lunedì 19 gennaio 2009

Social ass

Che la social card sia una presa per il culo lo sapevo, però lo dico lo stesso, perché è mezza mattinata che sto impazzendo nel tentativo di capire come si fa a farla caricare. E sì, perché c’è cascata pure mia madre. La tessera era vuota, e non solo: s’è pure accorta che il commerciante aveva gonfiato il conto, “tanto mica paga la signora”, così nel caso la card fosse stata piena l’elemosina sarebbe stata captata, in buona parte, da questo figuro già abbondantemente beneficiato dal governo Berlusca sotto forma di licenza di evadere.

Se ne era occupata la trasmissione Mi Manda Rai Tre, e per dirla con la Littizzetto: “mamma mia, che scandalo! Sai che casino che succede domani!”, e invece no, non succede assolutamente un cazzo, perché in rete non si trova un suggerimento che è uno su come fare per far caricare quella maledetta card, e i giornali la notizia l’hanno data così, tanto per darla, non è che ci hanno fatto sopra un servizio degno di questo nome, costringendo chi di dovere a scusarsi e a dire ai “beneficiati” (lo metto tra virgolette perché è davvero una presa per il culo) a chi rivolgersi, cosa fare. Se chiami il call center puoi provare pure tutti i numeri della tombola, ma cosa fare non te lo dice nessuno e, soprattutto, parlare con un essere umano è del tutto impossibile.

Mia madre, per fortuna, i soldi per pagare comunque ce li aveva; non voglio neppure pensare a come si devono essere sentiti quelli che, invece, hanno dovuto rimettere la merce negli scaffali.

Io farò così: lascio perdere, mando una lettera a un po’ di giornali (che tanto non verrà pubblicata) e alla mia mamma faccio io un bel regalo. Non ho ancora deciso cosa, ma sarà un bel regalo. Alla faccia di questa manica di teste di cazzo.

giovedì 15 gennaio 2009

A teatro: acquari e fritture

Ieri sera io, la mia signora e una coppia di amici siamo andati a vedere Marco Paolini, al teatro Argentina di Roma. Lo spettacolo era Miserabili - Io e Margaret Thatcher. Noi Paolini ormai lo compriamo a scatola chiusa, le sue cosiddette “orazioni civili” ci hanno conquistato diversi anni fa, quando il genere (e lo stesso Paolini) erano ancora cose nuove; così, nemmeno ci siamo preoccupati di sapere di cosa si trattasse. Abbiamo rischiato, perché lo spettacolo era parecchio diverso da quelli a cui eravamo abituati: più cerebrale, giocato su un piano comunicativo meno immediato di quanto ci saremmo aspettati. A me è piaciuto lo stesso tantissimo, probabilmente perché i temi che ha affrontato sono quelli che da diversi anni appassionano anche me: l’economia, la svolta degli anni ottanta del novecento, quando il mondo sarebbe potuto andare in una certa direzione e invece la Thatcher e Reagan lo mandarono da un’altra parte; la scienza, e come certi suoi paradigmi recenti (e meno recenti) sembrino attagliarsi benissimo alla crescente disarticolazione delle nostre società.
Fantastico l’esempio del secondo principio della termodinamica (che in sala peraltro nessuno conosceva): se hai un acquario e vuoi fare una frittura, non è detto che tu poi possa riavere l’acquario. Leggi: se una società la riduci a un insieme di monadi non comunicanti in nome dell’individualismo rampante, quando ti accorgerai di aver di nuovo bisogno di una società (come per esempio in questi ultimi anni, in cui la grande abbuffata è finita e i nodi stanno venendo al pettine) non è detto che tu riesca a ricostruirla. E poi, a dosi magari un po’ meno massicce del solito, ci ha somministrato il solito Paolini istrionico, popolare, un po’ nostalgico. Stavolta mi è sembrato di percepire anche una punta di cattiveria, come se non amasse particolarmente il pubblico che aveva davanti, “colpevole” di essere in un uno dei teatri più belli di Roma a un prezzo non proprio popolare, e quindi corresponsabile dello sfascio che lui denunciava, o almeno ad esso accondiscendente; se fosse così non sarebbe una cosa molto simpatica, né corretta (quel biglietto non proprio economico alla fin fine se lo intasca lui, in buona percentuale). Ma probabilmente mi sono sbagliato, e ho solo interpretato male alcuni di quei passaggi in cui il nostro si diverte a sfottere il suo pubblico.

mercoledì 14 gennaio 2009

La cattiveria

Fecondazione, il punto sulla legge
L'Italia penalizza chi vuole un figlio

Questo titolo, ieri mattina, stava sulla home page di Repubblica.it; dopo mezza giornata, se qualcuno avesse voluto leggerlo, lo avrebbe dovuto rincorrere dentro http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/fecondazione-artificiale/fecondazione-artificiale/fecondazione-artificiale.html. Parla di un convegno sulla fecondazione assistita che si è tenuto a Roma, con la partecipazione di esperti al massimo livello.

E' chiaro che nel corso della giornata si deve essere imposta una revisione delle priorità a causa del sopravvenire di importanti notizie, tipo questa:

Grande Fratello 9, ascolti boom
X-Factor cede ma supera se stesso

Vorrei piantarla qui, il fatto si commento da solo, ma l'articolo oscurato contiene parecchie informazioni interessanti che andrebbero diffuse e invece vengono nascoste; qui mi leggete, se non sbaglio, in dieci o dodici quando va bene; OK, saranno dieci o dodici persone in più a conoscere qualcosa che non deve essere ignorato. Faccio il copia e incolla di qualche pezzo ad alto impatto informativo, ma vi consiglio di andare a leggere il resto (se non lo fanno scomparire definitivamente):

[...] Altro punto importante, quello della diagnosi preimpianto, vietata dalla legge. Ma resta irrisolto anche il nodo delle coppie portatrici di patologie genetiche, che a tutt'oggi non possono accedere alle tecniche, riservate solo alle persone sterili.[...]

[...] In appena tre anni le possibilità di avere un figlio grazie alla fecondazione assistita sono scese nel nostro paese dal 25% del 2003 al 21% del 2006 (fonte: registro nazionale PMA).[...]

[...] Questo che cosa significa? La risposta la dà il professor Michael Chapman, direttore della Fertility Society australiana. "Mortalità prenatale da due a tre volte più alta, ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori, 4 volte più alta la percentuale di paralisi cerebrale. Con costi economici da 5 a 10 volte maggiori. [...]

[...] Ancora oggi, infatti, chi sta per sottoporsi a chemioterapia o ad altre terapie aggressive non sa che può congelare gli spermatozoi (per l'uomo), gli ovociti o porzioni di tessuto ovarico (per la donna) e sperare che, dopo la cura, possa ancora avere figli.[...]

"[...] Vogliamo che nei consensi informati ci sia scritto che alcune terapie sono a rischio sterilità [...] e che i pazienti possano sapere che ci sono delle opzioni per conservarla. La maggior parte non è informata, e parliamo di malati giovani ai quali viene tolta la possibilità di avere figli".[...]

Chiaro? Allora, mettiamo in fila un po’ di fatti, che comunque uno la pensi in proposito dovrebbero (almeno quelli!) essere incontestabili; intanto i responsabili di tutto questo hanno nome e cognome e si chiamano (per limitarci ai più noti) Ratzinger, Casini, Binetti, Berlusconi (per pura ignavia, sai che gliene frega a lui se i figli li vai prendere anche sotto i cavoli), Rutelli.
Poi andiamo sul De Mauro-Paravia on line, dove possiamo leggere alcune definizioni:

a) uccidere: privare della vita, far morire, specialmente con mezzi o modi violenti; ricordiamo quanto riportato sopra: […] Mortalità prenatale da due a tre volte più alta, ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori.
b) tortura: qualsiasi sevizia o atto di crudeltà fine a se stesso o inflitto per pura brutalità o per vendetta; il pezzo in questione ad un certo punto diceva: […] ricoveri nelle rianimazioni neonatali 5 volte maggiori, 4 volte più alta la percentuale di paralisi cerebrale.[…]
c) ipocrisia: simulazione di buone qualità o di buoni propositi attraverso azioni o atteggiamenti falsamente virtuosi, per ingannare qualcuno o per ottenerne i favori. A questo proposito qualcosina la dico io: i signori di cui sopra si ostinano in chiara malafede a far credere (a chi ci vuol credere, è chiaro) che le norme demenziali della legge 40 servano a disciplinare in maniera civile una materia complessa, quando invece è evidente a tutti quelli che vogliono vedere che servono soltanto a mantenere saldo il diritto di veto dei preti e la facoltà loro concessa di esercitare con pugno di ferro un potere che nessuno gli ha mai democraticamente riconosciuto. Tutto grazie ad un folto gruppo di neocon, teocon, teodem o come si vogliono chiamare, grazie al cui atteggiamento appecoronato e bigotto (e spesso interessato) questa cricca rimane ben salda al potere. Sono simili a quei tedeschi che accettarono di lavorare nei campi di concentramento. Spero che un giorno la storia farà giustizia di questo letame umano.

domenica 11 gennaio 2009

Dietro al sipario

Voto o non voto?
Avessi detto una cosa del genere davanti a mio padre, sarei stato cacciato di casa e disconosciuto come figlio. Ma questo sarebbe potuto accadere vent’anni fa: ora lui non c’è più, e io vivo in una casa e in un mondo che non sono più i suoi. A volte, a dire il vero, questo mondo mi sembra anche poco mio, nonostante io non sia certo Matusalemme.
Il fatto è che la scuola che ho frequentato io era molto trombona e anche conformista, ma comunque antifascista e impregnata di valori risorgimentali, e a casa un papà comunista come “er Principe” di Verdone - quello che diceva di non essere comunista “così”, e faceva il saluto a pugno chiuso con un braccio, ma “così”, e rifaceva il saluto con tutte e due le braccia – la sera mi cantava “fischia il vento” e “Bella ciao”; mi hanno cresciuto con gli aneddoti edificanti di Enrico Toti che va al fronte senza una gamba e tira la stampella al nemico, mi hanno fatto una capa tanta con la spedizione dei Mille, l’Italia una “di memorie, di lingua, di sangue e di cor”, e poi con le lotte contadine per la terra, in cui il nonno imbracciò forcone e roncola ed era pure stato uno degli eroici ragazzi del ’99 a cui il Piave mormorò, e Sacco e Vanzetti, i partigiani, Salvo D’Acquisto, I fratelli Cervi, Don Camillo e Peppone, Berlinguer… E basta così, perché tutto quello che è venuto dopo è da dimenticare.
Allora, lo so pure io che in questo minestrone c’è di tutto, dalla fedeltà al re alle rivendicazioni anarchiche fino all’avanspettacolo, e che si tratta di una zuppa fatta da ingredienti che non stanno insieme; però non si può negare che ci sia tanto, tanto idealismo, a fare da collante. Uno che è cresciuto così, ovviamente avrà non dico rispetto, ma venerazione per coloro che si sono battuti e sono morti per far sì che tutti noi potessimo votare ed esprimere liberamente le nostre opinioni; e allora come faccio a non votare?
Ma… m’ero fermato a Berlinguer, purtroppo; il che vuol dire che sono qualcosa come venticinque anni, e almeno una cinquantina di elezioni, che io vado a fare il mio sacro dovere civico senza entusiasmo alcuno. Di più, se penso agli ultimi anni, mi pare di essere parte di una platea numerosissima e distratta seduta davanti ad un palcoscenico con il sipario abbassato, dietro al quale si sentono alternativamente sussurri e frastuono, risate e gemiti di piacere da inconfessabili amplessi; capita ogni tanto di riconoscere una voce, o almeno sembra; ogni tanto esce un tizio da dietro al sipario che in quattro e quattr’otto racconta alla platea la sua versione di quello che succede là dietro e poi sparisce di nuovo; i tizi si alternano e il racconto non è mai lo stesso, neppure quando tocca di nuovo allo stesso tipo che è già uscito prima. Alla fine di ogni atto, si forniscono gli spettatori di carta e penna e gli si ingiunge di esprimere la propria preferenza per le performance dei diversi attori. Ecco, questo è diventato per me, oggi, votare.
E allora non me ne vogliano i Padri Costituenti, non me ne voglia il mio papà e tutta la galleria di miti e di eroi i cui mezzibusti mi guardano ora accigliati dai loro piedistalli, non me ne voglia la mia maestra delle elementari e nemmeno l’Uomo Ragno e Paperinik: continuo a venerarvi ragazzi, e dico davvero, anzi vi venero di più adesso che ho scoperto come sono fatti gli esseri umani, perché voi siete stati capaci di amarli lo stesso e di sacrificarvi per loro, ma io non ho la vostra stoffa; non sono capace di mettermi alla testa di una folla che assedi i Palazzi per chiedere Giustizia, e però mi sento troppo coglione a rimanere seduto in platea a riempire la mia schedina delle preferenze. Mi alzo, esco dal teatro, ecco cosa farò. Con una consapevolezza, però: quelli che stanno seduti in platea non sono migliori di quelli dietro al sipario abbassato, e anzi la quasi totalità di quegli spettatori il sipario non lo alzerebbe, se avesse la ventura di salire sul palcoscenico.

sabato 10 gennaio 2009

Lezioni di economia

Ho pensato che non è giusto, in un momento di tale drammaticità per il paese e il mondo intero, che chi sa qualcosa - anche pochissimo, come il GPZ - di economia, non aiuti i propri amici a districarsi in questo ginepraio e a capirci qualcosina di più. Mi arrischio, quindi, a impartire poche e sommarie (ma pregnanti) lezioni della cosiddetta scienza triste, avvalendomi di supporti didattici atti a mitigare l'osticità della materia. Quella che segue è la prima lezione: le mie previsioni.
Baci a tutti

GPZ











venerdì 9 gennaio 2009

Fuori luogo

Un paio di giorni prima di Natale, da Feltrinelli a Piazza Argentina, verso l’ora di chiusura, ad un certo punto vedo Gasparri. Sul momento ho pensato di essermi sbagliato: Gasparri in libreria? Si è perso, ha commentato Cristiana quando gliel’ho raccontato, oppure hai avuto le allucinazioni. Incedeva un po’ curvo, a scatti, con la capoccia in avanti e (giuro) la bocca semiaperta che si intravedeva la lingua, il che mi ha fatto dubitare, per un lungo momento, che si trattasse di Neri Marcorè che lo prendeva per i fondelli. Invece no, era proprio lui, in maglioncino a scacchi e pantalone di velluto, senza soprabito nonostante il freddo infame, come uno che è sceso da casa al volo per un’urgenza – tipo che s’era scordato le cipolle per il sugo e se n’era accorto quando i negozi stavano per chiudere – e qui sorge la domanda: un libro è addirittura un’urgenza per quest’uomo? Mica dovrò prendere atto di averlo sempre giudicato male, con la mia puzza sotto il naso di pseudointellettualoide di sinistra? Peccato non aver avuto la prontezza di riprendere la scena con il cellulare, su Youtube avrebbe spopolato, perché (giuro) Marcorè è fin troppo buono nel rappresentare questa autentica macchietta: lui di persona riesce molto peggio di come lo conciano gli imitatori. A fianco aveva una ragazzina bionda, avrà avuto un dodici anni, forse la figlia, che lo tampinava chiedendo qualche cosa; lui si è avvicinato a una commessa – fcufi, non è che me faprebbe di’ dove poffo trovare Cafonal? Ecco, adesso ho capito cosa ci facevi in libreria, mauri’…

martedì 6 gennaio 2009

Regressioni

Ed eccoci di nuovo qui, dopo parecchi giorni di latitanza. Dovrei forse raccontare della spedizione di capodanno in Cruccolandia, ma in fondo è stata più che altro una gita piacevole e rilassante, senza avventure o disavventure comiche che possano valere la pena di un post. Parliamo quindi d'altro.
E' accaduto sempre più spesso, di recente, che il GPZ si imbattesse nelle memorie della propria infanzia, che quasi sempre si sono manifestate sotto forma di libri. E' vero che da un po' di tempo sono diventato un assiduo frequentatore di quelle bancarelle dove, in mezzo a un catafascio di cartaccia, se uno cerca con pazienza può trovare delle autentiche rarità; deve essere che, nonostante il pelo sia grigio ormai da tempi immemori, sono entrato solo di recente in quella fascia di età in cui la nostalgia per il proprio affacciarsi al mondo diventa talmente acuta da farti quasi riassaporare fisicamente le sensazioni di allora. Di solito attraverso un film, un luogo, o più spesso un oggetto come un libro. Poco tempo fa ho parlato della favolosa antologia Salinari - Calvino, ritrovata su una bancarella a Porta Pia (), e dei magnifici racconti di fantascienza (non solo, ma quelli mi piacevano più di ogni altra cosa) che conteneva; stavolta andiamo direttamente alla fonte, perché Einaudi ha ripubblicato Le Meraviglie del Possibile, la mitica antologia della fantascienza curata da Fruttero e Solmi, uscita per la prima volta negli anni settanta; molti dei racconti di fantascienza più belli che abbia mai letto vengono da qui: ci sono Bradbury, Brown, Simac e qualche altra decina di grandi maestri, di quelli che scrivevano quando ancora si poteva pensare che su Marte ci fossero i residui di una civiltà antichissima, e su Venere creature acquatiche ghiotte di canne marcite e dotate, inaspettatamente, di intelligenza superiore. Roba anni quaranta, insomma. La cosa che più mi colpisce, rileggendoli adesso, è come questi racconti fossero pieni di ottimismo per le sorti dell'umanità: si parlava, è vero, anche di guerre galattiche e di delitti atroci (immaginare un genere umano finalmente avviato alla spiritualità evidentemente è troppo anche per la fantasia più sfrenata), ma tutto questo era ambientato comunque tra le stelle, su pianeti remoti che l'uomo sarebbe stato capace di raggiungere, sia pure per farci la guerra. Insomma, si dava quasi per scontato un progresso che ci avrebbe portato a superare la nostra stessa limitata essenza di bipedi di terra. Sentite cosa arriva a dire Sergio Solmi nell'introduzione: "[...]la letteratura fantascientifica potesse configurarsi come una sorta di preludio e di accompagnamento del superamento dei limiti terrestri e della conquista del cosmo da parte della specie umana, allo stesso modo in cui il romanzo cavalleresco aveva preceduto e accompagnato la grande espansione della civiltà europea al di là dei mari e nelle terre del nuovo mondo [...]. Insomma, ci credevano davvero che avremmo conquistato i cieli! Da bambino divoravo questa roba e immaginavo me stesso adulto imbarcato su un'astronave, o su una macchina del tempo, lanciato oltre le frontiere conosciute... Come immagino facciano tutti i bambini. Però, se li leggo con gli occhi dell'adulto che sono diventato, e soprattutto se confronto questi racconti con tutta quell'altra fantascienza che ho divorato da adolescente, negli anni ottanta, e poi da adulto, fino ad oggi, mi salta agli occhi la differenza di atmosfera: William Gibson, che pure ho amato molto, spesso non si schioda dalla Terra e magari immagina una storia alternativa, in cui Babbage ha realizzato nell'ottocento la sua macchina alle differenze e Marx ne è il programmatore, in uno scenario fantastorico forse più cupo di quello che si è realizzato veramente; passando ai fumetti, il Batman degli anni ottanta è dark, tormentato, oscuro (è quello che ha ispirato l'ultimo film della serie, Il Cavaliere Oscuro, per l'appunto), e così il suo alter ego Marvel, Daredevil. Niente ottimismo, niente stelle, niente viaggi nel tempo, se non creare scenari apocalittici. E dopo è stato sempre peggio, tanto che per poter dipingere mondi vergini e sbrigliare davvero la fantasia si è dovuti ricorrere al fantasy, che la realtà non la estrapola come la science fiction, ma la inventa di sana pianta. Sarà la mia memoria ad ingannarmi, ma mi pare proprio che la grande esplosione del fantasy (il novanta percento del quale non è imperdibile) risalga proprio agli anni ottanta, dopo i remoti lavori pionieristici (e insuperati) di Tolkien. Naturalmente, a fasi alterne, continuo a divorare sia la science fiction di serie A, sia i polpettoni fantasy di Terry Brooks, ma ogni tanto mi viene nostalgia, mi lascio andare alla regressione infantile e mi sparo un raccontino di quelli là... Le meraviglie del possibile, appunto: quando il meraviglioso veniva ancora ritenuto possibile.