di Cristiana Capagni
pubblicato da La Voce Democratica – 14 febbraio 2008
Vengono i brividi, nonostante sia uno degli argomenti caldi del momento. Vengono i brividi a risentir parlare di energia nucleare, soprattutto per ciò che viene detto. Come è possibile che scienziati di altissimo livello la definiscano “energia pulita”? Dal momento che lo sanno anche i sassi che le centrali nucleari producono - insieme con l’energia - anche scarti radioattivi che non si sa dove mettere, è evidente che l’energia nucleare pulita non è. Non si sa dove metterli, tranne naturalmente chiuderli in bidoni che vengono sotterrati per lo più in quella che è diventata la pattumiera dell’Occidente: l’Africa, ma non solo, poiché ne abbiamo anche sotto casa. Basterebbe forse questo argomento per lasciar perdere futuri sviluppi. Ma vogliamo invece dire di più, ricordando che alcuni altri Paesi, i quali nel corso degli anni hanno fatto ricorso all’energia nucleare come ad esempio l’Inghilterra, stanno facendo pian piano marcia indietro. E si orientano verso fonti di energia rinnovabile, come molti Paesi del Nord Europa, i quali non possono vantare un’esposizione solare al pari dell’Italia eppure ricavano una discreta percentuale del loro fabbisogno d’energia proprio attraverso impianti fotovoltaici.
Non ci sembra neppure sostenibile la tesi secondo la quale l’Italia compera l’energia prodotta appena oltre confine (Francia, per esempio) dove, se accadesse una fuga radioattiva, sarebbe come se accadesse entro i patri confini e quindi tanto vale produrla direttamente da noi. Non ci risulta infatti che oltre confine abbiano problemi di organizzazioni criminali che gestiscono i rifiuti… vogliamo immaginarci la stessa (dis)organizzazione attualmente vigente nella nostra Campania in fatto di cassonetti e discariche, riprodotta su una centrale nucleare, una sola? Non basterebbe emigrare a mille chilometri di distanza… si pensi a Chernobyl.
Già, Chernobyl, Kiev, Ucraina. Tanti chilometri in su, tanti anni fa. Eppure nonostante gli italiani abbiano una pessima memoria storica, dovrebbero ricordarselo, almeno quelli che c’erano. Noi c’eravamo, allora. E ricordiamo bene i supermercati presi d’assalto a seguito della raccomandazione da parte delle autorità di non consumare vegetali freschi né latte: la gente si accaparrò tutte le provviste conservate o surgelate disponibili per alimentarsi con cibo evidentemente preparato tempo addietro e dunque non contaminato direttamente dalle radiazioni. Per giorni tra gli scaffali desolatamente vuoti dei supermercati non si trovava più quasi nulla da mangiare. Ma poi comunque, finite le scorte, che il cibo sia contaminato o no, mangiare si deve…
Ricordiamo bene anche la raccomandazione di non restare esposti all’aria aperta, soprattutto i bambini. Era aprile, ma non si poteva portarli al parco, no, meglio chiusi in casa.
Ricordiamo purtroppo anche le immagini dei piccoli innocenti “mostri” nati lassù (e non tutti deceduti) negli anni che seguirono. E non abbiamo dimenticato la maggiore incidenza di tumori e disfunzioni alla tiroide, anche qui da noi, così geograficamente lontani. Siamo sicuri di voler correre questo rischio? In nome di cosa? Dell’opportunità di girare un interruttore e lasciarci investire in piena estate da un getto d’aria gelida senza la quale le generazioni che ci hanno preceduti hanno vissuto benissimo…. Perché questo è il punto: fare marcia indietro, se non impossibile, è certamente difficile; è opportuno sviluppare le risorse di energia rinnovabile ed essenziale sostenere la ricerca in questo senso, ma in ogni caso limitare i consumi - oltre ad essere moralmente doveroso - è necessario alla sopravvivenza.
Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
domenica 13 luglio 2008
venerdì 11 luglio 2008
Assassini!
Voglio scrivere un post banale.
Del resto, perché si deve essere originali per forza? Ci sono cose che sono state dette all’infinito, ma vanno ridette, perché tanto nessuno provvede a risolverle.
Parliamo, per esempio, della tanto dibattuta pillola del giorno dopo, la RU 46. Che in Italia la sua distribuzione sfiori la clandestinità per compiacere una cricca di sessuofobi vestiti di nero è uno scandalo che ormai non scandalizza più nessuno, perché il popolo sovrano si è definitivamente rincoglionito davanti alla TV; hai voglia di strillare che è un tuo diritto, che nessuna legge consente l’obiezione ai farmacisti: tanto nessuno li punisce quando obiettano, e in alcune regioni (Veneto, Liguria e altre) è diventata impossibile anche l’interruzione di gravidanza ospedaliera, dato che non si trova più un ginecologo che non sia obiettore – almeno quando presta pubblico servizio, perché poi molti nelle cliniche private gli aborti li fanno, eccome.
Tutto perché qui in Italia - più o meno come in Messico, dove la legge sull’aborto l’hanno approvata soltanto qualche mese fa tra le alte strida dei prelati di quel paese – a fare le leggi ormai non è più il parlamento, ma i preti; che non sentono ragioni quando gli si spiega che tu l’aborto lo puoi anche vietare, ma tanto continuerà ad esistere e anzi sarà più pernicioso, perché riconsegneremo le nostre donne alle arti delle mammane, che non poche ne hanno sterminate prima del 1978.
Il pensiero che c’è dietro questa incontenibile voglia di divieto dei preti è chiaro a tutti, se lo dicono infinite volte infinite persone in infinite chiacchierate e discussioni, eppure nessun giornale lo scrive, nessuna televisione lo dice: i preti pensano che una donna che abortisce merita la morte, né più né meno di questo.
Per cui chissenefrega se una mammana la squarterà: sarà nient’altro che la giusta punizione per il suo delitto.
Questo blog ha un solo lettore che è lo stesso che lo scrive, per cui penso che non offenderò nessuno chiamandoli assassini e macellai, a cominciare dal pastore tedesco e da sua eminence; e comunque se capita per sbaglio quanlcun altro e si offende il problema è solo suo, si trovi un percorso in rete più confacente alle sue deficienze mentali.
Un’ultima cosa: smettiamo di rappresentarci il mito consolatorio della solidarietà tra donne, della sorellanza e della trasversalità di certi valori all’interno dell’universo femminile. Sono tutte palle, accanto a un gran numero di donne in gambissima ne conosco un botto che sono, se non complici, quanto meno disinteressate a questi temi e ai diritti delle altre; fanno parte di quell’orda immensa di femmine che, una volta felicemente accasate e riprodottesi, eleggono la famiglia non a valore, ma a esperienza mistica, a orizzonte unico nel quale asserragliarsi contro le brutture del mondo. E se gli si fa osservare che qualche anno fa, magari, hanno diversamente pensato e addirittura diversamente praticato, è sempre pronto un cattolicissimo pentimento a salvare la coerenza: errore di gioventù…
Del resto, perché si deve essere originali per forza? Ci sono cose che sono state dette all’infinito, ma vanno ridette, perché tanto nessuno provvede a risolverle.
Parliamo, per esempio, della tanto dibattuta pillola del giorno dopo, la RU 46. Che in Italia la sua distribuzione sfiori la clandestinità per compiacere una cricca di sessuofobi vestiti di nero è uno scandalo che ormai non scandalizza più nessuno, perché il popolo sovrano si è definitivamente rincoglionito davanti alla TV; hai voglia di strillare che è un tuo diritto, che nessuna legge consente l’obiezione ai farmacisti: tanto nessuno li punisce quando obiettano, e in alcune regioni (Veneto, Liguria e altre) è diventata impossibile anche l’interruzione di gravidanza ospedaliera, dato che non si trova più un ginecologo che non sia obiettore – almeno quando presta pubblico servizio, perché poi molti nelle cliniche private gli aborti li fanno, eccome.
Tutto perché qui in Italia - più o meno come in Messico, dove la legge sull’aborto l’hanno approvata soltanto qualche mese fa tra le alte strida dei prelati di quel paese – a fare le leggi ormai non è più il parlamento, ma i preti; che non sentono ragioni quando gli si spiega che tu l’aborto lo puoi anche vietare, ma tanto continuerà ad esistere e anzi sarà più pernicioso, perché riconsegneremo le nostre donne alle arti delle mammane, che non poche ne hanno sterminate prima del 1978.
Il pensiero che c’è dietro questa incontenibile voglia di divieto dei preti è chiaro a tutti, se lo dicono infinite volte infinite persone in infinite chiacchierate e discussioni, eppure nessun giornale lo scrive, nessuna televisione lo dice: i preti pensano che una donna che abortisce merita la morte, né più né meno di questo.
Per cui chissenefrega se una mammana la squarterà: sarà nient’altro che la giusta punizione per il suo delitto.
Questo blog ha un solo lettore che è lo stesso che lo scrive, per cui penso che non offenderò nessuno chiamandoli assassini e macellai, a cominciare dal pastore tedesco e da sua eminence; e comunque se capita per sbaglio quanlcun altro e si offende il problema è solo suo, si trovi un percorso in rete più confacente alle sue deficienze mentali.
Un’ultima cosa: smettiamo di rappresentarci il mito consolatorio della solidarietà tra donne, della sorellanza e della trasversalità di certi valori all’interno dell’universo femminile. Sono tutte palle, accanto a un gran numero di donne in gambissima ne conosco un botto che sono, se non complici, quanto meno disinteressate a questi temi e ai diritti delle altre; fanno parte di quell’orda immensa di femmine che, una volta felicemente accasate e riprodottesi, eleggono la famiglia non a valore, ma a esperienza mistica, a orizzonte unico nel quale asserragliarsi contro le brutture del mondo. E se gli si fa osservare che qualche anno fa, magari, hanno diversamente pensato e addirittura diversamente praticato, è sempre pronto un cattolicissimo pentimento a salvare la coerenza: errore di gioventù…
domenica 6 luglio 2008
Parricidi
Dice Kant che dimostrare l’esistenza di Dio non è possibile, ma di Dio non si può fare a meno, perché è un’idea necessaria dell’uomo.
Ho sempre trovato meravigliosa questa considerazione, e credo che si possa usare lo stesso metro per capire come l’umanità abbia sempre avuto bisogno di eroi; molti ritengono che questo sia un tratto estremamente negativo, e probabilmente hanno ragione: l’eroe rimanda sempre a una visione disuguale e asimmetrica, in cui l’uomo e la donna comuni non hanno capacità sufficienti a cavarsi da soli d’impaccio, e quindi deve intervenire l’eroe, l’uccisore di draghi, l’Uomo della Provvidenza. Che poi, se andassimo a vedere nel dettaglio quello che hanno combinato in termini di massacri i vari uomini della provvidenza, da Alessandro magno al pelato mascellluto di casa nostra passando per Napoleon, non ci resterebbe altro da fare che dare ragione a quello che esclamò “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi!”; lui magari intendeva un’altra cosa, ma io ci aggiungerei che quel popolo non solo ha avuto una sfiga tale da doversi trovare un eroe per venirne a capo, ma a quella se ne è poi aggiunta un’altra, che è proprio l’eroe, figura ingombrante che di solito non scompare dopo aver pestato i cattivi, e anzi finisce per trasformarsi in una calamità peggiore della sfiga che lo ha reso necessario.
Detto questo, riconosco che l’umanità che non ha bisogno di eroi è molto di là da venire, e che essa presupporrebbe una responsabilizzazione dei singoli individui così radicale da diventare utopica, e quindi pericolosa, come la Storia ha purtroppo dimostrato essere quasi tutte le utopie radicali.
A questa umanità bambina anche quando è decrepita e che ha bisogno di un Padre, le democrazie borghesi hanno apparecchiato per un paio di secoli una bella favola con buoni e cattivi, dove tra i cattivi troviamo ovviamente Hitler, i sudisti che volevano perpetuare la schiavitù dei neri, i comunisti mangiabambini e diverse altre figure caricaturali. Tra i buoni, ovviamente, padri fondatori del calibro di Gorge Washington e Abramo Lincoln, o il presidente Franklin Delano Roosevelt, dall’altra parte dell’Atlantico; Giuseppe Mazzini, Garibaldi, Winston Churchill sulle nostre sponde. Sul palcoscenico del resto del mondo non sembra si siano esibiti attori tali da meritare il titolo di eroe, con qualche meritevole eccezione, tipo Gandhi, Mandela e pochi altri.
E’ ovvio che si tratta di una rappresentazione polarizzata ed edulcorata della realtà, che non regge ad un’analisi storica non dico approfondita, ma semplicemente seria e onesta; e tuttavia, essendo di tale analisi del tutto incapace la quasi totalità dei cittadini del mondo, e in particolare dell’Occidente, che preferiscono rappresentazioni mitiche ed eroiche in cui potersi ammantare di cappe immacolate, è una rappresentazione che ha quanto meno il pregio di indicare dei modelli fondamentalmente positivi, nel senso che erge al rango di Padri personaggi che, bene o male, qualche cosa per migliorare il mondo che hanno trovato l’hanno anche fatta; spesso del tutto involontariamente, nell’atto di perseguire i propri interessi, questo sì, ma comunque l’hanno fatta.
Poi, chi vuole uscire dalla caverna di Platone e liberarsi dei falsi miti, può incamminarsi su una strada impervia e solitaria battuta finora da poche intelligenze intrepide, come Keynes per esempio, e raggiungere quella consapevolezza che non è distacco, e però consente un giudizio più obiettivo, benché sofferto, sulle debolezze dei Padri e sulle ragioni del Nemico, che spesso qualcuna ne aveva, o più di una; ma farà bene a tenere per sé quello che apprenderà, in un mondo che non ne vuole sapere di misurarsi con la propria stessa costituzionale complessità.
Ora, però, vedo la favola della democrazia messa sotto accusa non da persone che hanno stracciato il velo della retorica per guardare meglio quello che c’è sotto, ma piuttosto da fanatici che alla democrazia vorrebbero sostituire qualcos’altro, e non qualcosa di nuovo, ma orrori già visti: identità nazionali definite con nient’altro che la contrapposizione ad altri popoli (ovviamente più poveri e fragili), la chiamata alle armi in nome di valori che sono in realtà beceri interessi di parte, la demolizione di qualsiasi coscienza civile condivisa a tutto vantaggio di un individualismo che, praticato da un gregge di persone inconsapevoli e stolide (pecore anarchiche, diceva Montanelli), può produrre solo conformismo e obbedienza a suonatori di piffero. Vedo anche la demolizione delle statue dei Padri: si critica Roosevelt, e addirittura quel suo New Deal che pure portò l’America e il mondo fuori dalla tremenda recessione innescatasi con la crisi del 1929 e addebitabile certo alla mancanza di regole, e non all’eccesso di regolamentazione dei mercati; in nome dell’ideologia mercatista e dei furori animali, questi fatti incontrovertibili vengono sovvertiti e si dà addosso a chi si è reso colpevole di leso mercato, cercando di imbrigliare la belva.
Su Garibaldi e Mazzini stendiamo un velo pietoso, visto che abbiamo al governo gente che si vanta di fare un uso certo igienico, ma molto poco ortodosso della bandiera per cui lottarono tanto; e Garibaldi è già stato derubricato da molti a guitto dei due mondi, avventuriero senza scrupoli e con poco sale in zucca.
Meglio tacere anche dei revisionisti all’amatriciana che equiparano Salò alla Resistenza, in attesa di poter finalmente affermare che i Giusti erano quelli che stavano in riga al Garda, e non chi combattè con gli alleati.
Ci sarebbero decine di altri esempi, ma per arrivare alle logiche conclusioni del discorso questi bastano e avanzano: una furia cieca sta travolgendo le nostre società; è immemore e bestiale, ha il senso critico di uno tsunami, di un terremoto, e come un cataclisma naturale avanza devastando quanto incontra, senza discernere: valori faticosamente costruiti e un tempo condivisi, come l’onestà, la voglia di lavorare e sacrificarsi per un obiettivo comune, la solidarietà, l’umana pietà; delicate architetture democratiche fatte di poteri e contropoteri a bilanciamento, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario messi l’uno a guardia dell’altro e ora investiti dalla piena della ‘gnoranza montante, cieca sbuffante e obnubilata, che mai capirà la complessità di questo equilibrio e quindi, semplicemente, lo travolgerà, a tutto vantaggio del pifferaio di cui sopra.
Insomma: tutti i capisaldi, i baluardi che i nostri padri - magari con la p minuscola, ma certo resi saggi dalle sofferenze -, avevano eretto per difendere le nostre società da noi stessi e dalla nostra furia belluina, stanno crollando, uno dopo l’altro, nell’indifferenza generale e tra qualche applauso, come di chi veda finalmente demolire una selva di monumenti antichissimi e ingombranti a divinità tanto remote da essersi definitivamente perduta ogni eco della fede in loro. E’ così, mi pare, che “la ggente” sta assistendo alla devastazione della nostra storia condivisa in nome del diritto inalienabile a non avere rotture di coglioni, meno che mai di tipo etico o, peggio, intellettuale. La colpa, certo, è della “ggente”, presi uno per uno, quali singoli individui che non possono non essere responsabili delle proprie azioni; ma prima ancora, chi è che ha lasciato marcire la pianta preziosa che avrebbe dovuto invece accudire amorevolmente, e cioè quel germe di civiltà che, ad un certo punto della nostra storia, sembrava finalmente sul punto di sbocciare ed è invece appassito, forse per sempre? Chi è che ha soffocato tutte le voci non intonate, per mettere bene in chiaro che c’è un solo modo di stare al mondo, e non è quello di chi vorrebbe anteporre i valori umani e i diritti delle persone a quelli dei pochi e dei pifferai? Come Pasolini, siamo in tanti a sapere; a differenza di Pasolini, noi ormai abbiamo anche le prove. Solo che non servono più a niente, perché l’uccisione in culla di una società civile non è più considerata reato da tanto, ormai; e, ad esibirle, rischieremmo più che altro di essere accusati di disturbo della quiete pubblica. Anche stavolta: buona apocalisse a tutti!
Ho sempre trovato meravigliosa questa considerazione, e credo che si possa usare lo stesso metro per capire come l’umanità abbia sempre avuto bisogno di eroi; molti ritengono che questo sia un tratto estremamente negativo, e probabilmente hanno ragione: l’eroe rimanda sempre a una visione disuguale e asimmetrica, in cui l’uomo e la donna comuni non hanno capacità sufficienti a cavarsi da soli d’impaccio, e quindi deve intervenire l’eroe, l’uccisore di draghi, l’Uomo della Provvidenza. Che poi, se andassimo a vedere nel dettaglio quello che hanno combinato in termini di massacri i vari uomini della provvidenza, da Alessandro magno al pelato mascellluto di casa nostra passando per Napoleon, non ci resterebbe altro da fare che dare ragione a quello che esclamò “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi!”; lui magari intendeva un’altra cosa, ma io ci aggiungerei che quel popolo non solo ha avuto una sfiga tale da doversi trovare un eroe per venirne a capo, ma a quella se ne è poi aggiunta un’altra, che è proprio l’eroe, figura ingombrante che di solito non scompare dopo aver pestato i cattivi, e anzi finisce per trasformarsi in una calamità peggiore della sfiga che lo ha reso necessario.
Detto questo, riconosco che l’umanità che non ha bisogno di eroi è molto di là da venire, e che essa presupporrebbe una responsabilizzazione dei singoli individui così radicale da diventare utopica, e quindi pericolosa, come la Storia ha purtroppo dimostrato essere quasi tutte le utopie radicali.
A questa umanità bambina anche quando è decrepita e che ha bisogno di un Padre, le democrazie borghesi hanno apparecchiato per un paio di secoli una bella favola con buoni e cattivi, dove tra i cattivi troviamo ovviamente Hitler, i sudisti che volevano perpetuare la schiavitù dei neri, i comunisti mangiabambini e diverse altre figure caricaturali. Tra i buoni, ovviamente, padri fondatori del calibro di Gorge Washington e Abramo Lincoln, o il presidente Franklin Delano Roosevelt, dall’altra parte dell’Atlantico; Giuseppe Mazzini, Garibaldi, Winston Churchill sulle nostre sponde. Sul palcoscenico del resto del mondo non sembra si siano esibiti attori tali da meritare il titolo di eroe, con qualche meritevole eccezione, tipo Gandhi, Mandela e pochi altri.
E’ ovvio che si tratta di una rappresentazione polarizzata ed edulcorata della realtà, che non regge ad un’analisi storica non dico approfondita, ma semplicemente seria e onesta; e tuttavia, essendo di tale analisi del tutto incapace la quasi totalità dei cittadini del mondo, e in particolare dell’Occidente, che preferiscono rappresentazioni mitiche ed eroiche in cui potersi ammantare di cappe immacolate, è una rappresentazione che ha quanto meno il pregio di indicare dei modelli fondamentalmente positivi, nel senso che erge al rango di Padri personaggi che, bene o male, qualche cosa per migliorare il mondo che hanno trovato l’hanno anche fatta; spesso del tutto involontariamente, nell’atto di perseguire i propri interessi, questo sì, ma comunque l’hanno fatta.
Poi, chi vuole uscire dalla caverna di Platone e liberarsi dei falsi miti, può incamminarsi su una strada impervia e solitaria battuta finora da poche intelligenze intrepide, come Keynes per esempio, e raggiungere quella consapevolezza che non è distacco, e però consente un giudizio più obiettivo, benché sofferto, sulle debolezze dei Padri e sulle ragioni del Nemico, che spesso qualcuna ne aveva, o più di una; ma farà bene a tenere per sé quello che apprenderà, in un mondo che non ne vuole sapere di misurarsi con la propria stessa costituzionale complessità.
Ora, però, vedo la favola della democrazia messa sotto accusa non da persone che hanno stracciato il velo della retorica per guardare meglio quello che c’è sotto, ma piuttosto da fanatici che alla democrazia vorrebbero sostituire qualcos’altro, e non qualcosa di nuovo, ma orrori già visti: identità nazionali definite con nient’altro che la contrapposizione ad altri popoli (ovviamente più poveri e fragili), la chiamata alle armi in nome di valori che sono in realtà beceri interessi di parte, la demolizione di qualsiasi coscienza civile condivisa a tutto vantaggio di un individualismo che, praticato da un gregge di persone inconsapevoli e stolide (pecore anarchiche, diceva Montanelli), può produrre solo conformismo e obbedienza a suonatori di piffero. Vedo anche la demolizione delle statue dei Padri: si critica Roosevelt, e addirittura quel suo New Deal che pure portò l’America e il mondo fuori dalla tremenda recessione innescatasi con la crisi del 1929 e addebitabile certo alla mancanza di regole, e non all’eccesso di regolamentazione dei mercati; in nome dell’ideologia mercatista e dei furori animali, questi fatti incontrovertibili vengono sovvertiti e si dà addosso a chi si è reso colpevole di leso mercato, cercando di imbrigliare la belva.
Su Garibaldi e Mazzini stendiamo un velo pietoso, visto che abbiamo al governo gente che si vanta di fare un uso certo igienico, ma molto poco ortodosso della bandiera per cui lottarono tanto; e Garibaldi è già stato derubricato da molti a guitto dei due mondi, avventuriero senza scrupoli e con poco sale in zucca.
Meglio tacere anche dei revisionisti all’amatriciana che equiparano Salò alla Resistenza, in attesa di poter finalmente affermare che i Giusti erano quelli che stavano in riga al Garda, e non chi combattè con gli alleati.
Ci sarebbero decine di altri esempi, ma per arrivare alle logiche conclusioni del discorso questi bastano e avanzano: una furia cieca sta travolgendo le nostre società; è immemore e bestiale, ha il senso critico di uno tsunami, di un terremoto, e come un cataclisma naturale avanza devastando quanto incontra, senza discernere: valori faticosamente costruiti e un tempo condivisi, come l’onestà, la voglia di lavorare e sacrificarsi per un obiettivo comune, la solidarietà, l’umana pietà; delicate architetture democratiche fatte di poteri e contropoteri a bilanciamento, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario messi l’uno a guardia dell’altro e ora investiti dalla piena della ‘gnoranza montante, cieca sbuffante e obnubilata, che mai capirà la complessità di questo equilibrio e quindi, semplicemente, lo travolgerà, a tutto vantaggio del pifferaio di cui sopra.
Insomma: tutti i capisaldi, i baluardi che i nostri padri - magari con la p minuscola, ma certo resi saggi dalle sofferenze -, avevano eretto per difendere le nostre società da noi stessi e dalla nostra furia belluina, stanno crollando, uno dopo l’altro, nell’indifferenza generale e tra qualche applauso, come di chi veda finalmente demolire una selva di monumenti antichissimi e ingombranti a divinità tanto remote da essersi definitivamente perduta ogni eco della fede in loro. E’ così, mi pare, che “la ggente” sta assistendo alla devastazione della nostra storia condivisa in nome del diritto inalienabile a non avere rotture di coglioni, meno che mai di tipo etico o, peggio, intellettuale. La colpa, certo, è della “ggente”, presi uno per uno, quali singoli individui che non possono non essere responsabili delle proprie azioni; ma prima ancora, chi è che ha lasciato marcire la pianta preziosa che avrebbe dovuto invece accudire amorevolmente, e cioè quel germe di civiltà che, ad un certo punto della nostra storia, sembrava finalmente sul punto di sbocciare ed è invece appassito, forse per sempre? Chi è che ha soffocato tutte le voci non intonate, per mettere bene in chiaro che c’è un solo modo di stare al mondo, e non è quello di chi vorrebbe anteporre i valori umani e i diritti delle persone a quelli dei pochi e dei pifferai? Come Pasolini, siamo in tanti a sapere; a differenza di Pasolini, noi ormai abbiamo anche le prove. Solo che non servono più a niente, perché l’uccisione in culla di una società civile non è più considerata reato da tanto, ormai; e, ad esibirle, rischieremmo più che altro di essere accusati di disturbo della quiete pubblica. Anche stavolta: buona apocalisse a tutti!
giovedì 3 luglio 2008
Un angelo con la penna in mano
Non mi piace dare pareri su libri che non ho ancora finito di leggere, ma questa volta mi tocca fare un'eccezione.
A dire la verità, Lo smeraldo dei garamanti - ricordi di un sahariano, di Theodore Monod, non non solo non l'ho ancora finito, ma avrò letto sì e no un centinaio di pagine, con una certa fatica oltretutto.
E allora?
Allora c'è che la fatica è colpa solo della mia ignoranza, perché il libro è un dono del cielo.
L'autore, prematuramente scomparso nel 2000 a 98 anni (certe persone dovrebbero stare tra noi per sempre!), è stato uno degli ultimi intellettuali di formazione ottocentesca, una di quelle persone allevate al senso del bello fin dalla più tenera età, e in possesso di una erudizione enciclopedica. A questo aggiungete uno spirito cristallino come una sorgente di alta montagna, e avrete un uomo letteralmente baciato dalla grazia. Naturalista per vocazione, umanista nel profondo, antimilitarista embedded nell'esercito francese al seguito del quale compiva le sue esplorazioni (era l'unico modo), Monod ha percorso in lungo e in largo il Sahara a dorso di cammello, dagli anni trenta fino ai novanta, portandosi sempre dietro una Bibbia e uno Shakespeare, oltre a qualche cassa di libri di botanica.
Il libro è disorganico, si tratta semplicemente di una raccolta dei suoi pensieri, delle sue fantasticherie e dei suoi disegni; ma che grazia insuperabile traspare da ogni riga, da ogni schizzo! Il periodare sembra cesellato, tanto è sempre appropriata la scelta delle parole, molte delle quali per noi desuete (di qui la fatica della lettura); un linguaggio ricchissimo pienamente sviluppato, al confronto del quale il nostro è monco, come sono monco e sgraziato io, adesso, mentre tento di rendere questa meraviglia con un vocabolario e una tecnica di scrittura che non valgono la prima elementare di quella generazione perduta di intellettuali enciclopedici.
E l'entusiasmo, la meraviglia di fronte alla natura; se ne può quasi sentire il profumo, come fosse una fragranza che si diffonde nell'aria mentre lo leggi. Ogni pagina gronda stupore e gratitudine per il creato, ciò che la maggior parte di noi perde non appena toglie i calzoni corti, e che questo signore si è portato dietro fin quasi a cent'anni (ma erano pochi, magari vivesse ancora, un uomo così). E c'è di più: c'è la fede, ma una fede che nemmeno per un attimo entra in conflitto con il rigore dello scienziato che Monod, pure, era. Ce ne fossero ancora oggi, di intellettuali così, la diatriba tra fede e ragione non sarebbe mai caduta in basso come è caduta, ridotta a disputa ringhiosa tra atei devoti e atei militanti. Probabilmente non sarebbe neppure stata riproposta: non chiedetemi come sia possibile, ma Monod é naturalmente scienziato e naturalmente religioso. E non emerge nessuna contraddizione da questa doppia valenza, anzi: le due dimensioni diventano una sola, si arricchiscono a vicenda.
Insomma: leggetelo. Magari armatevi di vocabolario, ma leggetelo.
A dire la verità, Lo smeraldo dei garamanti - ricordi di un sahariano, di Theodore Monod, non non solo non l'ho ancora finito, ma avrò letto sì e no un centinaio di pagine, con una certa fatica oltretutto.
E allora?Allora c'è che la fatica è colpa solo della mia ignoranza, perché il libro è un dono del cielo.
L'autore, prematuramente scomparso nel 2000 a 98 anni (certe persone dovrebbero stare tra noi per sempre!), è stato uno degli ultimi intellettuali di formazione ottocentesca, una di quelle persone allevate al senso del bello fin dalla più tenera età, e in possesso di una erudizione enciclopedica. A questo aggiungete uno spirito cristallino come una sorgente di alta montagna, e avrete un uomo letteralmente baciato dalla grazia. Naturalista per vocazione, umanista nel profondo, antimilitarista embedded nell'esercito francese al seguito del quale compiva le sue esplorazioni (era l'unico modo), Monod ha percorso in lungo e in largo il Sahara a dorso di cammello, dagli anni trenta fino ai novanta, portandosi sempre dietro una Bibbia e uno Shakespeare, oltre a qualche cassa di libri di botanica.
Il libro è disorganico, si tratta semplicemente di una raccolta dei suoi pensieri, delle sue fantasticherie e dei suoi disegni; ma che grazia insuperabile traspare da ogni riga, da ogni schizzo! Il periodare sembra cesellato, tanto è sempre appropriata la scelta delle parole, molte delle quali per noi desuete (di qui la fatica della lettura); un linguaggio ricchissimo pienamente sviluppato, al confronto del quale il nostro è monco, come sono monco e sgraziato io, adesso, mentre tento di rendere questa meraviglia con un vocabolario e una tecnica di scrittura che non valgono la prima elementare di quella generazione perduta di intellettuali enciclopedici.
E l'entusiasmo, la meraviglia di fronte alla natura; se ne può quasi sentire il profumo, come fosse una fragranza che si diffonde nell'aria mentre lo leggi. Ogni pagina gronda stupore e gratitudine per il creato, ciò che la maggior parte di noi perde non appena toglie i calzoni corti, e che questo signore si è portato dietro fin quasi a cent'anni (ma erano pochi, magari vivesse ancora, un uomo così). E c'è di più: c'è la fede, ma una fede che nemmeno per un attimo entra in conflitto con il rigore dello scienziato che Monod, pure, era. Ce ne fossero ancora oggi, di intellettuali così, la diatriba tra fede e ragione non sarebbe mai caduta in basso come è caduta, ridotta a disputa ringhiosa tra atei devoti e atei militanti. Probabilmente non sarebbe neppure stata riproposta: non chiedetemi come sia possibile, ma Monod é naturalmente scienziato e naturalmente religioso. E non emerge nessuna contraddizione da questa doppia valenza, anzi: le due dimensioni diventano una sola, si arricchiscono a vicenda.
Insomma: leggetelo. Magari armatevi di vocabolario, ma leggetelo.
mercoledì 2 luglio 2008
Appocundria
Era una vecchia canzone di Pino Daniele e da un po' di tempo me la andavo fischiettando; più o meno da cinque-sei mesi, quelli che sono trascorsi dal primo apparire della mia ipocondria. Che non è un bella modalità di esistere; mi dicono che sia abbastanza diffusa tra gli uomini di pelo grigio (come è il vostro Gattopuzzo), e di fatto ti rovina un bel po' di giornate: oddio che è questo dolorino, e come mai faccio le scale e ho il fiato grosso, ecc.
Come avrete capito, il Gattopuzzo è tutt'altro che vecchio (quello mai, manco a ottant'anni), ma non è più nemmeno un virgulto, e da quando se ne è reso conto ha perso la presunzione di immortalità, che certamente rientrava nella categoria delirium omnipotentiae, ma era comunque un modo comodo di stare al mondo.
E quindi, tra un po' di autoironia (poca) e qualche momento di profonda depressione (non tanto raro quanto avrebbe voluto), il Gattopuzzo si avviava a fare i conti con la sua età anagrafica, che non gli consente più di autodefinirsi ragazzo a meno di non voler causare irrefreneabile ilarità nell'interlocutore.
Per cui, quando ha avvertito una fitta al petto, secondo voi cosa ha pensato il Gattopuzzo? Ovviamente, alla falce della Signora; e poi, però, fischiettando "Appocundria", ha pensato che la sua nevrosi stava passando il segno. Il bello di tutto ciò è che, grazie all'ipocondria, non ha avuto modo di spaventarsi; il brutto è stato che le coronarie non avevano mai sentito parlare di ipocondria, e reclamavano il loro diritto a stare male per davvero. Sicché, al perdurare del sintomo (che secondo il GPZ era ancora immaginario), ho cominciato a fischiettare "Curre curre guagliò", che adesso non mi ricordo chi la cantava ma certo stava diventando più appropriata alla situazione dell'Appocundria di prima; e curre curre, fino all'ospedale, dove mi hanno detto "Appocundria 'na sega" e mi hanno impedito l'estinzione (ricordate, no, che il GPZ è esemplare unico della specie) non per me, ma perché i dottori sono tutti iscritti al WWF e amano tanto gli animali rari.
Insomma: angioplastica, una settimana di ricovero, infarto sfiorato e però GPZ rimesso del tutto a nuovo.
E al telefono la mia amica che mi fa: ma te lo ricordi, a vent'anni, quando ci sfondavamo tutte le notti e ridevamo e dicevamo "ma chi ch'ammazza a noi?" e tu rispondevi sempre "er colesterolo a quarant'anni"? Già...
Come avrete capito, il Gattopuzzo è tutt'altro che vecchio (quello mai, manco a ottant'anni), ma non è più nemmeno un virgulto, e da quando se ne è reso conto ha perso la presunzione di immortalità, che certamente rientrava nella categoria delirium omnipotentiae, ma era comunque un modo comodo di stare al mondo.
E quindi, tra un po' di autoironia (poca) e qualche momento di profonda depressione (non tanto raro quanto avrebbe voluto), il Gattopuzzo si avviava a fare i conti con la sua età anagrafica, che non gli consente più di autodefinirsi ragazzo a meno di non voler causare irrefreneabile ilarità nell'interlocutore.
Per cui, quando ha avvertito una fitta al petto, secondo voi cosa ha pensato il Gattopuzzo? Ovviamente, alla falce della Signora; e poi, però, fischiettando "Appocundria", ha pensato che la sua nevrosi stava passando il segno. Il bello di tutto ciò è che, grazie all'ipocondria, non ha avuto modo di spaventarsi; il brutto è stato che le coronarie non avevano mai sentito parlare di ipocondria, e reclamavano il loro diritto a stare male per davvero. Sicché, al perdurare del sintomo (che secondo il GPZ era ancora immaginario), ho cominciato a fischiettare "Curre curre guagliò", che adesso non mi ricordo chi la cantava ma certo stava diventando più appropriata alla situazione dell'Appocundria di prima; e curre curre, fino all'ospedale, dove mi hanno detto "Appocundria 'na sega" e mi hanno impedito l'estinzione (ricordate, no, che il GPZ è esemplare unico della specie) non per me, ma perché i dottori sono tutti iscritti al WWF e amano tanto gli animali rari.
Insomma: angioplastica, una settimana di ricovero, infarto sfiorato e però GPZ rimesso del tutto a nuovo.
E al telefono la mia amica che mi fa: ma te lo ricordi, a vent'anni, quando ci sfondavamo tutte le notti e ridevamo e dicevamo "ma chi ch'ammazza a noi?" e tu rispondevi sempre "er colesterolo a quarant'anni"? Già...
giovedì 12 giugno 2008
Di Marx e di altri demoni ciceroni
Dunque, vediamo un po’: oggi “la ggente” vuole, o dice di volere, l’espulsione degli immigrati che delinquono, un’occupazione sicura per sé e per i familiari, pensioni più alte, un buon rendimento del proprio risparmio, prezzi bassi, più concorrenza e anche meno finanza e più industria. Mi pare di aver messo quasi tutto, mafia e camorra passino pure, le loro malefatte impallidiscono al cospetto di quelle perpetrate dal mostro Rom.
Mentre a sinistra si balbetta di società aperte che non si come costruire, di solidarietà generiche che non riempiono la pancia a nessuno e di innovazione produttiva che nessuno sa da dove dovrebbe venire, da destra la risposta arriva imperiosa: manganello ed espulsioni, giù le tasse e guerra ai fannulloni, viva la libertà d’impresa, lotta dura alla spesa pubblica. E, soprattutto, fuori dai coglioni tutti questi rompipalle veterosinistroidi, che ancora non hanno capito che è il capitalismo il Sol dell’Avvenire: libertà d’impresa, propensione al rischio, fiducia nel futuro, la ricetta per le magnifiche sorti e progressive.
Io le risposte a ciò che non sono in grado di giudicare da solo di solito le cerco nei libri, e per questa occasione ne ho rispolverati tre, un paio dei quali davvero notevoli.
Cominciamo dunque da Giovanni Arrighi, Il Lungo XX Secolo, che ci racconta cosa è successo negli ultimi sette secoli, da quando ha cominciato a prendere forma quella cosa che oggi
chiamiamo Capitalismo. Intanto vediamo dove siamo noi ora, in termini di quei cicli secolari (corsi e ricorsi?) che gli economisti hanno creduto di individuare in questa lunga storia: pare che la nostra epoca si possa classificare come uno di quei punti di svolta in cui un ciclo, raggiunto il suo apice, inizia il declino; è già accaduto nella storia, e quindi dovrebbe essere possibile farsi un’idea di cosa ci attende.
Io non sono Arrighi e non voglio scrivere un libro, per cui semplificherò parecchio, cercando di tenere presente ciò che può dare risposta alle sopra ricordate esigenze della “ggente”.
Un ciclo declina per tanti motivi, tra cui il fatto che la concorrenza dove poteva crescere l’ha fatto, causando la riduzione dei margini di profitto delle imprese (se il mio concorrente vende a prezzi più bassi devo farlo pure io, e quindi guadagnerò di meno). Il capitale accumulato negli anni d’oro quindi non trova remunerazione in patria, se non nelle avventure dell’alta finanza, che è complicatissima, ma sempre di meno che produrre bottoni e bulloni a prezzi inferiori rispetto ai cinesi.
Prima lezione: scordiamoci un ritorno massiccio dell’industria nel mondo occidentale.
Dice: ma noi ci dobbiamo specializzare nelle produzioni di qualità, ad alto contenuto innovativo e tecnologico, mica dobbiamo competere con i cinesi nel fare camicie. Ora, a parte il fatto che per fare l’innovazione ci vogliono gli innovatori, e da queste parti non se ne vedono; a parte che le nostre scuole e università se la battono con l’Uganda e il Burkina Faso; a parte questo, crediamo davvero di poter tutti lavorare nei settori ad altissimo valore aggiunto? Siamo cinquantotto milioni, dei quali una trentina in età da lavoro: un po’ troppi (e troppo ignoranti) per lavorare tutti in produzioni e servizi che, proprio per il loro alto contenuto di tecnologia, richiedono pochissimo personale iperformato.
Seconda lezione: scordiamoci di diventare tutti degli analisti in camice bianco, ne bastano pochi di quelli, e i più nemmeno sarebbero in grado.
Restano le occupazioni tradizionali, in cui è più alto il contenuto di lavoro manuale: ma per far concorrenza ai cinesi, toccherà accettare di essere pagati come cinesi, o poco di più.
Quindi il quadro è: sempre meno lavoro, e sempre meno pagato.
Perché questo? Perché è nella natura del capitalismo, e qui invece ci viene in soccorso Luciano Canfora (La Democrazia – Storia di un’ideologia).
Canfora ci spiega perché l’ideologia della libertà è funzionale al capitalismo, e fin qui siamo nell’ovvio: non può esistere impresa senza libertà; ma poi ci mostra come, in un habitat capitalistico, la libertà finisce inevitabilmente per essere la libertà di pochi, di quelli che hanno abilità e fortuna nel dominare e gestire i capitali. Può essere libero chi non ha un lavoro, chi non ha certezza del futuro, chi non ha accesso ai servizi primari?
Terza lezione: non la libertà, ma la sua icona, regge le nostre società. Generando disuguaglianze, che sono ineliminabili e anzi destinate a crescere sempre più, perché connaturate al capitalismo.
La libertà economica dei pochi che se la sanno conquistare mette a rischio la serenità di tutti gli altri: anche chi è avverso al rischio (quasi tutti) è costretto ad investire in borsa i propri accantonamenti previdenziali, attraverso i fondi pensione, se non vuole trovarsi alla fame in vecchiaia. La finanziarizzazione non si ferma, e anzi fa di noi – anche di noi che la detestiamo – i suoi clienti.
E ancora: Jacques Attali, nel suo Breve Storia del Futuro (il meno bello dei miei tre libri guida in questo excursus), ci racconta di come le grandi compagnie, ormai esauriti i profitti favolosi nei settori a grande sviluppo del passato – l’automobile, la televisione, la telefonia, ecc. – stiano erodendo a poco a poco, alla caccia disperata di nuovi business redditizi, la sfera dei servizi primari, quelli che una volta erano erogati dallo Stato.
La privatizzazione del servizio idrico è a buon punto in tutto l’Occidente, e scuola, istruzione, sanità stanno per cadere. Pagheremo, stiamo già pagando, per avere quello che prima era garantito a tutti, attraverso la tassazione. Ma le tasse, si sa, noi non amiamo pagarle: via l’ICI, e però via anche i finanziamenti alla scuola pubblica, e anzi, libri gratis alle private, meglio se cattoliche.
E crediamo davvero che sia possibile arginare le turbe sterminate che si affollano alle nostre frontiere, in un mondo che proprio le migrazioni di massa e la sostituzione di popolazione giovane a popolazione vecchia hanno reso quello che è oggi?
E che dire della criminalità? Qui mi tocca aggiungere in quarto Cicerone in questo tour dell’orrore prossimo venturo, e scelgo Roberto Saviano, con il suo terribile Gomorra: la criminalità che genera il sette percento del nostro prodotto lordo è devianza o è invece, davvero, ‘o Sistema, come più correttamente la chiamano da Caserta in giù? Crediamo davvero di poter fare a meno di questa entità, probabilmente l’unica realtà veramente produttiva di questo paese?
Ma qui “la ggente” è coerente, e non risulta che nessuno, alle ultime elezioni, abbia perso voti per eccessiva vicinanza a certi personaggi.
Penso di potermi fermare. Del resto, sto scrivendo per mia memoria, tanto in questo blog non ci viene nessuno e se qualcuno ci viene io non lo so, perché non sono stato capace di installare un contatore per le visite.
Ma nel caso estremamente improbabile che qualcuno si affacciasse e addirittura si leggesse tutta questa tirata, una precisazione finale la voglio fare: non è che tutto questo discorso l’ho fatto per dire che faremmo meglio a tirarci un colpo in testa subito, e nemmeno per assecondare certa sinistra che fa dell’odio di classe il suo vessillo (Anche i ricchi piangano, mitico e spettacolare autogol da campagna elettorale); anche perché quella sinistra, ottusa, è pure ignorante assai, e tutte queste cose semplicemente non le sa.
Ho scritto solo per ricordare, non fosse ad altri che a me stesso, che ci siamo comprati a scatola chiusa una truffa che si chiama capitalismo, che finora ci ha dato una parvenza di libertà solo perché sono un paio di secoli che, anziché affamare noi, affama gente in altre parti del mondo, lontane dalle nostre ridenti contrade. Ora che quelle genti hanno iniziato a reclamare la propria parte della torta saranno dolori, perché importeremo non solo i loro prodotti, ma pure un bel po’ di miseria di ritorno, sotto forma di disoccupazione diffusa, salari bassi, precarietà ed esclusione dai servizi primari. Il terzo mondo a casa nostra c'è già, come si è visto con evidenza palmare a New Orleans, quando sulla città di abbattè l'uragano Katrina.
In Italia poi la truffa l’abbiamo comprata doppia, perché a rappresentare questi valori – già di per sé farlocchi – troviamo gente che non solo non ha cuore l’interesse collettivo (non potrebbe, se davvero crede nel liberismo), ma proprio se ne frega anche delle regole base della società liberale. Che vanno bene quando si tratta di autotutelarsi (via le intercettazioni), meno bene per qualche povero disgraziato (manganellate e foglio di via alle prostitute, che francamente più che delinquenti mi sembrano in gran parte povere vittime).
Tutte queste cose, per strano che vi sembri, un signore di nome Karl Marx le aveva indovinate più o meno un secolo e mezzo fa; magari non proprio tutte, riconosco che la politica italiana è in grado di sorprendere anche il più sfrenato futurologo, ma insomma, per il resto si può dire che ci aveva azzeccato alla grande. Peccato che al suo seguito si siano appalesati i marxisti, che certo lui – fosse vivo – non avrebbe amato, se non altro per l’ignoranza che li contraddistingue.
Ma Marx, Arrighi, Canfora, Attali e Saviano i nostri imbonitori non li leggono, e del resto non ne hanno alcun bisogno. Cosa più grave, non li legge nemmeno “la ggente”, che invece ne avrebbe un gran bisogno, e non lo sa.
Buona apocalisse a tutti!
Mentre a sinistra si balbetta di società aperte che non si come costruire, di solidarietà generiche che non riempiono la pancia a nessuno e di innovazione produttiva che nessuno sa da dove dovrebbe venire, da destra la risposta arriva imperiosa: manganello ed espulsioni, giù le tasse e guerra ai fannulloni, viva la libertà d’impresa, lotta dura alla spesa pubblica. E, soprattutto, fuori dai coglioni tutti questi rompipalle veterosinistroidi, che ancora non hanno capito che è il capitalismo il Sol dell’Avvenire: libertà d’impresa, propensione al rischio, fiducia nel futuro, la ricetta per le magnifiche sorti e progressive.
Io le risposte a ciò che non sono in grado di giudicare da solo di solito le cerco nei libri, e per questa occasione ne ho rispolverati tre, un paio dei quali davvero notevoli.
Cominciamo dunque da Giovanni Arrighi, Il Lungo XX Secolo, che ci racconta cosa è successo negli ultimi sette secoli, da quando ha cominciato a prendere forma quella cosa che oggi
chiamiamo Capitalismo. Intanto vediamo dove siamo noi ora, in termini di quei cicli secolari (corsi e ricorsi?) che gli economisti hanno creduto di individuare in questa lunga storia: pare che la nostra epoca si possa classificare come uno di quei punti di svolta in cui un ciclo, raggiunto il suo apice, inizia il declino; è già accaduto nella storia, e quindi dovrebbe essere possibile farsi un’idea di cosa ci attende.Io non sono Arrighi e non voglio scrivere un libro, per cui semplificherò parecchio, cercando di tenere presente ciò che può dare risposta alle sopra ricordate esigenze della “ggente”.
Un ciclo declina per tanti motivi, tra cui il fatto che la concorrenza dove poteva crescere l’ha fatto, causando la riduzione dei margini di profitto delle imprese (se il mio concorrente vende a prezzi più bassi devo farlo pure io, e quindi guadagnerò di meno). Il capitale accumulato negli anni d’oro quindi non trova remunerazione in patria, se non nelle avventure dell’alta finanza, che è complicatissima, ma sempre di meno che produrre bottoni e bulloni a prezzi inferiori rispetto ai cinesi.
Prima lezione: scordiamoci un ritorno massiccio dell’industria nel mondo occidentale.
Dice: ma noi ci dobbiamo specializzare nelle produzioni di qualità, ad alto contenuto innovativo e tecnologico, mica dobbiamo competere con i cinesi nel fare camicie. Ora, a parte il fatto che per fare l’innovazione ci vogliono gli innovatori, e da queste parti non se ne vedono; a parte che le nostre scuole e università se la battono con l’Uganda e il Burkina Faso; a parte questo, crediamo davvero di poter tutti lavorare nei settori ad altissimo valore aggiunto? Siamo cinquantotto milioni, dei quali una trentina in età da lavoro: un po’ troppi (e troppo ignoranti) per lavorare tutti in produzioni e servizi che, proprio per il loro alto contenuto di tecnologia, richiedono pochissimo personale iperformato.
Seconda lezione: scordiamoci di diventare tutti degli analisti in camice bianco, ne bastano pochi di quelli, e i più nemmeno sarebbero in grado.
Restano le occupazioni tradizionali, in cui è più alto il contenuto di lavoro manuale: ma per far concorrenza ai cinesi, toccherà accettare di essere pagati come cinesi, o poco di più.
Quindi il quadro è: sempre meno lavoro, e sempre meno pagato.
Perché questo? Perché è nella natura del capitalismo, e qui invece ci viene in soccorso Luciano Canfora (La Democrazia – Storia di un’ideologia).

Canfora ci spiega perché l’ideologia della libertà è funzionale al capitalismo, e fin qui siamo nell’ovvio: non può esistere impresa senza libertà; ma poi ci mostra come, in un habitat capitalistico, la libertà finisce inevitabilmente per essere la libertà di pochi, di quelli che hanno abilità e fortuna nel dominare e gestire i capitali. Può essere libero chi non ha un lavoro, chi non ha certezza del futuro, chi non ha accesso ai servizi primari?
Terza lezione: non la libertà, ma la sua icona, regge le nostre società. Generando disuguaglianze, che sono ineliminabili e anzi destinate a crescere sempre più, perché connaturate al capitalismo.
La libertà economica dei pochi che se la sanno conquistare mette a rischio la serenità di tutti gli altri: anche chi è avverso al rischio (quasi tutti) è costretto ad investire in borsa i propri accantonamenti previdenziali, attraverso i fondi pensione, se non vuole trovarsi alla fame in vecchiaia. La finanziarizzazione non si ferma, e anzi fa di noi – anche di noi che la detestiamo – i suoi clienti.
E ancora: Jacques Attali, nel suo Breve Storia del Futuro (il meno bello dei miei tre libri guida in questo excursus), ci racconta di come le grandi compagnie, ormai esauriti i profitti favolosi nei settori a grande sviluppo del passato – l’automobile, la televisione, la telefonia, ecc. – stiano erodendo a poco a poco, alla caccia disperata di nuovi business redditizi, la sfera dei servizi primari, quelli che una volta erano erogati dallo Stato.
La privatizzazione del servizio idrico è a buon punto in tutto l’Occidente, e scuola, istruzione, sanità stanno per cadere. Pagheremo, stiamo già pagando, per avere quello che prima era garantito a tutti, attraverso la tassazione. Ma le tasse, si sa, noi non amiamo pagarle: via l’ICI, e però via anche i finanziamenti alla scuola pubblica, e anzi, libri gratis alle private, meglio se cattoliche.E crediamo davvero che sia possibile arginare le turbe sterminate che si affollano alle nostre frontiere, in un mondo che proprio le migrazioni di massa e la sostituzione di popolazione giovane a popolazione vecchia hanno reso quello che è oggi?
E che dire della criminalità? Qui mi tocca aggiungere in quarto Cicerone in questo tour dell’orrore prossimo venturo, e scelgo Roberto Saviano, con il suo terribile Gomorra: la criminalità che genera il sette percento del nostro prodotto lordo è devianza o è invece, davvero, ‘o Sistema, come più correttamente la chiamano da Caserta in giù? Crediamo davvero di poter fare a meno di questa entità, probabilmente l’unica realtà veramente produttiva di questo paese?

Ma qui “la ggente” è coerente, e non risulta che nessuno, alle ultime elezioni, abbia perso voti per eccessiva vicinanza a certi personaggi.
Penso di potermi fermare. Del resto, sto scrivendo per mia memoria, tanto in questo blog non ci viene nessuno e se qualcuno ci viene io non lo so, perché non sono stato capace di installare un contatore per le visite.
Ma nel caso estremamente improbabile che qualcuno si affacciasse e addirittura si leggesse tutta questa tirata, una precisazione finale la voglio fare: non è che tutto questo discorso l’ho fatto per dire che faremmo meglio a tirarci un colpo in testa subito, e nemmeno per assecondare certa sinistra che fa dell’odio di classe il suo vessillo (Anche i ricchi piangano, mitico e spettacolare autogol da campagna elettorale); anche perché quella sinistra, ottusa, è pure ignorante assai, e tutte queste cose semplicemente non le sa.
Ho scritto solo per ricordare, non fosse ad altri che a me stesso, che ci siamo comprati a scatola chiusa una truffa che si chiama capitalismo, che finora ci ha dato una parvenza di libertà solo perché sono un paio di secoli che, anziché affamare noi, affama gente in altre parti del mondo, lontane dalle nostre ridenti contrade. Ora che quelle genti hanno iniziato a reclamare la propria parte della torta saranno dolori, perché importeremo non solo i loro prodotti, ma pure un bel po’ di miseria di ritorno, sotto forma di disoccupazione diffusa, salari bassi, precarietà ed esclusione dai servizi primari. Il terzo mondo a casa nostra c'è già, come si è visto con evidenza palmare a New Orleans, quando sulla città di abbattè l'uragano Katrina.
In Italia poi la truffa l’abbiamo comprata doppia, perché a rappresentare questi valori – già di per sé farlocchi – troviamo gente che non solo non ha cuore l’interesse collettivo (non potrebbe, se davvero crede nel liberismo), ma proprio se ne frega anche delle regole base della società liberale. Che vanno bene quando si tratta di autotutelarsi (via le intercettazioni), meno bene per qualche povero disgraziato (manganellate e foglio di via alle prostitute, che francamente più che delinquenti mi sembrano in gran parte povere vittime).
Tutte queste cose, per strano che vi sembri, un signore di nome Karl Marx le aveva indovinate più o meno un secolo e mezzo fa; magari non proprio tutte, riconosco che la politica italiana è in grado di sorprendere anche il più sfrenato futurologo, ma insomma, per il resto si può dire che ci aveva azzeccato alla grande. Peccato che al suo seguito si siano appalesati i marxisti, che certo lui – fosse vivo – non avrebbe amato, se non altro per l’ignoranza che li contraddistingue.
Ma Marx, Arrighi, Canfora, Attali e Saviano i nostri imbonitori non li leggono, e del resto non ne hanno alcun bisogno. Cosa più grave, non li legge nemmeno “la ggente”, che invece ne avrebbe un gran bisogno, e non lo sa.
Buona apocalisse a tutti!
domenica 8 giugno 2008
Back from Cruccolandia
Cari affezionati miei non-lettori, questa volta il Gattopuzzo vi ha dovuto abbandonare per un po', essendo stato dislocato per lavoro in quel di Frankfurt-Au-Main, Cruccolandia.
Vi parrà strano, ma un giramondo di prima classe quale io mi pregio di essere, mai aveva calcato il suolo di Alemandia, peraltro ben noto alla mia signora, che si picca invece (a ragione) di loquire un tedesco perfetto, frutto di lunga permanenza in una vita precedente.
Causa stanchezza post week end sarò insolitamente telegrafico e andrò subito al sodo: chi pensa che certi popoli stiano meglio di noi in quanto a cartacce per terra e più in generale decoro urbano, educazione stradale (leggi: macchine parcheggiate nei parcheggi e non in mezzo alla strada, pedoni lasciati attraversare senza tema di essere spalmati sulle ruote dei SUV) per maggiori e più arcigni controlli, si può mettere l'anima in pace. In tre giorni, che sono pochi ma comunque qualcosa sono, non ho visto non dico una carta per terra, ma nemmeno una cicca; parcheggi sul marciapiede, uno solo in estrema periferia; pedoni agonizzanti dopo arrotamento, nessuno. E, quel che più conta, non ho visto un poliziotto e neppure un vigile, mai da nessuna parte. E di cestini per l'immondizia ce ne erano quanti a Roma, anzi, forse di meno. Allora, come la mettiamo? Non sarà che questo nostro invocare il Grande Fratello (e di questi tempi pure il Grande Inquisitore) contro le orde di malfattori e di invasori che minacciano il sacro suolo patrio sia niente di più che l'ennesimo alibi creato dalla nsotra cattiva coscienza di sudditi che mai e poi mai impareranno a essere cittadini?
Vi parrà strano, ma un giramondo di prima classe quale io mi pregio di essere, mai aveva calcato il suolo di Alemandia, peraltro ben noto alla mia signora, che si picca invece (a ragione) di loquire un tedesco perfetto, frutto di lunga permanenza in una vita precedente.
Causa stanchezza post week end sarò insolitamente telegrafico e andrò subito al sodo: chi pensa che certi popoli stiano meglio di noi in quanto a cartacce per terra e più in generale decoro urbano, educazione stradale (leggi: macchine parcheggiate nei parcheggi e non in mezzo alla strada, pedoni lasciati attraversare senza tema di essere spalmati sulle ruote dei SUV) per maggiori e più arcigni controlli, si può mettere l'anima in pace. In tre giorni, che sono pochi ma comunque qualcosa sono, non ho visto non dico una carta per terra, ma nemmeno una cicca; parcheggi sul marciapiede, uno solo in estrema periferia; pedoni agonizzanti dopo arrotamento, nessuno. E, quel che più conta, non ho visto un poliziotto e neppure un vigile, mai da nessuna parte. E di cestini per l'immondizia ce ne erano quanti a Roma, anzi, forse di meno. Allora, come la mettiamo? Non sarà che questo nostro invocare il Grande Fratello (e di questi tempi pure il Grande Inquisitore) contro le orde di malfattori e di invasori che minacciano il sacro suolo patrio sia niente di più che l'ennesimo alibi creato dalla nsotra cattiva coscienza di sudditi che mai e poi mai impareranno a essere cittadini?
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