venerdì 7 novembre 2008

Tristi figuri

L’altra sera, tornando a casa a piedi dal lavoro, mi sono imbattuto nella manifestazione pro-Obama del PD, a piazza del Pantheon. La tristezza era infinita, con Veltroni (mamma mia, quanto assomiglia al Ciccio di Nonna Papera, visto da vicino) che arringava da un palchetto quattro militanti spelacchiati e quasi silenziosi, ringraziandoli di essere “accorsi numerosi” nonostante la convocazione repentina, via sms. Dietro stavano schierati, rigorosamente in doppiopetto grigio con giubbottino impermeabile nero, D’Alema (Topesio, volendo trovare anche a lui un alter ego disneyano), un ciccione che mi è sembrato Fioroni, quello che resta della Melandri, rinsecchita e incartapecorita comìè, e vari altri figuri mosci.
Data l’atmosfera, e visto che era notte e stava pure per piovere, uno poteva pensare a una celebrazione funebre. E invece Ciccio, indefesso, narrava entusiasta tutta un’altra piazza, caciarona e festante, affollata ed energica; mi sa che aveva davanti al leggìo un microschermo che dava in diretta la festa di Chicago, è l’unica spiegazione razionale, in alternativa alle allucinazioni. Dico: negare la realtà non è bello, ma almeno finché uno racconta le cose in televisione può sperare che chi ascolta ci creda; farlo con chi c’è, mentre c’è, è davvero roba da manicomio, ma quello vero, pre-Basaglia.
Le immagini della festa di Chicago, del discorso da brividi di Obama, della folla ipnotizzata che lo acclamava erano davvero tanto, tanto lontane dalla tristezza di questa combriccola intorpidita. Fossi stato un giornalista, un commentatore, insomma uno qualsiasi titolato a salire su quel palco, mi sarebbe piaciuto porre a quei signori qualche domanda. Ma non potevo, ovviamente, per cui le riassumo tutte qui. Intanto, mi piacerebbe chiedere a Ciccio cosa gli fa pensare che noi tutti si sia così citrulli da berci le parole di Obama pronunciate da lui: non è che sia indifferente, almeno per me, la storia personale di chi parla, i suoi precedenti, chi è stato e chi è; certe cose, dette da Obama, mi danno i brividi e mi esaltano; dette da lui o da Topesio o da qualsiasi altro politicante nostrano diventano solo slogan e mi deprimono. Oltre tutto è cattivo marketing, perché i claim andrebbero cuciti sul prodotto, e questo nostrano è un prodotto che di obamiano non ha proprio niente. La seconda domanda che mi viene è perché lor signori non pongono fine alla lunga teoria di danni che hanno prodotto facendosi da parte, o almeno accettando che qualcuno possa sfidarli e magari scalzarli, come Obama ha potuto fare con la Clinton; ma qui da noi le primarie le fanno solo dopo aver scelto il vincitore, e quando hanno provato a farle davvero, come alle ultime regionali in Puglia, ne sono usciti terrorizzati: il prescelto non solo non era quello indicato dall’apparato, ma si è pure permesso di vincere le elezioni. Imperdonabile.
Un’altra domanda mi verrebbe da porla, invece, a tutti quei commentatori destrorsi e terzisti – Riotta e Mieli in testa – che dal momento stesso in cui il vincitore è stato annunciato hanno cominciato a farsi in quattro per per esibire su ogni frequenza la loro smagata attitudine di uomini di mondo, di iniziati ai segreti che si celano dietro le quinte e tutto appiattiscono, tutto ingrigiscono nell’ingranaggio spietato della realpolitik: guardate, popolo di sempliciotti, che è marketing, è immagine, noi lo sappiamo; un presidente americano è un presidente americano, farà gli interessi degli Stati Uniti, farà pure un’altra guerra se gli servirà, voi lo idolatrate, ma noi non ci caschiamo.
Anzi, a questi non è una domanda che vorrei rivolgere, ma piuttosto una richiesta: lasciateci in pace. Non è che fuori dalle vostre redazioni tutti sono così coglioni da non capire che è impossibile che questo presidente possa realizzare le aspettative stratosferiche che ha suscitato; non è che tutti sono così candidi da non immaginare che per lui l’interesse del suo paese verrà prima di qualsiasi altra preoccupazione. Non preoccupatevi, ci arriviamo da soli a capire queste faccende. Quello che non capisco – io – è come fate – voi – a non rendervi conto che la speranza di tutti quelli che hanno festeggiato in tutto il mondo non è che questo signore rinunci a tutelare il suo paese, ma che lo faccia in un modo diverso da quanto hanno fatto i suoi ultimi predecessori; chi l’ha detto che istituire negli USA un servizio sanitario pubblico degno di questo nome, chiudere Guantanamo, ritirare le truppe dal pantano iracheno, promuovere l’industria delle energie rinnovabili siano azioni che ledono gli interessi degli Stati Uniti? Chi l’ha detto che in questo modo non si possano tutelare non di meno, ma di più – e meglio – gli interessi di quel paese? O dobbiamo concludere che quegli interessi siano stati ben tutelati da chi ha fatto due guerre e ha fatto schizzare il debito dello stato per pagarle, riversando fiumi di soldi nelle tasche delle multinazionali degli armamenti e del petrolio? Da chi ha portato allo sfascio il sistema delle regole della finanza e il mondo sull'orlo di una recessione globale? Io questo mi aspetto da Obama: che faccia davvero gli interessi del suo paese, perché questi interessi - quelli veri - sono anche i nostri, e possono essere quelli di tutti. Può rivelarsi una delusione, dite? Certo che sì. Ma perché devo pensare già adesso che probabilmente lo sarà? A me pare che le premesse perché faccia bene ci siano tutte. Certo, lo aspettiamo alla prova dei fatti. Ma per favore, fate lo stesso anche voi. Della vostra triste supponenza non sappiamo davvero che farcene; nè di quella, né della retorica triste di Ciccio.

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