martedì 7 luglio 2009

Preti che hanno ancora qualcosa da insegnare

Signori, chapeau!

Don Paolo Farinella, prete e biblista della diocesi di Genova, ha scritto al Cardinal Bagnasco (suo vescovo, oltre che presidente della Conferenza Episcopale Italiana). La lettera mi è giunta da Cristiana, ma circola in rete da parecchi giorni. Parla di Puttanopoli e molto altro. E mostra come anche nella Chiesa italiana qualcuno con la schiena veramente diritta c'è ancora. E anch'io, agnostico e razionalista lontano mille miglia dal Cattolicesimo, mi sento in dovere di rendergli omaggio.



Lettera al Cardinal Bagnasco
di don PAOLO FARINELLA



Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di “frequentare minorenni”, dichiara che deve essere trattato “come un malato”, lo descrive come il “drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio”. Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la “verità” che è la nuda “realtà”. Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi “principi non negoziabili” e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono “per tutti”, cioè per nessuno.

Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi.

Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi “parlate per tutti”? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.

I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra a stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con “modelli televisivi” ignobili, rissosi e immorali.

Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa?

Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita “dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale”? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché “anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa”. Voi onorate un vitello d’oro.

Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da “mammona iniquitatis”, si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che – è il caso di dirlo – è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: “troncare, sopire … sopire, troncare”.

Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? “Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una “bagatella” per il cui perdono bastano “cinque Pater, Ave e Gloria”? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: “Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix” (La Stampa, 8-5-2009).

Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro” (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).

Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei “per interessi superiori”, lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.

Lei ha parlato di “emergenza educativa” che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei “modelli negativi della tv”. Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del “velinismo” o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.

Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: “Non licet”? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro “tacere” porta fortuna.

In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete

Per chi volesse sapere qualcosa di più su don Farinella (a me sconosciuto fino a pochi minuti fa): http://it.wordpress.com/tag/don-paolo-farinella/

lunedì 6 luglio 2009

Sulla cattiveria

Cattivo! – ti dicevano da piccolo, quando ne combinavi una un po’ peggiore del tollerabile. Ma te lo dicevano pure gli amichetti e le amichette, se esageravi in esuberanza e facevi male a qualcuno, o eri prepotente. Il sottinteso era che essere cattivi è qualcosa di sbagliato, di ripugnante, e bisognerebbe invece sforzarsi di essere buoni.
Non so se tra i pargoli d’oggidì è ancora in voga l’uso di questo aggettivo in chiave di riprovazione; certamente non lo è tra gli adulti, che anzi sembrano apprezzare (ma questo da sempre, per la verità) una certa esibizione di cattiveria per i motivi più svariati: molti ritengono che sia un pregio per i militari, che se cattivi sarebbero più determinati nel combattere il nemico, così come per gli sportivi. Ci sono poi i cantori della natura ferina dell’essere umano, che apprezzano la cattiveria in quanto istinto primordiale e naturale, contrapposto all’essere buoni che sarebbe – secondo loro – una finzione indotta da incrostazioni culturali deteriori (ci metterei molta destra estrema in questa autogiustificazione della violenza). E ci sono quelli che sono cattivi e basta, che non stanno nemmeno a prendersi il disturbo di rivendicarne il diritto e anzi se ne stanno belli coperti, che gli fa più comodo se nessuno se ne accorge, che sono cattivi.
Tutta questa gente, dagli ideologi della cattiveria ai cattivi nella vita quotidiana, c’è sempre stata. Però erano pochi, e se pure erano tanti avevano comunque paura a venire allo scoperto, perché certi della condanna, magari ipocrita ma pur sempre stigmatizzante, della società. Oggi invece assistiamo all’esibizione truculenta e soddisfatta della cattiveria e soprattutto dei cattivi, in un moto catartico collettivo che finalmente li legittima e li libera dalle pastoie scomodissime della buona educazione, della moralità, del patto implicito di civile convivenza tra esseri umani. Che li libera anche dalla legge, che si torce e si deforma per poter assimilare, includere e infine giustificare gli atti di chi alla liturgia della Giustizia preferisce il rito orgiastico dell’ordalia.
Ieri a Roma un rifugiato politico congolese che si guadagna da vivere mettendo la pubblicità nelle cassette postali dei palazzi è stato aggredito nell’androne di un condominio da un tipo che poi, inseguendolo, ha trovato pure due altri complici spontanei, che si sono volentieri aggregati al tentativo di linciaggio improvvisato probabilmente senza neppure sapere perché quell’altro stava inseguendo quella persona. Gli è bastato il colore della pelle per decidere chi aveva ragione e chi torto.
Ma episodi così ormai succedono tutti i giorni e non lo riporterei, se non fosse per la frase surreale che gli hanno urlato nelle orecchie mentre lo pestavano: “Noi facciamo la volontà del Governo italiano”.
Difficile dargli torto: pochi mesi fa il Ministro dell’Interno ha esortato con un certo compiacimento ad “essere “cattivi” nei confronti degli immigrati, per scoraggiarli dal venire da noi. E, coerentemente, ha intrapreso la politica dei “respingimenti” (gente ributtata a morire in mezzo al deserto o, quando va bene, nelle carceri libiche) e ha predisposto un “pacchetto sicurezza” di chiaro stampo razzista, con tanto di ricorso a ronde parafasciste di cittadini “volonterosi” che non si fa fatica a immaginare violenti e, appunto, “cattivi”.
Chi vive in una grande città non può fare a meno di notare l’incremento esponenziale di gente che vive in strada: la voglia di pogrom è rivolta soprattutto ai Rom, Sinti o Kokaranè che dir si voglia, ma ci sono anche tanti altri disgraziati, spesso italiani messi pure peggio dei Rom. Marco Lodoli, nella cronaca di Roma di Repubblica di ieri, osservava come a questi poveracci abbiano tolto pure la possibilità di ripararsi nei corridoi sotterranei della stazione Termini, “bonificati” – è il termine usato per l’operazione – dalla loro presenza manco fossero ratti.
E pure qui: si è sgolato, il sindaco Alemanno, a condannare episodi di violenza razzista come quello descritto prima, ma come si fa a credere a uno che stigmatizza il razzismo con una celtica al collo? E infatti i suoi veri sentimenti sono sotto gli occhi di tutti, scritti nelle facce e sui corpi dei poveracci che vediamo trascinarsi per i marciapiedi. Spesso vittime di violenze che nemmeno denunciano, così che l’impressionante emergere di episodi di razzismo e di gratuita cattiveria è solo la parte visibile di una realtà dalle dimensioni molto, molto maggiori.
Quello che fa veramente rabbia è la vigliaccheria: ci hanno incitato alla cattiveria, ma al coraggio no, e infatti le vittime sono sempre quelli che non si possono difendere: stranieri già terrorizzati dalle forze dell’ordine – e che molto difficilmente, quindi, le chiamerebbero in soccorso – aggrediti in branco; ragazzini vessati per mesi da gang di compagni di scuola perché “sei un frocio”, chiaramente sempre dieci contro uno; gente che vive in strada, affamata e debilitata, picchiata e data alle fiamme da ragazzotti annoiati ipernutriti e tendenti all’obesità.
Se proprio volete essere cattivi, perché invece di prendervela con chi non si può difendere non andate a dimostrare la vostra esuberanza virile a qualcuno di quei ragazzoni africani formato armadio che spesso si incrociano per le nostre strade? Uno contro uno, però. E senza armi.

giovedì 2 luglio 2009

Quando le stelle si spengono


Insomma, fateci capire: lo stile fresco della Serracchiani andava bene finché era artificiale, e non va più bene quando se ne esce con un apprezzamento veramente naive sulla simpatia di Franceschini?
Per chi si fosse perso l’antefatto: Curzio Maltese ha intervistato la Debora facendole delle domande vere, cosa sempre più rara in questo paese; le ha anche chiesto se per caso il tanto invocato coraggio non manchi a lei per prima, che non ha osato lanciare la sfida per la segreteria, preferendo invece appoggiare la corsa del segretario attuale. Lei ha risposto a tutto, in modo convincente o no dipende dai gusti di chi legge, e ha aggiunto alle ragioni “ortodosse” del suo appoggio a Franceschini il fatto che è simpatico, mentre Bersani puzza di apparato come il suo sponsor D’Alema. Ne è nato un fuoco di fila di reazioni scandalizzate, solidarietà al Baffo, richiami alla serietà, rampogne all’ingenuità.
In questa storiella io ci leggo questo: la Serracchiani sta emergendo non grazie al sostegno del partito, ma anzi a dispetto dei notabili. Non può lanciare alcuna sfida perché la sindrome dei giochetti di palazzo non affligge solo i vecchi e i big del partito ma pure i giovani, che invece di andarsi a cercare il consenso sul territorio preferiscono posizionarsi nell’area d’influenza di questo o di quell’altro capobastone, e quindi non l’appoggerebbero. Insomma, questa ragazza si è cacciata in un vicolo cieco: non ha baciato l’anello di nessuno e la sta pagando con l’isolamento. Prova ad uscirne lasciando segnali a chi vuole intendere: dice senza peli sulla lingua da che parte stanno, secondo lei, le responsabilità della disfatta, e chiama in causa l’eterno aspirante Andreotti col baffo, il reuccio dell’inciucio, mai diventato imperatore e però signore di diverse centinaia di migliaia di tessere. Come dire: io mi espongo, vi dico da che parte sto, vediamo se qualcuno vuole combattere questa battaglia. La risposta è desolante: un linciaggio politico.
L’intera classe dirigente del PD si è chiusa come un sol uomo non appena è stato toccato uno dei suoi mammasantissima, difeso anche da gente che volentieri se lo impalerebbe davanti all’uscio di casa come trofeo: il Baffo è cosa loro, guai se a cucinarselo ci prova una parvenu.
Io il PD non lo voto e quindi il mio interesse è relativo, ma se Franceschini non vince nettamente il congresso il destino di questo partito è segnato: la Serracchiani e le altre poche meteore che sono sfilate in un momento di provvidenziale eclissi delle stelle fisse di quel cielo plumbeo scompariranno sotto l’orizzonte, nella stessa notte che sei anni fa inghiottì Cofferati (che pure proprio estraneo all’apparato non era). Alla Debora sono saltati alla gola in cinquanta per farle fare la figura della cretina: se si impugna come una clava l’unica battuta poco felice di un’intervista - per il resto ineccepibile - vuol dire che quella persona la si stava aspettando al varco.
la Serracchiani, insomma, invece di essere apprezzata per i consensi che ha raccolto, si è fatta un sacco di nemici tra chi da quel successo si sente minacciato. Ma come fa una a diventare leader se non c’è un gruppo disposto a riconoscerla come tale? Ha detto una cazzata? Forse. Ma se ci fosse stata la volontà di farla crescere e affidarle delle repsonsabilità, quella cazzata non sarebbe diventata il fulcro di tutte le reazioni alla sua intervista. Anzi, presto sarebbe stata dimenticata e lei portata in gloria. Del resto, basta guardare come fanno dall’altra parte: il Berlusca e la sua compagnia di saltimbanchi sono cazzari seriali, ma c'è un plotone intero di colonnelli che stanno lì ad affannarsi per coprire, minimizzare, smussare, insabbiare; mica per sputtanarli. Ma le stelle del cielo del PD persistono imperturbabili nella loro orbita fissa, e dal vuoto che avvolge i loro moti siderali scrutano la Terra lontana. Non si lasceranno staccare, da quel cielo, come dalla carta azzurra che fa da sfondo ai presepi: il destino che gli è toccato in sorte se lo vivranno fino in fondo, fino all'ultima scintilla del loro lunghissimo, malinconico tramonto. Dopo il quale resterà soltanto il buio.

mercoledì 1 luglio 2009

Se non leggo quello che scrivo...

Molta della gente che tiene un blog è semplicemente malata di egotismo, e i gattopuzzi non fanno eccezione.
Ormai lo faccio da più di un anno, e più passa il tempo più mi convinco che ci vuole una buona dose di presunzione per ritenere che quello che uno sbrodola sulla carta – pardon, sulla tastiera - possa essere di un qualche interesse per qualcuno. Il fatto è che nell’era della paleoscrittura occorreva passare una dura selezione per scrivere coram populo, perché si doveva farne una professione e quindi era necessario che qualcuno investisse su di te; adesso basta che ti apri un blog e puoi tentare la fortuna, spari un colpo e speri di far centro. Il pensiero sottinteso è: adesso vi faccio vedere io come si scrive e quali sono le cose importanti di cui parlare. In realtà non è che nell’era internettiana sia cambiato granché: anche il blog, per diventare qualcosa di più di un vomitatoio personale, deve avere le qualità per sfondare. Lo sbocco logico di questo discorso è che uno non si può lamentare se si trova con venti lettori (anzi no: venti visite, che mica tutti quelli che arrivano leggono davvero) al giorno, oltre la metà dei quali ti hanno raggiunto in questo anfratto remoto della rete con chiavi di lettura come “cazzo animale” e “polizziotta sexi”. E’ un bel bagno di umiltà, che male non fa mai. E poi uno aggiusta il tiro: alla fine mi sono accorto che in realtà non me fregava proprio niente già dall’inizio, di avere orde di lettori. E’ divertente così, ti fai un diario che altrimenti non faresti, tessi un filo che lega tra loro momenti diversi della tua vita, magari tra qualche anno ti sorprenderai a rileggerti e a ridere di come sei cambiato. E poi tieni in esercizio la penna e anche la testa. Come disse una volta un famoso giornalista americano adducendo uno sciopero per declinare l’invito ad un talk show, che con lo sciopero non c’entrava niente, se non leggo quello che scrivo, come faccio a sapere quello che penso?

domenica 28 giugno 2009

Registi de firm de paura


Ve lo ricordate il mitico Corrado Guzzanti in non so più quale delle tante trasmissioni esilaranti degli anni ’80 – ’90? Quando faceva , appunto, il regista di film “ de paura”. La realtà l’ha superato da parecchi anni, con tutta una classe politica a lucrare sull’uomo nero: che ruba, stupra, ammazza, rapina, ci rovina il sonno ed è pure brutto, tutto sporco e sporca pure le nostre linde (?) città. Bisogna averne paura? Sììììììì!!!!! E chi ci proteggerà? Le rondeeeeeeee!!!!!!!!!
Però mica di tutto tocca aver paura: state a sentire come si incazza l’onorevole ministro Tremonti – regista “de paura” ben più in gamba di Guzzanti - se qualcuno pubblica un bollettino in cui ci sono scritte nero su bianco le cifre della crisi: “Quando c'è una crisi, proprio perchè c'è una crisi, il messaggio deve essere anche di fiducia - ha proseguito Tremonti - Durante la grande Depressione, il grande presidente Roosevelt, al Caminetto, diceva agli americani per radio: uscite di casa, verniciate il vostro garage, andate al cinema, mangiate una bistecca, l'unica cosa di cui dovete avere paura, è la paura stessa. Ecco questo è il senso politico del messaggio che ha dato il presidente Berlusconi e che cerco di dare anch'io. Non è rimuovere la crisi ma, proprio perché c'è la crisi, basta dirlo tutti i giorni, in tutti i modi sulla televisione, in modo ossessivo”.
Capito? Questi sì che sono politici: d’altronde, ce l’hanno detto fino a farcele quadrate, in campagna elettorale, che loro sono qui per occuparsi dei “problemi veri” degli italiani; i problemi veri essendo, pare di evincere, la pericolosissima vicinanza di stranieri i cui crimini sono enfatizzati oltre ogni decenza, manco fossero calati i barbari;e non essendo, invece, l’asfissia di qualche milione di persone che non sa più dove sbattere la testa, avendo perso pure il precariato.
Complimenti, popolo italiano: tu ancora la difendi e la voti, questa gente.

venerdì 26 giugno 2009

Noi però non siamo razzisti...

Limbiate, pestaggio a sfondo razzista contro il padre della scrittrice Ghazi
Per una banale questione di parcheggio una famiglia di cinque persone si è accanita ferocemente sull'egiziano
L'autrice 22enne ha scritto un libro sugli immigrati di seconda generazione

giovedì 25 giugno 2009

Incazzatura in salsa leghista


Quando la Lega nacque ero giovanissimo e talmente pieno di ideali da provare ripugnanza genuina per tutto quel loro parlare di schei. Adesso provo ripugnanza lo stesso, ma lo so che quello strano sono io, in un paese che agli ideali ha abdicato in modo clamoroso e totale da parecchi decenni. Certo, quando uno si accorge di essere preso per il culo, magari un’alzatina di testa la fa, però.
Il mio datore di lavoro ha il pregio di compilare buste paga riepilogative annuali, cosa che non tutti fanno. Questo mi dà modo di vedere con molta facilità quanto guadagno, anno per anno, senza l’inquinamento che nella denuncia dei redditi può essere dato da entrate di altro genere rispetto al lavoro dipendente. L’esito del confronto è stato questo: nel 2008 ho guadagnato circa 1.500 euro più del 2007 al lordo, e 300 euro di meno al netto. Ma l’inarrivabile nano non doveva abbassare le tasse?
Dice che è l’eredità che gli ha lasciato Prodi. E il tempo per rifarla, la disciplina fiscale, non ce l’ha avuto?
Ma la mia incazzatura è un’altra: da Prodi il balzello lo avevo accettato perché la coppia più odiata dagli italiani (Padoa Schioppa e Visco) gli evasori aveva cominciato a stanarli sul serio, e quindi potevo davvero pensare che i miei soldi sarebbero serviti a pagare salari di solidarietà o asili nido; adesso, invece, so che l’evasione è ripartita alla grande, che le tasse in Italia le paghiamo per il 78% noi dipendenti e però all’asilo nido ci va il figlio del gioielliere e la casa popolare se la becca un tizio che va in giro in Porche (li hanno beccati di recente).
A questo punto mi incazzo anch’io per la vile pecunia: ma per quale cazzo di motivo io devo pagare i servizi a gente che guadagna dieci volte quello che guadagno io?
Invidia di classe – adesso hanno inventato questo termine con cui bollare la rabbia di quelli come me. No cari i miei berluscones, non è invidia, perché mi fate un sincero schifo dal punto di vista estetico, prima ancora che morale, con la vostra ignoranza crassa, i capelli unti e il sorriso untuoso. Al posto vostro io mi sparerei ogni mattina in bocca invece di farmi la barba o di mettermi il rossetto, figuriamoci se posso invidiarvi. Il termine giusto è odio: odio di classe, quello di Marx. Perché più passa il tempo più mi convinco che quel signore con la barba aveva davvero capito tutto, tranne la coglionaggine del popolo sovrano; che infatti ha giubilato lui e vota per voi, dimmi se ti pare normale…