Con l'iniziale maiuscola, perché la speciazione si è fermata ad un solo esemplare, e quindi il nome della specie è anche nome proprio. Il Gattopuzzo è un animale un po' puzzola e un po' faina, una creatura dei boschi che si è urbanizzata. Uno spirito vagabondo che potreste incontrare, a vostra insaputa, in un bar o per la strada, a Roma come a Delhi. Sa mimetizzarsi molto bene nell'ambiente urbano, ma in fondo all'anima rimane uno spirito selvatico. Unico segno distintivo: il pelo grigio.
domenica 14 settembre 2008
sabato 13 settembre 2008
SUVvia, ragioniamo!
di Cristiana Capagni
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
pubblicato da La Voce Democratica – 10-24 aprile 2008 con il titolo: “La crociata anti-Suv”
Lanciarsi a spada tratta contro un obiettivo solitamente non produce risultati positivi: sarebbe più utile e proficuo assumere un atteggiamento maturo, ponderare i pro e i contro in modo equilibrato e solo allora decidere di intervenire con cognizione di causa attuando interventi mirati alla concreta risoluzione del problema.
Viene in mente l’ultima isterica crociata contro i Suv (acronimo di Sport Utility Vehicle).
Con tale sigla si indicano quei veicoli che sono il risultato di un incrocio fra una grossa berlina da strada ed un fuoristrada puro (questi ultimi purtroppo spesso vengono confusi con i Suv, pur non essendolo). I Suv hanno la trazione integrale (cioè 4 x 4 fisso senza possibilità di esclusione), motori derivati dalle berline con alcuni degli accorgimenti che si utilizzano sulle fuoristrada - come ad esempio l’impermeabilizzazione dell’impianto elettrico e le sospensioni indipendenti - ma non tutti: ad esempio manca la ridotta, il che non è ininfluente nel caso ci si trovi ad affrontare una forte pendenza a pieno carico… in altre parole addio frizione!
Al di là degli aspetti puramente tecnici, vorremmo soffermarci su alcuni dati obiettivi: un Suv è un ibrido pubblicizzato come veicolo molto versatile che in realtà presenta dei limiti considerevoli. Infatti le prestazioni su terreni accidentati, sui quali con un Suv occorre una certa cautela, sono decisamente più scarse di quelle di un fuoristrada puro. Su strada ha la possibilità di raggiungere velocità ben oltre i limiti consentiti (cosa che un fuoristrada puro non può fare, essendo un veicolo lento) consumando molto ed inquinando altrettanto (cosa che fa in compagnia di una vastissima gamma di autoveicoli che però non vengono messi sotto accusa).
Considerate le due emergenze del nostro momento storico, indissolubilmente legate fra loro, ovvero la crisi energetica e l’inquinamento, viene dato di pensare che i Suv siano veicoli del tutto anacronistici: consumano troppo e troppo inquinano. Logica vorrebbe dunque che smettessero di essere prodotti e venduti. Dal momento che ciò non accade, che senso ha intraprendere una sterile lotta contro i proprietari di tali veicoli? Sarebbe decisamente molto più proficuo intervenire sulle case produttrici e parallelamente sull’opinione pubblica in generale mediante campagne informative. Le pressioni esercitate su questi due soggetti producono sempre effetti concreti, come dimostrano le tante campagne all’attivo di movimenti di consumatori, ecologisti, associazioni umanitarie ed altri. E’ del tutto inutile (ed incivile) prendersela singolarmente con i possessori di tali veicoli, così come a suo tempo era inutile (ed incivile) sporcare con la schiuma da barba o con il lancio di uova le pellicce delle signore che passeggiando avevano la sfortuna di incappare in un manipolo di esagitati animalisti. La battaglia contro il macabro tributo alla moda dell’utilizzo di pellicce animali segnò molti punti a suo favore quando si iniziò ad agire sull’opinione pubblica con pubblicità ad hoc da un lato, e protestando rumorosamente contro i rivenditori dall’altro.
Tornando a quella che è l’emergenza dei giorni nostri e che coinvolgendo il Pianeta in toto va ben oltre la sopravvivenza della specie, francamente riteniamo che occorra un serio ripensamento sul nostro modus vivendi ed una conseguente drastica riduzione dei consumi in generale.
Richiediamo informazioni veritiere ai nostri governi in merito a tutto ciò che è ambiente (si pensi, per dirne una, alla presa in giro del FAP, il filtro antiparticolato), facciamo pressioni perché si potenzi la ricerca di fonti alternative di energia e perché si faccia maggior ricorso alle energie rinnovabili, insistiamo perché venga potenziata la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro riciclo, esigiamo trasporti pubblici capillari ed efficienti, pretendiamo si installino pannelli solari in abitazioni, scuole, uffici e ospedali, richiediamo il divieto dell’aria condizionata ove non sia strettamente necessario (luoghi pubblici, attici, ospedali), pretendiamo una seria verifica delle emissioni di qualsiasi mezzo inquinante (dal ciclomotore alla caldaia), facciamo in modo che sia messa in atto una politica contraria al riscaldamento autonomo che - come dimostrano recenti studi - è più inquinante di quello centralizzato, promuoviamo l’abolizione delle insegne pubblicitarie luminose, il mantenimento e miglioramento del verde pubblico, il ripristino degli alberi abbattuti…. Dopo tutto questo e molto altro ancora, potremo anche prendercela con i Suv.
Istruzioni per l'uso
E' tornata Cristiana, ospite gradita che aiuta spesso il GPZ a cavarsi d'impaccio quando è a corto di tempo o d'ispirazione, o di entrambi.
Avrete notato, mio pubblico oceanico, che il GPZ non ha mai commentato quello che Cristiana scrive: a questa regola mi atterrò sempre con lei e con eventuali altri amici che in futuro volessero scrivere qualcosa su questa lavagna telematica; però mi corre l'obbligo di segnalare quando - come accade questa volta - sono in disaccordo. Inauguro quindi questa nuova modalità di interazione con Cristiana, ma non scriverò niente a motivazione del mio disaccordo; un po' per la mancanza di tempo e di ispirazione di cui sopra, e un po' perché un blog alla fine non è luogo di discussioni private: uno scrive, altra gente (folle sterminate!) legge, e ognuno si fa la sua idea. Quindi passate al post sotto a questo e buona lettura!
Avrete notato, mio pubblico oceanico, che il GPZ non ha mai commentato quello che Cristiana scrive: a questa regola mi atterrò sempre con lei e con eventuali altri amici che in futuro volessero scrivere qualcosa su questa lavagna telematica; però mi corre l'obbligo di segnalare quando - come accade questa volta - sono in disaccordo. Inauguro quindi questa nuova modalità di interazione con Cristiana, ma non scriverò niente a motivazione del mio disaccordo; un po' per la mancanza di tempo e di ispirazione di cui sopra, e un po' perché un blog alla fine non è luogo di discussioni private: uno scrive, altra gente (folle sterminate!) legge, e ognuno si fa la sua idea. Quindi passate al post sotto a questo e buona lettura!
martedì 9 settembre 2008
La dama del lago
Per capire il mondo spesso è sufficiente osservarlo, senza starci a elucubrare troppo sopra. A me invece capita spesso di presumere troppo da me stesso, e allora mi lancio nella scrittura di quei post che, a posteriori, riconosco poi noiosissimi. Sono facilmente riconoscibili, perché si atteggiano a saggi brevi di matematica, economia, storia, sociologia o, - goduria sublime! – tutte queste cose insieme, per la confusione massima mia e di chi persiste nel leggermi.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.
Mi sono chiesto spessissimo, per esempio, come fa una persona intelligente e colta a votare per Chi-Sappiamo-Noi, che per Harry Potter vuol dire Voldemort e per noi indica… Beh, chi sappiamo noi. Perché ce n’è, di gente intelligente e colta che lo vota, e molti di loro pretendono di non farlo esclusivamente per interesse di parte. Perché è evidente: se si è intelligenti, colti e fondamentalmente egoisti, e in più nella vita si gode di un bel posticino al sole, allora è perfettamente chiaro perché lo si vota; il problema si pone per quelli che non solo sono intelligenti e colti, ma pretendono pure di essere in buona fede.
Il destino, evidentemente stufo dei miei sproloqui teoretici, mi ha messo nella condizione di osservare la Dama del Lago. Ci presenta un'amica comune che è entusiasta di lei: è chiaro che la Dama la incuriosisce, la trova affascinante e in qualche modo forse esotica, e probabilmente non ha torto.
- Sai, dice invitando me e la mia signora Cucciola a raggiungerla mentre è con la sua amica, che A. è proprietaria di un lago? Pensa, in Italia solo lei e un’altra persona hanno un simile titolo di proprietà.
Il GPZ, che in queste cose è molto vetero-repubblicano e non si è mai distaccato troppo dal comunista che fu in gioventù, chiaramente sobbalza - ma che dici, i beni demaniali, e la proprietà pubblica, e bla e bla e bla… Ma poi sto zitto, per non imbarazzare l’amica, davvero carissima.
La cena è proprio in riva a quel lago: un ristorantino davvero notevole per atmosfera e, scopriremo poi, anche per cucina. La Dama arriva e si presenta: cinquantacinque, forse sessanta, alta, bel portamento, chioma argentea, espressione severa ma non corrucciata, sguardo diretto, residui ancora cospicui di una bellezza non del tutto trascorsa. Il ristorantino, com’è ovvio, non è suo, ma si muove come chi è di casa: ci aiuta a ordinare, soprattutto me, che causa sindrome metabolica sono in costante difficoltà nel trovare cibo che non sia un attentato alle mie arterie e abbia però anche un minimo di sapore.
L’atmosfera è sciolta, si parla con cordialità, per cui figuriamoci se mi perdo l’occasione di sfruculiarla, e parto con la domanda; però non resisto alla tentazione di rispondermi da solo, anticipando che ovviamente non è possibile, e tutt’al più lei avrà un qualche diritto sulla produzione ittica e roba del genere, ma giammai può essere proprietaria delle spiagge e delle acque. Il seguito mostrerà che ho ragione, ma la Dama si irrigidisce sottopelle, una tensione appena percepibile, e puntualizza scandendo le parole che sì, la sua famiglia è proprietaria del lago da più generazioni, come suggellato da bolla del pontefice Pio X o XX e spiccioli. Il titolo si concretizza, ai giorni nostri, in un surgelatore pieno di coregoni, che A. ha il diritto di esigere da chi pratica la pesca sul piccolo specchio d’acqua, e che a onor del vero non esige molto di frequente, anche per non intasare l’elettrodomestico.
Lascio cadere l’argomento, sento di aver toccato un punto identitario, una di quelle piccole cose che ciascuno di noi coltiva per sentirsi speciale e che agli occhi degli altri sono forse debolezze, ma debolezze innocue, e non fanno male a nessuno.
Per il resto della sera più che altro ascolto: la Dama ha un'azienda agricola sulle rive del lago, e mal sopporta i vincoli che vengono dal parco naturale che include anche i suoi terreni. Racconta di vessazioni da parte dei guardiaparco, che ad approfondire il discorso però a me sembrano più provenire dal comune; diciamo che lei semplicemente non lo sa, chi è che la ostacola nel costruire il nuovo capannone, nel recintare un appezzamento coltivato, nell'asfaltare la strada che porta alla sua tenuta: non lo sa, ma freme e scalpita per non poter disporre disporre come meglio crede di "ciò che è mio", e quindi non le interessa capire da che parte vengono gli impedimenti, veri o presunti, perché lei per queste cose non ha tempo, perché "io ho un'azienda da mandare avanti". Ovvio, io non posso sapere se le vessazioni sono reali, magari la Dama ha ragione da vendere, ed essendo il GPZ ambientalista di antichissimo pelo, che conosce molto bene il vizio di molti cosiddetti duri e puri, non faccio fatica a credere che molte delle cose che racconta siano vere; ma questa rappresentazione caricaturale del personale del parco, manco fossero le Sturmtruppen; questa visione unilaterale di dove stanno i diritti (tutti dalla parte della proprietà, ovviamente); questa totale mancanza di rispetto per il lavoro degli altri, i guardiaparco, che nella migliore delle ipotesi sono dei fancazzisti pagati per andarsene in giro in fuoristrada, e nella peggiore degli estorsori; tutto questo è fastidioso. Il caso vuole che la capa di questa setta di presunti sadici assetati del sangue e del denaro della Dama risponda al nome di L. e si scopra più o meno a metà cena che si tratta, in realtà, di una ragazza con cui il GPZ è letteralmente cresciuto insieme: capace, sì, di eccesso di zelo, ma di certo anche graniticamente incorruttibile.
La narrazione della Dama comincia a vacillare, ma lei non arretra: continua imperterrita a lanciare strali contro il parco, che "non si può fare in una zona dove esistono quattro aziende agricole"; che in realtà il parco serva anche a far crescere queste aziende, e che se si dovesse usare un criterio del genere in Italia non ci sarebbe un solo parco, la Dama lo ignora: sa lei come far prosperare la sua, di azienda, purché la smettano di strangolarla con questi stupidi divieti. Certo, in un'altro tempo, quando ancora si poteva parlare di diritti collettivi e di fruizione del territorio senza essere accusati di sovversione, sarebbe stato facile opporre a questi argomenti monolitici (e monocordi) le ragioni della comunità, che ha diritto di veder tutelato un pezzo di natura incontaminato, indipendentemente dai cartelli con scritto sopra "sciò" che un proprietario può averci piazzato; le ragioni della Costituzione della Repubblica italiana, che è (ah ah, che ridere!) fondata sul lavoro, e non sulla proprietà privata; addirittura le ragioni degli animali selvatici, che se trovano tutti i sentieri sbarrati da recinzioni non possono più muoversi liberamente per procurarsi il cibo e alla fine muoiono; le ragioni del suolo, che se viene sistematicamente impermeabilizzato con colate di asfalto e di cemento e fondamenta di costruzioni non assorbe più l'acqua piovana e crea torrenti in piena ad ogni temporale. Io ascolto senza replicare, poi alla fine le spiego, semplicemente, che cosa è un parco e quali sono i documenti che deve chiedere all'ente gestore per sapere in modo certo cosa è suo diritto fare e cosa no; aggiungo pure che trovo strano che lei, dopo tutti questi anni di battaglie, ancora non sappia niente di quanto io le sto dicendo.
Ma la conversazione rischia di farsi pesante per l'amica cara che ci ha invitato e per la signora Cucciola, per cui la lasciamo scivolare su altro, ci allontaniamo da questo potenziale terreno di scontro, salvo inciampare un'altra volta quando cominciamo a parlare di architettura: lì viene fuori che il cattivo gusto e la speculazione edilizia criminale che hanno devastato il paesaggio italiano sarebbero per la Dama niente più che il peccato veniale di un popolo giovane ed entusiasta, che nella smania di crescere sì, ha commesso degli eccessi, ma insomma, si tratta pur sempre di slancio vitale, sembra voler dire la Dama; solo sembra, perché qui mi inalbero davvero e le impedisco di proseguire, ma dov'è quest'energia vitale degli italiani, questo popolo rincoglionito governato da gerontocrati egoisti, questa accozzaglia di pecoroni incapaci di qualsiasi spinta in avanti, di qualsiasi innovazione. Dov'è? E incredibilmente, forse con il solo scopo di piantarla lì, la Dama mi dà ragione. Ma gli occhi dicono un'altra cosa.
La cena finisce, saluti, bacini sulle guance, invito a casa per la prossima volta, pare che sia davvero bellissima questa tenuta sul lago, la dobbiamo assolutamente vedere; e ci andrò se la Dama ci inviterà, perché nonostante quel po' di tensione la conversazione è stata interessante, e la Dama non mi è dispiaciuta. Fra l'altro di preferenze partitiche non si è mai parlato, non lo so se davvero vota per Chi-Sappiamo-Noi, ma ce la vedo. E' questo che ho capito: come fa una persona intelligente, colta e convinta di essere in buona fede a schierarsi da quella parte. Oddio, sulla buona fede forse qualcosa da dire ci potrebbe essere, ma in fondo per costruirsi questo alibi basta fare come fa lei: ignorare sistematicamente le ragioni dell'altro, ridurlo a caricatura, deriderlo, sminuirlo, fare piazza pulita dei suoi valori (attenzione: non contestarli, che è già riconoscerli, ma proprio ignorarli) e lasciare in campo solo i propri, di valori. O, ormai si può dire, di interessi.
Sono passati un paio di mesi da quella cena, ma alla Dama ogni tanto ci penso ancora. Brava persona, certamente, secondo i canoni borghesi, e probabilmente ospitale e generosa, eppure a me è rimasta l'impressione di un fondo gelido che si cela in lei, come se qualcosa dentro le fosse diventato pietra. Ho conosciuto altra gente così, che dal linguaggio, dal modo di muoversi e da mille altri particolari tradisce una gioventù, forse anche un pezzo di maturità, in cui pensavano altro, o almeno dicevano di voler fare altro, e poi "al disvelar del vero", direbbe Leopardi, hanno sbracato e si sono fatti pure le loro ragioni, posticce eppure solide abbastanza da poter occupare il posto che fu degli ideali, o almeno delle idee. Gente che ieri voleva cambiare il mondo e oggi vive di Yoga e business, di filantropia magari, nel senso che restituisce le briciole di ciò che prende e tacita così una coscienza che qualche inquietudine deve pure nutrirla: in fondo è così che si fabbrica la buona fede.
Non so, in questo il GPZ forse è davvero molto vetero, ma a me pare che questi non siano i piccoli conflitti interiori e le incoerenze fisiologiche che ciascuno di noi si porta dietro; a me pare che contraddizioni così possono essere tenute insieme solo con uno strato alto così di pelo sullo stomaco e una dotazione massiccia di robusto cinismo.
Che poi si possa addirittura convincere se stessi che questo mix risponda al nome di buona fede, proprio questo non riesco ancora a crederlo. Mi toccherà aspettare un altro incontro illuminante, per venire a capo anche di questo mistero.
lunedì 8 settembre 2008
Autonomia fagottara - ultimo atto
Beh, direi che mo’ è ora di finirla davvero con ‘sti fagottari. Già ci hanno rotto le scatole in vacanza, mi pare che di importanza gliene stiamo dando pure troppa. Certo, le avventure ai limiti della (sur)realtà sono state tante e tali che è forte la tentazione di raccontarle tutte (ma ti ricordi quello là… - sì, e allora quell’altro che…); ma direi che possiamo chiudere, con grande vantaggio per i cabbasisi di tutti, con qualche hit raccolta qua e là.
Hit nr. 1: il GPZ è semisdraiato sulla sua amatissima sediola da spiaggia e sta leggendo, incurante della torma selvaggia che ormai lo accerchia; arrivano tre ragazzini manco troppo piccoli, diciamo tra i dieci e i quattordici, e si mettono a giocare a bocce a trenta centimetri dai suoi puzzopiedi. Avendo ormai definitivamente represso lo spirito selvatico di ‘U Gattupuzzu, l’urbanissimo GPZ si limita a guatarli stortissimo e a soffiare feroce ogni volta che le bocce (non proprio leggerissime) gli sfiorano le zampette, ma la cosa non sembra turbare affatto i fagotto-marmocchi. Ad un certo punto il GPZ vede avvicinarsi la mamma di uno dei tre, e sta per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo, se non fosse che… Voi credete che la mammina padana abbia vigorosamente richiamato alle regole della civile convivenza i pargoletti? Ma manco per sogno: - Uhè, ma che bèllooo!!! Qua, date anche a me, che voglio giocare anch’io…
Hit nr. 2: spiaggia di Lozari, quella di cui ho già raccontato, bellissima, scoscesa e ventosa; GPZ e Cucciolotta stavolta sono fieramente determinati a tenere a debita distanza gli orchi, e quindi non solo arrivano presto, ma si fanno un buon mezzo chilometro con i fagotti (anche loro!) in collo, prima di eleggere domicilio. Il fagottaro, infatti, normalmente è animale assai pigro e abitudinario, e difficilmente si spinge ad esplorare lidi estremi al di fuori del suo rassicurante orizzonte abituale, e in questo modo speriamo di seminarli. Fidando nelle caratteristiche della specie così acutamente annotate dal GPZ, ci disponiamo perciò a godere di una meritata giornata fagotto-free. Anticipo subito che la furbissima concatenazione ipotetico-deduttiva si è rivelata assolutamente giusta: per tutto il giorno, abbiamo goduto in santa pace del sole, del mare, della spiaggia e della compagnia dei nostri amici, ma, ahimè… Ci siamo persi uno spettacolo davvero mirabile, di quelli che capitano una volta nella vita, tipo un’eclissi totale di sole… Anche dalla remota distanza da cui l’abbiamo ammirato, lo spettacolo è apparso davvero stupefacente: da dietro una duna è apparso, piccolo piccolo per la distanza, il maschio alfa (ho dimenticato di dirlo, ma l’orda è ordinata secondo un rigido schema gerarchico-funzionale di branco); dietro hanno cominciato a snodarsi le processionarie (come vedete, anche la terminologia scientifica per la descrizione della specie si sta pian piano sedimentando). La fila era interminabile, più di qualsiasi altra vista fino a quel giorno; per un momento abbiamo temuto che ci avrebbero raggiunto e spazzato via, ma per fortuna la teoria della sedentarietà tendenziale dell’orda si è rivelata giusta. Fatte poche decine di metri, il maschio alfa ha dato il segnale (confesso di non essere ancora riuscito a identificarlo con certezza, ma propendo per l’ipotesi che esso coincida con una serie di suoni gutturali come “Ohè, belin…Ostia, Uhè…” e similari); la colonna si è fermata, e in perfetto stile militaresco si è divisa in due, poi in quattro, finché sono emersi con chiarezza i ruoli e i compiti di ciascuno: le femmine a disporre in bell’ordine frigoriferi da viaggio, teli da mare, parei e a menare ceffoni d’ordinanza alla volta della schiera dei marmocchi; i maschi a fare il lavoro duro: gonfiare materassini, aprire sedie pieghevoli e sdraio e rizzare ombrelloni con un impegno che manco stessero tirando su l’acquartieramento dell’esercito americano dopo lo sbarco in Normandia. Il risultato è semplicemente sbalorditivo: dal nulla sorge in pochi minuti sulla sabbia scoscesa di Lozari una tendopoli, un vero e proprio slum, una favela in miniatura con i suoi vicoli, i suoi sentieri, le piazzette dove la gente si incontra vociante e urlante, con papà e nonni che tirano fuori canne da pesca ed effettuano lanci dimostrativi di lenze (per fortuna senza amo) incuranti della gente a cui il filo di nylon sibila a dieci centimetri dalla testa, con mamme che rincorrono pargoli ipereccitati per tutta la spiaggia, con gran pericolo per tutti i malcapitati che si vengono a trovare sulle traiettorie di fuga e di inseguimento.
Confesso che di fronte a siffatto spettacolo ho rimpianto – evidentemente il mio rapporto con la specie fagottara è quanto meno ambiguo – di non essermi accampato più vicino, per poter meglio ammirare la perfezione - oserei dire paradigmatica - di questa colonia.
Il nostro amico russo, che non sa stare fermo e passeggia in continuazione in spiaggia, passandogli accanto ne ha contati quarantasette, tutti stretti stretti, core a core, autocostretti in una enclave a densità giapponese che di tanto in tanto si apriva pericolosamente al mondo esterno, vomitando fuori palloni e bocce, lenze da pesca e frisbee, turbini di sabbia e di urla, per lo scoramento collettivo di tutti quanti gli stavano intorno, che infatti si sono a poco rarefatti fino a scomparire del tutto, lasciando l’isola degli orchi ben delineata e visibile in mezzo al mare di sabbia, sguaiata e gongolante, e naturalmente anche intrinsecamente, irresistibilmente, purissimamente PADANA.
Hit nr. 3: e con questa la finiamo davvero. La scena è Ghineparu, la spiaggia bella con gli scogli. Stavolta le processionarie arrivano presto, appena una mezz’ora dopo GPZ e signora; incredibile uditu da parte di una femmina della colonia: - Né, ma che meraviglia a quest’ora la spiaggia, quando non c’è nessuno…
Poi sono arrivati i maschi, guidati da quello alfa che si è piazzato a pianificare la campagna di colonizzazione, in piedi petto in fuori come un generale, mentre i fuchi hanno cominciato a trafficare e uno di loro che si è potuto inventare? La cosa più logica del mondo: visto che io e la mia cucciolotta ci eravamo messi piuttosto in avanti, quasi sul bagnasciuga, per goderci meglio quel mare meraviglioso, lui prende e comincia a carreggiare una quantità stratosferica di materassini, coccodrilli, aeroplani, moto di gomma, orche assassine, insomma tutto lo scibile gonfiabile (già gonfiato) e ingombrante che la fantasia di un giocattolaio cretino può partorire, e ammucchia tutto in una montagna alta non meno di un metro e mezzo proprio davanti a noi; ché nella sua malconcia rete neuronale, evidentemente, ci eravamo piazzati lì proprio in attesa che lui ci mettesse in condizione di rimirare il meraviglioso giocattolame dei pargoli padani.
Il GPZ, orfano come detto più volte di ‘U Gattupuzzu, si è accasciato vinto; ma la signora Cucciola, infinitamente più reattiva, ha deciso di piazzare la zampata: - Senta, scusi, non è che sarebbe così gentile da spostare questi giocattoli, di modo che io e mio marito si possa continuare ad avere la visuale sul mare, che è esattamente il motivo per cui ci eravamo piazzati qui, essendo che oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza e trarremmo piacere dal portare via nelle nostre pupille l’immagine del cielo azzurro che si tuffa nel verde del mare?
Il bruto, così apostrofato, vacilla: lentamente si gira, spalanca gli occhi a palla, socchiude la bocca e poi la richiude, nel tentativo di articolare un suono che possa degnamente rispondere all’interrogativa buttata lì dalla mia cucciolotta, e di cui lui però non ha proprio capito nemmeno una virgola. Poi sembra riprendersi, qualche neurone superstite deve aver fatto gli straordinari e avergli fornito almeno la chiave interpretativa minima, spostare – giocattoli, ed essendo incapace di motivare il no decide incredibilmente di eseguire, sia pur mugugnando – uh, ma tanto siam così tanti… adesso arrivano anche gli altri… Argomento che non si capisce, con tutta la buona volontà, che nesso logico possa avere con il nostro diritto (rivendicato) a vedere il mare.
Confesso che mi ha fatto una pena tale che mi sono precipitato ad aiutarlo, la qual cosa lui non ha saputo come interpretare, e infatti ha continuato a mugugnare (senza però che fosse più intelligibile quanto andava grugnendo) guardandosi bene dal dirmi almeno “grazie”.
La mia cucciola sostiene di aver intravisto, verso la fine della scena, un barlume di intelligenza affacciarsi faticosamente allo sguardo del fuco, e si picca tuttora di aver gettato un seme, di averlo forse addirittura redento, mettendolo in grado – finalmente - di capire; ma queste, io penso, sono illusioni tipicamente femminili, tipiche di queste deliziose creature che si illudono ancora che il mondo possa essere salvato da cose come la gentilezza, il dialogo, la condivisione. Il GPZ è molto più pessimista e, pur ammirando sconfinatamene il piccolo miracolo compiuto dalla sua signora che ha domato l’orco, non crede che questo potrà mai ripetersi in futuro; e per questo, se – come davvero vorremmo – in futuro dovessimo tornare a godere di questa terra meravigliosa, le cose sono due: o verremo a luglio, quando (almeno in base all’esperienza dell’anno scorso) gli orchi erano infinitamente di meno; oppure fagottari temete, perché stavolta non farò più nessuno sforzo di continenza e non sarà più il GPZ a fronteggiarvi: ve la dovrete vedere con… ‘U GATTUPUZZUUUUUUUUUUUUUU!!!!!!!!!!
Hit nr. 1: il GPZ è semisdraiato sulla sua amatissima sediola da spiaggia e sta leggendo, incurante della torma selvaggia che ormai lo accerchia; arrivano tre ragazzini manco troppo piccoli, diciamo tra i dieci e i quattordici, e si mettono a giocare a bocce a trenta centimetri dai suoi puzzopiedi. Avendo ormai definitivamente represso lo spirito selvatico di ‘U Gattupuzzu, l’urbanissimo GPZ si limita a guatarli stortissimo e a soffiare feroce ogni volta che le bocce (non proprio leggerissime) gli sfiorano le zampette, ma la cosa non sembra turbare affatto i fagotto-marmocchi. Ad un certo punto il GPZ vede avvicinarsi la mamma di uno dei tre, e sta per lasciarsi andare ad un sospiro di sollievo, se non fosse che… Voi credete che la mammina padana abbia vigorosamente richiamato alle regole della civile convivenza i pargoletti? Ma manco per sogno: - Uhè, ma che bèllooo!!! Qua, date anche a me, che voglio giocare anch’io…
Hit nr. 2: spiaggia di Lozari, quella di cui ho già raccontato, bellissima, scoscesa e ventosa; GPZ e Cucciolotta stavolta sono fieramente determinati a tenere a debita distanza gli orchi, e quindi non solo arrivano presto, ma si fanno un buon mezzo chilometro con i fagotti (anche loro!) in collo, prima di eleggere domicilio. Il fagottaro, infatti, normalmente è animale assai pigro e abitudinario, e difficilmente si spinge ad esplorare lidi estremi al di fuori del suo rassicurante orizzonte abituale, e in questo modo speriamo di seminarli. Fidando nelle caratteristiche della specie così acutamente annotate dal GPZ, ci disponiamo perciò a godere di una meritata giornata fagotto-free. Anticipo subito che la furbissima concatenazione ipotetico-deduttiva si è rivelata assolutamente giusta: per tutto il giorno, abbiamo goduto in santa pace del sole, del mare, della spiaggia e della compagnia dei nostri amici, ma, ahimè… Ci siamo persi uno spettacolo davvero mirabile, di quelli che capitano una volta nella vita, tipo un’eclissi totale di sole… Anche dalla remota distanza da cui l’abbiamo ammirato, lo spettacolo è apparso davvero stupefacente: da dietro una duna è apparso, piccolo piccolo per la distanza, il maschio alfa (ho dimenticato di dirlo, ma l’orda è ordinata secondo un rigido schema gerarchico-funzionale di branco); dietro hanno cominciato a snodarsi le processionarie (come vedete, anche la terminologia scientifica per la descrizione della specie si sta pian piano sedimentando). La fila era interminabile, più di qualsiasi altra vista fino a quel giorno; per un momento abbiamo temuto che ci avrebbero raggiunto e spazzato via, ma per fortuna la teoria della sedentarietà tendenziale dell’orda si è rivelata giusta. Fatte poche decine di metri, il maschio alfa ha dato il segnale (confesso di non essere ancora riuscito a identificarlo con certezza, ma propendo per l’ipotesi che esso coincida con una serie di suoni gutturali come “Ohè, belin…Ostia, Uhè…” e similari); la colonna si è fermata, e in perfetto stile militaresco si è divisa in due, poi in quattro, finché sono emersi con chiarezza i ruoli e i compiti di ciascuno: le femmine a disporre in bell’ordine frigoriferi da viaggio, teli da mare, parei e a menare ceffoni d’ordinanza alla volta della schiera dei marmocchi; i maschi a fare il lavoro duro: gonfiare materassini, aprire sedie pieghevoli e sdraio e rizzare ombrelloni con un impegno che manco stessero tirando su l’acquartieramento dell’esercito americano dopo lo sbarco in Normandia. Il risultato è semplicemente sbalorditivo: dal nulla sorge in pochi minuti sulla sabbia scoscesa di Lozari una tendopoli, un vero e proprio slum, una favela in miniatura con i suoi vicoli, i suoi sentieri, le piazzette dove la gente si incontra vociante e urlante, con papà e nonni che tirano fuori canne da pesca ed effettuano lanci dimostrativi di lenze (per fortuna senza amo) incuranti della gente a cui il filo di nylon sibila a dieci centimetri dalla testa, con mamme che rincorrono pargoli ipereccitati per tutta la spiaggia, con gran pericolo per tutti i malcapitati che si vengono a trovare sulle traiettorie di fuga e di inseguimento.
Confesso che di fronte a siffatto spettacolo ho rimpianto – evidentemente il mio rapporto con la specie fagottara è quanto meno ambiguo – di non essermi accampato più vicino, per poter meglio ammirare la perfezione - oserei dire paradigmatica - di questa colonia.
Il nostro amico russo, che non sa stare fermo e passeggia in continuazione in spiaggia, passandogli accanto ne ha contati quarantasette, tutti stretti stretti, core a core, autocostretti in una enclave a densità giapponese che di tanto in tanto si apriva pericolosamente al mondo esterno, vomitando fuori palloni e bocce, lenze da pesca e frisbee, turbini di sabbia e di urla, per lo scoramento collettivo di tutti quanti gli stavano intorno, che infatti si sono a poco rarefatti fino a scomparire del tutto, lasciando l’isola degli orchi ben delineata e visibile in mezzo al mare di sabbia, sguaiata e gongolante, e naturalmente anche intrinsecamente, irresistibilmente, purissimamente PADANA.
Hit nr. 3: e con questa la finiamo davvero. La scena è Ghineparu, la spiaggia bella con gli scogli. Stavolta le processionarie arrivano presto, appena una mezz’ora dopo GPZ e signora; incredibile uditu da parte di una femmina della colonia: - Né, ma che meraviglia a quest’ora la spiaggia, quando non c’è nessuno…
Poi sono arrivati i maschi, guidati da quello alfa che si è piazzato a pianificare la campagna di colonizzazione, in piedi petto in fuori come un generale, mentre i fuchi hanno cominciato a trafficare e uno di loro che si è potuto inventare? La cosa più logica del mondo: visto che io e la mia cucciolotta ci eravamo messi piuttosto in avanti, quasi sul bagnasciuga, per goderci meglio quel mare meraviglioso, lui prende e comincia a carreggiare una quantità stratosferica di materassini, coccodrilli, aeroplani, moto di gomma, orche assassine, insomma tutto lo scibile gonfiabile (già gonfiato) e ingombrante che la fantasia di un giocattolaio cretino può partorire, e ammucchia tutto in una montagna alta non meno di un metro e mezzo proprio davanti a noi; ché nella sua malconcia rete neuronale, evidentemente, ci eravamo piazzati lì proprio in attesa che lui ci mettesse in condizione di rimirare il meraviglioso giocattolame dei pargoli padani.
Il GPZ, orfano come detto più volte di ‘U Gattupuzzu, si è accasciato vinto; ma la signora Cucciola, infinitamente più reattiva, ha deciso di piazzare la zampata: - Senta, scusi, non è che sarebbe così gentile da spostare questi giocattoli, di modo che io e mio marito si possa continuare ad avere la visuale sul mare, che è esattamente il motivo per cui ci eravamo piazzati qui, essendo che oggi è il nostro ultimo giorno di permanenza e trarremmo piacere dal portare via nelle nostre pupille l’immagine del cielo azzurro che si tuffa nel verde del mare?
Il bruto, così apostrofato, vacilla: lentamente si gira, spalanca gli occhi a palla, socchiude la bocca e poi la richiude, nel tentativo di articolare un suono che possa degnamente rispondere all’interrogativa buttata lì dalla mia cucciolotta, e di cui lui però non ha proprio capito nemmeno una virgola. Poi sembra riprendersi, qualche neurone superstite deve aver fatto gli straordinari e avergli fornito almeno la chiave interpretativa minima, spostare – giocattoli, ed essendo incapace di motivare il no decide incredibilmente di eseguire, sia pur mugugnando – uh, ma tanto siam così tanti… adesso arrivano anche gli altri… Argomento che non si capisce, con tutta la buona volontà, che nesso logico possa avere con il nostro diritto (rivendicato) a vedere il mare.
Confesso che mi ha fatto una pena tale che mi sono precipitato ad aiutarlo, la qual cosa lui non ha saputo come interpretare, e infatti ha continuato a mugugnare (senza però che fosse più intelligibile quanto andava grugnendo) guardandosi bene dal dirmi almeno “grazie”.
La mia cucciola sostiene di aver intravisto, verso la fine della scena, un barlume di intelligenza affacciarsi faticosamente allo sguardo del fuco, e si picca tuttora di aver gettato un seme, di averlo forse addirittura redento, mettendolo in grado – finalmente - di capire; ma queste, io penso, sono illusioni tipicamente femminili, tipiche di queste deliziose creature che si illudono ancora che il mondo possa essere salvato da cose come la gentilezza, il dialogo, la condivisione. Il GPZ è molto più pessimista e, pur ammirando sconfinatamene il piccolo miracolo compiuto dalla sua signora che ha domato l’orco, non crede che questo potrà mai ripetersi in futuro; e per questo, se – come davvero vorremmo – in futuro dovessimo tornare a godere di questa terra meravigliosa, le cose sono due: o verremo a luglio, quando (almeno in base all’esperienza dell’anno scorso) gli orchi erano infinitamente di meno; oppure fagottari temete, perché stavolta non farò più nessuno sforzo di continenza e non sarà più il GPZ a fronteggiarvi: ve la dovrete vedere con… ‘U GATTUPUZZUUUUUUUUUUUUUU!!!!!!!!!!
domenica 7 settembre 2008
Autonomia fagottara - terza parte
Dunque, ci siamo: raccontati gli antefatti, è ora di concludere l’epica narrazione dello scontro GPZ versus Fagottari. Che poi scontro non è stato, dato che, tenendo a freno ‘U Gattutpuzzu (leggi più sotto, http://ilgattopuzzo.blogspot.com/2008/09/autonomia-fagottara-intermezzo.html, n.d.r.), il GPZ si è condannato da solo ad una desolante e desolata passività, tipica di chi non è sempre capace di far valere le proprie ragioni senza ricorrere alla viuuuleeeenza più estrema e si rassegna, quindi, ad abbozzare. Ma per fortuna c’era anche la signora cucciola, che almeno una zampata l’ha piazzata.
Altra spiaggia, altri esemplari: il paradiso di Ghineparu, subito dopo Ile Russe, si raggiunge dopo breve migrazione podistica per un sentierino che attraversa la ferrovia, e si caratterizza per la presenza di alcuni scoglietti, proprio alla fne del sentiero, davvero deliziosi: ci puoi appoggiare l’asciugamano, fanno ombra alla bottiglia dell’acqua, ma soprattutto movimentano il paesaggio e proseguono in acqua, scurendo con la loro massa la tonalità verde smeraldo e rendendo lo spettacolo, già favoloso, ancor più fantastico. Naturale, quindi, che GPZ e signora Cucciolotta stazionino lì, arrivando la mattina presto quando ancora non c’è nessuno nei paraggi.
La pacchia, ovvio, dura poco, perché anche qui si appalesano presto, infestanti e infiniti come una fila di processionarie, gli italioti portatori di fagotti.
Intendiamoci, non è che noi abbiamo nulla contro i fagotti in sé, anzi: carichi come siamo di panini, acqua, ombrelloni e materassino possiamo senz’altro incorrere a nostra volta nel temuto appellativo, e non mi sentirei di rimbeccare chi dovesse affibbiarmelo; e non dimentichiamo, poi, che l’archetipo del fagottaro è il popolano del secondo dopoguerra che finalmente si può permettere il mare, dopo secoli di penuria, e però è costretto a portarsi tutto da casa perché, poverino, i soldini per arrivare al mare in cinquecento (marito moglie suocera e due marmocchi) ce li ha, ma basta così, e non può certo scendere in stabilimento ad affittare l’ombrellone e pasteggiare al ristorantino sulla spiaggia; si tratta di una figura quasi nobile della rinascita italiana, dunque, benché più volte derisa, e su quel tipo di fagottaro e sui suoi eredi (a breve dedicherò un post anche a loro) mai mi sognerei di affondare lo stiletto polemico. Ma qui è di altri fagottari che si sta parlando, della degenerazione della specie, e mi perdonerete se, in cerca di chiarezza e incisività, mi sono risolto ad adoperare lo stesso vocabolo per designare i barbari da spiaggia.
Arrivano tutte le mattine in fila indiana, non meno di venti-venticinque, e fin qui niente di male; bambini urlanti e scalcianti sabbia sugli altri frequentatori della spiaggia, come noi, e nessun genitore che si perita di richiamarli; piantano i loro ombrelloni dove gli pare, incuranti della presenza degli altri, che si ritrovano all’improvviso, a seconda dei casi, o circondati alla distanza d’ordinanza di dieci centimetri o ombreggiati senza mai aver chiesto questo beneficio.
L’accampamento viene rizzato con una velocità e un’efficienza da far invidia alle truppe di Giulio Cesare, e qui si vede senz’altro la superiorità del longobardo sul romano: e sì, perché il gruppone è tutto padano, fino al midollo, e l’idioma tutt’altro che sussurrato non lascia dubbio alcuno. Non sono solo i bambini a urlare, genitori e nonni non sono affatto da meno, anzi… Proviamo ad analizzare, ancora una volta con lo spirito freddo e scientifico dell’entomologo, un campione di dialogo tra due esemplari maschi adulti della suddetta orda: - Uhè Mario, non è che mi daresti una mano con l’orecchio? Sai, mi shi è tappato… Mi han detto che tu sai fare da solo, è vero? – Ma scertooo… l’ultima volta che scion andato dallo stappatore (sic!) mi ha scucito ottanta euri… E allora mi scion detto ma va là, che scion capace anche da solo… - allora che faccio, vengo da te stasera? – OK, ti aspetto in camera, porta una bacinella, eh, che ne esce di roba… - Ma davvero? – Ehhh… Non pare, ma un orecchio ne può contenere di robaccia, altrochè se ne può contenere…
Analizziamo…
Ma che cazzo c’è da analizzare? A me sta venendo da vomitare solo a ricordarlo, e questi due cazzoni l’hanno urlato in faccia a una spiaggia intera, e fortunati i crucchi e i francesi che almeno non hanno capito una parola!
Bleah! Razza padana, sì… Ma se vogliono fare la secessione, perché non gliela facciamo fare davvero? Ma voi la sentireste la mancanza di questa gente? Basta, il GPZ ha lo stomaco delicato, non ce la faccio più a raccontare queste efferatezze… E mi manca ancora di narrare l’insurrezione della cucciola, e tanto tanto altro… Vabbè, mi rassegno, non sarà questo l’ultimo atto, ne seguirà almeno un altro, e chissà, forse anche altri due…
Buona vita a tutti voi!
Altra spiaggia, altri esemplari: il paradiso di Ghineparu, subito dopo Ile Russe, si raggiunge dopo breve migrazione podistica per un sentierino che attraversa la ferrovia, e si caratterizza per la presenza di alcuni scoglietti, proprio alla fne del sentiero, davvero deliziosi: ci puoi appoggiare l’asciugamano, fanno ombra alla bottiglia dell’acqua, ma soprattutto movimentano il paesaggio e proseguono in acqua, scurendo con la loro massa la tonalità verde smeraldo e rendendo lo spettacolo, già favoloso, ancor più fantastico. Naturale, quindi, che GPZ e signora Cucciolotta stazionino lì, arrivando la mattina presto quando ancora non c’è nessuno nei paraggi.
La pacchia, ovvio, dura poco, perché anche qui si appalesano presto, infestanti e infiniti come una fila di processionarie, gli italioti portatori di fagotti.
Intendiamoci, non è che noi abbiamo nulla contro i fagotti in sé, anzi: carichi come siamo di panini, acqua, ombrelloni e materassino possiamo senz’altro incorrere a nostra volta nel temuto appellativo, e non mi sentirei di rimbeccare chi dovesse affibbiarmelo; e non dimentichiamo, poi, che l’archetipo del fagottaro è il popolano del secondo dopoguerra che finalmente si può permettere il mare, dopo secoli di penuria, e però è costretto a portarsi tutto da casa perché, poverino, i soldini per arrivare al mare in cinquecento (marito moglie suocera e due marmocchi) ce li ha, ma basta così, e non può certo scendere in stabilimento ad affittare l’ombrellone e pasteggiare al ristorantino sulla spiaggia; si tratta di una figura quasi nobile della rinascita italiana, dunque, benché più volte derisa, e su quel tipo di fagottaro e sui suoi eredi (a breve dedicherò un post anche a loro) mai mi sognerei di affondare lo stiletto polemico. Ma qui è di altri fagottari che si sta parlando, della degenerazione della specie, e mi perdonerete se, in cerca di chiarezza e incisività, mi sono risolto ad adoperare lo stesso vocabolo per designare i barbari da spiaggia.
Arrivano tutte le mattine in fila indiana, non meno di venti-venticinque, e fin qui niente di male; bambini urlanti e scalcianti sabbia sugli altri frequentatori della spiaggia, come noi, e nessun genitore che si perita di richiamarli; piantano i loro ombrelloni dove gli pare, incuranti della presenza degli altri, che si ritrovano all’improvviso, a seconda dei casi, o circondati alla distanza d’ordinanza di dieci centimetri o ombreggiati senza mai aver chiesto questo beneficio.
L’accampamento viene rizzato con una velocità e un’efficienza da far invidia alle truppe di Giulio Cesare, e qui si vede senz’altro la superiorità del longobardo sul romano: e sì, perché il gruppone è tutto padano, fino al midollo, e l’idioma tutt’altro che sussurrato non lascia dubbio alcuno. Non sono solo i bambini a urlare, genitori e nonni non sono affatto da meno, anzi… Proviamo ad analizzare, ancora una volta con lo spirito freddo e scientifico dell’entomologo, un campione di dialogo tra due esemplari maschi adulti della suddetta orda: - Uhè Mario, non è che mi daresti una mano con l’orecchio? Sai, mi shi è tappato… Mi han detto che tu sai fare da solo, è vero? – Ma scertooo… l’ultima volta che scion andato dallo stappatore (sic!) mi ha scucito ottanta euri… E allora mi scion detto ma va là, che scion capace anche da solo… - allora che faccio, vengo da te stasera? – OK, ti aspetto in camera, porta una bacinella, eh, che ne esce di roba… - Ma davvero? – Ehhh… Non pare, ma un orecchio ne può contenere di robaccia, altrochè se ne può contenere…
Analizziamo…
Ma che cazzo c’è da analizzare? A me sta venendo da vomitare solo a ricordarlo, e questi due cazzoni l’hanno urlato in faccia a una spiaggia intera, e fortunati i crucchi e i francesi che almeno non hanno capito una parola!
Bleah! Razza padana, sì… Ma se vogliono fare la secessione, perché non gliela facciamo fare davvero? Ma voi la sentireste la mancanza di questa gente? Basta, il GPZ ha lo stomaco delicato, non ce la faccio più a raccontare queste efferatezze… E mi manca ancora di narrare l’insurrezione della cucciola, e tanto tanto altro… Vabbè, mi rassegno, non sarà questo l’ultimo atto, ne seguirà almeno un altro, e chissà, forse anche altri due…
Buona vita a tutti voi!
venerdì 5 settembre 2008
Autonomia fagottara - seconda parte
Avete letto l’intermezzo (il post sotto a questo)? Sì? Bene, allora possiamo proseguire. Però leggetelo, perché è propedeutico.
Dunque, in cerca di una nuova spiaggia d’elezione, il GPZ e Signora Cucciola (dismettiamo gli avatar francesi, che alla fine mi danno sui nervi) si fiondano su Lozari: un po’ scoscesa e molto, molto ventosa, ma comunque superlativa. Qui, soprattutto arrivando presto, si sta davvero bene, e questo noi facciamo, mentre le due famigliole che sono con noi se la prendono comoda e ci raggiungono più tardi. Il GPZ sarebbe un vile mentitore se raccontasse di essere stato infastidito anche qui dagli italici portatori di fagotti, ma qualcosa da raccontare c’è lo stesso.
Intanto, l’incontro con una rarissima famigliola di fagottari germanici: io non ho mai capito l’impulso che spinge la gente, su una spiaggia enorme e completamente deserta, a piazzarsi a dieci centimetri dal tuo asciugamano, e giuro che prima o poi lo chiederò a qualche eminente sociologo, o psicologo, o magari direttamente al molestatore. Sta di fatto che il GPZ deve avere una specie di calamita per questi soggetti, perché il primo giorno sulla nuova spiaggia (ribadisco: deserta), dopo dieci minuti che eravamo lì, eccoci di nuovo: arriva una tizia bianchiccia, flaccida e tutta vestita, con una faccia che in fondo – penso – Lombroso proprio del tutto torto in fondo non aveva, e che fa? Piazza l’asciugamano accanto al mio e mi si accoccola vicino.
Seguono quattro marmocchi più marito pingue, bassottino e grassottello con occhialini d’ordinanza, che non si toglie nemmeno quando entra in acqua.
L’entomologo che è in me mi ha salvato dal dare libero sfogo a ‘U Gattupuzzu, che premeva per uscire e prenderli seduta stante a calci tutti quanti, fino ai valichi alpini della natìa Alemagna; perché era davvero interessante osservare con occhio scientifico, senza ombra di pregiudizio, il comportamento (a)sociale di questi magnifici esemplari: della fisiognomica dei genitori ho già detto, di quella dei figli non c’è molto da dire, se non che ce n’era uno inspiegabilmente bellino. La mattinata il papino l’ha trascorsa tutta in acqua, manco fosse una foca, mentre mammina non si è bagnata mai, ma soprattutto non si è neppure (alleluia!) spogliata: si è limitata a stazionare al limitare della nostra ombra, aggiungendo la sua (sgradita) a quella degli ombrelloni nostri e dei nostri amici.
Il GPZ, perfido, leggeva, ma da dietro al libro gli occhi emergevano a scrutare impietosi i giochi (pietosi, quelli invece sì) del papino-otaria e dei suoi figlioli: la signora Cucciola, che l’idioma crucco lo capisce, mi assicurava la totale insipienza dell’intera conversazione, che a quanto pare si è svolta per intero mediante l’uso di quattro-cinque vocaboli di base tipo “salta”, “tuffati-che-papino-ti-prende”, “adesso-tutti-insieme”, “sorridi-alla-mamma-sulla-spiaggia”.
La classificazione della specie non è stata difficile: trattavasi indubbiamente di esemplari di Gioventù Ardente Mariana, o Focolarini (Fagottarini, magari? Ci sono?), o qualche altra perniciosissima setta.
A quel punto, perso ogni interesse, ho concluso la mia indagine scientifica e ho spostato l’asciugamano e la sediola. Quando se ne sono andati non me ne sono accorto, ma era certamente troppo tardi.
Sono seguite ore languide e bellissime di bagni e di sole, durante le quali ho finalmente riassaporato la Corsica che avevo conosciuto l’anno scorso, accogliente e discreta.
Ma credete davvero che la tenzone GPZ versus Fagottari sia finita qui? Eh, no, cari miei! Sarebbe stato troppo bello, e probabilmente non sarebbe valso nemmeno la pena raccontarla…
Ma restate su questi schermi, vi prometto che entro lunedì vi racconto il resto.
Buon week end a tutti!
Dunque, in cerca di una nuova spiaggia d’elezione, il GPZ e Signora Cucciola (dismettiamo gli avatar francesi, che alla fine mi danno sui nervi) si fiondano su Lozari: un po’ scoscesa e molto, molto ventosa, ma comunque superlativa. Qui, soprattutto arrivando presto, si sta davvero bene, e questo noi facciamo, mentre le due famigliole che sono con noi se la prendono comoda e ci raggiungono più tardi. Il GPZ sarebbe un vile mentitore se raccontasse di essere stato infastidito anche qui dagli italici portatori di fagotti, ma qualcosa da raccontare c’è lo stesso.
Intanto, l’incontro con una rarissima famigliola di fagottari germanici: io non ho mai capito l’impulso che spinge la gente, su una spiaggia enorme e completamente deserta, a piazzarsi a dieci centimetri dal tuo asciugamano, e giuro che prima o poi lo chiederò a qualche eminente sociologo, o psicologo, o magari direttamente al molestatore. Sta di fatto che il GPZ deve avere una specie di calamita per questi soggetti, perché il primo giorno sulla nuova spiaggia (ribadisco: deserta), dopo dieci minuti che eravamo lì, eccoci di nuovo: arriva una tizia bianchiccia, flaccida e tutta vestita, con una faccia che in fondo – penso – Lombroso proprio del tutto torto in fondo non aveva, e che fa? Piazza l’asciugamano accanto al mio e mi si accoccola vicino.
Seguono quattro marmocchi più marito pingue, bassottino e grassottello con occhialini d’ordinanza, che non si toglie nemmeno quando entra in acqua.
L’entomologo che è in me mi ha salvato dal dare libero sfogo a ‘U Gattupuzzu, che premeva per uscire e prenderli seduta stante a calci tutti quanti, fino ai valichi alpini della natìa Alemagna; perché era davvero interessante osservare con occhio scientifico, senza ombra di pregiudizio, il comportamento (a)sociale di questi magnifici esemplari: della fisiognomica dei genitori ho già detto, di quella dei figli non c’è molto da dire, se non che ce n’era uno inspiegabilmente bellino. La mattinata il papino l’ha trascorsa tutta in acqua, manco fosse una foca, mentre mammina non si è bagnata mai, ma soprattutto non si è neppure (alleluia!) spogliata: si è limitata a stazionare al limitare della nostra ombra, aggiungendo la sua (sgradita) a quella degli ombrelloni nostri e dei nostri amici.
Il GPZ, perfido, leggeva, ma da dietro al libro gli occhi emergevano a scrutare impietosi i giochi (pietosi, quelli invece sì) del papino-otaria e dei suoi figlioli: la signora Cucciola, che l’idioma crucco lo capisce, mi assicurava la totale insipienza dell’intera conversazione, che a quanto pare si è svolta per intero mediante l’uso di quattro-cinque vocaboli di base tipo “salta”, “tuffati-che-papino-ti-prende”, “adesso-tutti-insieme”, “sorridi-alla-mamma-sulla-spiaggia”.
La classificazione della specie non è stata difficile: trattavasi indubbiamente di esemplari di Gioventù Ardente Mariana, o Focolarini (Fagottarini, magari? Ci sono?), o qualche altra perniciosissima setta.
A quel punto, perso ogni interesse, ho concluso la mia indagine scientifica e ho spostato l’asciugamano e la sediola. Quando se ne sono andati non me ne sono accorto, ma era certamente troppo tardi.
Sono seguite ore languide e bellissime di bagni e di sole, durante le quali ho finalmente riassaporato la Corsica che avevo conosciuto l’anno scorso, accogliente e discreta.
Ma credete davvero che la tenzone GPZ versus Fagottari sia finita qui? Eh, no, cari miei! Sarebbe stato troppo bello, e probabilmente non sarebbe valso nemmeno la pena raccontarla…
Ma restate su questi schermi, vi prometto che entro lunedì vi racconto il resto.
Buon week end a tutti!
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