giovedì 15 gennaio 2009

A teatro: acquari e fritture

Ieri sera io, la mia signora e una coppia di amici siamo andati a vedere Marco Paolini, al teatro Argentina di Roma. Lo spettacolo era Miserabili - Io e Margaret Thatcher. Noi Paolini ormai lo compriamo a scatola chiusa, le sue cosiddette “orazioni civili” ci hanno conquistato diversi anni fa, quando il genere (e lo stesso Paolini) erano ancora cose nuove; così, nemmeno ci siamo preoccupati di sapere di cosa si trattasse. Abbiamo rischiato, perché lo spettacolo era parecchio diverso da quelli a cui eravamo abituati: più cerebrale, giocato su un piano comunicativo meno immediato di quanto ci saremmo aspettati. A me è piaciuto lo stesso tantissimo, probabilmente perché i temi che ha affrontato sono quelli che da diversi anni appassionano anche me: l’economia, la svolta degli anni ottanta del novecento, quando il mondo sarebbe potuto andare in una certa direzione e invece la Thatcher e Reagan lo mandarono da un’altra parte; la scienza, e come certi suoi paradigmi recenti (e meno recenti) sembrino attagliarsi benissimo alla crescente disarticolazione delle nostre società.
Fantastico l’esempio del secondo principio della termodinamica (che in sala peraltro nessuno conosceva): se hai un acquario e vuoi fare una frittura, non è detto che tu poi possa riavere l’acquario. Leggi: se una società la riduci a un insieme di monadi non comunicanti in nome dell’individualismo rampante, quando ti accorgerai di aver di nuovo bisogno di una società (come per esempio in questi ultimi anni, in cui la grande abbuffata è finita e i nodi stanno venendo al pettine) non è detto che tu riesca a ricostruirla. E poi, a dosi magari un po’ meno massicce del solito, ci ha somministrato il solito Paolini istrionico, popolare, un po’ nostalgico. Stavolta mi è sembrato di percepire anche una punta di cattiveria, come se non amasse particolarmente il pubblico che aveva davanti, “colpevole” di essere in un uno dei teatri più belli di Roma a un prezzo non proprio popolare, e quindi corresponsabile dello sfascio che lui denunciava, o almeno ad esso accondiscendente; se fosse così non sarebbe una cosa molto simpatica, né corretta (quel biglietto non proprio economico alla fin fine se lo intasca lui, in buona percentuale). Ma probabilmente mi sono sbagliato, e ho solo interpretato male alcuni di quei passaggi in cui il nostro si diverte a sfottere il suo pubblico.

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