martedì 9 settembre 2008

La dama del lago

Per capire il mondo spesso è sufficiente osservarlo, senza starci a elucubrare troppo sopra. A me invece capita spesso di presumere troppo da me stesso, e allora mi lancio nella scrittura di quei post che, a posteriori, riconosco poi noiosissimi. Sono facilmente riconoscibili, perché si atteggiano a saggi brevi di matematica, economia, storia, sociologia o, - goduria sublime! – tutte queste cose insieme, per la confusione massima mia e di chi persiste nel leggermi.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.

lunedì 8 settembre 2008

Autonomia fagottara - ultimo atto

Beh, direi che mo’ è ora di finirla davvero con ‘sti fagottari. Già ci hanno rotto le scatole in vacanza, mi pare che di importanza gliene stiamo dando pure troppa. Certo, le avventure ai limiti della (sur)realtà sono state tante e tali che è forte la tentazione di raccontarle tutte (ma ti ricordi quello là… - sì, e allora quell’altro che…); ma direi che possiamo chiudere, con grande vantaggio per i cabbasisi di tutti, con qualche hit raccolta qua e là.

Hit nr. 1: il GPZ è semisdraiato sulla sua amatissima sediola da spiaggia e sta leggendo, incurante della torma selvaggia che ormai lo accerchia; arrivano tre ragazzini manco troppo piccoli, diciamo tra i dieci e i quattordici, e si mettono a giocare a bocce a trenta centimetri dai suoi puzzopiedi. Avendo ormai definitivamente represso lo spirito selvatico di ‘U Gattupuzzu, l’urbanissimo GPZ si limita a guatarli stortissimo e a soffiare feroce ogni volta che le bocce (non proprio leggerissime) gli sfiorano le zampette, ma la cosa non sembra turbare affatto i fagotto-marmocchi. Ad un certo punto il GPZ vede avvicinarsi la mamma di uno dei tre, e sta per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo, se non fosse che… Voi credete che la mammina padana abbia vigorosamente richiamato alle regole della civile convivenza i pargoletti? Ma manco per sogno: - Uhè, ma che bèllooo!!! Qua, date anche a me, che voglio giocare anch’io…

Hit nr. 2: spiaggia di Lozari, quella di cui ho già raccontato, bellissima, scoscesa e ventosa; GPZ e Cucciolotta stavolta sono fieramente determinati a tenere a debita distanza gli orchi, e quindi non solo arrivano presto, ma si fanno un buon mezzo chilometro con i fagotti (anche loro!) in collo, prima di eleggere domicilio. Il fagottaro, infatti, normalmente è animale assai pigro e abitudinario, e difficilmente si spinge ad esplorare lidi estremi al di fuori del suo rassicurante orizzonte abituale, e in questo modo speriamo di seminarli. Fidando nelle caratteristiche della specie così acutamente annotate dal GPZ, ci disponiamo perciò a godere di una meritata giornata fagotto-free. Anticipo subito che la furbissima concatenazione ipotetico-deduttiva si è rivelata assolutamente giusta: per tutto il giorno, abbiamo goduto in santa pace del sole, del mare, della spiaggia e della compagnia dei nostri amici, ma, ahimè… Ci siamo persi uno spettacolo davvero mirabile, di quelli che capitano una volta nella vita, tipo un’eclissi totale di sole… Anche dalla remota distanza da cui l’abbiamo ammirato, lo spettacolo è apparso davvero stupefacente: da dietro una duna è apparso, piccolo piccolo per la distanza, il maschio alfa (ho dimenticato di dirlo, ma l’orda è ordinata secondo un rigido schema gerarchico-funzionale di branco); dietro hanno cominciato a snodarsi le processionarie (come vedete, anche la terminologia scientifica per la descrizione della specie si sta pian piano sedimentando). La fila era interminabile, più di qualsiasi altra vista fino a quel giorno; per un momento abbiamo temuto che ci avrebbero raggiunto e spazzato via, ma per fortuna la teoria della sedentarietà tendenziale dell’orda si è rivelata giusta. Fatte poche decine di metri, il maschio alfa ha dato il segnale (confesso di non essere ancora riuscito a identificarlo con certezza, ma propendo per l’ipotesi che esso coincida con una serie di suoni gutturali come “Ohè, belin…Ostia, Uhè…” e similari); la colonna si è fermata, e in perfetto stile militaresco si è divisa in due, poi in quattro, finché sono emersi con chiarezza i ruoli e i compiti di ciascuno: le femmine a disporre in bell’ordine frigoriferi da viaggio, teli da mare, parei e a menare ceffoni d’ordinanza alla volta della schiera dei marmocchi; i maschi a fare il lavoro duro: gonfiare materassini, aprire sedie pieghevoli e sdraio e rizzare ombrelloni con un impegno che manco stessero tirando su l’acquartieramento dell’esercito americano dopo lo sbarco in Normandia. Il risultato è semplicemente sbalorditivo: dal nulla sorge in pochi minuti sulla sabbia scoscesa di Lozari una tendopoli, un vero e proprio slum, una favela in miniatura con i suoi vicoli, i suoi sentieri, le piazzette dove la gente si incontra vociante e urlante, con papà e nonni che tirano fuori canne da pesca ed effettuano lanci dimostrativi di lenze (per fortuna senza amo) incuranti della gente a cui il filo di nylon sibila a dieci centimetri dalla testa, con mamme che rincorrono pargoli ipereccitati per tutta la spiaggia, con gran pericolo per tutti i malcapitati che si vengono a trovare sulle traiettorie di fuga e di inseguimento.
Confesso che di fronte a siffatto spettacolo ho rimpianto – evidentemente il mio rapporto con la specie fagottara è quanto meno ambiguo – di non essermi accampato più vicino, per poter meglio ammirare la perfezione - oserei dire paradigmatica - di questa colonia.
Il nostro amico russo, che non sa stare fermo e passeggia in continuazione in spiaggia, passandogli accanto ne ha contati quarantasette, tutti stretti stretti, core a core, autocostretti in una enclave a densità giapponese che di tanto in tanto si apriva pericolosamente al mondo esterno, vomitando fuori palloni e bocce, lenze da pesca e frisbee, turbini di sabbia e di urla, per lo scoramento collettivo di tutti quanti gli stavano intorno, che infatti si sono a poco rarefatti fino a scomparire del tutto, lasciando l’isola degli orchi ben delineata e visibile in mezzo al mare di sabbia, sguaiata e gongolante, e naturalmente anche intrinsecamente, irresistibilmente, purissimamente PADANA.

Hit nr. 3: e con questa la finiamo davvero. La scena è Ghineparu, la spiaggia bella con gli scogli. Stavolta le processionarie arrivano presto, appena una mezz’ora dopo GPZ e signora; incredibile uditu da parte di una femmina della colonia: - Né, ma che meraviglia a quest’ora la spiaggia, quando non c’è nessuno…
Poi sono arrivati i maschi, guidati da quello alfa che si è piazzato a pianificare la campagna di colonizzazione, in piedi petto in fuori come un generale, mentre i fuchi hanno cominciato a trafficare e uno di loro che si è potuto inventare? La cosa più logica del mondo: visto che io e la mia cucciolotta ci eravamo messi piuttosto in avanti, quasi sul bagnasciuga, per goderci meglio quel mare meraviglioso, lui prende e comincia a carreggiare una quantità stratosferica di materassini, coccodrilli, aeroplani, moto di gomma, orche assassine, insomma tutto lo scibile gonfiabile (già gonfiato) e ingombrante che la fantasia di un giocattolaio cretino può partorire, e ammucchia tutto in una montagna alta non meno di un metro e mezzo proprio davanti a noi; ché nella sua malconcia rete neuronale, evidentemente, ci eravamo piazzati lì proprio in attesa che lui ci mettesse in condizione di rimirare il meraviglioso giocattolame dei pargoli padani.
Il GPZ, orfano come detto più volte di ‘U Gattupuzzu, si è accasciato vinto; ma la signora Cucciola, infinitamente più reattiva, ha deciso di piazzare la zampata: - Senta, scusi, non è che sarebbe così gentile da spostare questi giocattoli, di modo che io e mio marito si possa continuare ad avere la visuale sul mare, che è esattamente il motivo per cui ci eravamo piazzati qui, essendo che oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza e trarremmo piacere dal portare via nelle nostre pupille l’immagine del cielo azzurro che si tuffa nel verde del mare?
Il bruto, così apostrofato, vacilla: lentamente si gira, spalanca gli occhi a palla, socchiude la bocca e poi la richiude, nel tentativo di articolare un suono che possa degnamente rispondere all’interrogativa buttata lì dalla mia cucciolotta, e di cui lui però non ha proprio capito nemmeno una virgola. Poi sembra riprendersi, qualche neurone superstite deve aver fatto gli straordinari e avergli fornito almeno la chiave interpretativa minima, spostare – giocattoli, ed essendo incapace di motivare il no decide incredibilmente di eseguire, sia pur mugugnando – uh, ma tanto siam così tanti… adesso arrivano anche gli altri… Argomento che non si capisce, con tutta la buona volontà, che nesso logico possa avere con il nostro diritto (rivendicato) a vedere il mare.
Confesso che mi ha fatto una pena tale che mi sono precipitato ad aiutarlo, la qual cosa lui non ha saputo come interpretare, e infatti ha continuato a mugugnare (senza però che fosse più intelligibile quanto andava grugnendo) guardandosi bene dal dirmi almeno “grazie”.
La mia cucciola sostiene di aver intravisto, verso la fine della scena, un barlume di intelligenza affacciarsi faticosamente allo sguardo del fuco, e si picca tuttora di aver gettato un seme, di averlo forse addirittura redento, mettendolo in grado – finalmente - di capire; ma queste, io penso, sono illusioni tipicamente femminili, tipiche di queste deliziose creature che si illudono ancora che il mondo possa essere salvato da cose come la gentilezza, il dialogo, la condivisione. Il GPZ è molto più pessimista e, pur ammirando sconfinatamene il piccolo miracolo compiuto dalla sua signora che ha domato l’orco, non crede che questo potrà mai ripetersi in futuro; e per questo, se – come davvero vorremmo – in futuro dovessimo tornare a godere di questa terra meravigliosa, le cose sono due: o verremo a luglio, quando (almeno in base all’esperienza dell’anno scorso) gli orchi erano infinitamente di meno; oppure fagottari temete, perché stavolta non farò più nessuno sforzo di continenza e non sarà più il GPZ a fronteggiarvi: ve la dovrete vedere con… ‘U GATTUPUZZUUUUUUUUUUUUUU!!!!!!!!!!

domenica 7 settembre 2008

Autonomia fagottara - terza parte

Dunque, ci siamo: raccontati gli antefatti, è ora di concludere l’epica narrazione dello scontro GPZ versus Fagottari. Che poi scontro non è stato, dato che, tenendo a freno ‘U Gattutpuzzu (leggi più sotto, http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/09/autonomia-fagottara-intermezzo.html, n.d.r.), il GPZ si è condannato da solo ad una desolante e desolata passività, tipica di chi non è sempre capace di far valere le proprie ragioni senza ricorrere alla viuuuleeeenza più estrema e si rassegna, quindi, ad abbozzare. Ma per fortuna c’era anche la signora cucciola, che almeno una zampata l’ha piazzata.
Altra spiaggia, altri esemplari: il paradiso di Ghineparu, subito dopo Ile Russe, si raggiunge dopo breve migrazione podistica per un sentierino che attraversa la ferrovia, e si caratterizza per la presenza di alcuni scoglietti, proprio alla fne del sentiero, davvero deliziosi: ci puoi appoggiare l’asciugamano, fanno ombra alla bottiglia dell’acqua, ma soprattutto movimentano il paesaggio e proseguono in acqua, scurendo con la loro massa la tonalità verde smeraldo e rendendo lo spettacolo, già favoloso, ancor più fantastico. Naturale, quindi, che GPZ e signora Cucciolotta stazionino lì, arrivando la mattina presto quando ancora non c’è nessuno nei paraggi.
La pacchia, ovvio, dura poco, perché anche qui si appalesano presto, infestanti e infiniti come una fila di processionarie, gli italioti portatori di fagotti.
Intendiamoci, non è che noi abbiamo nulla contro i fagotti in sé, anzi: carichi come siamo di panini, acqua, ombrelloni e materassino possiamo senz’altro incorrere a nostra volta nel temuto appellativo, e non mi sentirei di rimbeccare chi dovesse affibbiarmelo; e non dimentichiamo, poi, che l’archetipo del fagottaro è il popolano del secondo dopoguerra che finalmente si può permettere il mare, dopo secoli di penuria, e però è costretto a portarsi tutto da casa perché, poverino, i soldini per arrivare al mare in cinquecento (marito moglie suocera e due marmocchi) ce li ha, ma basta così, e non può certo scendere in stabilimento ad affittare l’ombrellone e pasteggiare al ristorantino sulla spiaggia; si tratta di una figura quasi nobile della rinascita italiana, dunque, benché più volte derisa, e su quel tipo di fagottaro e sui suoi eredi (a breve dedicherò un post anche a loro) mai mi sognerei di affondare lo stiletto polemico. Ma qui è di altri fagottari che si sta parlando, della degenerazione della specie, e mi perdonerete se, in cerca di chiarezza e incisività, mi sono risolto ad adoperare lo stesso vocabolo per designare i barbari da spiaggia.
Arrivano tutte le mattine in fila indiana, non meno di venti-venticinque, e fin qui niente di male; bambini urlanti e scalcianti sabbia sugli altri frequentatori della spiaggia, come noi, e nessun genitore che si perita di richiamarli; piantano i loro ombrelloni dove gli pare, incuranti della presenza degli altri, che si ritrovano all’improvviso, a seconda dei casi, o circondati alla distanza d’ordinanza di dieci centimetri o ombreggiati senza mai aver chiesto questo beneficio.
L’accampamento viene rizzato con una velocità e un’efficienza da far invidia alle truppe di Giulio Cesare, e qui si vede senz’altro la superiorità del longobardo sul romano: e sì, perché il gruppone è tutto padano, fino al midollo, e l’idioma tutt’altro che sussurrato non lascia dubbio alcuno. Non sono solo i bambini a urlare, genitori e nonni non sono affatto da meno, anzi… Proviamo ad analizzare, ancora una volta con lo spirito freddo e scientifico dell’entomologo, un campione di dialogo tra due esemplari maschi adulti della suddetta orda: - Uhè Mario, non è che mi daresti una mano con l’orecchio? Sai, mi shi è tappato… Mi han detto che tu sai fare da solo, è vero? – Ma scertooo… l’ultima volta che scion andato dallo stappatore (sic!) mi ha scucito ottanta euri… E allora mi scion detto ma va là, che scion capace anche da solo… - allora che faccio, vengo da te stasera? – OK, ti aspetto in camera, porta una bacinella, eh, che ne esce di roba… - Ma davvero? – Ehhh… Non pare, ma un orecchio ne può contenere di robaccia, altrochè se ne può contenere…
Analizziamo…
Ma che cazzo c’è da analizzare? A me sta venendo da vomitare solo a ricordarlo, e questi due cazzoni l’hanno urlato in faccia a una spiaggia intera, e fortunati i crucchi e i francesi che almeno non hanno capito una parola!
Bleah! Razza padana, sì… Ma se vogliono fare la secessione, perché non gliela facciamo fare davvero? Ma voi la sentireste la mancanza di questa gente? Basta, il GPZ ha lo stomaco delicato, non ce la faccio più a raccontare queste efferatezze… E mi manca ancora di narrare l’insurrezione della cucciola, e tanto tanto altro… Vabbè, mi rassegno, non sarà questo l’ultimo atto, ne seguirà almeno un altro, e chissà, forse anche altri due…
Buona vita a tutti voi!

venerdì 5 settembre 2008

Autonomia fagottara - seconda parte

Avete letto l’intermezzo (il post sotto a questo)? Sì? Bene, allora possiamo proseguire. Però leggetelo, perché è propedeutico.
Dunque, in cerca di una nuova spiaggia d’elezione, il GPZ e Signora Cucciola (dismettiamo gli avatar francesi, che alla fine mi danno sui nervi) si fiondano su Lozari: un po’ scoscesa e molto, molto ventosa, ma comunque superlativa. Qui, soprattutto arrivando presto, si sta davvero bene, e questo noi facciamo, mentre le due famigliole che sono con noi se la prendono comoda e ci raggiungono più tardi. Il GPZ sarebbe un vile mentitore se raccontasse di essere stato infastidito anche qui dagli italici portatori di fagotti, ma qualcosa da raccontare c’è lo stesso.
Intanto, l’incontro con una rarissima famigliola di fagottari germanici: io non ho mai capito l’impulso che spinge la gente, su una spiaggia enorme e completamente deserta, a piazzarsi a dieci centimetri dal tuo asciugamano, e giuro che prima o poi lo chiederò a qualche eminente sociologo, o psicologo, o magari direttamente al molestatore. Sta di fatto che il GPZ deve avere una specie di calamita per questi soggetti, perché il primo giorno sulla nuova spiaggia (ribadisco: deserta), dopo dieci minuti che eravamo lì, eccoci di nuovo: arriva una tizia bianchiccia, flaccida e tutta vestita, con una faccia che in fondo – penso – Lombroso proprio del tutto torto in fondo non aveva, e che fa? Piazza l’asciugamano accanto al mio e mi si accoccola vicino.
Seguono quattro marmocchi più marito pingue, bassottino e grassottello con occhialini d’ordinanza, che non si toglie nemmeno quando entra in acqua.
L’entomologo che è in me mi ha salvato dal dare libero sfogo a ‘U Gattupuzzu, che premeva per uscire e prenderli seduta stante a calci tutti quanti, fino ai valichi alpini della natìa Alemagna; perché era davvero interessante osservare con occhio scientifico, senza ombra di pregiudizio, il comportamento (a)sociale di questi magnifici esemplari: della fisiognomica dei genitori ho già detto, di quella dei figli non c’è molto da dire, se non che ce n’era uno inspiegabilmente bellino. La mattinata il papino l’ha trascorsa tutta in acqua, manco fosse una foca, mentre mammina non si è bagnata mai, ma soprattutto non si è neppure (alleluia!) spogliata: si è limitata a stazionare al limitare della nostra ombra, aggiungendo la sua (sgradita) a quella degli ombrelloni nostri e dei nostri amici.
Il GPZ, perfido, leggeva, ma da dietro al libro gli occhi emergevano a scrutare impietosi i giochi (pietosi, quelli invece sì) del papino-otaria e dei suoi figlioli: la signora Cucciola, che l’idioma crucco lo capisce, mi assicurava la totale insipienza dell’intera conversazione, che a quanto pare si è svolta per intero mediante l’uso di quattro-cinque vocaboli di base tipo “salta”, “tuffati-che-papino-ti-prende”, “adesso-tutti-insieme”, “sorridi-alla-mamma-sulla-spiaggia”.
La classificazione della specie non è stata difficile: trattavasi indubbiamente di esemplari di Gioventù Ardente Mariana, o Focolarini (Fagottarini, magari? Ci sono?), o qualche altra perniciosissima setta.
A quel punto, perso ogni interesse, ho concluso la mia indagine scientifica e ho spostato l’asciugamano e la sediola. Quando se ne sono andati non me ne sono accorto, ma era certamente troppo tardi.
Sono seguite ore languide e bellissime di bagni e di sole, durante le quali ho finalmente riassaporato la Corsica che avevo conosciuto l’anno scorso, accogliente e discreta.
Ma credete davvero che la tenzone GPZ versus Fagottari sia finita qui? Eh, no, cari miei! Sarebbe stato troppo bello, e probabilmente non sarebbe valso nemmeno la pena raccontarla…
Ma restate su questi schermi, vi prometto che entro lunedì vi racconto il resto.
Buon week end a tutti!

Autonomia fagottara - intermezzo

Eh sì, lo so… Vi sentite trascurati e abbandonati dal vostro GPZ, che dopo avervi abbindolato con il miraggio dei succulenti resoconti delle vacanze corse si è dato alla macchia, inseguendo la sua natura silvestre…
Niente paura, si tratta solo di shock post vacanziero, il GPZ si riorganizzerà presto e ricomincerà a intrattenervi quotidianamente, come le vostre eccellentissime persone indubbiamente meritano.
Dunque, eravamo rimasti alla ritirata strategica, per dirla come Rommel, di Monsieur le ChatPuz e Madame Cucciolà dalla mirifica spiaggia di Ostriconi, ormai perduta all’Eden e irreversibilmente inghiottita dall’Orda dei Fagottari, al cui confronto gli orchi del Signore degli Anelli possono tranquillamente passare per compassati gentleman oxfordiani.
Vi chiederete, tra parentesi, la ragione dei vezzosi appellativi che hanno designato GPZ e signora nella puntata precedente, che sono tra l’altro francesi, e quindi poco rispettosi della fiera anima autonomista del popolo corso che ci ha ospitato; ebbene, dovete sapere che il Gattopuzzo (e per estensione la sua signora, familiarmente detta Cucciola) è un animale localizzativo, o se preferite un cambiaforma, un metamorfo: insomma, la specie è forse l’ultima a conservare quella rarissima capacità che ormai appartiene solo ai software, e che consiste nell’assumere la forma esteriore che più si confà all’ambiente in cui si è immersi. Si tratta di una manifestazione del principio di conservazione dell’energia, in virtù del quale la forma assunta da ciascuna specie vivente è quella che meglio consente di utilizzare l’energia, dati i vincoli ambientali; nel caso del GPZ, la cosa si estende anche al nome e a quello della sua signora.
Ora capirete, quindi, le remote origini delle fosche leggende che appena appena si osa sussurrare accanto al fuoco nelle notti buie di tante contrade dell’orbe terracqueo, e che narrano di misteriosi esseri che di volta in volta in volta si manifestano come Gattopuzzo (Italia, con l’aggiunta della variante Jatte Puzze in Abruzzo e Molise), ChatPuz (Francia), El Gato Puzo (aree di influenza spagnola, in Europa e in Sudamerica), e così via.
La localizzazione corsa – ‘U Gattupuzzu - è particolarmente feroce e bellicosa, e per questo il vostro amichevolissimo GPZ aveva optato per la versione francese, più gentile e urbana, essendo lui e la sua signora di grandissimo buonumore all’inizio della vacanza e non volendo affliggere gli amici con le ruvide manifestazioni di territorialità del selvaticissimo Gattupuzzu.
Vi anticipo subito che durante la vacanza ‘U Gattupuzzu non si è mai manifestato, grazie alle fatiche immani che il GPZ ha profuso per evitare la metamorfosi, che è molto più cruenta di quella che trasforma il povero Bruce Banner in quel pupazzone verde noto ai più come l’incredibile Hulk, e che si crede chissà chi solo perché non ha mai incocciato ‘U Gattupuzzu, che ne farebbe in pochissimi minuti una appetitosissima lasagna verde degna della migliore cucina emiliana.
Ora però sono pentito, perché l’Orda un bel ruggito in faccia se lo sarebbe senz’altro meritato, altroché…
Ma passate oltre questo intermezzo, vedrete che qualcosa poi è successo!

martedì 2 settembre 2008

Autonomia fagottara - prima parte

Ciao a tutti, il GPZ è tornato!
A dire la verità, il vostro felino preferito è già in circolazione per la città eterna da un paio di giorni, ma è ancora stordito dal dolce fancazzismo della vacanza appena trascorsa e non è particolarmente ispirato alla scrittura. Mi piego per senso del dovere verso il mio blog e soprattutto per gratitudine verso la Corsica, che è talmente bella da non meritare la mia pigrizia; però chiedo subito perdono alle legioni di lettori per lo stile evidentemente pesante, lo sento che non sono in vena. Vabbè, mica sempre si può volare alto…
Il GPZ, per il secondo anno consecutivo (cosa mai successa prima), è andato in vacanza in Corsica, accompagnato dalla sua signora Cucciola, dalla coautrice di tanti post Cristiana (e famiglia) e da una simpatica famigliola russo-romana di amici loro, che adesso sono pure amici nostri.
Le bellezze della Corsica non le decanto, per i miei gusti ci ho trovato pure troppa gente e avrei preferito potermele godere in maggiore solitudine; per cui, onde evitare di invogliare troppo qualche lettore di passaggio, mi tengo per me foto ed emozioni sperando così di non incrementare ulteriormente il numero spropositato di compatrioti che ne affollano le coste. E qui arriviamo alle dolenti note, ahi ahi ahi…
Se non fossi il Gattopuzzo che sono - ruspante, campagnolo e ben fiero delle mie origini contadine, benché perfettamente mimetizzato nell’ambiente urbano - non mi arrischierei a scrivere quanto sto per scrivere, perché già lo so che più di uno mi darà dello snob; e allora passiamo direttamente ai fatti, che parlano da soli e mi evitano pure di dover fare lo spiritoso per tirare su il tono del post.

Scena 1 - Spiaggia L’Ostriconi

L’Ostriconi è un fiume che si getta nel mare in un posto fantastico, una spiaggia di sabbia bianchissima con acqua di un verde caraibico dalle trasparenze luminosissime, il fiume alle spalle e il mare davanti, una cosa da urlo. L’anno scorso (ma venimmo a luglio) questo posto diventò la nostra spiaggia di elezione, passammo lì quasi tutta la vacanza. Quest’anno ci siamo fiondati appena arrivati, la mattina presto, e ci siamo sparapanzati a godere (pensavamo noi). Questo il tristissimo svolgimento della mattinata:
- Monsieur Le ChatPuz: che meraviglia!
- Madame Cucciolà: sembra davvero di stare ai Caraibi!
- Monsieur Le ChatPuz: …….. (sospiro metafisico)….
- Madame Cucciolà: …… (silenzio mistico)…..
- Monsieur Le ChatPuz: certo che quest’anno è proprio sporca però… guarda qua che schifezza! Bottiglie di plastica, tovaglioli… Lì c’è un cestino, aspetta che do una pulita, mi sembra davvero un crimine sporcare questo paradiso… Ecco fatto, adesso va decisamente meglio!
- Madame Cucciolà: mmhh… sì, in effetti l’anno scorso non abbiamo mai visto rifiuti abbandonati, è strano...
- Monsieur Le ChatPuz: però… guarda un po’ la gente che sta scendendo…
- Madame Cucciolà: sì, ma la spiaggia è talmente grande… e poi anche l’anno scorso - ti ricordi, no? Erano tutte persone tranquillissime… Piuttosto ‘ste vespe… Mamma mia, ma quante ce ne sono?
- Monsieur Le ChatPuz: mi sa che il gruppone che arriva sono tutti italiani, certo quest’anno ce ne sono proprio tanti!
- Madame Cucciolà: mmmhhh…. Lasciami leggere, che chiacchieri troppo!
- Monsieur Le ChatPuz: …….. (nuovo sospiro metafisico)….
- Madame Cucciolà: …… (prolungato silenzio mistico)…..
- Monsieur Le ChatPuz: ma… e no, che cavolo! Ma di tutto questo spazio proprio a dieci centimetri mi si dovevano appiccicare questi?
- Madame Cucciolà: e diglielo!
- Monsieur Le ChatPuz: e che gli dico? Dovrei fare un comizio, non hai visto quanti sono? Ci hanno circondato!
- Madame Cucciolà: e che cazz… questo ci si è piazzato proprio davanti, non si vede più nemmeno il mare! Ci manca solo che ci prende l’ombrellone e ce lo sposta!
- Monsieur Le ChatPuz (alzando gli occhi verso il sentiero): oddio, ma che è? Sembra la fila delle formiche quando rientrano al formicaio! Ma quanti cazzarola sono?
Fagottari (parlando in una radiolina!): uhè, ma dove siete? Noi siam già qui… vi abbiam preso il posto, vi abbiam preso… sta con voi il Luca?
- Madame Cucciolà: non ci posso credere… ma chi sono questi selvaggi? E guarda che macello che hanno fatto in dieci minuti, sono loro che hanno lasciato tutta quella spazzatura! Ma sono degli animali!
- Monsieur Le ChatPuz: e sono pure tutti italiani…
- Madame Cucciolà: italiani un cavolo… questi sono padani, se vogliono fare gli autonomisti lasciaglielo fare, che meno ci confondiamo con loro e meglio è!
- Monsieur Le ChatPuz: oddio, e questi adesso che fanno? Pure dietro ci si piazzano, e sempre a dieci centimetri! Ma che è, soffrono di solitudine?
- Madame Cucciolà: aiuto! Le vespe, i fagottari della Padania… Io qui non ci sto un altro minuto, ‘fanculo L’Ostriconi, quest’anno se è così non mi vede proprio!
- Monsieur Le ChatPuz (tristemente annuisce): e io che pensavo di averli lasciati tutti a Rimini…

Monsieur Le ChatPuz e Madame Cucciolà, a questo punto, raccolgono le loro cose indignati e desolati e se ne vanno, abbandonando il campo alla masnada, che tanto non potrebbero far nulla per contrastare. Ma questa è solo la prima puntata della puzzonovela del GPZ in Corsica, vacanze 2008: aspettate i prossimi post, e ne leggerete delle belle…
Fine prima puntata - continua

domenica 10 agosto 2008

Ah' Bbrune'....

.... Ma l'hai letto il post qui sotto (http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/08/esserci-o-non-esserci.html)? E' inutile che attizzi queste guerre tra poveri, tipo Resto del Mondo contro dipendenti pubblici. Anche perché nel Resto del Mondo non è che ci giochino proprio le All Stars delle grandi occasioni: a menare legnate contro i dipendenti pubblici ci troviamo gli idraulici che una fattura non gliela estorci manco sotto tortura, i tassisti che tengono le città in ostaggio, i dirigenti che pagano e incassano tangenti e compagnia cantante.
Sto difendendo la tizia che da dietro lo sportello mi ha sbarrato la strada verso il mio sacrosanto diritto ad avere la mia cartella clinica? Claro que no: vorrei solo far riflettere su quanti animali, e di che diverse specie, popolano lo zoo del pubblico impiego. Io, per esempio, sono entrato in un ospedale pubblico dove hanno preso i miei sintomi ancora più sul serio di quanto non li avessi presi io, mi hanno salvato la pelliccia, sono stati tempestivi, professionali, gentilissimi e pure simpatici; poi, a margine mi è capitata la disavventura (piccola, paragonata ai benefici) di incontrare l'esemplare tardigrado dello sportello. E BBBBRRRRRRRUNETTA che fa? Si arma di un'unica clava con cui mena mazzate ai medici che mi hanno salvato e agli infermieri che mi hanno assistito, che già guadagnano cifre da fame, e lui se si ammalano dopo essersi ammazzati di straordinario (spesso non pagato) gli decurta pure lo stipendio; e sì, magari qualche mazzata arriverà pure alla signora dietro allo sportello, che però non è che non ci fosse, al suo, posto... Solo che non faceva quello che doveva fare.
Questo ministro, come tutto il governo di cui fa parte, è un cialtrone. Si sta conquistando una facile popolarità sparando su una categoria che ha un sacco di difetti e colpevolmente non si è mai emendata, ma lui sta ingigantendo ad arte le sue colpe reali e ne sta facendo il capro espiatorio di tutti i mali di questo paese, insieme ai nomadi, agli extracomunitari, a quelli che rovistano nei cassonetti (chissà come si divertono!) e a tutti i poveracci di ogni ordine e grado. Può fare questo perché governa non su cittadini, ma su un popolo di beoti felicissimi di essersi riscoperti plebaglia e sudditi, chiedetegli anche di crepare ma per favore non di esercitare la propria responsabilità civile, non sia mai. Preferiscono riunirsi ad applaudire la polizia che perquisisce un campo Rom, come hanno fatto ieri a Roma, ma se gli chiedi degli omicidi della criminalità organizzata ti rispondono come a Casal di Principe, "sono stati puniti quelli che se lo meritavano".
Fra cinque anni ci troveremo un cumulo di macerie, un paese diviso in corporazioni nemiche tra loro, l'evasione fiscale e la criminalità organizzata trionfanti e tasse più alte di prima per tutti tranne che per chi può evaderle, e infatti già ha ricominciato, come testimonia il gettito IVA di questi primi mesi di governo del nano pelato. E sta pure scritto nero su bianco nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (ma tanto gli italiani non lo leggono) che da qui la 2013 le tasse aumenteranno, alla faccia delle promesse elettorali. La foglia di fico è che si stanno colpendo banche e petrolieri, che sono due solenni cazzate, perché i dettagli dei provvedimenti (altra roba che gli italiani non leggono, si contentano degli annunci) mostrano chiaramente che le banche ci hanno guadagnato, e ai petrolieri hanno tolto quattro spiccioli.
La cosa tragicomica è che ad applaudire più di tutti sono anziani pensionati, dipendenti a reddito fisso terrorizzati dalla microcriminalità da film telesomministrata dalle TV del Dominus, financo precari che allo specchio si vedono imprenditori; insomma quelli che lo stanno prendendo nel culo più brutalmente, senza vaselina e anzi con abluzioni di sabbia. Ma lo sanno che la chiesa cattolica proibisce severamente di godere di queste pratiche?