tanto, tanto idealismo, a fare da collante. Uno che è cresciuto così, ovviamente avrà non dico rispetto, ma venerazione per coloro che si sono battuti e sono morti per far sì che tutti noi potessimo votare ed esprimere liberamente le nostre opinioni; e allora come faccio a non votare?
Ma… m’ero fermato a Berlinguer, purtroppo; il che vuol dire che sono qualcosa come venticinque anni, e almeno una cinquantina di elezioni, che io vado a fare il mio sacro dovere civico senza entusiasmo alcuno. Di più, se penso agli ultimi anni, mi pare di essere parte di una platea numerosissima e distratta seduta davanti ad un palcoscenico con il sipario abbassato, dietro al quale si sentono alternativamente sussurri e frastuono, risate e gemiti di piacere da inconfessabili amplessi; capita ogni tanto di riconoscere una voce, o almeno sembra; ogni tanto esce un tizio da dietro al sipario che in quattro e quattr’otto racconta alla platea la sua versione di quello che succede là dietro e poi sparisce di nuovo; i tizi si alternano e il racconto non è mai lo stesso, neppure quando tocca di nuovo allo stesso tipo che è già uscito prima. Alla fine di ogni atto, si forniscono gli spettatori di carta e penna e gli si ingiunge di esprimere la propria preferenza per le performance dei diversi attori. Ecco, questo è diventato per me, oggi, votare.
E allora non me ne vogliano i Padri Costituenti, non me ne voglia il mio papà e tutta la galleria di miti e di eroi i cui mezzibusti mi guardano ora accigliati dai loro piedistalli, non me ne voglia la mia maestra delle elementari e nemmeno l’Uomo Ragno e Paperinik: continuo a venerarvi ragazzi, e dico davvero, anzi vi venero di più adesso che ho scoperto come sono fatti gli esseri umani, perché voi siete stati capaci di amarli lo stesso e di sacrificarvi per loro, ma io non ho la vostra stoffa; non sono capace di mettermi alla testa di una folla che assedi i Palazzi per chiedere Giustizia, e però mi sento troppo coglione a rimanere seduto in platea a riempire la mia schedina delle preferenze. Mi alzo, esco dal teatro, ecco cosa farò. Con una consapevolezza, però: quelli che stanno seduti in platea non sono migliori di quelli dietro al sipario abbassato, e anzi la quasi totalità di quegli spettatori il sipario non lo alzerebbe, se avesse la ventura di salire sul palcoscenico.

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